progetto da tenere d'occhio
di (31/12/2006 - 12:31)
LOUIS BÖDELouis Bödeè un progetto fondato dallo scrittore
Marco Mancassola.
Louis Bödeè una ‘band creativa’ formata da uno scrittore, due musicisti, due artisti visivi.
Louis Böde è:: Sergio Bertin, musiche
:: Giacomo Garavelloni, musiche
:: Marco Mancassola, testi
:: Marco Rufo Perroni, disegni
:: Nicola Villa, animazione
KIDS&REVOLUTION – THE VIDEOLancio ufficiale: in onda da fine dicembre 2006 sui canali videomusicali italiani.
E' su
louisbode.com e su
myspace.com/louisbode.
‘Kids&Revolution’ è il videoclip d’animazione realizzato da
Louis Böde.
Il video accompagna la title track dell’omonimo EP.
La sceneggiatura del video è tratta dal racconto principale del
libro ‘Kids&Revolution’, in libreria dal
20 gennaio 2007.
‘Un giorno, passando in macchina nella capitale di un paese non ricco ma baciato dal sole, vidi un bambino camminare lungo la strada. Era bello e canticchiava. Per questo lasciai quel paese convinto fosse un posto meraviglioso, dove i bambini crescevano felici, e cantavano sotto il sole mentre andavano a scuola…’
KIDS&REVOLUTION – THE EPDigital release: dal 20 gennaio 2007 su
louisbode.com e su
myspace.com/louisbode.
‘Kids&Revolution EP’ è il minialbum di Louis Böde, pubblicato in parallelo al libro omonimo. Malinconia, rivoluzione. Una colonna sonora scura e splendente.
track list:
.Kids&Revolution
.Marchin’ Kids
.Violince (Boy with two souls)
.What Daisy said (Girl in the desert)
Brano in anteprima: ‘Kids&Revolution’ (in ascolto su
louisbode.com).
KIDS&REVOLUTION – THE BOOKUscita: dal 20 gennaio 2007 nelle librerie italiane.
Editore: marchio Hacca di Halley Editrice.
‘Kids&Revolution’ è il libro scritto e illustrato da Louis Böde. Un libro di fiabe nere e struggenti. ‘Mille e una notte’ del nuovo millennio. Un libro su nostalgia, rivolta, bambini che salvano o distruggono il mondo.
‘C’era nell’ex fortezza una parola proibita. Il direttore incoraggiava gli studenti a suonare musica, ma proibiva che usassero quel termine nelle canzoni. La parola proibita era morbida e tagliente, riempiva la gola di un suono speciale…
Il ragazzo continuò a pensarci. Fece sogni in cui la parola gli entrava nelle orecchie, assordante, e gli squarciava il cuore. Fece sogni in cui la parola apriva il cielo, smuoveva i pianeti con la forza della suo eco, scuoteva la terra così forte da far uscire le ossa dei morti, o i suoi tesori nascosti…’
una poesia
di (31/12/2006 - 12:20)
Francesco De Girolamo
Mai arresa ferita

Laudamus, thanatos,
pioggia dell'impossibile, specchio opaco
per una livida luna marina,
sordo tramonto, sorriso nel livore,
bacio stanco, diviso tra sette ombre,
inferto senza voler capire,
implosione in una mano chiusa,
pasticche di assurda speranza,
assonanza di due anime in attesa,
musica persa in mutevoli onde
d'acqua limpida amara,
benché l'amore viva, io
barbone nel deserto della non vita,
oso chiederti un mio caldo oceano solitario
che mi sommerga in una mai arresa,
aspra, segreta ferita.
Oh, mia segreta, aspra ferita
che mi sommerga mai arresa
oso chiederti in un caldo oceano solitario,
barbone nel deserto della non-vita, io
benché l'amore viva, in una
d'acqua limpida amara
musica persa in mutevoli onde,
assonanza di due anime in attesa,
pasticche di assurda speranza,
implosione in una mano chiusa,
inferto senza voler capire
bacio stanco di sette ombre,
sordo tramonto, sordida
pioggia dell'impossibile, opaco specchio
della furtiva scia, luna marina.
Oh fato, oh thanatos,
tramonto livido, pioggia
di sette ombre, bacio inferto in una
mano chiusa, speranza inattesa,
musica limpida amara, io,
benché viva, caldo oceano solitario
in un'aspra ferita.
In un'aspra ferita
benché viva, io, oceano solitario,
musica limpida amara,
mano chiusa, speranza in attesa
di sette ombre, tramonto inferto
in una pioggia marina.
Oh fato, thanatos,
mai arresa ferita.
haiku dell'impiccato
di (30/12/2006 - 10:26)

Uomini incappucciati, corda vibrante:
la paura negli occhi. Tutti ritornano
allo stesso pensiero prima di morire.
