aspettando manituana
di (31/08/2006 - 23:07)
Giap#1, VIIIa serie - Ripartire da quel che siamo - 1 settembre 2006

Ad Angelo Frammartino e Renato Biagetti
accoltellati a morte nell'agosto 2006
e di nuovo a Federico Aldrovandi
massacrato quasi un anno fa.
"Io non credo nella violenza.
Per questo voglio fermarla."
(Malcolm X)
PER LEGGERE TUTTO GIAP!
1. RIPARTIRE DA QUEL CHE SIAMO
Funky Monks. Quasi fuori dal Sabbatico, nuova serie di Giap
Wu Ming: chi siamo, cosa facciamo - nuova pagina biografica
2. MANITUANA
A proposito dei "prolegomeni" a Manituana - di Alessandro Gazoia
3. COSA C'E' DIETRO L'ANGOLO
Eleganza, ambiguità, ironia: Cary Grant
Un numero speciale della Chicago Review
I nostri cugini Yo Yo Mundi
4. AI FRATELLI MAGGIORI
Piermario Ciani. Un articolo e due frammenti video
Le inaspettate epifanie sulla strada di Valerio Marchi
5. COPYLEFT E DINTORNI
A Roma, una vittoria: la SIAE riconosce le licenze aperte
Intervista a scarichiamoli.org: Andrea Finizio eroe del copyleft
6. FEEDBACK
Piccioni estinti, Arbitri, Mario Placanica
estratto
di (31/08/2006 - 16:51)
Cormac McCarthy
Un estratto da Non è un paese per vecchi

Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L'ultima volta il giorno dell'esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non ne avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all'esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c'entrava niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno. Mi disse che se fosse uscito di galera l'avrebbe rifatto daccapo. Disse che lo sapeva che sarebbe andato all'inferno. Proprio così, parole sue. Io non so cosa pensare. Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona. Li ho guardati mentre lo legavano alla sedia e chiudevano la porta. Il ragazzo poteva avere l'aria un tantino nervosa ma niente di più. Lo sapeva che da lì a un quarto d'ora sarebbe stato all'inferno. Io ci credo. E ci ho pensato tanto. Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l'anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato proprio tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo.Dicono che gli occhi sono le finestre dell'anima. Io non so di cos'erano la finestra quegli occhi e mi sa che preferisco non saperlo. Ma da qualche parte intorno a noi esiste un'altra visione del mondo e altri occhi per vederlo ed è lì che questa storia sta andando a parare. Mi ha portato a un punto della mia vita dove non avrei mai pensato di arrivare. Da qualche parte là fuori c'è un profeta della distruzione in carne e ossa e io non voglio trovarmelo di fronte. Lo so che esiste davvero. Ho visto cos'è capace di fare. Sono già passato una volta davanti a quegli occhi. E non lo farò mai più. Non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo. E non posso neanche dire che dipende da quello che uno è disposto a fare. Perché l'ho sempre saputo che uno dev'essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro. E io sono sempre stato disposto. Non per vantarmene ma è così. Se non sei disposto a morire quelli lo capiscono. Lo vedono in un batter d'occhio. Credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo. Ora che ci penso forse non l'ho mai voluto.
Il vicesceriffo lasciò Chigurh in piedi in un angolo dell'ufficio con le braccia ammanettate dietro la schiena, poi andò a sedersi sulla poltroncina girevole, si levò il cappello e mise i piedi sulla scrivania e chiamò Lamar al telefono.
Sono rientrato in questo momento. Sceriffo, aveva addosso un aggeggio tipo bombola di ossigeno per i malati di enfisema o qualcosa del genere. E poi aveva un tubo che gli passava dentro la manica e andava a finire in una di quelle pistole ad aria compressa che usano al mattatoio. Sissignore. Be', è un affare fatto così. Lo vedrà quando arriva. Sissignore. Ci penso io. Sissignore.
Poi si alzò dalla poltroncina e si sganciò le chiavi dalla cintura e aprì il cassetto della scrivania per prendere le chiavi delle celle. Mentre era chino in avanti, Chigurh si accovacciò e fece scivolare le mani legate fin dietro le ginocchia. Con un unico movimento si sedette e si dondolò all'indietro e si passò la catena delle manette sotto i piedi, e poi si rialzò all'istante e senza sforzo. Sembrava una mossa che aveva provato molte volte e infatti lo era. Gettò le braccia ammanettate attorno al collo del vicesceriffo e con un salto andò a sbattergli le ginocchia contro la nuca e tirò violentemente indietro la catena.
Caddero a terra. Il vicesceriffo cercava di infilare le mani sotto la catena ma non ci riusciva. Chigurh faceva forza sulle manette, con le ginocchia fra le braccia e il volto girato dall'altra parte. Il vicesceriffo si dibatteva come una furia e aveva cominciato a scalciare lateralmente per tutto il pavimento, in cerchio, rovesciando il cestino della carta straccia e scaraventando la poltroncina all'altro capo della stanza. Chiuse la porta con un calcio e avvoltolò entrambi nel tappeto. Gorgogliava e sanguinava dalla bocca. Si stava strozzando col suo stesso sangue. Chigurh non fece altro che tirare più forte. Le manette nichelate tagliarono fino all'osso. La carotide destra del vicesceriffo scoppiò e un fiotto di sangue schizzò per tutta la stanza, colpì la parete e colò giù. Le gambe del vicesceriffo rallentarono e poi si fermarono. Rimase a terra scosso dagli spasmi. Poi smise di muoversi del tutto. Chigurh restò lì a respirare piano, tenendolo fra le braccia. Quando si rialzò prese le chiavi dalla cintura del vicesceriffo, aprì le manette, si infilò la rivoltella del vicesceriffo nella cintura dei pantaloni e andò in bagno.
Si fece scorrere l'acqua fredda sui polsi finché non smisero di sanguinare, poi strappò dei brandelli di asciugamano con i denti, si fasciò i polsi e tornò nell'ufficio. Si sedette sulla scrivania e fissò le bende con il nastro adesivo, studiando il morto che lo guardava a bocca aperta da terra. Quando ebbe finito prese il portafoglio dalla tasca del vicesceriffo e tirò fuori i soldi, se li mise nel taschino della camicia e gettò a terra il portafoglio. Poi raccolse la bombola dell'ossigeno e la pistola ad aria compressa e uscì dalla porta, salì sulla macchina del vicesceriffo, mise in moto, venne fuori in retromarcia dal parcheggio e partì lungo la strada.
Sulla statale adocchiò una berlina Ford ultimo modello con solo il guidatore, accese i lampeggianti e suonò per un attimo la sirena. La macchina accostò. Chigurh si fermò poco più indietro, spense il motore, si mise la bombola a tracolla e uscì. L'uomo lo guardò avvicinarsi nello specchietto.
C'è qualche problema, agente?, disse.
Le dispiace uscire dall'auto, per favore?
L'uomo aprì la portiera e uscì. Perché, cosa c'è?, disse.
Si allontani dall'auto, per favore.
L'uomo si allontanò dall'auto. Chigurh scorse il dubbio affiorargli negli occhi alla vista della figura sporca di sangue che aveva davanti, ma era troppo tardi. Gli appoggiò la mano sulla testa come un guaritore. Il sibilo e lo scatto dello stantuffo pneumatico fecero il rumore di una porta che si chiude. L'uomo scivolò a terra senza un suono, con un buco rotondo sulla fronte da cui il sangue uscì gorgogliando per poi scorrere fin dentro gli occhi portando con sé il suo mondo che si smembrava pian piano, visibilmente. Chigurh si asciugò la mano col fazzoletto. Non volevo sporcare la macchina di sangue, tutto qui, disse.
appunti dell'invaso
di (31/08/2006 - 09:20)

Questa è una sera d’estate lunare,
appunti sparsi su dossi di piume:
cerca la cicatrice che invade la memoria,
adagio, senza sillabare, in mormorio.
Questa è l’attesa del tutto dentro,
un pugno di voci che satura la mente:
sventra lo spettro del lecito svanire,
adagio, in levare, senza iracondia.
Ed ora sputa sull’addome a solcare,
sputa sui capelli a spumare,
sputa sugli occhi ad accecare
questa vita color seppia,
così distante, così assente,
come uno sbadiglio senza danno.
Le nuvole recitano tempeste.
Vivi oppure muori. Come vuoi.
r.a.
31 agosto 1986-31 agosto 2006
di (31/08/2006 - 09:03)
Goffredo Parise
Goffredo Parise (Vicenza, 8 dicembre 1929 - Treviso, 31 agosto 1986) iniziò presto l'attività giornalistica, lavorando per quotidiani come l'"Alto Adige" di Bolzano, l'"Arena" di Verona e il "Corriere della Sera".
La sua opera di scrittore spazia dagli esordi surreali di "Il ragazzo morto e le comete" (1951) e "La grande vacanza" (1953) al realismo della trilogia veneta costituita dai romanzi "Il prete bello" (1954), "Il fidanzamento" (1956) e "Atti impuri" (1959, pubblicato originariamente col titolo "Amore e fervore" per volontà della casa editrice, nel 1972 col titolo scelto dall'autore). In questi tre libri Parise racconta una provincia veneta fatta di (falsa) devozione religiosa, di ipocrisia e calcolo politico: si pensi alla storia del prete fascista don Gastone Caoduro, uno dei più clamorosi bestseller del dopoguerra.
La lingua riesce a rendere tutte le sfaccettatture della realtà quotidiana, la sua ripetitività ma ne fa emergere, al tempo stesso, gli aspetti più insoliti, gli esiti più inattesi. Questo connubio di realismo e tendenza alla deformazione grottesca trova un esito significativo nel romanzo "Il padrone" (1965), parabola di un impiegato che finisce per essere plagiato dalla personalità del suo capoufficio, all'insegna di un paradossale contatto di Parise col filone della letteratura industriale che in quegli anni vedeva impegnati autori come Ottiero Ottieri e Paolo Volponi.
Seguirono i racconti di "Il crematorio di Vienna" (1969) e l'opera di teatro "L'assoluto naturale" (1967). In "Sillabario n. 1" (1972) e "Sillabario n. 2" (1982), con cui si aggiudica il premio Strega, lo scrittore dedica un breve racconto ad ogni sentimento, in ordine rigorosamente alfabetico, riscoprendo in questo modo, dopo tanti viaggi e tante esperienze, il valore più autentico delle emozioni. In quest'ottica va interpretato anche l'ultimo, discusso romanzo "L'odore del sangue", tanto sensuale e violento quanto affascinante, apparso postumo nel 1997.
La grande bravura del Parise giornalista emerge da alcuni vivacissimi reportages di viaggio, come "Cara Cina" (1966), "Due, tre cose sul Vietnam" (1967) e il libro dedicato al Giappone "L'eleganza è frigida" (1982). A confermare la grande curiosità di Parise, la sua disponibilità a confrontarsi con codici espressivi diversi sono anche numerose collaborazioni cinematografiche, in qualità di sceneggiatore, da "L'ape regina" (1963) di Marco Ferreri a "Ritratto di borghesia in nero" (1978) di Tonino Cervi.
Legato a una tradizione letteraria vicentina che parte da Antonio Fogazzaro e arriva a Guido Piovene di cui fu grande amico, Parise è riuscito a raccontare la realtà in cui fin dall'infanzia, come figlio illegittimo (fu riconosciuto a 8 anni dal giornalista che aveva sposato in seconde nozze la madre), si è trovato a vivere: una realtà fatta spesso di pregiudizi, di piccole e grandi viltà che i suoi personaggi affrontano con un feroce (spesso dolceamaro) sarcasmo e una tenace voglia di vivere.
una poesia
di (30/08/2006 - 14:32)
URSULA KRECHEL
Noi giochiamo a mondo salvo

