vertigine estate
Nel mese di agosto questo blog verrà aggiornato molto poco. Nel frattempo per chi non l'avesse ancora fatto vi ricordo che sono in circolazione due cose che mi riguardano:

rossano astremo, jack kerouac il violentatore della prosa, icaro editore

vertigine, periodico di scrittura e critica letteraria, luca pensa editore
news

La rete lentamente si spopola. Agosto è alle porte. Tutto muta. Con lentezza. Tutti gli scatoloni sono pronti. Domenica mattina carico tutto su un furgone e lascio Lecce, dopo otto anni. Si cambia vita. Ho appena finito di scrivere il romanzo del quale sporadicamene vi ho parlato in questo spazio. Piccole anticipazioni: è stato a scritto a quattro mani e il titolo provvisorio è "Tutto questo silenzio".
r.a.
io faccio parte del comitato di lettura
tratto da www.vibrissebollettino.net
A che punto sta vibrisselibri
di giuliomozzi
[tutti gli articoli su questo argomento]

il progetto vibrisselibri va avanti. Una cinquantina di persone (tante hanno aderito) sta discutendo fittamente di una quantità di faccende. Ad esempio: come fa a funzionare una redazione sparsa dalla Sicilia alla Val Belluna, da Venezia a Torino? E come fa a funzionare un ufficio stampa idem?
Poi: come organizzare il lavoro; come procedere alla lettura e selezione dei testi; come valutarli; come parlare dei testi (ciascuno di noi ha una lingua propria, nel raccontare le sue letture); il marchio e il logo di vibrisselibri; eccetera. E ne avremo, se ne avremo!, di cose da discutere e capire.
Nel frattempo, abbiamo già cominciato a discutere di un testo - un testo importante, anche imponente - sul quale ciascuno di noi ha un'opinione diversa.
L'idea iniziale, di cominciare le attività vere più o meno a metà ottobre, non è stata ancora messa in discussione. E io penso che potremmo farcela.
All'interno del gruppo abbiamo cominciato a distribuirci il lavoro. Un bel gruppo formerà il Comitato di lettura (e bisognerà trovare, appunto, un modo per farlo funzionare); un piccolo gruppo costituirà la redazione vera e propria; un altro piccolo gruppo si occuperà della comunicazione e del lavoro di ufficio stampa. Un prestigioso incarico è già stato assegnato: Lucio Angelini sarà il Decone del Comitato di lettura. Fabio Fracas, oltre che contribuire al Comitato di lettura, si occuperà del webmastering (come già fa per vibrisse).
Quindi, per farla breve.
[a] Se volete farvi un'idea dell'aria che tira nel laboratorio (anzi, nella cucina) di vibrisselibri, potete leggervi ciò che scrive Ramona.
[b] Se volete farvi un'idea del modo in cui discutiamo nella lista di discussione, potete leggervi ciò che scrive Lucio Angelini.
[c] Se siete interessati alla cosa e volete partecipare, scrivete a giulio mozzi (cioè a me), spiegando perché la cosa vi interessa e in quale modo pensate di poter contribuire al progetto (che è spiegato per benino qui). Secondo me la nostra redazione è ancora un tantinello striminzita: se ci fossero dei volontari...
[d] Se credete nella cosa al punto tale di volerci sottoporre un vostro testo, speditelo alla redazione e preparatevi a una lunga attesa.
[e] Se volete segnalarci testi di persone di vostra conoscenza, o che avete incrociati nel corso del vostro lavoro editoriale, potete farlo sempre scrivendo alla redazione.
[f] Se la faccenda vi piace, e vi vengono in mente idee o modi per darci una mano, lo spazio dei commenti qui sotto è tutto vostro.
Grazie.
collana nichel: prossime uscite

CAROLA SUSANI
PECORE VIVE
Come ci si fa a difendere da un mondo troppo adulto? Semplice, si inventa un universo con regole proprie. Questo fanno le protagoniste di Pecore vive. Cinque anime femminili – bambine, adolescenti, madri – fedeli fino all’estremo ai propri sentimenti. Attraversano abbandoni, malattie, bufere sentimentali a modo loro: ovvero sfidando continuamente il senso comune e le convenzioni sociali fino a celebrare, mai arrese, nuovi modelli di famiglia, di amore, di desiderio, di possibili esistenze.
Carola Susani confeziona il suo libro più maturo e coraggioso, riuscendo a farci commuovere e irritare come solo i grandi raccontatori sanno fare. Una scrittura la cui forza morale è l’infinito affetto per la varietà del cuore umano.
l’autore:
Carola Susani è nata a Marostica (Vicenza) nel 1965. Nel 1995 è uscito il suo primo romanzo, Il libro di Teresa (Giunti), nel 1998 La terra dei dinosauri (Feltrinelli). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi per ragazzi Il licantropo (2002) e Cola Pesce (2004). Ha collaborato alla rivista Linea d’Ombra, e fa parte della redazione di Nuovi Argomenti.