R.A.
mexico city blues
di (29/12/2006 - 12:30)

JACK KEROUAC
“24ESIMO REFRAIN”:
Tutte le grandi affermazioni fatte
dimorano nella morte
tutte le magnifiche e ingegnose
acquisizioni del Lettrismo francese
dimorano nella morte
Tutti gli scultori romani
di eroi, tutti i Picasso
e i Micasso e
i Micayo
e
i Machado
e i Kerouaco-
perfino la gloriosa affermazione di Asvaghosha
e di Asanga e il sacro Sayadaw
e tutti i santi buoni e gentili
e gli esseri divini e inestricabili
i sacri e i perfetti
Tutti i Budda e i Dharma
Tutti i Gesù e le Gerusalemmi
E i Giordani e i Come Va
-Niente, nessuno, un sogno,
una bolla scoppia, una briciola di schiuma
nelle immensità del mare
a mezzanotte nel buio
Domani sera, per chi si trova nei paraggi
haiku del mattino chimico
di (29/12/2006 - 11:36)

Nudi spettri si cercano nel silenzio.
“Quale creatura dà vita a se stessa?”
Abbatti il futuro se non ti appartiene.
R.A.
zio bill
di (28/12/2006 - 09:51)
Come ha cominciato a interessarsi alla tecnica dei cut-up?
Un amico americano, Brian Gysin, poeta e pittore, che vive in Europa da trent’anni, è stato - per quanto ne so - il primo a creare cut-up. Una sua poesia composta con questa tecnica, "Minutes to go", fu trasmessa dalla BBC e poi pubblicata in un pamphlet.Mi trovavo a Parigi nell’estate del ‘60; dopo la pubblicazione francese de Il pasto nudo. Cominciai a interessarmi alle possibilità che questa tecnica offriva e a sperimentarla io stesso. Naturalmente, se ci si pensa, The Waste Land è stato il primo grande cut-up e Tristan Tzara ne aveva composto qualcuno seguendo gli stessi versi. Dos Passos usò la stessa idea nelle sequenze di The Camera Eye negli Stati Uniti. Sentii che stavo andando nella stessa direzione […]
Che cosa offre al lettore il cut-up che invece la prosa tradizionale non offre?
Qualunque brano di narrativa o immagine poetica viene sottoposto a innumerevoli variazioni, tutte ugualmente interessanti e valide. Una pagina di Rimbaud tagliata e riarrangiata offrirà immagini completamente nuove. Le immagini di Rimbaud - le originali immagini di Rimbaud: ma nuove.
Lei deplora l’accumulo di immagini e allo stesso tempo sembra che ne cerchi di nuove.
Sì, è parte del paradosso di chiunque stia lavorando con le parole e le immagini, e dopotutto questo è quello che fa uno scrittore. E anche un pittore. I cut-up stabiliscono nuovi legami tra le immagini, e di conseguenza espandono la propria gamma di visioni.
[ Conrad Knickerbocker, Intervista con William Burroughs. Traduzione italiana di Claudia Gasperini, MinimumFax, Roma 1998, pp. 34-35 ]
tre poesie di federico fiumani: domani a grottaglie
di (27/12/2006 - 18:00)
FEDERICO FIUMANI
tratte da NeogrigioEdizioni Lacerba,Dicembre 1983,Tiratura Limitata 300 Esemplari

MAGNETICO
Guardando fuori
gli occhi si fermano al vetro
ignorando il sorriso del mondo
al primo risveglio
e i raggi del giorno
scivolano stancamente
sugli oggetti lasciati per terra
che riscoprono la luce
in un magnetico disordine.
PUNK
La forza del rumore
è rimasta dentro di me,
nel ritmo isterico delle cose.
Non è ricordare quello che voglio.
Chiudiamoci in un garage
a creare cose nuove
a dare una forma
alle nostre attitudini,
perché il tempo non ci risparmia
e le mani si stanno congelando.
TARANTO 1982
Il confondersi delle case
era un quadro confuso
che si stemperava sorridendo
sul ferro delle rotaie.
Io cercavo il filo
che lega le cose senza ferirle
aspettando l'abbraccio del giorno
in una stazione completamente vuota
haiku del fosco natale
di (25/12/2006 - 21:34)

Che completa debacle questa giornata:
calda lava lambisce l'intera
latitudine della pazzia.
r.a.
un racconto
di (25/12/2006 - 17:17)
Storie del bosco boemo
di Angelo Maria Ripellino
1.
Non ho ancora trovato il tema di questo racconto. Eppure non posso non scrivere. Scrivere, prendere appunti è un’ossessione che ti corrode la vita. Me ne sto qui sull’erba bruciata di Forte Antenne, a schizzare pigri disegni. Estrella mi guarda ridendo. Riempirò molti fogli di graffiti e di sgorbi e di ghirigori. E alla fine in un lampo mi si chiarirà l’argomento.