Come la lingua giunge in bocca
ecco che mai non ne esce
partorita è la lingua
che lecca la lingua
partorita su un pezzetto di muro
volpe, tu sei rimasta con l’oca
ben salda tra i denti
nelle penne grida la lingua
e appena giace morta in bocca
partorita consegnata
un unico corpo
noi giochiamo a mondo salvo
A nascondino noi giochiamo
ivano ferrari
di (29/08/2006 - 18:43)
ivano ferrari
tratto da scrivere sul fronte occidentale (feltrinelli, 2002)

I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo
10 Settembre
Ritornerò a essere più nulla di raccontabile?
"L'occhio di Calvino" l'alluminio dei TABU
un Adelphi, lo zippo di ghiaccio
sullo stesso tavolo 'la morte e l'Occidente".
Sciabordate.
11 Settembre
Sono crollate le Torri. Alla televisione vedo piccoli punti nel vuoto, si lanciano in tutto quel fiato senza speranza di respiro. Ci sono stato anch'io qualche anno fa e avevo portato una bandiera con la faccia di Lenin, ecco il labirinto dei vincitori, gli dissi in italiano.
12 Settembre
Cominciano le beghe tra sentinelle: " io ho il cuore in mano e piango" dice una, " io, ho il cuore in mano, e piango! " risponde l'altra; " per fare
la pace ci vuole un po' di guerra " continua la prima, " per fare un po' di guerra ci vuole la pace " si infuria l'altra.
C'è una leggera prevalenza di volatili, falchi e colombe senza ferocia, senza Francesco.
13 Settembre
" Siamo tutti americani! ". Nasce il Fronte di Liberazione Etrusco.
14 Settembre
Quel modo di piegare le ginocchia issando la bandiera, un poco di presepio persino su omeri schiacciati, caviglie in gola e tante altre parti umane del dolore. Se anche i pompieri hanno occhi fiammeggianti come sarà il paradiso? Un signore con le lacrime agli occhi, che tragedia, che tragedia, ci vorrebbero i campi.
15 Settembre
Travestiti da rondini sul monte Tai
Negli occhi insonni delle case
larghi appena quel tanto da far da tana alla morte
ricanta il giorno
dolore immobile che ci scambiamo
per il futuro di qualche nudità colta al nemico,
non si tratta di impurità assunte dal paesaggio
corpi imparlabili, chimere con buco e pistolino
ma di frantumità assunta come causa
sfinimenti del mito,
nel deformare paniche pasture la libertà
militarmente occupa ognuna delle voglie a sè distanti
imponendo di ascoltare al lume della cenere
un delatore di crepe nella trama ammonticchiata delle Torri,
mangiando carne umana dicono si cambi destino e muso
in questo giorno undici qualunque
una carezza, un pezzo della mano, eccolo il terrore.
16 Settembre
Continuo a precipitare con loro, puntini volanti, macchie di inchiostro
sulla poesia. Fuoriuscire dalla realtà o dalla sua assenza?
" Il mondo non sarà più come prima ",in belle lettere, il personaggio cita,
il testo ripete, ma chi trasforma la logica? "Narrarono fiabe, e poi ricadder nel sonno"(Omar Khayyam )
17 Settembre
" In ogni caso, la nostra ambizione, e non altro, ci distingue. La nostra esistenza è cosa che interessa a chiunque sia sensibile al tormento dello spirito, a chi avverte quanto vi è di minaccioso nell'atmosfera del nostro tempo, a tutti coloro che intendono partecipare alle rivoluzioni, e che ci daranno i mezzi per vivere". (Antonin Artaud)
Sotto gli elmi non smettono di correre ,di aggiustarsi i capelli.
18 Settembre
Esclusioni topografiche, prudenze
massimo impreciso di antiche infanzie
il sogno del crollo delle Torri ha la mia età;
marmaglia di apparenze.
19 Settembre
Le parole non sono rimaste sotto le Torri, sono fuori, organizzate in retorica, marciano per non marcire perchè ci vuole, un po' di futurismo.
In questa sonnolenza caina si preparano le bombe. S. Sebastiano avrà le sue frecce, e con gli aquiloni arriva lo spago.
20 Settembre
Ciao come stai (io, fa lui) vorrei ambire a una risposta
e se tu dicessi o solo accennassi (io, fa lui)
potrei capire la processione di impulsi
la circolarità che ti spinge a morire,
se come stai me lo confermasse, (io, fa lui)
in amorosa anamnesi.
ancora goffredo parise
di (29/08/2006 - 09:09)
GOFFREDO PARISE
da Lontano, a c. di Silvio Perrella, Avagliano, 2002, pp.93-95.

Non molti anni erano passati (una decina) da quando lo incontrai per la prima volta in Piazza San marco ed egli sfoderò subito, in quel suo birignao, ahimè arricchito da una verruca in forma di minuscolo garofano all’angolo delle labbra, una battuta mondana: «Andiamo all’Harris Bar: fanno il più buon latte bollito del mondo». Avrà avuto venticinque anni, io ventuno. Entrambi al nostro primo libro, ma il suo si chiamava «Other voices, other rooms» ed era infinitamente più famoso del mio. Era leggermente grottesco, ma bellissimo, una strana apparizione di fata-uomo, un errore. «We talked», e nulla più, ma la sua gioventù di allora era secondo il mio parere, memorabile. Quella verruca e quell’odore di poppante!
Dieci anni più tardi, nel ’61, a New York, l’appuntamento era (d’obbligo per lui) al Morocco, un famosissimo locale notturno del jet-set, non so se tuttora esistente o coperto, invece, da tavolacce d chiusura definitiva e triste come è avvenuto per il Colony. Era di poco ingrassato e indossava un completo di velluto nero con un «fifi» verde smeraldo. Per un istante pensai a De Pisis che egli certamente non conosceva. Mi porse le guance per due sciocchi bacetti che non ottenne e mi presentò una ragazza che stava accanto a lui al bar. Salutai, non riconobbi subito, a giudicare dal vestitino assai corto di Bloomingdale, scarpe da tennis
impolverate di rosso, niente calze, capelli arruffati biondissimi e occhiali, occhiali da vista. Una ragazza di piccola statura, ma di proporzioni perfette e si sarebbe detto completamente nuda sotto quella maglietta di filo di Scozia. Pronunciò qualche parola con un impossibile birignao, il verso di un gatto e un pigolio. Le sue mani non erano splendide ma tutto il resto, seppur così modesto o impoverito, il resto sì, era splendido e solo allora la riconobbi. Era Marilyn Monroe.
Con Truman Capote erano, a loro modo, una bella coppia. La stranezza dell’uno stingeva sull’altra con una tale simmetria da far pensare a quei lillipuziani, ma non vizzi questi, anzi molto strani e belli, che lavoravano sempre in coppia nei circhi. La invitai a ballare e spuntarono inutili ed effimeri fotografi che si dissolsero rapidamente data la totale anonimia del sottoscritto. Ovvio che la guardai attentamente e non senza i palpiti di una notevole emozione. Ma, come sempre, fu emozione estetica e non sociale, come si potrebbe supporre, dato l’«humanum errare». Al contrario della sua immagine cinematografica, Marilyn, come del resto il suo accompagnatore, era un «unicum», si sarebbe detto organico, tanto da far pensare a un corpo trasparente, un po’ come le libellule, attraverso cui il corpo si vede. La voce, quel pigolio-miagolio, lo confermava e ancora una volta, come sempre, l’odore: non il profumo, bensì l’odore, qualcosa tra lo zolfo e una capretta di latte.
Accanto al bar Truman Capote accennava, come se fosse su un minipalcoscenico, ad alcuni passi di tip-tap. Non era più quello di dieci anni prima, era molto più cambiato di quanto appariva, già si intravedeva nelle labbra e nelle occhiaie la serie dei rigonfiamenti e di crolli che sarebbero venuti dopo. Mai come quello di Marilyn, fragilissima compagna di un piccolo ballo, che fu immediato, fatale e innalzò il mito di quella realmente mitica Ofelia, ma pur sempre crolli. Nel ’51 beveva solo latte bollito dell’Harris Bar, nel ’61 già erano iniziate altre bevande, molto più micidiali di qualunque bevanda, oggi una fotografia mi è impossibile guardarla. Ma restano sempre intatte le sue «voices», le sue «rooms», le sue costruzioni stilistiche del colore della rosa o una sola parola – Tiffany – a ricordare non il gioielliere ma lui.
recensione
di (27/08/2006 - 18:07)
Ripubblicato da Icaro il romanzo storico di Rocco Aprile
“IL SOLE E IL SALE", TRA FERITE E RISCATTI
di Rossano Astremo

Pubblicato una prima volta nel dicembre del 1987 dal circolo culturale Ghetonìa, “Il sole e il sale”, romanzo storico di Rocco Aprile, figura essenziale del movimento di riscoperta delle tradizioni greco-salentine, rivede la luce grazie all’interessamento della casa editrice Icaro. La vicenda descrive la vita che si svolgeva a Calimera prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, fra il 1936 e il 1945. L’idea di scrivere un lungo racconto che rispecchiasse la quotidianità locale e testimoniasse la lingua di Calimera è stata suggerita ad Aprile da due insegnanti di lettere della scuola locale. L’iniziale intento didattico ha lasciato poi spazio alla vena creativa dell’autore, che nelle sue pagine crea un suggestivo affresco nel quale riesce a tratteggiare un’intera comunità, con tutte le sue debolezze, le sue tradizioni e la sua lingua. Il romanzo racconta la storia della famiglia di Ntoni, nome d’ispirazione verghiana, carbonaio sposato con Ndata, genitori di sei figli, due dei quali, Pippi e Cia, ricoprono un ruolo di primo paino nello sviluppo dell’azione narrativa. Nella prima parte del romanzo Aprile rappresenta un ambiente rimasto immobile nei secoli, con le sue credenze e i suoi costumi, spazzato via, poi, dall’avvento dell’immane conflitto, che verrà descritto con ottime puntualizzazioni storiche nell’ampia seconda parte. In un primo momento Ntoni manifesta enormi difficoltà nel reperire il denaro necessario per il sostentamento del sempre crescente nucleo familiare. Successivamente decide di spostare il centro dei suoi affari a Lecce, portando con sé i figli più grandi, e lasciando a Calimera Ndata con i due ultimi nati. Il trasferimento dal piccolo centro agricolo alla grande città determina uno stravolgimento nella vita di tutta la famiglia. Gli affari vanno a gonfie vele, a ciò si aggiunge l’incontro di Ntoni con una nobile signora leccese, Donna Giuliana, il cui marito, medico, perderà la vita nel corso della guerra. Con Donna Giuliana Ntoni intreccerà una torbida relazione di pura e sfrontata passione. Lo stesso Ntoni, assieme ad un incontenibile soldata americano, Peter, avvierà un redditizio commercio, quello di giovani ragazze da avviare alla prostituzione. L’unica a non accettare la logica del cambiamento in atto è Ndata, distrutta dal diffondersi delle voci di paese sui continui tradimenti del marito, che viene costretta a trasferirsi a Lecce solo per aiutare Cia, innamoratasi perdutamente di Peter e in attesa di un bambino. Un magma narrativo difficile da contenere quello messo in moto da Aprile, con continuo stravolgimento del punto di vista nella cui ottica la narrazione è condotta. Un romanzo storico intenso, nel quale vengono messe in campo le ferite e i dolori di una terra sempre pronta al riscatto, mai arrendevole, pur nelle congiunture storiche più negative. Una narrazione fluida, semplice, coinvolgente, mitopoiesi nella quale si rispecchiano i sopravvissuti di quegli anni di conflitti, decadenze e miserie.
segnalo
di (27/08/2006 - 17:52)
ORE PICCOLE
ALL'INTERNO
anno I - n. 2, luglio-settembre 2006
Gabriele Dadati - Stefano Fugazza, Editoriale
Antonio Iovane, L'ultimo show
Stefano Fugazza, Incontro con Antonio Iovane
Flavio Arensi, Andrea Martinelli
Presentiment - is that long Shadow - on the Lawn
Alcìde Pierantozzi, Letture pasoliniane. Salò e la poetica dello sfruttamento intellettuale
Antonio Gurrado, Letture pasoliniane. Adversus Progressistas
Francesca Mazzucato, Dialoghi intimi col mio dietologo
Claudia Gian Ferrari, Sulla figura di Filippo de Pisis
Filippo de Pisis: scrittore per scelta
Michela Scolaro, Sulla figura di Filippo de Pisis
Assoluto e relativo
Massimo Gezzi, Poesie
Gianfranca Lavezzi, Nota sulla poesia di Massimo Gezzi
Rossana Bossaglia - Elena Pontiggia
Milano 1926. A ottant’anni dalla I Mostra di Novecento Italiano
Alcìde Pierantozzi - Gabriele Dadati, Due lettere
Note biografiche

anno I - n. 1, aprile-giugno 2006
Gabriele Dadati - Stefano Fugazza, Che cos’è Ore piccole
Pablo Echaurren, Chiamatemi Pablo Ramone
Gabriele Dadati, Incontro con Pablo Echaurren
Stefano Fugazza, Alessandro Papetti. Il disagio e il piacere della pittura
Giovanni Choukhadarian, L’eredità di Italo Calvino. Il mare di carta
Giulio Mozzi, L’eredità di Italo Calvino. Mi ricordo…
Gabriele Dadati - Gianluca Morozzi, Festa mesta
Marzio Dall’Acqua, Sulla figura di Antonio Ligabue. La fuga di Ligabue
Giorgio Segato Sulla figura di Antonio Ligabue. Tra mito e speculazione
Laura Pugno, Poesie
Federico Francucci, Nota sulla poesia di Laura Pugno
Davide Brullo, Celebrando Luzi (forse) e i senatori di Svezia
Piergiorgio Bellocchio, Cinque pezzi facili
Note biografiche

