e visto che siamo in tema
Pasolini e la poesia haikai
di Hideyuki Doi
Con l’uscita degli ultimi due Meridiani dedicati all’opera di Pier Paolo Pasolini, vede la luce per la prima volta un gruppo di versi, intitolato Haikai dei rimorsi: componimenti datati giugno 1949, quindi appartenenti all’ultimo periodo friulano (il trasferimento a Roma avviene sette mesi dopo). Questi haikai sono stati classificati dal curatore Walter Siti all’interno dell’appendice alla raccolta L’usignolo della chiesa cattolica pubblicata nel 1958. In questa sede affronteremo il tema haikai, ovvero haiku, sia nella saggistica che nella prassi poetica di Pasolini, allargando il nostro discorso fino ai problemi attinenti la giapponeseria pasoliniana. >>>
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NOTA
Con il termine haiku si intende un componimento breve di 5-7-5 sillabe privo di titolo, fiorito anticamente in Giappone. In questa forma poetica si riflettono tipicamente l'amore della cultura nipponica per il minimalismo e per le cose asciutte e compatte (scrive, infatti, Sei Shonagon: "in verità, tutte le cose piccole sono belle"). Negli haikai il poeta diviene solo uno strumento e l'oggetto che anima il componimento diviene soggetto. Secondo Barthes lo haiku non descrive, ma si limita ad immortalare un'apparizione, a fotografare un attimo ed è per questo che tra le sue peculiari caratteristiche troviamo la brevità, la leggerezza e l'apparente assenza di emozioni secondo i canoni del buddhismo zen. L'unico elemento che presagisce al sentimento che pervade un haiku è il kigo, una parola che per metonimia indica la stagione a cui si riferisce la poesia e che ci fa immergere, almeno in parte, nell'atmosfera descritta nei versi. Come l'alternarsi delle stagioni, anche queste brevi poesie annoverano temi contrastanti fra loro come il mistero (yugen), la povertà (wabi), l'instabilità (aware) e l'isolamento (sabi).
Già nell'VIII sec. d.C. fioriscono poesie brevi denominate tanka composti di 5-7-5-7-7 detti anche waka, ossia per antonomasia "poesia giapponese", a sottolineare quanto i nipponici si identificassero in questo genere. Nel IX sec. questa forma letteraria ha un'ampia diffusione e riconoscimento anche fra le classi alte e vengono instituite delle vere e propri gare di poesia (uta-awase). Un secolo più tardi lo haiku si sviluppa come dialogo in cui un poeta compone la prima strofa (kami-no-ku), mentre l'interlocutore completa la seconda (shimo-no-ku), fino a coinvolgere sempre più partecipanti e divenire una vera e propria poesia a catena (kusari-renga). In quest'ultima forma comincia a delinearsi l'importanza che assumerà il primo emistichio della poesia, poiché esso viene di norma affidato al poeta più abile.
[da Bonaventura Ruperti, La funzione della poesia nella società giapponese: lo haikai]
haiku mon amour

Amore da film, dove la fine è il tuo inizio.
Cosa abbiamo da perdere se non la vita?
Visione di un pomeriggio sformato.
R.A.
absolute interview

Un'intervista di Christian Sinicco al sottoscritto su http://www.absolutepoetry.org/






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