Guardando quest’erba riarsa e pestata come lo squallido tappeto di una balera, mi riappare alla mente un’altra erba: fresca, gioiosa, smeralda, il dolce prato di Dobrís, sul quale, prima della calata dei Filistei, mi stendevo a sognare, come Oberon sopra un letto di gigli. Ed ecco so già di che cosa narrare. Tu ti ripeti come i vecchi, mi dice Estrella. Barcolli sempre su un punto a guisa di Tanzmeister ubriaco. Perdonami. Racconterò di un mio viaggio di qualche anno addietro, quando, non resistendo alla nostalgia, volli tornare in segreto in Boemia. Perché gli sbirri non mi riconoscessero, mi ero travestito da zbrojnos, da scudiero, come don Ramiro, principe di Salerno.
Girovagando di paese in paese per questo regno del provvisorio e poligono di eterne manovre, per questa asservita provincia e gubernija, evitai di avvicinarmi alle mura di Praga. Troppi ricordi. Praga? Fingevo che fosse lontana, più lontana di Kiskindhá, la città delle scimmie.
2.
Dopo aver molto girato, albergando in incognito in grame locande, in cui servono gnocchi tigliosi e pèccheri grandi di birra, mi ritrovai una mattina raggomitolato, con gli occhi gonfi di sonno, sul trenino Písek-Vodnany. Era d’agosto. Comete di fumo avvolgevano il mostro di ferro, tirato da una vecchissima vaporiera Blenkinsop, che col suo fracasso spauriva gli stormi di oche sui campi. Guizzarono alla mia memoria due versi del poema Il sogno di Holan: «Miseri tigli bollono il tè – contro la grande tosse canina del treno».
Hai mai visto, lettore, le automobili-nonne dalle lamiere arricciate come cuffiette e i venerabili treni che arrancano, intarsi di pezzi a malapena tenuti insieme, per il paesaggio della Boemia? Diresti che in quella contrada copiosa di tutti i beni corrano ancora trenini alla Keaton, e ti aspetti che a un punto qualsiasi i passeggeri debbano scendere per cercare i binari smarriti sotto ai vagoni simili a diligenze. Che il personale sia pronto a storcere le rotaie, se una frotta di palmìpedi non vorrà spostarsi. Che il treno debba indietreggiare da un tunnel, se incontra là dentro un branco di mucche. Che a un tratto possa spezzarsi in due matti monconi, lanciati ciascuno su un altro binario. E che a Vodnany i vagoni, coi viaggiatori dipinti di nera fuliggine, arrivino, perdendo le ruote in un sordo sconquasso, prima della vaporiera.
Su quel trenino burlesco strinsi amicizia col conduttore signor Brandys, un grassone gioviale, una giara di luppolo. «Ma come si è vestito?», mi chiese, scrutando incuriosito i miei panni barocchi. E poi si fece promettere che sarei andato a trovarlo nel suo paese natìo, a Ceská Skalice, per la festa delle giorgine.
3.
Tutti coloro che incontravo in questi piccoli treni mi sembravano ombre, inquilini dell’Erebo, immagini stinte di una stagione irrevocabile. A Protivín salirono due vecchi: una signora vestita di nero, con lunghi guanti giallo sènape e uno scialle indiano a ricami floreali, e un omino gessoso dai bianchi capelli a spazzola e con setoline di barba, in una giacca striminzita di nero alpaca. Avevano entrambi un aspetto di larve, di trapassati.
Entrarono nel mio scompartimento: e si sedettero di fronte a me, osservandomi con sguardo penetrante. Sulle prime non li riconobbi. Ma poi, quando il treno con truculenza di tamburo maggiore riprese a picchiare sulle rotaie, d’improvviso con una stretta al cuore mi accorsi di avere davanti
la signora Koutecká , una traduttrice un poco antiquata, e lo scrittore Karel Konrád, di cui da tempo sapevo che erano morti. Mi fu chiaro che anche loro mi avevano riconosciuto, sebbene fossi camuffato in maniera così balorda. «Sembra il protagonista di un dramma cavalleresco di Klicpera, un paladino conocchiato» bisbigliò Konrád alla donna.
«Pane Konráde, kde máte tasticku?»: «Signor Konrád, dove ha lasciato la borsa?» chiesi al minuscolo vecchio grinzoso, ricordando che ogni mattina a Dobrís lo incontravo con una reticella o una sporta, mentre andava a portare ossi e lische di pesce e francobolli di lardo a un cane malato dietro l’orangerie. «E giuoca ancora al biliardo con Vasek nella biblioteca saccheggiata del Castello?». Ma non poteva rispondere a un vivo, sebbene mi avesse capito. «E Jirka, dov’è Jirka, con le sue guance a guisa di melanzane? Rammenta quando Jirka scendeva in cucina a preparare squisite zuppe di funghi?». Mi rivolsi alla signora Koutecká, sperando che almeno lei mi dicesse una paroluzza: «Rammenta, signora, quando ascoltavamo alla tele i perplessi discorsi di Sasa Dubcek? Di Dubcek, elegante, in cravatta e con un fermaglio al colletto, dopo gli sciamannati figuri dell’età staliniana?». Ma nessuna risposta: soltanto il fracasso scurrile del treno.
