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l'anno luce project

di vertigine (24/11/2005 - 17:25)

GIUSEPPE GENNA

L'ANNO LUCE (estratto)

"Hai i piedi grandi. Mi repellono. E' perché sei vecchia. Guàrdati le cosce: cadono. Il tuo punto debole sono le cosce. Soffri di ritenzione. Sei vecchia. La tua broda mi disgusta. Credevi fosse facile stare con me?"
"Sei crudele".
"Sono giusto. La tua infatuazione è psicopatologia. La tua è un'infatuazione. Secerni brodaglia. Sei scaduta. Guàrdati, guarda come sei scaduta".
"Sono innamorata. Non è infatuazione. Non è fatuo".
"Non rischieresti nulla. E hai i piedi troppo grandi. Perché me?"
"Sto già rischiando. E' un reato, questo".
"L'infatuazione è sempre un reato. Temi la giurisprudenza. La dice lunga sulla tua infatuazione. Ti appoggi al rischio perché sei vecchia, non hai più niente da inventare. Passiamo queste ore a parlare. Non me ne frega un cazzo".
Lei si alza. Avverte il peso sordo delle sue cosce. "Sei giovane, ma non sei nuovo. Sei vecchio. Sei la reincarnazione di un'anima non saggia, ma antica. Sei imprigionato nel corpo adolescente".
"E' scopare con i tuoi figli?"
"Cosa?"
"Il fascino, dico. Scopi con me perché sono un surrogato del figlio che non hai avuto".
"Non so perché scopo con te. E' necessario. Sei profondo".
"Dopo i quarant'anni si cerca la profondità?"
"E' sbagliato. Si cerca la necessità. Era così tanto tempo che non sentivo la necessità. Tremo quando ti devo incontrare fuori. Il tempo ha un punto di fuga, il momento in cui ti incontro".
"Sono uno psicofarmaco. Gerovital".
"No, sei tu a essere necessario. Mi dimentico di me. Non accadeva da tanto. Non è mai accaduto. Mi scordo di me, finalmente il peso evapora, la stretta si allenta. La calotta evapora, la testa si snebbia. La necessità è benefica, esclude le tue responsabilità".
"Pensi a scoparmi quando sei in classe?"
"Sì".
"Come fai a rimanere impassibile?"
"Non lo so".
"Non sono profondo. Non sono necessario. E' lo stare male. E' il fatto che sono stato sempre male. Sono stati gli psicofarmaci. Avevo tredici anni. Non potevo sopportarli. Mi seccavano la lingua, non c'era più salivazione, il sonno era duro e insensato, avevo come una pietra sulla lingua. E' stato dopo il tentativo di suicidio".
La parola "suicidio" imporrebbe una pausa, un silenzio. Lei non ne è capace, non ne è responsabile, è necessitata. "Non sono mai arrivata a tanto".
"Lo avresti sempre voluto. E' questione di coraggio. Tutti avrebbero sempre voluto. C'è ipocrisia nel non ammetterlo. Se lo sono figuràti tutti, almeno una volta, il proprio suicidio. Una volta vale sempre. Questo è Hellraising".
"Cos'è Hellraising?"
"Non hai presente? Un horror. Ma vecchio, non della mia generazione. Fa paura. Si scatena l'inferno in terra. Da un cubo di Rubik di legno si spalanca una porta, escono demoni punitori. Sono vestiti di nero, essenziali. Scenografici ma non eccessivi. Il più celebre è pelato, il volto bianco, chiodi confitti all'incrocio di meridiani e paralleli sul volto. Memorabile".
"Pensi che sia l'inferno?"
"Il corpo è innaturale, ridicolo, eccessivo. E' un'escrescenza che non mi appartiene. Cosa ci faccio qui? Cos'è quest'aggregato di lardo e calcio? Tubi digerenti che espellono merda. Non mangiamo: vomitiamo al contrario. Il benessere fisico è una chimera, una consolazione, un sollievo momentaneo. Non è la nostra natura. E' come avere il male di testa sempre e dire che è naturale. E' intollerabile e non c'è senso. Nessuno mi capisce".
"Tu capisci gli altri?".
"Vorrei non essere cosciente dell'isolamento. Cosa ci sto a fare qui? Mia madre, mio padre. Gli altri. Sono insensati. Sono estranei. Non ho chiesto di nascere. A un certo punto è come se mi fossi svegliato, mi raccontano che questo è mio padre, quasta è mia madre, ho questo nome, si vive così. E' un brutto film. Cosa ho davvero a che fare io con questo? Certe crisi di ansia, per me, sono spiegabili solo in questo modo. L'ansia è insopportabile. Panico notturno. Vedo stelline nel buio, fotemi. Prendo gli psicofarmaci. Mi scopo una donna vecchia. A volte resistere è impossibile. Gli altri sono ipocriti, lo sanno che è così".
"Sei pessimista. Hai tutta la vita davanti".
"Lo dici come se fosse un premio, prescindi da te nel dirlo. Se ti chiedessi di lasciare tutto?"
"Io sto già lasciando tutto. Mi è chiaro che sto lasciando tutto".
"Anche tuo marito?"
"Scopri, per esempio, che questa cosa fondamentale, questa cosa immensa che pensavi che fosse l'amore - non è così. E' marginale. Pensavi di avere trovato il centro, ti sei illusa, ti scopri ai margini. Lì la velocità centrifuga è fortissima, non puoi più prescinderne. Sei relegata ai margini, costretta a starci. Tutto diventa estraneo. Tutto è prescindibile. E' accaduto gradualmente, così gradualmente che quando te ne rendi conto è un risveglio dolorosissimo. Però non sono mai arrivata a tanto. Il suicidio, dico".
"E' un fallimento".
"No. E' la norma. Ti chiedi cosa devi aspettare, cosa stai aspettando. Cosa vale per te. Cosa vuoi davvero. Speri di dimenticartene. Confidi in eventi abrasivi".
"Come me".
"Non so se è così. Non so se tu sei una cancellatura semplicemente".
"Non c'è futuro per noi. Lo sai e fai finta. Per te dovrebbe essere più accettabile. Per me no: ho più anni davanti. Ho più anni di te. Migliaia di anni più di te. Sei disgustosa".
"Non è detto che non ci sia futuro. Le cose accadono. Il tempo accade. Il mondo accade. Siamo qui e ora, io e te. Non lo senti?". Poi, avvicinandosi: "Sei bellissimo. Rimani così per sempre". Nella luce di taglio, nell'atmosfera quieta, nel disagio espresso, irreale.
"No. Non sento niente. Vattene per favore".

 

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