31 agosto 2006:vent'anni dalla morte
di (27/08/2006 - 11:21)
Vent'anni son passati dalla morte di Goffredo Parise. Ecco un brano dal primo racconto dei Sillabari. La storia di un amore impossibile e non dettoda Amore, in Sillabari, Adelphi, 2004, pagg.19-20.

[...] Improvvisamente la donna disse: «Mi lasci stare», si scostò dall’uomo inarcando la schiena e con passi dolorosi e danzanti andò a posare la fronte contro i vetri di una finestra con il bicchiere di whisky in mano. più tardi qualcuno disse che aveva pianto e fatto anche una scenata, forse perché aveva bevuto.
Nonostante tutto l’uomo fu invitato da loro a una grande cena ed egli non volle rifiutare, per educazione e perché desiderava vederla ancora. Sedette alla destra di lei che manteneva i solchi ai lati della bocca, gli parlava con sfida contadina e non sorrise mai, se non in modo sprezzante e senza mai distendere il volto qua e là sconvolto da quei gonfiori. In due o tre occasioni accadde che le mani o le spalle dei due si toccassero ma lei si ritrasse, offesa. L’uomo stette bene attento che non accadesse mai più un simile caso e allontanò la sedia, poi addirittura si alzò e girovagò un poco per la casa. Passando per un corridoio semibuio, ad ora inoltrata, incontrò una bambina in camicia da notte, sperduta, rossastra come la madre, che egli carezzò sulla testa; la bambina gli prese subito la mano, se la portò sul petto, gliela strinse come accade nel sonno guardando davanti a sé nel corridoio con lunghi ciuffi di capelli addormentati in aria. Poi si staccò dalla mano di lui e andò chissà dove. L’uomo tornò nella grande sala da pranzo dove il marito distribuiva champagne: lei stava sempre seduta a capotavola, forte e severa; il marito sorrideva ed era buono e servizievole.
L’uomo tornò sempre più di rado in quella città. Non vide più la coppia degli sposi, pensò a lei e sempre gli parve che fosse passato molto tempo. Invece erano passati solo pochi mesi ma il sentimento che lui e la giovane signora avevano provato (e qui descritto) era tale che essi, senza volerlo e senza saperlo, avevano vissuto e disperso nell’aria in così poco tempo alcuni anni della loro vita.
un'iniziativa
di (27/08/2006 - 09:26)
Manifesto di Bambini Humus

Da bambino avevo un sogno. Volevo poter scrivere un libro, in modo da poter anche io trasmettere ad altri quello che mi trasmettevano le mie letture. A cominciare da Alice nel paese delle meraviglie che mia madre mi leggeva a cinque anni. Lei chiudeva il libro e mi domandava che cosa provassi, che cosa immaginassi. Ed io immaginavo adulti e bambini e che leggendo quello che scrivevo parlassero, si confrontassero e vivessero vite parallele. La passione per la letteratura e il sogno di diventare uno scrittore mi hanno accompagnato lungo la mia infanzia e poi si sono trasfuse nella mia adolescenza ed ora scorrono nel sangue, da adulto. Da undici anni ho la fortuna di vivere scrivendo, a cominciare dal 1995 quando ho incominciato a pubblicare i miei primi articoli sul mensile Campus. Durante questi anni ho poi avuto la fortuna di entrare a Mediaset e scrivere programmi televisivi, professione che tutt'ora svolgo. Ma il sogno si è avverato l'anno scorso, quando Roberto Forno, editore della casa editrice torinese L'Ambaradan, ha deciso di pubblicare il mio primo romanzo, Impronte di Pioggia. Lungo questo straordinario anno Pioggia, il bambino protagonista del libro, è stato il ponte che mi ha condotto a persone speciali, persone che hanno a cuore il tema dell'infanzia, il bene dei bambini, la volontà di proteggerli e farli crescere attraverso la lettura, lo studio, la fantasia. Ed ora tocca a me. Perchè l'infanzia è stato l'universo dove il sogno è nato, dove le passioni sono state coltivate, dove mia madre e mio padre hanno bagnato la terra con la conoscenza e la fantasia. Ora tocca a me e a chi vorrà seguirmi in questo imegno a dare voci all'infanzia, attraverso la letteratura e la stampa, affinché i bambini non siano strumentalizzati e la loro crescita non sia violata dall'incoscienza e dalla violenza scritta e verbale. Per questo ho inaugurato il manifesto BAMBINI HUMUS.
Bambini Humus è un manifesto che nasce dall'esigenza di unire le forze di chi scrive (scrittori, giornalisti, saggisti, etc…) e di chi legge, forze che mirano ad una comune presa di coscienza nei confronti dei bambini. Una simbiosi che si attua in una univoca dichiarazione di impegno a essere responsabili della crescita culturale dei bambini, che può avvenire attraverso sia la scrittura per i bambini che la scrittura riguardante i bambini, ma anche attraverso la lettura e il coinvolgimento. Gli scrittori e i giornalisti, in particolare, devono essere responsabili ogniqualvolta affrontino il tema dell'infanzia, traducendolo in libri dedicati ai bambini o in libri incentrati sui bambini, oltre che veicolandolo in notizie e approfondimenti legati alla cronaca.
Anche chi legge può aiutare un bambino a crescere, grazie a una lettura che lo coinvolga, che faccia nascere spunti, discussioni, e che sviluppi la sua fantasia. Non basta leggere e poi chiudere il libro. Bisogna essere responsabili anche in questo, seguire il bambino affinché ciò che si legge e si scrive sia compreso, condiviso, accenda emozioni, sensazioni, rimanga, cresca.
Perchè i bambini sono humus. Non sono, come spesso metaforicamente vengono definiti, fiori, germogli, speranza. Essi sono composti dalle foglie morte della terra, dai vermi, dal terriccio, sono ciò che non è ancora visibile, terra sotto gli alberi. Ma è dall'humus che nasce poi un bosco, un prato, la vita. Tocca allora a noi far nascere un fiore, un frutto, da una terra potenzialmente fertile. Terra che spesso invece viene lasciata incolta, viene lasciata essiccare, senza che nulla possa nascere, crescere.
Bambini Humus è un manifesto, vuole e si augura che scrittori, giornalisti, saggisti, insegnanti, genitori e lettori possano impegnarsi a scrivere e leggere in merito all’infanzia con coscienza e responsabilità, per far germogliare il terreno di un mondo futuro.
COME AVVICINARSI AL MANIFESTO:
Per chi scrive:
-scrivere per i bambini con la consapevolezza di essere parte della loro crescita interiore, con il rispetto per la loro maturazione e con la volontà di sviluppare la loro fantasia e la loro conoscenza del mondo. Un libro per l’infanzia è molto di più di un prodotto commerciale. E’ un dono.
-scrivere sull’infanzia con responsabilità, cercando di non abusare del tema e di non speculare sulle tragedie e la cronaca che spesso vedono i bambini protagonisti. La complessità dell’infanzia necessità di scritture sensibili, attente, capaci di mostrarne le sfaccettature senza strumentalizzazioni.
-recensire libri d’infanzia, dare spazio alla letteratura che da anni, decenni, secoli, ha cresciuto milioni di bambini. Dare spazio non solo ai libri per l’infanzia di grandi case editrici, ma anche scoprire, aiutare, sostenere piccole case editrici e autori esordienti che sensibilmente vogliono contribuire alla crescita interiore dei bambini e a coltivare le loro doti, i talenti nell’arte, nella scrittura, nello studio.
-Unire le forze per scrivere articoli, raccolte, antologie di racconti per bambini e sui bambini con la possibilità di avere l’appoggio di associazioni, onlus, centri in favore dell’infanzia e creare iniziative per la raccolta di fondi e per avviare progetti importanti.
Per chi legge:
-promuovere i libri per l’infanzia, attraverso la riscoperta dei classici, la loro lettura, la discussione a casa, a scuola, nelle biblioteche, nelle librerie, etc…
-leggere ai bambini, dedicare loro momenti di lettura e approfondimento, invogliare i bambini a parlare di ciò che hanno letto e di scrivere, disegnare, coltivare il mondo offerto dai libri. Il libro è una fonte inesauribile per la fantasia e per il gioco, per l’apprendimento e per la scoperta delle potenzialità del bambino.
-aprirsi al mondo dell’infanzia attraverso la lettura. Da adulti si tende a perdere l’abitudine di leggere libri dedicati all’infanzia ed invece è importante per dialogare con i figli e con tutti i bambini.
-supportare il manifesto di Bambini Humus parlandone a scuola, confrontandosi con genitori, insegnanti, maestri, bibliotecari, librai.
Per tutti:
-ognuno può aderire al manifesto pubblicizzandolo attraverso internet, attraverso i siti letterari, di cultura, di didattica, siti per i genitori e per i bambini. Le librerie e le biblioteche possono esporre il logo e proporre letture per e sui bambini con la logica della responsabilità, scegliendo testi classici e moderni, favorendo la lettura non solo di bestseller moderni, ma anche pilastri della letteratura dell’infanzia.
-ognuno può scrivermi per aderire e discutere nuovi percorsi: curiosi, interessati, associazioni, scuole, genitori etc. in modo da creare un filo conduttore e studiare progetti legati all’iniziativa. L’indirizzo email è: improntedipioggia@hotmail.it
-allo stesso modo ognuno può sottopormi idee, commenti, indicarmi libri d’infanzia e sull’infanzia, sottolineare i maggiori problemi legati al tema dell’infanzia, affinché la letteratura sia uno strumento per dare occasione a bambini di crescere e maturare anche nelle condizioni sociali più difficili.
-Per sostenere l'iniziativa tramite il blog (www.bambinihumus.splinder.com) potete scrivermi e aderire con una frase che riassuma il vostro pensiero sull'infanzia, vostra o una citazione da un libro d'infanzia e sull'infanzia e alla fine scrivete il vostro nome, cognome, professione e la dicitura "anche io sostengo BAMBINI HUMUS". Potete anche inviare materiale informativo, articoli vostri o non, indicazioni, progetti che verranno postati nel blog.
Bambini Humus è un manifesto al quale chiunque può aderire. Non è nato a fini di lucro, ma come incentivo per parlare e discutere dell’infanzia e della letteratura, per avviare un cammino che mi auguro possa portare alla costruzione di progetti importanti.
Grazie per avermi ascoltato e spero nella vostra partecipazione.
Christian Mascheroni
pynchon
di (25/08/2006 - 15:03)
IL NUOVO ROMANZO DI THOMAS PYNCHON
Against the day