Nel luglio e nell’agosto del 68 avevo vissuto con loro e con altri scrittori nel castello di Dobrís non lungi da Praga, con loro e con altri scrittori, parecchi dei quali fanno ora i guardiani notturni, l’altalena estenuante di entusiasmi e di angosce che precedette l’occupazione. Sapevamo che l’abolizione della censura, lo splendore e la libertà della stampa, della tivù, della radio, gli arditi articoli di «Literární Listy», l’inchiesta sulla morte di Jan Masaryk, il rinnovamento della vita parlamentare, il risveglio della classe operaia, la febbre di mutamento dei giovani, il brulicare improvviso di gruppi e di associazioni, le critiche alla Pentarchìa di Varsavia, il
Manifesto delle Duemila Parole, alieno da moine e da inchini servili: tutto questo non poteva piacere agli uccelli del malaugurio, che stavano intorno in agguato come esecutori testamentari, ai tutori stranieri, più torvi dei reggenti dipinti da Frans Hals. Eppure qualcuno di noi si faceva ancora illusioni, mentre il Supremo Concilio dei Filistei, nell’attesa del Giudizio Finale, alternava minacce, manovre, messaggi ed incontri su strade ferrate, agitando come una maschera di carnevale lo sconcio spauracchio della Controrivoluzione, cospirando coi giuda locali, imbastendo orditure di fragorose menzogne. «Signora,» dissi alla smunta Koutecká, che era cubismo di rughe «che cosa darei perché il tempo tornasse indietro». A queste parole tutta si sgomentò: si capiva che ne aveva sin sopra ai capelli delle trufferie della vita. Dal corridoio un’altra ombra, Jan Drda, con un traboccante cespuglio di chiome iraconde, mi guardava, tenendo in mano un erbario, lui che mi aveva insegnato i più matti nomi di fiori. Gli sorrisi e lui pure fece bocca da ridere e voleva parlarmi, ma riuscì solo ad emettere un lugubre rantolo. Non mi restava che ricomporre come in un puzzle i frantumi di quel Castello classicheggiante costruito nel Settecento: ricomporre nella memoria i frantumi dell’orizzontale palazzo, del giardino francese, delle alte siepi, delle scalinate e terrazze, delle mitologiche statue di pietra arenaria eternamente in restauro, della fontana di Helios del Platzer, dei viali, in cui un tempo tubava una plebe di tòrtore: ricostituirne la prospettiva illusoria e rimettervi dentro, non ombre malsane ma vivi, quei miei conoscenti che erano risaliti dall’Orco per festeggiarmi.
[…]
(da
Angelo
Maria Ripellino, STORIE DEL BOSCO BOEMO, Edizioni Mesogea 2006)
30 dicembre
di (23/12/2006 - 20:19)
Jack Kerouac Il violentatore della prosa
(Icaro Editore)
scritto da Rossano Astremo

Sarà presentato sabato 30 dicembre alle ore 20, presso il Teatro Monticello di Grottaglie, al'interno della manifestazione "La settimana bianca", “Jack Kerouac. Il violentatore della prosa”, biografia letteraria sul padre indiscusso della Beat Generation scritta da Rossano Astremo e pubblicata da Icaro Editore. Il testo di ricostruisce le tappe più importanti dell’esperienza scritturale di Jack Kerouac, capostipite del movimento beat. Un viaggio che passa attraverso la sua vita, gli aspetti teorici della sua scrittura, l’analisi dei contenuti di tutti i suoi libri, con un’attenzione particolare rivolta a “I sotterranei”, romanzo che più d’ogni altro mette in evidenza le caratteristiche rivoluzionare della prosa sperimentale dello scrittore americano. Perché Jack Kerouac non è stato solo l’autore di “Sulla strada”, romanzo che ha stregato più di una generazione, del quale lo stesso autore non era totalmente soddisfatto, a causa delle modifiche apportate dalla casa editrice che ne snaturarono l’originaria e folgorante prosa spontanea e jazzistica. Nel corso della serata verrà proiettato il documentario “What Happened To Kerouac?”, di Richard Lerner e Lewis MacAdams, nel quale Kerouac viene sezionato, analizzato e interpretato da Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso Lawrence Ferlinghetti e tanti altri. Kerouac appare in vari segmenti filmati e ospite in varie trasmissioni televisive. +
i romanzi italiani dell'anno secondo me
di (23/12/2006 - 10:09)
Le classifiche lasciano il tempo che trovano, etc. etc. Però se dovessi scegliere cinque romanzi scritti da autori italiani in questo 2006 che mi son piaciuti più di altri farei la seguente mini-lista.

1.Walter Siti, Troppi paradisi (Einaudi)
2.Giuseppe Genna, Dies Irae (Rizzoli)
3.Roberto Saviano, Gomorra (Mondadori)
4.Antonio Pascale, S’è fatta ora (Minimum Fax)
5.Mario Desiati, Vita precaria e amore eterno (Mondadori)
anticipazione
di (22/12/2006 - 10:19)
Esce finalmente a gennaio l'atteso libro postumo che raccoglie tutte le poesie di Claudia Ruggeri. "Inferno minore", questo è il titolo. Libro pubblicato da peQuod e curato da Mario Desiati. Qui un'anticipazione. Una poesia scritta negli anni '90, prima della composizione del poemetto-capolavoro della Ruggeri che dà il titolo a questa raccolta.

CLAUDIA RUGGERI
BALLATA
Quanto vorrei avere una lametta
per disegnare
sul tuo stomaco supino
una circonferenza.
Poi alzerei il coperchio
e svellerei
l’estremità inferiore
del tumido intestino.
Piano piano il gomitolo
srotolerei in chilometri
quindi arrivata a Roma
vi salirei in groppa
con la lametta
in mano.
Vorrei saltare monti
corrodere le strade
vedere oceani
a cavalcioni del tuo Intestino
poi arrivare al Polo,
con la punta rossa
del tuo sangue
inciderei anche me.
Dopo un riuscito innesto
gongolante nel taciturno gelo
quanto vorrei
offrire a te lontano
la tua cacata
lucida e ghiacciata.
Quanto vorrei avere una lametta
di quelle che usano gli amanti
per annunziare ai tronchi
il loro Amore.
DISASTER
di (22/12/2006 - 10:16)

È ricomparsa d’improvviso, dopo anni di latitanza, ben nascosta dietro strati di pelle porosa. È ricomparsa senza un minimo cenno, senza il giusto preavviso che è doveroso dare quando si toccano sensazioni così totalizzanti. È ricomparsa mentre i miei occhi osservavano con attenzione le opere di Andy Warhol, esposte presso il Chiostro del Bramante di Roma. “Pentiti e non peccare più!”, questo il titolo della mostra. 80 opere su tela di grande formato, fotografie e video provenienti perlopiù dal Warhol Museum. Ero in un’immensa sala ad osservare le figure iconiche che tanto celebre hanno reso Warhol, da Marilyn a Marlon Brando, passando per Jackie Kennedy, rappresentata nel giorno dei funerali del presidente assassinato, sino ad arrivare, una volta entrato in una nuova e ancora più grande sala, alla serie dei Disaster, raffiguranti immagini degli incidenti automobilistici e delle vittime tratte dalle pagine dei giornali e resuscitati sulle tele nel loro puro orrore. È ricomparsa in tutta la sua ineluttabilità, proprio negli attimi in cui il mio sguardo si posava silente su figure di lamiere accartocciate e corpi senza vita, la paura della morte. Quella stessa asfittica sensazione che crea voragini nello stomaco e che per molti anni mi ha accompagnato durante la mia infanzia. Dove si va quando si muore? Dove? Era questo che mi chiedevo e naturalmente non avevo risposte da dare, ma solo un senso di sconforto, un palesarsi nella mia mente di campi cromatici neri al solo pensiero di un mondo in grado di poter alimentarsi ottimamente anche senza la mia presenza. Quella stessa sensazione è tornata ad assalirmi. E ora, come ad allora, non so darmi risposte alla domanda che tutte le altre divora.
R.A.
un libro fondamentale: per chi non l'avesse ancora letto
di (20/12/2006 - 17:54)

GIUSEPPE GENNA
Da ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE
La camera oscura
La metafora del mondo spettacolare è resa esausta, cioè esaurita, secondo la lezione degli scatoloni di riciclo dei toner di fotocopiatrici nei meandri aziendali : "Inserite qui le cartucce esauste". L'esaurimento dei significati è simile alla condizione di un bolo di cibo, rimasticato fino all'estrema spremitura, fino ad averne ricavata ogni particola di nutrimento. Come pura materia inerte, la "società spettacolare" è un'espressione sulla bocca di tutti, pronunciata da tutti perché nessun orecchio ne avverta più il significato. Nella grande colonizzazione dell'umano che è in atto, possedere significa questo : dimenticare, non accorgersi della presenza di un oggetto mentre l'oggetto è presente. Ovviamente, le cose non stanno così.