Sinossi
Coprendo un arco di tempo che va dalla fiera mondiale di Chicago del 1893 e gli anni subito dopo la prima guerra mondiale, questo romanzo si muove dalla disoccupazione in Colorado alla New York d’inizio secolo, a Londra e Gottingen, Venezia e Vienna, ai Balcani, el’Asia centrale, dalla Siberia al misterioso evento di Tunguska, dal Messico della rivoluzione, alla Parigi dopoguerra, fino alla silent-era di Hollywood ed uno o due posti non proprio rintracciabili nelle carte geografiche.
Con un disastro mondiale che si profila all'orizzonte appena alcuni anni prima è un momento di sfrenato ed avido commercio, di falsa religiosità, di "fecklessness moronic" e d’intenzioni diaboliche nelle alte sfere. Nessun riferimento al presente è voluto o dovrebbe essere arguito.
Lo smisurato numero di personaggi include anarchici, fumettisti , giocatori, tycoons , drogati , innocenti e decadenti, matematici, scienziati pazzi, shamani, indovini e maghi, spie, detectiv, avventurieri e mercenari. Ci sono brevi cammei di Nikola Tesla, Bela Lugosi e Groucho Marx.
Mentre comprendono che un’era della certezza va finendo e un futuro imprevedibile incomincia, queste persone principalmente cercano di perseguire le proprie vite. A volteci riescono; a volte sono le loro vite ad inseguirli.
Nel frattempo l’autore fa il suo mestiere. Ferma i personaggi che stanno per cantare poiché per la maggior parte sono stupide canzoni. Avvengono strane pratiche sessuali. Si parlano lingue oscure, non sempre idiomatiche.Avvengono fatti contradditori . Se non è il mondo, è che cosa il mondo potrebbe essere con un piccolo aggiustamento o due . Secondo alcuni questo è proprio uno degli scopi principali della fiction.
Il lettore decida, il lettore si guardi. Buona fortuna!
Thomas Pynchon
una poesia
di (25/08/2006 - 09:41)
EDOARDO SANGUINETI
da POSTKARTEN

la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi,
in ogni caso, praticamente così:
con questa poesia molto quotidiana (e molto
da quotidiano, proprio): e questa poesia molto giornaliera (e molto giornalistica,
anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell'articolo di Fortini che chiacchiera
della chiarezza degli articoli dei giornali, se hai visto il "Corriere" dell'11,
lunedì, e che ha per titolo, appunto, "perché è difficile scrivere chiaro" (e che
dice persino, ahimé, che la chiarezza è come la verginità e la gioventù): (e che
bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico, guarda, che è molto meglio
perderle che trovarle, in fondo):
perché io sogno di sprofondarmi a testa prima,
ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi, che ho perduto tutto, o quasi): (e
questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di morire,
questa volta, lo sai):
oggi il mio stile è non avere stile:
consigli d'autore
di (25/08/2006 - 09:30)
NORMAN MAILER
LEZIONI DI SCRITTURA

Le scuole di scrittura a volte ti fanno passare momenti infernali. Mi ricordo che al secondo anno di Harvard seguivo un corso di inglese con un insegnante molto bravo, Robert Gorham Davis. A un certo punto Davis disse alla classe, «Voglio leggervi una storia interessante, molto buona, ma che alla fine è stata completamente rovinata dall'autore». La storia, ovviamente, era mia ed era su un ragazzo d'albergo che lavorava in una località di villeggiatura. Come gli altri membri dello staff aveva delle brevi relazioni con le ospiti, i cui mariti, dopo tutto, arrivavano solo nel week-end. Una notte, tuttavia, durante la settimana, un uomo d'affari che si sentiva solo inaspettatamente arrivò da New York, entrò nella hall e si diresse immediatamente verso la sua stanza. Tutti sapevano che ci sarebbe stata una tragedia ancor prima di sentire gli spari. Il mio narratore andò nella stanza e trovò il ragazzo e la moglie morti. La moglie aveva il volto distrutto. Il marito si era suicidato. La mia descrizione era pressappoco questa: «Non riuscivo a vedere il naso, o quel che rimaneva della bocca, e non sapevo se i resti fossero sparsi sul tappeto e ci stessi camminando sopra, o se fossero nell'aria e li stessi respirando», e continuava per un altro paragrafo sullo stesso tono. Tutti in classe si misero a ridere. Ho imparato molto in fretta una tremenda lezione: che una storia letta ad alta voce davanti a un pubblico ha poco in comune con la sua muta presenza sulla pagina.
Ho imparato a scrivere scrivendo. Una volta ho calcolato che devo aver scritto più di mezzo milione di parole prima di portare a termine Il nudo e il morto e gran parte di esse si trovano nelle varie stesure del romanzo.
Scrivere bestseller con l'intenzione di farlo è, in fin dei conti, non molto diverso dallo sposarsi per denaro per poi scoprire che l'assenza d'amore costa più di quel che si pensava. Quando un ipotetico e modesto scrittore di bestseller diventerà finalmente un professionista e scriverà un bestseller, penserà di aver compiuto una grande impresa, proprio come un uomo senza amore (né soldi) vedrà un matrimonio con una donna ricca come una splendida unione.
Oggi i grandi scenari vengono lasciati agli scrittori di bestseller, che manovrano cast di quaranta o cinquanta personaggi e attraversano periodi di cinquanta o cento anni. Mettono in scena guerre mondiali e incredibili cambiamenti nella vita di molte famiglie. Tutto ciò per movimentare il libro. Ma in questi romanzi non c'è nulla che non abbiamo già incontrato prima. I bravi scrittori attuali tendono, invece, a lavorare con scenari più piccoli. Perlomeno sono sicuri che quel che fanno abbia qualche valore visionario. E sperano di contribuire alla conoscenza invece di aumentare la spazzatura culturale. Oggi l'unico grande scrittore in grado di padroneggiare quaranta o cinquanta personaggi e tre o quattro decadi è García Márquez. Cent'anni di solitudine è un'opera incredibile. Non so come abbia fatto a farla. Nel mio romanzo egiziano mi ci vollero dieci pagine solo per girare intorno a un'ansa del Nilo.
È controproducente pensare di mettere in un libro qualcosa perché lo faccia vendere. Di solito non funziona. C'è un'integrità anche nel fare bestseller - deve essere il miglior libro che l'autore è in grado di scrivere in un dato momento. Ci deve credere. Stephen King era tremendamente impacciato e ripetitivo quando ha iniziato, ma i lettori di bestseller hanno riconosciuto la sua sincerità. Era presente in ognuna delle sue pagine mal scritte. La popolarità della cattiva scrittura è analoga al piacere che si prova a mangiare fast food. Devo dire che King ha migliorato il suo stile dagli inizi. E speriamo che siano migliorati anche i suoi lettori, cosa di cui non sono molto sicuro.
Io tratto le cattive recensioni come fa un politico con una sconfitta elettorale. Un paio di amici mi chiamarono dopo che sul New York Times Book Review apparve un'orrenda recensione di Antiche sere e mi chiesero, «Stai bene?». L'avevo vista la settimana prima, e avevo avuto il tempo di digerire il colpo. Dissi loro che era come aver perso le elezioni in una contea: ciò non impedisce di candidarsi per la carica di governatore.
Ora ho ottant'anni, ma qualcuno mi considera ancora un po' folle. Anche al culmine delle forze, questo tratto della mia natura non rappresentava che il cinque o il dieci per cento di me. Il resto era lavoro. Mi piace lavorare. Ricordo che Elia Kazan un giorno disse all'Actors Studio: «Qui parliamo sempre di lavoro. Ne parliamo con devozione. Sottolineando la parola. Il lavoro. Beh, lo dico chiaramente: il lavoro è una benedizione». E ci guardò con aria di sfida uno per uno. E io pensai, ha ragione. È vero, è proprio una benedizione.
Naturalmente se ci si chiede su che cosa si basa il lavoro, la parola chiave è poco felice: tenacia, resistenza. Diventare uno scrittore professionista è difficile come diventare un atleta professionista. Dipende dalla capacità di mantenere la fiducia in se stessi. Si deve essere disposti a correre dei rischi e a ricominciare. E ci vuole un'enorme quantità di pratica per diventare bravi. E poiché si è influenzati da ciò che si legge da bambini e da adolescenti, ci vuole anche tempo per disimparare tutte le cattive abitudini derivate dalla lettura e che portano a una cattiva prosa.
Ho sempre pensato che ci sia una grande affinità tra La Rochefoucauld e Gore Vidal. Lo dico criticamente. Vidal rappresenta la fine di una tradizione intellettuale cominciata con La Rochefoucauld. Sa mettere il dito su molti punti chiave. Nessuno lo può accusare di non essere capace di venir fuori con una buona massima. Quel che sostengo, tuttavia, è che la sua particolare tradizione è diventata inadeguata alle nostre esigenze. Il mondo sta diventando così complesso (e ingarbugliato) che è limitativo racchiuderlo in qualche aforisma, per quanto brillante. Gli aforismi bisogna ampliarli e correggerli. E questo mi sembra un utile esercizio per gli scrittori: prendere qualcuna delle migliori massime, un adagio o un detto e vedere se si riesce a svilupparlo. C'è, per esempio, quell'osservazione di Tolstoj: «È incredibile quanto sia erronea l'idea che bellezza e bontà vadano assieme». D'accordo. Può essere vero che tra il bene e il male ci sia, temporaneamente, una proficua collaborazione e questa potrebbe essere la ragione per cui Tolstoj ne diffidasse tanto, e perché reagiamo con paura, stupore, avidità e sì, anche con diffidenza, quando incontriamo una bella donna.
Ora che ho cominciato non riesco più a fermarmi. Voltaire una volta disse: «Il senso comune non è poi così comune». Avrebbe potuto continuare e osservare che il maggior abuso del senso comune è di solito commesso da coloro che vanno proclamando continuamente di esserne dotati
racconti su coolclub.it
di (24/08/2006 - 09:32)
Questo racconto di Nicola Lagioia è uscito su Appunti d'estate, ultimo numero cartaceo di Coolclub.it