Figurarsi la società in quanto spettacolo significa figurarsi uno spettacolo. La proiezione di un film, per esempio. Il pubblico, nella sala buia, rispetta le regole vigenti, che impongono un religioso silenzio perché agli altri non sia interdetta una comoda visione. Nessuno vede chi sta accanto. Un uomo potrebbe morire, ma lo spettacolo che viene inscenato, l'unica autentica realtà che ha spessore durante la proiezione, è il film. Ciò che sta al di qua del film non ha valore. Potrebbe averlo soltanto in quanto appendice del film : vedere i lettighieri irrompere nella sala, le luci accendersi, qualche mugugno accanto al rantolo del moribondo che viene trasportato, pallido e spettrale, sulla barella - tutto ciò costituirebbe un valido prosieguo dello spettacolo nelle file degli spettatori. Non ci sarebbe reale pericolo : dopo la breve e concitata interruzione, di nuovo calerebbe il buio e lo schermo s'illuminerebbe, e noi solamente avremmo un aneddoto in più da raccontare al ritorno dal cinema. Nel caso dell'esempio cinematografico, il mondo è rappresentato nelle persone degli spettatori. La realtà, quella che vuole essere spacciata come realtà, sarebbe una pura rappresentazione : il film stesso. La sua carica affabulatoria è irresistibile : il mondo ha pagato per assistere al suo svolgimento. I personaggi, le cui trame e improbabili destini si intrecciano sul grande schermo, sono caricati di un'aura mitica. Divi a tutti gli effetti, sono scimmie dei divini, fantocci di una cosmologia immaginaria, depotenziata, ma non per questo meno reale. Il fascio di luce che origina gli eventi rappresentati in cinemascope è ben individuabile : basta voltarsi per vederlo provenire dalla cabina di proiezione. Eppure esso conserva un'origine seducente e misteriosa, inviolabile. Cosa si cela, realmente, in quella cabina ? Quale segreto iniziatico compie il suo corso in quel luogo ambiguo ? Di che specie di alchimia si tratta, in quel budello individuabile e nascosto al tempo stesso ? E' un fatto che pochissimi si voltano verso l'origine del fascio e, se lo fanno, certo non irrompono nella cabina di proiezione. Al più restano incantati a osservare la polvere sospesa nella luce, come i residui selenici di un'esplosione già avvenuta. E tutti noi ignoreremmo il reale stato delle cose al di là del muro, se la stessa cinematografia non avesse avuto la pietà di rappresentarci, come una mitologia melanconica e desabillé, il ruolo del proiezionista in diverse pellicole.
Chi sta fuori dal gioco, per esempio il cospirazionista, è simile, nella sua condizione di isolamento per troppa conoscenza, al proiezionista. Egli usufruisce di una visione più concentrata, densa e dettagliata - su piccolo schermo - del film che sta proiettando. L'ha visto molte volte e ha perduto da tempo l'eccitazione che agita il pubblico in sala. La sua aria scettica, trasandata, tradisce una noncuranza dovuta alla cattiva abitudine di conoscere fin troppo bene il finale del film. Si permette di mangiare, con malcelata indolenza, da una schiscetta che pare fuori dal tempo. E' un essere a suo modo affascinante. La sua cabina, i suoi tre quattro segreti del mestiere fanno la gioia degli adolescenti che si avventurano oltre la soglia del suo regno. Crescendo, essi perderanno lo stupore che accompagnava il lento e meticoloso cambio di bobine, lo spostamento attento delle manopole. Conserveranno, altresì, un poetico e crepuscolare ricordo di quei momenti impagabili, che per un attimo avevano fatto loro apparire il mondo sotto una luce diversa : quella che acquisisce quando si è in cabina di regia.
E tuttavia, il proiezionista stesso altro non è che un super-spettatore. Il suo scetticismo di base, dovuto alla reiterata esposizione ai segreti della pellicola, non è nulla se non un genere differente di assistere alla rappresentazione. Il cospirazionista non si illude mai di potere cambiare le cose. Mai il proiezionista fa cessare lo spettacolo. E, cosa ben più fondamentale, c'è sempre qualche cinema che proietta la pellicola, indipendentemente dalle follie di un operatore che si mette in testa di fermare la rappresentazione. I cospirazionisti, in tale modo, addivengono a uno stato di nichilismo poco invidiabile. Essi sono convinti che nulla si può fare per interrompere il gioco e che, in fine dei conti, conviene tacere e chiudersi nel proprio disincanto. La loro odiosa impotenza si rovescia in un'altrettanto odiosa lezione di vita. Essi conoscono fin troppo bene come funzionano i meccanismi dello spettacolo e la morte di Dio, per loro, ha il sinistro suono del fruscio della celluloide.