Nicola Lagioia
L’utilità e il danno della Storia per la vita
Il 18 aprile 1820, mentre Silvio Pellico viene alle mani con la polizia austriaca e il poeta John Keats trova nella tubercolosi un magnifico espediente per morire a Roma, lontano da tutto, nel cuore dell’Atlantico, l’imperatore dei francesi, dopo avere trascorso un’intera giornata tra cielo e mare nell’ostinata contemplazione della linea dell’orizzonte, consumato dal cancro e reso folle dalle emorroidi concepisce il progetto di una festa grandiosa da tenersi proprio lì, sul suolo infame di Sant’Elena, protettorato inglese e suo ultimo rifugio terreno. Ogni mattina, da almeno cinque anni, Napoleone convoca il fido Las Cases per dettargli le sue memorie. Nell’atto di evocare la Campagna d’Italia, le spedizioni in Egitto, la battaglia di Austerlitz, il vecchio generale non riesce a ritrovarsi nelle proprie parole. Come è possibile che un solo uomo abbia potuto tanto? A fronte del silenzio e della solitudine dell’isola, come è possibile che ventimila bocche abbiano urlato in una sola voce Vive l’Empereur!, che a Waterloo il sole sia tramontato sulla carcassa di centomila soldati, che il code civil abbia tracciato il solco in cui il pensiero giuridico occidentale è destinato a confluire, che la battaglia di Marengo, definitivamente persa la mattina, fu vinta poi nel pomeriggio? Piegato in due dalla gotta, dalla tosse, dal misterioso riaccendersi della sifilide, Napoleone detta a Las Cases: “Il 14 novembre 1805 giungemmo a Vienna” e sente spalancarsi un vuoto insanabile tra i protagonisti delle imprese raccontate e la sua attuale persona. Nello stesso tempo, la circostanza che quelle mani gonfie e tremanti abbiano un giorno davvero sollevato la corona di Francia lo riempie di un orgoglio sempre più vuoto e degenere. Tali vertiginose sensazioni – incredulità di se stesso rispetto al mondo e del mondo rispetto a se stesso – gli intaccano definitivamente la ragione. Giocando d’anticipo sulla follia di milioni di uomini Napoleone Bonaparte, il 18 aprile 1820, arriva a credersi se stesso. È allora che immagina di convocare la sua piccola schiera di fedelissimi allo scopo di organizzare, a poco più di un anno dalla morte, la più colorata, sfarzosa, disinibita festa che l’isola di Sant’Elena abbia mai visto. Una festa volgare, eccessiva, la temporanea rivincita dell’uomo sulla noia agghiacciante della natura incontaminata. Una sagra della primavera rovesciata di significato. Una musica che si diffonde e brilla dalle finestre aperte – violini dalle corde d’argento, bicchieri scagliati continuamente sul pavimento, vecchi ammiragli occupatissimi a intonare Smanie implacabili e donne in veste di tenore –, un brulicare di lanterne nella notte, scambi di anelli, di misteriose scatole con doppio e triplo fondo, di frasi oscene, giri di valzer, di mazurka, improvvise esplosioni di danze ungheresi mentre il più loquace cuoco della Compagnia delle Indie intrattiene gli ospiti con deliziosi aneddoti sul papavero da oppio e la baronessa de Crècy, già Klossowski, già Romanov, allontanata dalle corti di mezza Europa e approdata anche lei ai margini della civiltà, accetta continuamente inviti alla toilette e allunga lo champagne col frutto prestigioso della propria natura. Una festa in maschera insomma, religiosa e blasfema, alla maniera del vecchio Settecento veneziano in cui Napoleone, vestito da Napoleone, torni a indossare per un’ultima volta l’uniforme da generale. E le urla, le risate, non supererebbero il raggio di un chilometro. Inghiottite dal buio della notte, non giungerebbero all’orecchio degli odiati carcerieri. Non varcherebbero l’Oceano. Non toccherebbero l’Europa, dove la macchina della noia e del risentimento trasformerebbe la singola testimonianza in uno sciame di dicerie, riverserebbe le dicerie in una cronaca del tempo, e poi in un saggio storico, e in una biografia, e avanti, ancora avanti, nero su bianco, ad uso delle future generazioni. Invece no. Non resterà nulla di questa farsa, considera Napoleone in una curva mostruosa degli occhi, sarà la prima azione della mia vita a non produrre alcun effetto sulla Storia. Ed ecco. Nello spazio angusto di un simile ragionamento Napoleone riuscirebbe a salvarsi. Stanco, malato, fuori di sé, sfigurato dal travestimento, al centro di una festa di cui nessuno verrebbe mai a sapere niente, l’imperatore dei francesi sarebbe definitivamente perdonato. Bianchi come un agnello. Lisci e perfetti come una biglia di porcellana. Sono soltanto gli eventi ammazzati sul nascere – ciò che è successo senza lasciare dietro di sé memoria o conseguenze – a presentarsi già assolti davanti al tribunale del Tempo.
un racconto
di (24/08/2006 - 09:15)
Gli amici della Canottieri Lazio
[una fiction dai primi anni '90]di
Christian RaimoGiochiamo a calcetto il giovedi'. A parte ieri che era partita di torneo, in genere e' dalle undici a mezzanotte, sul campo coll'erbetta vera, che manco a Manchester ce l'hanno cosi'. Siamo sempre i soliti piu' o meno, con alcuni ci conosciamo dall'universita'. Le squadre anche, sono pressappoco le stesse, e ormai si sono standardizzati anche i ruoli, i nomignoli, e il gergo dello spogliatoio. Io sto in porta, e gli altri che stanno con me sono Attilio, Cesare dietro, Renato e Giovanni davanti.
Ho fatto il conto che in vent'anni che giochiamo tutte le settimane, ci saremmo fatti quasi cinquecento partite. Comunque e' Giovanni che tiene le statistiche, le medie gol, e mi mostra ogni volta un grafico aggiornato al computer.
E' l'unico carcolo per cui nun devi trova' un magheggio, gli ha fatto qualche settimana fa Renato. Giovanni e' un avvocato fiscalista: il migliore a Roma probabilmente, potrebbe far passare il sultano del Brunei per un bengalese che ti vende l'aglio. A dare retta alla sua strepitosa capacita' di mitopoiesi di palle, pure Bill Gates, quando e' venuto in visita in Italia, voleva conoscerlo che aveva sentito parlare di lui dal suo entourage come: "the brain", il cervello.
La nostra squadra si chiama Sogno, cosi' semplicemente. Il nome e' venuto fuori sia per via della moglie di Cesare, che c'erano le donne pure loro quando abbiamo deciso il nome, e Cesare per fare il coglione se ne usciva con: Decima Mas o Nucleo Nero, stronzate cosi', e lei giustamente si incazzo' perché si era presa l'incarico di andare da un suo amico sarto a farsele confezionare (perché mi dovete far fare sempre figure del cazzo, ma qualcosa di umano non lo sapete scegliere?). E quando Attilio ha tirato fuori Sogno, e' stato bene a tutti. Ovviamente, a capire che e' un riferimento al suo idolo, Edgardo Sogno, chi eravamo? Forse io e lui, piu' Cesare certo.
Col fatto che ormai abbiamo preso tutti a lavorare pesante e pesante sul serio, loro avvocati con le consulenze, i fallimenti grossi, i clienti all'estero, io co' st'affare di Tangentopoli che ogni giorno ne succede una, immaginavo avremmo perso l'abitudine della partita settimanale. Invece e' stato il contrario, si e' diventati intransigenti. Chi da' forfait per ragioni leggere, passa per uno stronzo. Cosi' e' stato per due mesi con Renato. Che doveva seguire il processo di non so che appalto per lo smaltimento dei rifiuti e diceva che doveva studiare le carte la notte. Ovviamente si e' rivelata una scusa del cazzo, che la verita' era che intrescava con una che non ci voleva far conoscere. Tale Ornella, sarda d'origine, pare pure amante di Craxi da giovane.
Ma il puntiglio di Cesare, che e' il capitano, ha ormai una formula a se stante: E' 'n'ora a settimana, soltanto 'n'ora a settimana. Che poi logicamente non e' soltanto un'ora, perché finita la partita e le docce, ti fai la cena, quattro chiacchiere, con Attilio che c'ha una logorrea che pare sta a fa' l'arringa per salvare il culo a un serial-killer. Non e' che fa l'avvocato, e' un avvocato. Pure quando scopa, devi immaginare che si mette a convincere la moglie a fargli una pompa.
Guarda che lo sappiamo che sei un figlio di puttana, gli ho fatto una volta, c'ho le foto tue che ti abbracci a Provenzano!
E lui m'ha detto: Scommettiamo che te la rimedio 'na foto.
'Na foto di Provenzano?
Cinquanta milioni che te a' rimedio.
Cinquanta milioni so' un botto, famo dieci.
Seh, la pago io venti!
Alla fine questa famosa millantata foto recente di Provenzano non l'ho mai vista, ma in compenso tempo dopo c'ha portato una foto assurda che non so come si e' riuscito a procurare, amici suoi del cazzo che c'ha in Vaticano, oppure un fotomontaggio fatto molto bene: insomma, una foto del Papa in mutande. Non faceva mica ridere, un'impressione anzi.
Io lavoro come giornalista, adesso sono tornato alle note politiche del Tempo. Qualche anno fa quando non si sapeva manco chi cazzo eravamo, sembrava che io fossi io quello che aveva svoltato: il pupillo di Gianni Letta. Gli editoriali di prima pagina a ventott'anni. Poi mi hanno chiesto se andavo a fare il direttore di un giornale doveva essere il giornale della nuova classe imprenditoriale di Roma e Milano messe assieme, ma alla fine si e' scoperto che quelli che ci dovevano mettere i soldi erano Ligresti e Caltagirone, due che non si sono mai potuti vedere, ed e' andato tutto a puttane. Quindi, e' saltata fuori l'opportunita' di fare il vice all'Indipendente, il giornale della seconda repubblica. Che se e' arrivato al secondo mese di vita e' gia' stato tanto. Morale: sono ritornato al Tempo che adesso pero', sono bastati quattr'anni, se glielo chiedi all'edicola pare che stai chiedendo il giornale dei poveracci e delle massaie.
Quello che ha svoltato, in definitiva, sicuro non sono io. Del resto, perché l'orario delle partite e' slittato da un orario umano fino alle undici? Perché adesso Cesare s'e' messo a fare politica, anche se non ancora esplicitamente, ma pare che prima o poi 'sto partito uscira' allo scoperto. E se prima conosceva gia' uno sfacelo di persone, mo' pare che sono stati tutti in classe sua alle elementari. C'e' gente mai vista e conosciuta, personaggi improbabili, ragazzette di vent'anni tipo caraibico brasiliano - che in confronto i nani e le ballerine era gente di gusto - che vengono a fare il pubblico della nostra partita settimanale. Si siedono la' sugli spalti con queste facce assonnate, che paiono veramente che hanno perso una scommessa. Cesare fa proprio il boss, manco le guarda, e poi quando e' finita la partita, se gli girano bene, si avvicina. Le prime volte pensavo che fossero amici di quegli altri, della squadra avversaria, ma quando ho visto la stessa gente che tornava, gli ho chiesto a lui e m'ha spiegato che non sa piu' dove ricevere la gente che gli chiede favori e favorini e allora dice di passare alle undici da noi il giovedi', pensando di dissuaderli, ma quelli figurati, ti darebbero il culo, figurati se non possono mettersi a fare i tifosi.
Il bello e' che tutta questa gente non ha capito che il vero mago onni-risolutore qua in mezzo a tutti e' Attilio. Che e' a lui che gli devi portare i doni votivi. Lui gli dai cento milioni, e tempo tre mesi ti torna con un miliardo e mezzo. Non si sa come fa: investe all'estero, gioca al casino', vende enciclopedie, spaccia, comunque e' una macchina. Quando ho provato a capire come riesce a fare Re Mida, m'ha detto: Io non faccio 'n cazzo, e' la lira che se svaluta. E io c'ho tutte 'e valute tranne le lire!
E' una persona straordinaria, assolutamente al di sopra della media, che si sa godere la vita come nessuno che io conosco. Uno che capita che magari, qualche notte dopo il calcetto, ti dice: Se famo un giro a Lugano? Se famo 'na puntata a Montecarlo? Ti convince, sveglia l'autista, che un po' smadonna un po' s'arrapa dell'idea di farsi 700 kilometri a 200 all'ora e carica in macchina me e Giovanni, e andiamo a giocare al casino' fino a mattina. Lui perde come un addannato, ma non gliene frega un cazzo, perché la maggior parte dei soldi glieli copre il casino'. Appena arriva lui, il gioco si triplica, il tavolo suo sembra che c'ha il miele, e' logico che lo sponsorizzano in pratica. E' uno showman del gioco, blatera sempre ad alta voce, si mette a declamare le sue teorie sui numeri che sono vere e proprie concezioni del mondo. Collega tutto, la borsa, la kasbah o come cazzo si chiama, la teoria ebraica dei numeri. Mi ricordo una volta che girava come un pazzo tra dieci tavoli e urlava: Er due! Er due! E' la congiunzione indiana.
Ma la cosa sua piu' affascinante e' che dovunque va per strada, in una hall dell'albergo, all'autogrill, si imbatte in qualcuno che conosce, e non sembra neanche che sia un caso, sembra che ci sta gente che lo segue per tutta Italia. Cesare in confronto e' un pivello, perché la gente che lo conosce sono tutti questuanti, sudditi del suo potere; mentre Attilio sembra veramente un Al Capone: si ferma a chiedere indicazioni per strada e chiama la gente per nome.
Ieri era la prima partita, quella di inaugurazione del torneo, qua ai Canottieri Lazio. C'era una folla grossa di vip e vippini, che magari non sa nemmeno le regole base del calcetto, ma si fomentano tutti come ragazzini. A essere onesti ieri io ho giocato veramente una partita del cazzo. Ho preso certi gol da buffone che neanche Zoff coll'Olanda nel '78, quando disse in un'intervista che non ci vedeva da lontano, e allora gli olandesi presero a tirare in porta solo da venti metri minimo. Negli ultimi giovedi' spesso e' capitato che siamo finiti sotto di tre o quattro reti, e dopo la partita, per il gelo di queste sconfitte venute fuori dal niente, neanche siamo andati a prenderci una cosa per commentare al solito. E Attilio m'ha detto che se devo venire a giocare cosi' tanto vale che non vengo. Ma ieri era torneo, e abbiamo perso sette a due. E a parte due quasi-autogol, ho sbagliato praticamente ogni passaggio, sembravo facessi apposta, per ripicca, per gusto del bastian contrario, non si sa: tiri a cucchiaietta, mi sono messo a fare dribbling davanti alla porta, palloni persi che neanche Andrade, rinvii direttamente in fallo laterale. Non ho idea sul serio di perché stavo cosi' fuori di testa, neanche a dire che avevo preso qualcosa perché avevo pippato ma giusto un quartino e la mattina poi. L'unica giustificazione che riesco a darmi e' l'emozione, perché ero davvero emozionato: la prima partita di torneo, tutti gli spalti strapieni, pure la mia ex-moglie che sembrava stesse in serata favorevole, non lo so. Ed era del tutto legittimo che Cesare desse di matto negli spogliatoi. Che mi insultasse anche, che prendesse a pugni le cose. L'unica cosa che non mi e' andata giu' e' quando ha detto che
se non vali un cazzo manco come giocatore che cazzo te teniamo a fa'.
O' bello, gli ho detto, guarda che io t'ho parato il culo tante di quelle volte che se non c'ero io 'a sto punto stavi a fa' il trans a Boccea.
Sei proprio l'ultimo degli stronzi, m'ha fatto.
Te manco c'arrivi a' esse 'no stronzo, gli ho risposto. Se fanno selezione all'ingresso te scartano.
Si vede che ti piace prenderlo al culo che t'inculi da solo. Lo sai che sei fuori, lo sai, ma no dalla squadra. Sei fuori dar circolo. Sei fuori da tutto. Da Roma sei fuori. Se vuoi fatte 'na vita tranquilla, mejo che cominci a pensa de' compratte 'na casetta a Mentana.
Ora, ho fatto passare ventiquattr'ore, ma devo fare ancora sbollire la rabbia. Perché senno' la sola reazione che mi viene e' andare li' e' sparargli, anzi spaccargli la faccia col calcio del fucile. Quella faccia da cazzo sua, da bulletto di quartiere con le rughe. Invece la decisione piu' saggia e' aspettare un po', far rientrare la cosa, e' cominciare a fare memoria. Ricordarsi tutte le cosette giorno per giorno.
Quei pacchi che sembrava Natale con mezzo milione di franchi dentro.
Quella volta che alla fine della partita sventolo' la bustona a Renato: A Rena' te stai a scorda questa!
E le sentenze decise a poker? Se m'entra un punto, sta sicuro che e' assolto, altrimenti gli invento qualcosa e condannato.
E tutti i soldi che s'e' fottuto dalla figlia di quel poraccio che ha ucciso la moglie. Che non me la ricordo quella storia?
E la gita in America coi soldi di Craxi, io c'avevo una mezza scarlattina e non ci sono potuto andare, ma coi soldi che gli faccio uscire mi faccio tre anni a Disneyland. Sicuro.
Stai a strigne er culo? Stronzo.
...
di (23/08/2006 - 10:21)
Emanuele Trevi
tratto da ISTRUZIONI PER L’USO DEL LUPO

Caro Marco,
si può recensire un tramonto? Questa sera di dicembre, affilata dalla tramontana, ha appena finito di eseguire una sua geniale serie di variazioni sui temi del rosso-porpora e del lilla. Apparentemente, nessuno qui intorno sembrerebbe essersi meritato un tale principesco dispendio di bellezza. Perlomeno, di fronte a questi virtuosismi dell'apparenza, io mi sento un poco abusivo. Il mio sentimento della Natura è quello di una persona che viaggi in autobus senza biglietto: piacere di un trasporto rapido e indolore, ineffabile attesa del castigo.
Adesso, mentre la penna iniziava ad arare il foglio, nel conclusivo drappeggio delle tenebre è a Venere – invernale e indisturbata, ignara del suo nome – che tocca il suo quarto d'ora di celebrità, una solenne iscrizione negli Annali dell'Armonia. Una volta ho letto una splendida, consolatoria etimologia del nome Venere nel De natura deorum di Cicerone: «Venus, quia venit ad omnia», «giunge a tutte le cose». Ma tutti i doni fanno parte di un'economia dell'enigma e del segreto. Ho iniziato questa sera a pensare a un lavoro umano, quello della critica letteraria. Parlare di un lavoro vuol dire, fin dal primissimo moto del pensiero, comprendere il tempo umano come segnato dalla frattura di una vocazione. Ho il sospetto che questa vocazione abbia a che fare con Venere, nell'evidenza della sua luce che giunge a tutte le cose, ma anche nell'angoscia che germina dalla qualità opaca di ogni dono, dalla fuga di significato che sta dentro ogni accadimento della felicità.
Prendendo in mano la penna, ho guardato il cielo – il tramonto e la stella – e ho pensato a un uomo giusto, a un individuo puramente ipotetico, capace di accogliere in sé l'apparenza di questa sera, di subirne l'urto assieme alla seduzione. Quest'uomo sa bene che ogni figura della bellezza sarebbe mutila se non contenesse in una sua piega la zona ombrosa dell'inespresso. È una cosa detta molto bene da Walter Benjamin nel suo saggio sulle Affinità elettive di Goethe, quando scrive che «solo il bello, e nulla fuori di esso, può essere essenziale velando e restando velato» e dunque «nel segreto è il fondamento divino della bellezza». Io credo che la critica sia – alla radice – un modo di amare le cose della vita facendo leva su questa reticenza, su questa provvidenziale avarizia che non consente mai al significato di rompere l'ultimo sigillo rivelandosi nella sua pienezza. È proprio la straordinaria omertà della bellezza (quel suo guardare ostinatamente, come il Cristo flagellato del Caravaggio, un punto estraneo alla vicenda, fuori del quadro) la materia prima dello sforzo del critico. Sulla sua testa, il tramonto e la stella brillano come i vessilli, disperati e sorridenti, di un lutto e di una speranza.
Adesso mi sono ricordato di una cosa importante che ho visto al cinema, in un film di Ken Loach che si intitola Riff-Raff: il protagonista va al funerale della madre. Tutti i parenti sono raccolti su una collinetta del cimitero, pronti ad aprire l'urna e spargere le ceneri al vento. Ma accade un incidente. Quando si apre l'urna, le ceneri si rovesciano su di tutti, fratelli e amici, che ne vengono accecati e impolverati. Con quello che si vede al cinema, uno può fare quello che desidera. Spesso non se ne fa nulla. Però, a me capita di ricordare questa scena quando penso alla critica e al suo rapporto con la bellezza. Perché mi sembra evidente che sia meglio venire accecati da una cosa grande, che vedere molto distintamente tante cose meschine. Essere accecati significa anche rinunciare alla piccola consolazione dei propri ricordi, della propria psicologia, dei propri gusti, e disporsi ai fatti estremi della vita in tutta la loro violenza, che è mancanza di una razionalità apparente.
Temo che il nostro modo di pensare la vita sia troppo anestetico, e questa parola mi cade dalla penna molto a proposito, perché indica due cose: fuga dal dolore e fuga dalla bellezza. Secondo me questo è un problema politico, anzi il problema politico. Noi siamo nati dentro l'Europa (quest'idea diplomatico-letteraria tenuta assieme dal latino, dalla retorica e dalla crudeltà reciproca) e moriremo che l'Europa non ci sarà più.
Il guaio non è una civiltà che va in cenere, ma il fatto che rischiamo di non saperne fondare un'altra. Abbiamo troppa paura del dolore e troppa fiducia nel buon senso. Troppe stampelle. Una vera civiltà dovrebbe essere il luogo dove tutto ciò che è più debole viene accolto e protetto. Noi dovremmo essere venuti al mondo per dividere il pane con i più poveri, far giocare i bambini e dare una cuccia agli animali. La nostra vita non passerebbe invano se avessimo un'idea poetica della politica. E invece, non lasciamo mai che la poesia sfondi gli steccati dentro i quali abbiamo circoscritto arbitrariamente la nostra vita. Questo accade a causa della nostra invincibile paura delle cose estreme, che ci induce a pensare i gesti di una giornata come eventi che è meglio tenere separati fra loro. La musica è lontana dal lavoro e il lavoro è lontano dall'amore che a sua volta è lontano dalla letteratura. E tutto ciò che di bello e di grande ci cade sulla testa marcisce perché, semplicemente, non trova il suo luogo. Ci crediamo furbi, perché spingiamo via le ceneri nella direzione “giusta” del vento, via da noi.
E invece, il più furbo era proprio il primo dei tre porcellini. Ricordi? Quello che costruiva la sua casa con la paglia. Perché il lupo, in un modo o nell'altro, deve arrivare. Si spreca una vita a immaginarselo, questo lupo, e a fare delle case solidissime. Mentre, con la sua paglia, quel genio del primo porcellino voleva esprimere la sua semplice verità: che senza il lupo, senza la sua splendida giustizia, non vale nemmeno la pena di esistere.
Sarebbe ipocrita dire che il lupo non è così brutto come lo si dipinge. Anzi, è molto peggio. Il lupo è la verità della vita di un uomo, e la verità della vita di un uomo sta in ciò che più teme. Io non ho perso di vista, caro Marco, la critica letteraria. Ma il lupo non ha mai perso di vista me, in compenso. E se fossi così cretino da pensare ancora che la critica letteraria non sia, in fin dei conti, una questione di lupi, allora non saprei nemmeno cosa scriverti.
La vita è troppo breve per fare delle polemiche. Però, quel nostro sistema di non pensare a ogni giorno come a una totalità indivisibile di bellezza, dolore, segreto, è proprio nella critica letteraria che si rivela nel suo aspetto ridicolo. Perché un critico, di solito, crede di poter ricorrere ad altro: a un linguaggio più o meno impersonale, più o meno elegante, che dovrebbe trovarsi fuori di tutto. Un punto archimedico per sollevare il mondo dei libri, una specie di eterna domenica ermeneutica. O anche, purtroppo, quel paese dei balocchi dove si diventa tranquillamente asini, per semplice inerzia.
Questo linguaggio è stato variamente analizzato. Preso in blocco, appare come una fungaia sterminata di ipotesi e giudizi sulla letteratura. Una proliferazione mostruosa, così è apparsa a uno dei migliori, George Steiner, in Vere presenze, uno dei pochi libri di critica che faccia sospettare un carattere umano autentico nascosto fra le pagine. Il problema fondamentale di questo linguaggio, comunque, è nel suo carattere assolutamente fittizio. Sta tutto fuori dall'esistenza di chi lo adopera; finge di ignorare che qualcuno, un essere umano, lo adoperi. Perché un essere umano è la somma della sua paura e del suo lupo. Quello che fa veramente, il suo lavoro, è capire come ci si comporta con il lupo. Se nel lupo ci siano solo fame e denti, oppure se nel fatto di essere sbranati ci sia pure, dietro a tutto, il tesoro di una saggezza e di una redenzione. Ed è questo il luogo mentale della letteratura che nel suo insieme è una straordinaria Istruzione per l'uso del lupo, alla quale molti uomini e donne hanno contribuito da che mondo è mondo. Da quando, dunque, il primo cavernicolo ha provato quel sentimento complesso, divino e mortificante, che noi oggi chiamiamo, con espressione comodamente sintetica, angoscia. Ogni volta che un uomo ha pensato «adesso quella cosa lì mi annienta», stava già facendo letteratura, senza saperlo, come il famoso prosatore di Molière. Stava facendo qualcosa, insomma, che nasce dall'incontro fra la scoperta di essere minacciati e la necessità di continuare, ad ogni modo, a respirare. Di fronte alla paura, l'uomo dà al suo mondo una disposizione nuova, di carattere sempre vagamente rituale. La perfetta attenzione che ne deriva, donata a ogni suo gesto, è già di per sé l'origine di ogni tecnica espressiva. Se la meta di tutto questo fosse l'autoconservazione, o, peggio ancora, il perpetuarsi del proprio miserabile nome nella memoria degli altri, si tratterebbe di un'operazione di contrabbando, faticosa quanto inutile. No, non è questo. Un rito è un'innocenza reale opposta alla vergogna della morte, la trasformazione di uno spazio umano in uno spazio di dignità. Questo conta. L'identità e la morte hanno il loro tempo limitato per misurarsi, e non c'è nulla da fare, vince sempre la più forte. È l'intervallo prima della catastrofe che va salvaguardato. Per quanto ne sappiamo, la nostra vita è tutta lì. Il lottatore di judo si inchina di fronte al tappeto, prima di salirci sopra. Puoi riconoscere un buon maestro dalla sua premura per questa inezia. Perché nessuno di noi decide chi vince e chi perde, il nostro compito è tenere il tappeto pulito, disposto a ogni avvento. Il mondo è fragile ma dentro il tempo magico della cerimonia c'è una sua verità.
Adesso, io mi rendo conto che le cose che ti scrivo possono anche suonare irragionevoli o contorte. Però sono convinto che non si può tirare fuori la letteratura da uno scenario di questo tipo e scrivere di un romanzo che è “ben riuscito”, o “accattivante”, o “melenso” o “inconcludente” e poi mettersi l'anima in pace. L'anima, tra l'altro, non dovrebbe mai stare in pace. Non è fatta per questo. Loro sostengono delle banalità: la critica "informa" il pubblico, lo "orienta" fra i libri. Noi, in realtà, non abbiamo bisogno di tutte queste informazioni. Ci piacerebbe qualche notizia attendibile sul lupo. È un lupo universale? A ciascuno il suo? Ha un sesso? Quando arriva? Quando se ne va? La letteratura, temo che sia proprio questo: un immaginosa lupologia. Eppure, nelle pagine dei giornali, delle riviste dedicate alla letteratura, dei libri dei critici ce ne sono orme sempre più rare.
Sembra che i libri non abbiano nulla a che fare con il dolore, con il fatto elementare che noi tutti facciamo esperienza delle cose a partire dal nostro smarrimento. Gran parte della critica, dalla recensione più ignara di congiuntivi al più impervio saggio filologico, sembra solidale nel pensare alla letteratura come a un gigantesco mulino che macina altri mulini, dentro un tempo astratto e glaciale, nel quale l'unica vicenda è quella delle possibili combinazioni di artifici. Se il mio unico problema è capire quanto un romanzo è migliore o peggiore di altri romanzi, o quanti altri sonetti nasconde nella sua filigrana un sonetto, io, di fatto, sto esiliando quel romanzo e quel sonetto nel regno della morte. So perfettamente che molti uomini raffinati e bene intenzionati hanno creduto e continuato a credere a questa infamia di un sistema di segni autoregolato come un flipper, dove tutto è menzogna e tutto è verità. Però io mi chiedo come sia possibile pensare che una cosa che accade nel mondo possa stare così, separata dal mondo. Solo il diavolo separa ciò che era unito: e questa e la sua più grande menzogna. Tutto muore quando sta fuori dalla terra, filo di lana strappato al disegno del tappeto. Un critico dovrebbe portare in dono i Nuovi versi alla Lina di Saba a un uomo abbandonato, e non per consolarlo, ma perché possa intuire che il lavoro durissimo che ci tocca in sorte è fare di un destino una figura musicale. Dovrebbe sbattere in faccia gli ultimi canti dell'Odissea ai fascisti che odiano l'immigrato, e non per educarli, ma perché possano sospettare che è gradito agli dèi solo chi sa accogliere il viandante sconosciuto, ascoltare il suo racconto, mentre per gli altri ci sarà solo la freccia impassibile di Ulisse. La nostra anima è questo: intuire e sospettare. La possibilità perenne di un'apertura. Ciò che avviene nella letteratura è il miracolo di un inchino reciproco, di uno sfiorarsi di labbra, tra l'anima e il mondo. Dentro questo incontro, come i conigli e le colombe e i foulards nel cappello del prestigiatore, ci sono tutti i sentimenti possibili: lo sgomento dell'Islandese di Leopardi di fronte alla macchina universale della sofferenza, la nostalgia di Omero e Proust per un tempo degli eroi che solo il respiro del verso e della frase potranno restituire al silenzio del presente, la pace conquistata da Tolstoj nei bivacchi della guerra... Il mondo non ha, forse, una sua direzione ma è vasto e imprevedibile tanto quanto noi, nella scrittura, ci ostiniamo a pensarlo. […]
alcune poesie
di (23/08/2006 - 08:02)
NADIA CAMPANA
tratte da "Verso la mente"