Da tanti anni ormai hanno offuscato anche i sogni in celluloide. Come sempre accade, è dovuto passare molto tempo perché ci rendessimo conto di quanto era all'avanguardia uno tempi che potevamo vivere rispetto al tempo che vivevamo e che ancora non abbiamo terminato di vivere. Così, sogni straordinari sono sfumati e a nulla vale ricordarne gli orli vaghi o le trame complesse, perché hanno perduto ormai il loro leggendario impatto. Pare tuttavia che tali sogni abbiano acquistato, in cambio, un nuovo potere, affascinante e indefinibile, che nasce quando oramai si può provare solo struggimento di fronte ai giorni andati.
Taxi driver è uno dei capolavori che rende il cinema un'arte nel senso più radicale del termine. Esso è in grado di rappresentare al meglio il dramma faustiano dell'uomo che tenta di sconfiggere la vita e ne è sconfitto. La parabola di questo sogno al di là di noi stessi, spesso se non sempre, ha elevato le anime e gli oggetti che venivano lambiti da questo fantasmagorico sciabordio. Purificati dalle scorie della falsa vita, gli uomini si sono resi essenziali e il mondo è apparso splendido. In questa semplicità disincarnata sta uno dei non minori pregi della rappresentazione artistica. Le persone, fattesi personaggi, in tutto e per tutto verisimili e all'altezza di ciò che segretamente desideriamo, operano i cambiamenti su un mondo uniformato, mentre ciascuno di noi intimamente dispone le batterie della propria fantasia per la battaglia finale.
Quindi non è alla rappresentazione del Potere biascicante dalla tribuna del suo pubblico speaker corner che Robert De Niro rivolgerà il fuoco delle proprie armi. Sarà invece a una più concreta moralizzazione che egli metterà mano. Una natura fallace e metropolitana, invasiva fino al punto di costringerlo a sviluppare un esoscheletro tecnologico e spaventoso (le armi e i meccanismi sotto le maniche della camicia), non è per questo meno naturale e meno distante dalla potenza riformatrice dell'uomo che, al centro della natura, non riesce a evitare di sognare un mondo migliore. L'avvertimento dell'assoluta naturalezza di una morale porterà il taxista a uno scontro molto diverso da quello che pensava di affrontare. I suoi proiettili sono destinati a fare crollare la facciata del falso mondo : non quello illusoriamente apodittico del confronto democratico, bensì il territorio contingente e potentissimo di una situazione liminale, quella del pappone che prostituisce una tredicenne. Che la facciata sia sgretolata e che il pericolo sia immane perché imminente e concreto, è evidente dall'utilizzo sapiente dei tempi e della rappresentazione di ciò che accade appena il massacro del pappone ha avuto luogo : si osserva la polizia recintare il sorido alberghetto, la gente accorre ma non può vedere, tutti sono tenuti a debita distanza, e il tempo del rallenty sancisce la dimensione epica e particolare di questo rischioso istante : l'istante in cui l'esistente è stato fatto implodere dalla volontà di un uomo che ha imposto un nuovo ordine.
Il taxista rientra nella normalità dopo una cura idonea : lo testimoniano gli articoli di giornale appesi ai muri, in cui si descrive il gesto eroico e la convalescenza in ospedale dell'attentatore. Articolo e cura coincidono, in una convergenza parallela che non inquieta più alcuna anima candida, da quando non esistono più anime candide. Chi sbaglia la lettura del momento cinematografico reagisce al colpo di scena pensando all'immoralità di un attentatore che, in forza di una falsa verità, ottiene fama di vittima ed eroe. La patente di eroismo su carta di giornale, tuttavia, viene concessa da chi aveva confinato una tredicenne nel regime della prostituzione e fatto, di un emarginato, un pappone nichilista col vizio del romanticismo.
Robert De Niro, lo sguardo nel vuoto, bovino, è seduto. Col piede gioca a tenere in equilibrio il televisore, non sa se farlo cadere o meno. Alla fine la tv cade, si sfracella.
Nel buio del cinema chiunque ha presente che, ai lati, esistono le porte di sicurezza, che nessuno di noi sa come usare, pronte per l'incendio finale.
Ha scritto Jean Jacques Rousseau : "Non adottiamo quegli spettacoli che rinchiudono tristemente poche persone in un centro oscuro, tenendole timorose e immobili nel silenzio e nell'inerzia".
zio bill
di (20/12/2006 - 15:09)
WILLIAM BURROUGHS
incipit da Città della notte rossa
13 settembre 1923
Farnsworth, l'Ufficiale Sanitario Distrettuale, era un uomo talmente ingrugnato nelle sue aspettative della vita che ogni vittoria era una sconfitta; però non era privo di una certa pesante tenacia ed efficienza nel suo limitato ambiente. L'attuale stato di emergenza posto dalle inondazioni e dalla conseguente epidemia di colera, non costringendolo ad alcuna attività insolita, lo trovava padrone di sé. Ogni mattina all'alba, ammucchiava le sue carte geografiche bisunte, che studiava a colazione mentre si leccava via il burro dalle dita, nella sua scassata Land Rover e usciva a ispezionare il suo distretto, fermandosi qua e là a ordinare altri sacchetti di sabbia per gli argini (sapendo che i suoi ordini sarebbero stati trascurati, come generalmente avveniva a meno che il Commissario per caso fosse con lui). Ordinava a tre astanti, presumibilmente parenti, di trasportare un caso di colera all'ospedale distrettuale di Waghdas e lasciava tre pillole d'oppio e le istruzioni per preparare l'acqua di riso. Loro annuivano, e lui se ne andava, avendo fatto quello che poteva.