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte
Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi
Ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!
Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta
ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente
Guarda il campo
è così calmo smisurato, stamattina.
*
Registrazione
divento attenta solo quando ti allontani
allora varo la registrazione fonografica
dei meandri e pieghe sudate
nel gesticolio iperteso del passato
da fotografare nel contatore acceso
acceso e invadente l’orecchio
che palpa il cuore con competenza convinto
lo appenderò al chiodo non appena è vacanza
dal costume secolare della mancanza
e il fianco sarà infantile e leggero
*
uomo mattutino
mi avvicino alle dita di fresco
che picchiettano il volto rasato
senza toccarti vuoi essere adorato
guardare basti a me, a te lo specchio
cicala foglia non trema
al vento che non voglia questo profumo
come il tuo bambino ti osservo
eroe mattutino e chiaro
quel colore tirrenico porterei
a rovesci da pittore
tra le voci di fuori
dove deliberi ogni giorno ogni ora
perché sbiadiscano i tuoi cari:
troppo bianco troppo nero tutto in te
voglio affondarci ròsa dal tuo sangue
*
Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo
niente babbo amiamo le teste bruciate
dell’amore ma non la misericordia e
i chiodi come coltelli di gelosia
tra poco cadrà la strada su di te
spergiuro sulla mia infanzia scrivo
lettere, se non mi dai da mangiare
i capelli mi diventeranno come crine
e come un fucile. Notte di lupi
sprangare l’angelo del vento
qui è la piega
dove non sarà nuovo morire
*
punta tenera di un dardo
ora io esisto ancora
sfinita dal correre è vero,
mi porti sulle ossa
finché la notte non mi contrari più
madre ogni minima cosa
*
la luna quella alta macchia il nero
lampi nell’acqua
luce chiusa al rombo fiato
mi sento vinto
ma cos’è negli esempi?
*
proteggendosi a vicenda
qualcosa di loro correva
da lampade rotte
la luce gocciolava a mucchi
sulle carte sparse nel magazzino
forme avide tinte di rosso
fra le pareti li spingeva
qualcosa molto lontano esile fucilata
scriveva il sonno senza materia
*
odore di
erbe
io vengo a farmi in te
vuoto fedele
a un tratto nel regno
le cose sono brezza
leggere senza pensiero
il libro dell'estate
di (22/08/2006 - 14:50)
WALTER SITI: TROPPI PARADISI
di GIUSEPPE GENNA

Troppi paradisi nella terra in cui, da tempo, di paradiso non si scorge l'ombra. Il titolo ironico (no: sardonico) del nuovo romanzo-mondo di Walter Siti è, come spesso accade per certi libri fondamentali, tutto il testo e la struttura che lo sostanzia. Non c'è soltanto il cinismo, il disincanto, la cattiveria che ride al pari della morte; c'è anche l'ombra di una speranza che si erige su ceneri attive (radioattive) di una memoria che è esperienza consumata, la traiettoria del degrado di un tempo, di una nazione, dell'occidente tutto - e di sé.
Complesso, strutturatissimo, scritto con una lingua capace di un'ampiezza di spettro impressionante - dall'aulico-sublime al basso-parlato, spesso entrambi i registri giocati sul comico, quando non sul drammatico meditativo o sul saggistico -, Troppi paradisi è in assoluto il primo esempio di postmodernism in Italia da molti anni a questa parte: non sfiorando mai, se non in un punto preciso, che merita trattazione a sé - il tragico, trova una forma per il tragico nella contemporaneità. Questo è ciò che la critica italiana non ha mai compreso, citando un postmoderno che non è mai stato l'equivalente del postmodernism angloamericano. Siti riesce nell'impresa, aggiungendo ciò che agli angloamericani non riesce: stende un romanzo che può dirsi pensiero in movimento e che commuove.
Troppi paradisi nella terra in cui, da tempo, di paradiso non si scorge l'ombra. Il titolo ironico (no: sardonico) del nuovo romanzo-mondo di Walter Siti è, come spesso accade per certi libri fondamentali, tutto il testo e la struttura che lo sostanzia. Non c'è soltanto il cinismo, il disincanto, la cattiveria che ride al pari della morte; c'è anche l'ombra di una speranza che si erige su ceneri attive (radioattive) di una memoria che è esperienza consumata, la traiettoria del degrado di un tempo, di una nazione, dell'occidente tutto - e di sé.
Complesso, strutturatissimo, scritto con una lingua capace di un'ampiezza di spettro impressionante - dall'aulico-sublime al basso-parlato, spesso entrambi i registri giocati sul comico, quando non sul drammatico meditativo o sul saggistico -, Troppi paradisi è in assoluto il primo esempio di postmodernism in Italia da molti anni a questa parte: non sfiorando mai, se non in un punto preciso, che merita trattazione a sé - il tragico, trova una forma per il tragico nella contemporaneità. Questo è ciò che la critica italiana non ha mai compreso, citando un postmoderno che non è mai stato l'equivalente del postmodernism angloamericano. Siti riesce nell'impresa, aggiungendo ciò che agli angloamericani non riesce: stende un romanzo che può dirsi pensiero in movimento e che commuove.
Accenni vaghi alla trama, che potete reperire altrove facilmente. Il protagonista è Walter Siti, l'uomo, il critico, l'intellettuale, il temuto barone della lobbydella Normale di Pisa, il curatore degli scritti pasoliniani, il gossipparo che è capace di sputtanare chiunque (vedasi il secondo exergo del libro, un passo da una lettera del responsabile einaudiano Ernesto Ferrero: "Faccia il mostro, e non rompa le scatole"): la maschera Walter Siti, in pratica, sorretta con entusiasmo disincantato e difensivo fino alla stesura di questa cronistoria tutt'altro che dolce, che è la vicenda di come la maschera si corroda, per congestione, per stanchezza, per troppo di mondo. In questa postura precisa della stanchezza, Siti raggiunge d'un balzo l'estrema avanguardia della narrativa italiana, cioè il nuovo ragionamento sull'io che delira e allucina il mondo, nell'incertezza della percezione non tanto come rappresentante di oggettività o, all'opposto, di relativismo che libera poetiche dell'assurdo, quanto di apertura alla domanda su cosa sia in sé, quali porte spalanchi (e senza stupefacenti che non siano le storie, la moltitudine di storie in digressione infinita) il semplice fatto di percepire.
Andrà letto sotto questa lampadina dal filo di tungsteno malcerto, il memorabile incipit ("Mi chiamo Walter Siti, come tutti"). Memorabile, perché plagio, e perché plagio dichiarato qualche pagina dopo. Non viene dichiarato l'originale: è il "Je m'appelle Érik Satie comme tout le monde". Da questo movimento di fac-similazione della letteratura, sortisce il medesimo movimento che rovescia la realtà in un'indistinzione tra verità e falsità, che ha perno sull'io, ontologicamente rappresentante di vero e falso: il professore universitario Walter Siti condivide una relazione omosessuale di stampo quasi coniugale con Sergio, uno dei personaggi letterari più indimenticabili di questi anni romanzeschi italiani. Operatore nel complesso retromondo della tv, Sergio attraversa una tundra cospiratoria via via comica, grottesca, a rischio psichico; e in parallelo, mentre degenera e risorge causticamente dimidiato nel mondo del piccolo schermo, ne segue l'andamento e il ritmo il disfacimento della relazione stessa con Walter Siti, scrutatore mai attonito della giungla complottista in cui le scimmie antropoidi passano da reality a format alternativi. E' un decadimento della passione, della libido il cui impulso è stato comunque istituzionalizzato (nel rapporto con il proprio compagno) - allegoria di una grave meditazione sulla fine di se stessi e della società in cui si vive. La libido non è governabile e la scommessa di Siti si sgretola in maniera commovente secondo le tappe per cui la libido stessa, dopo l'illusione della sua praticabilità in calma (che sarebbe l'auspicato esito della sua istituzionalizzazione), non si scatena nuovamente, poiché il tempo è passato, sopravviene una bruma di non mattutina stanchezza, si cercano attraverso una disperata volontà le antiche frenesie, trasformandole nella loro parodia, qui resa attraverso fibrillazioni e isterie (nel senso protofreudiano del termine). La realtà è che l'io ha varcato una soglia fatale e nessun cinismo, nessuna delle usate (abusate...) difese, cinismo in primis, vale più a sostenere il piacere come principio di realtà: è la saturazione della libido.
Accenni vaghi alla trama, che potete reperire altrove facilmente. Il protagonista è Walter Siti, l'uomo, il critico, l'intellettuale, il temuto barone della lobbydella Normale di Pisa, il curatore degli scritti pasoliniani, il gossipparo che è capace di sputtanare chiunque (vedasi il secondo exergo del libro, un passo da una lettera del responsabile einaudiano Ernesto Ferrero: "Faccia il mostro, e non rompa le scatole"): la maschera Walter Siti, in pratica, sorretta con entusiasmo disincantato e difensivo fino alla stesura di questa cronistoria tutt'altro che dolce, che è la vicenda di come la maschera si corroda, per congestione, per stanchezza, per troppo di mondo. In questa postura precisa della stanchezza, Siti raggiunge d'un balzo l'estrema avanguardia della narrativa italiana, cioè il nuovo ragionamento sull'io che delira e allucina il mondo, nell'incertezza della percezione non tanto come rappresentante di oggettività o, all'opposto, di relativismo che libera poetiche dell'assurdo, quanto di apertura alla domanda su cosa sia in sé, quali porte spalanchi (e senza stupefacenti che non siano le storie, la moltitudine di storie in digressione infinita) il semplice fatto di percepire.
Andrà letto sotto questa lampadina dal filo di tungsteno malcerto, il memorabile incipit ("Mi chiamo Walter Siti, come tutti"). Memorabile, perché plagio, e perché plagio dichiarato qualche pagina dopo. Non viene dichiarato l'originale: è il "Je m'appelle Érik Satie comme tout le monde". Da questo movimento di fac-similazione della letteratura, sortisce il medesimo movimento che rovescia la realtà in un'indistinzione tra verità e falsità, che ha perno sull'io, ontologicamente rappresentante di vero e falso: il professore universitario Walter Siti condivide una relazione omosessuale di stampo quasi coniugale con Sergio, uno dei personaggi letterari più indimenticabili di questi anni romanzeschi italiani. Operatore nel complesso retromondo della tv, Sergio attraversa una tundra cospiratoria via via comica, grottesca, a rischio psichico; e in parallelo, mentre degenera e risorge causticamente dimidiato nel mondo del piccolo schermo, ne segue l'andamento e il ritmo il disfacimento della relazione stessa con Walter Siti, scrutatore mai attonito della giungla complottista in cui le scimmie antropoidi passano da reality a format alternativi. E' un decadimento della passione, della libido il cui impulso è stato comunque istituzionalizzato (nel rapporto con il proprio compagno) - allegoria di una grave meditazione sulla fine di se stessi e della società in cui si vive. La libido non è governabile e la scommessa di Siti si sgretola in maniera commovente secondo le tappe per cui la libido stessa, dopo l'illusione della sua praticabilità in calma (che sarebbe l'auspicato esito della sua istituzionalizzazione), non si scatena nuovamente, poiché il tempo è passato, sopravviene una bruma di non mattutina stanchezza, si cercano attraverso una disperata volontà le antiche frenesie, trasformandole nella loro parodia, qui resa attraverso fibrillazioni e isterie (nel senso protofreudiano del termine). La realtà è che l'io ha varcato una soglia fatale e nessun cinismo, nessuna delle usate (abusate...) difese, cinismo in primis, vale più a sostenere il piacere come principio di realtà: è la saturazione della libido.
per leggere tutta la recensione di Genna
racconti su coolclub.it
di (22/08/2006 - 13:57)
Eccomi nuovamente qui. Ciao a tuti. Sul'ultimo numero cartaceo di Coolclub.it dal titolo Apunti d'estate, ci sono molti racconti carini. Il mio è stato tagliato per un errore di impaginazione, ma potete leggerlo qui. Sotto potete leggere quello di Eva Clesis.

Eva Clesis
Non dovresti vedermi così
Detesto la domenica e ciononostante non credo di essere, come il fiero che lo asserisce, una dei pochi a provare questo sentimento di ripulsa. Col tempo e l’orecchio prestato alle conversazioni degli altri, ci si accorge che è diventata una cosa sempre meno originale e più normale. Ti svegli troppo tardi, t’attardi a farti il bagno, vorresti dormire ancora ma i tuoi occhi montano la guardia alle sette precise, la stessa ora in cui dovresti alzarti nei giorni lavorativi, senza poter incolpare il suono della sveglia, muta, perché in realtà il tuo orologio biologico è come il tuo gatto, non capisce mai quando puoi dormire e non deve venire a scassarti le balle. Il resto delle tre ore lo passi a letto in giri e rigiri sperando di vincere l’impulso d’andare a far pipì, tragico errore, la volontà di dominare il nostro io fisiologico impedisce di riaddormentarci. Alle undici ti risveglia l’odore del sugo di carne, del ragù della vicina. Tu di tuo non hai ancora fatto un cazzo, la casa è semplicemente un disastro, tua madre che è l’esse-esse di tutte le massaie del mondo t’ha cresciuta fin da bambina con il gusto della bolognese e delle polpette fritte, delle lasagne al forno e della torta di mele ancora calda. Se solo sapesse. Ma tu già sai che lei sa. In fondo. E che sempre e comunque, nella tua vita da donna single, ti biasima. Diversa ti sembra la domenica degli altri, le levate mattutine per fare il bucato e lucidare l’argenteria, gli uomini a spasso coi propri figli, e c’è chi va a fare colazione e poi sosta in piazza fino all’ora di pranzo, accompagnato da più della metà del paese in cui vivi. Per farti forza e non pensare ai tuoi occhi iniettati di sangue, bevi il primo caffè e intanto accendi la televisione, che programmi orrendi, solo saghe famigliari, cuochi in odor di risotto e revival di vecchie canzoni sulla bocca di ventenni soubrette. Ti rassegni e ti forsenni fino al tuo restauro e all’abbuffata del gran pranzo, per fortuna ti invitano i tuoi, il resto del giorno è già morto, sei satolla e timorosa di esserlo, ti imponi una dieta disintossicante dal successivo lunedì. Così il morale si alza e già che ci stai guardi Colombo. Poi si va al cinema e si lavora il giorno dopo. Stop. Tutto daccapo per una settimana. E’ proprio un gran riposo. Non avendo concluso niente, ti riprometti che la domenica successiva sarà diverso. Lo giurasti, la vincerai. E magari ce la fai davvero. Come me che una domenica mi alzai alle sei del mattino per preparare i ravioloni ricotta e funghi (stavolta avevo invitato io i miei a pranzo. Messa in funzione la lavatrice con dentro un paio di mutande, e solo per far contenta mia madre. Figlia prodigio, con il resto della roba sporca stivata dentro gli armadi che ho la massima cura di non farle aprire, questo PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO!). Mi ci volle un’ora solo per montare la macchinetta per fare la sfoglia, un aggeggio infernale, ho visto in giro dei nuovi modelli con il motorino dentro, una dinamo che ti evita di girare la manovella (che, nel vetusto modello a mano, cade in continuazione con un rumore pesante. Giuro, una volta riuscì a scheggiare una piastrella del pavimento della cucina. In quella occasione vivevo ancora dai miei, perciò quella non era propriamente la mia cucina. Mia madre iniziò a urlare, le dirimpettaie si sporsero dai rispettivi balconi fiorati per capire se c’era o no scappato il morto), ma diffido di questi funzionamenti e ogni volta mi rassegno all’olio di gomito e al gomito del tennista. Montata la macchinetta, iniziai a occuparmi del ripieno. Giunta all’operazione clou dell’ adesso-da-brave-facciamo-la-pasta, ero così conciata: capelli rossi tenuti su con forcine e un fazzolettone a quadretti che uso quando cucino, sistemato a paracadute, stile cuffietta della nonna; pigiamone (che volete, sono un tipo freddoloso) rosa a trapuntina, taglia extralarge (ma io, piccoletta, ci sparisco dentro), con ricamato sul petto l’idillio di due topini gigi in atteggiamento amoroso sulla panchina; grembiule bianco sul pigiamone, rigorosamente macchiato ancor prima di cominciare a cucinare; calze di lana e le babbucce pelose con i conigli, che stoici subiscono gli attacchi sensuali del mio gatto, e uno dei due nella battaglia una volta ci ha rimesso un occhio di plastica e un pezzo di orecchio, a nulla sono valse le mie cure, del resto con ago e filo sono un’autentica schiappa. Ero lì, palmo aperto a prendere la sfoglia sottile man mano che questa usciva dalla macchinetta infernale (che, dimenticavo, è stata d’ispirazione per un romanzo di Stephen King…) per poi adagiarla su ripiano di legno, quando d’un tratto sentii suonare alla porta. Chi cacchio è adesso, il genitore, la genitrice e il fratello della suddetta, noo, non può essere, controllai l’orologio, già le dieci, troppo presto per loro, troppo tardi per i testimoni di geova… Preoccupata, andai ad aprire, dimentica del mio stato, le mani sporche di uova e farina. Era un mio vicino di casa, il bellissimo ragazzo del piano di sotto: sua madre l’aveva mandato a chiedermi una busta di panedegliangeli, doveva fare il ciambellone e se n’era dimenticata. So che voleva dirmi questo, che avrebbe voluto, se solo avesse smesso di ridere. Beh, che c’è? Perché?Sto così male? Vuoi dirmi che non sono sexy? Lo so, puzzo di funghi… Ma non dovevamo uscire una di queste sere, io e te, eh? Non mi avevi detto che mi dovevi far sapere? Non ho il coraggio di chiedergli queste cose, certo che se lui m’avesse invitato in quella circostanza, beh, era fatta, peggio di così non avrei potuto essere, solo meglio. Invece niente, finisce di sghignazzare e io gli do il lievito, ho il cuore in frantumi, il vicino mi piaceva, avevo una mezza cotta, era uno dei motivi per cui continuavo a vivere in quel quartiere, a pagare quell’affitto salato. Cosa stai facendo, cucinavi, scusami, mmh… ti ho disturbata? Grugnisco che non è niente, stavo solo facendo i ravioli… Lui non pare sorpreso, si gira e se ne va, prima mi lascia con un ci vediamo pochissimo convincente, un ci vediamo che puzza di formale, di tanto per dire che ci vediamo. Vedi che la domenica è un giorno detestabile, che se il vicino fosse passato da me un altro giorno non mi avrebbe mai vista così.Chiusa la porta, raccattai la manovella, scrutai il pavimento e mi rimisi al duro lavoro.
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