un'altra poesia
di (20/12/2006 - 09:46)
FRANCO ARMINIO
OUTLOOK

venti, venticinque al giorno.
non parlo di sigarette
ma delle volte in cui apro la posta.
aspiro il fumo della comunicazione
ogni volta che è in corso la sospirata ricezione.
all'inizio lo facevo uno, due, tre volte,
ma poi ha preso il largo
la droga del messaggio.
invio, invio
e se non c'è risposta
scrivo e invio,
alla fine parlo
sempre io.
una poesia
di (20/12/2006 - 09:37)

BOB KAUFMAN
RISPOSTA
per Eileen
Dormi, piccola, dormi per me,
Dormi il profondo sonno dell’amore,
Sei amata, che tu dorma o vegli,
Sei amata.
Venti danzanti canteranno per te,
Antichi dei pregheranno per te,
Un povero poeta perduto ti amerà,
Mentre le stelle compaiono
Negli oscuri
Cieli.
PINCIO/PYNCHON
di (19/12/2006 - 00:00)

thomas pynchon
Contro il tempo e lo spazio
Appena uscito in America, «Against the day», ovvero l'ultimo romanzo dell'invisibile scrittore americano, è una successione apparentemente caotica di eventi sparsi per il globo, che conferma il piglio anarchico dell'autore e la veemenza del suo attacco al capitalismo. Essendo i tempi quello che sono, a molti critici simili idee sono parse bambinesche se non proprio intollerabili
Tommaso Pincio
Apparso nelle librerie americane in prossimità del Giorno del Ringraziamento, dopo un'attesa protrattasi per quasi un decennio, il nuovo Pynchon non ha certo ricevuto una calorosa accoglienza. Com'era prevedibile, tra i più veementi stroncatori si è prontamente distinta l'acidula Kakutani che pure aveva apprezzato il precedente Mason & Dixon. Per il critico del New York Times il libro «sembra l'imitazione di un romanzo di Pynchon scritta da un suo accanito quanto grossolano fan sotto l'effetto di qualche stupefacente». Pareri dello stesso tenore sono stati espressi da una nutrita schiera di detrattori. Chi lo ha definito un libro senza capo né coda; chi un Moby Dick senza capitano Achab né balena; chi ha ipotizzato che nemmeno Pynchon capisce quel che scrive.
Bisogna riconoscere che, in un certo senso, l'autore se l'è cercata scrivendo di suo pugno una sorta di anticipazione nella quale sembra prendere per i fondelli i suoi vezzi più caratteristici quali l'uso di termini oscuri, la descrizione di strane pratiche sessuali e le «stupide canzoni» che di punto in bianco i personaggi si mettono a cantare interrompendo l'azione del romanzo. Il testo, comparso sul sito di Amazon la scorsa estate, si chiudeva così: «Che sia il lettore a decidere. Che il lettore stia in guardia. Buona fortuna». E i lettori, o per meglio dire i critici, guardinghi lo sono stati. A modo loro, però, stabilendo in pratica che Pynchon è uno scrittore finito e fuori dal tempo.
continua a leggere qui: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Dicembre-2006/art55.html
Rete e Letteratura/ la nuova rivoluzione
di (18/12/2006 - 23:58)
Il canto di Babsi Jones: prodromi alla Rete "letteraria" 2.0
di Giuseppe Genna
Ascolta "Talvolta abbiamo tempo", file .mp3, 2.79mb, circa 3 minuti, nell'esecuzione di Babsi Jones
Con un post non dissimile agli altri che ingemmano il suo blog - il quale personalmente ritengo fondamentale per il Web italiano: la realtà transculturale e trans-soggettiva più vivace e stilisticamente alta della blogosfera letteraria, che una volta fu e adesso è morta e sepolta -, Babsi Jones conclude una fase di transizione che l'Internet italiana, intesa quale àmbito di "discussione" culturale, sta faticosamente compiendo, per trascinarsi verso una fase 2.0: una fase in cui non ci sarà più asilo per osservazioni circa il rigore dei dibattiti, poiché i medesimi dibattiti assumeranno altra dimensione e forma. y cuando ya ganaron ellos y también ganamos nosotros si intitola il post ed è degno di alcune osservazioni generali.
continua a leggere qui: http://www.carmillaonline.com/archives/2006/12/002064.html
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