ANTONIO PASCALE
S'E' FATTA ORA
Dopo il successo di Passa la bellezza e La manutenzione degli affetti (Einaudi), Antonio Pascale, uno dei più acclamati autori della nuova generazione, fa il suo ingresso nel catalogo minimum fax.
S'è fatta ora è un romanzo in cinque movimenti, che mette a fuoco quelle volte in cui la vita ha cambiato il suo passo: ha accelerato, si è scomposta, si è incarognita, si è biforcata verso il sentiero del successo o sulla strada che conduce al capolinea. Ha fatto tutto questo e noi al momento non ce ne siamo accorti, forse perché eravamo troppo impegnati a vivere l'ora.
In queste pagine aspre e divertenti incontriamo Vincenzo Postiglione (alter ego dell’autore già presente negli altri libri di Pascale) alle prese con cinque momenti chiave e altrettanti temi centrali della vita di un uomo: la giovinezza, lo Stato, l'amore, la scienza e il dolore. Cinque iniziazioni (sentimentali, civili, esistenziali) che si intrecciano tra loro dando vita a un particolarissimo, indimenticabile romanzo di formazione.
L’autore:
Antonio Pascale, nato a Napoli nel 1966 ma cresciuto a Caserta, ha pubblicato La città distratta (l’ancora del mediterraneo 1999, Einaudi 2001), un affresco della vita nella città di Caserta, con cui ha vinto l'edizione 2000 del premio Sandro Onofri; La manutenzione degli affetti (Einaudi 2003), con cui ha vinto molti premi letterari e Passa la bellezza (Einaudi 2005). Ha curato l'edizione 2005 dell'antologia Best Off, un'antologia dei migliori testi pubblicati su riviste letterarie italiane (minimum fax 2005). Il racconto "Io sarò stato" fa parte dell'antologia La qualità dell'aria (minimum fax 2004).
vertigine a gallipoli
COMUNICATO

VERTIGINE
Nuove serie, numero unico 2006
244 pagine, Luca Pensa Editore
Giovedì 27 luglio, ore 20,30
LIBRERIA KUBE (spazio letterario), via di S. Sebastiano 8, Gallipoli
Interverranno Stefano Donno, Walter Spennato, Rossano Astremo
Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria, curato da Rossano Astremo, dopo tre anni e la pubblicazione di sei numeri autoprodotti, cambia totalmente pelle. Oltre duecento pagine per ripercorrere la storia della rivista, a partire dal numero dell’esordio, uscito nell’agosto del 2003, per proseguire con il secondo numero, stampato nel novembre del 2003, dedicato ad alcuni episodi di sperimentazione letteraria. Il terzo numero, del marzo 2004, è dedicato ad Antonio Verri, poeta e narratore totalmente dimenticato dalla critica letteraria pugliese e non solo. Nel quarto numero, uscito nell’estate del 2004, comprendente interventi di alcuni grandi animatori della scena letteraria italiana, Vertigine ha ospitato in anteprima assoluta un estratto di New Thing di Wu Ming 1, che sarebbe poi uscito nell’ottobre dello stesso anno. Il quinto numero, Merda d’autore, uscito nel marzo 2005, è una raccolta di testi giudicati pessimi e impubblicabili dagli stessi autori. Vertigine ha reso possibile la pubblica lettura di interventi altrimenti destinati all’oblio. In Politicamente scorretto, dell’ottobre 2005, ampio spazio, invece, a racconti, poesie e riflessioni sulla situazione politica e sociale italiana. Oltre al già pubblicato, questo numero contiene una sezione di inediti, Tritature, nella quale sono presenti recensioni e riflessioni su libri dimenticati nel corso della passata stagione editoriale. A partire dai prossimi numeri la rivista presenterà al suo interno due sezioni, una sezione di argomento tematico sul quale si accederà per invito, come d’altronde è accaduto in questi anni, e, questa la grande novità, una sezione dedicata al laboratorio delle scritture, nella quale verranno ospitati poesie, racconti e contributi critici di giovani autori in cerca di nuovi luoghi d’espressione. Per contattare la redazione rossanoastremo@libero.it, per ordinare una copia della rivista penspol@alice.it.
NARRATIVA
I percorsi del dolore della narrativa contemporanea
Sto traslocando. Dopo otto anni lascio Lecce. Ritorno per qualche mese a casa dei miei genitori a Grottaglie, in cerca di una sistemazione migliore. I miei libri ora sono tutti ben incastrati in scarole di cartone. Son passati tra le mie mani molti libri letti negli ultimi mesi. In particolar modo, mi sono soffermato sui romanzi di scrittori italiani. “Dies Irae”, “Vita precaria e amore eterno”, “Il ritorno a casa di Enrico Metz”, “Caos calmo”, “La cultura enciclopedica dell’autodidatta”, “Escluso il cane”, tutti romanzi aventi come protagonisti personaggi maschili, tutte personaggi alle prese con momenti della loro vita di grande dolore, crisi e trasformazione. Ho immaginato una sorta di cena immaginaria tra i vari Giuseppe Genna (narratore, non autore reale), Martino Bux, Enrico Metz, Pietro Paladini, Giovanni Costa e Marcello Artiglio. Di cosa parlerebero? Di loro fallimenti? Dei loro amori sfumati? Delle loro patologie? Dell’elaborazione straziante dei loro lutti? Magari sorseggiando un buon bicchiere di whisky? Forse due? Sì, mi pare che la tematica del dolore sia una costante di molta narrativa contemporanea. Non è un caso, quindi, che Carlo D’Amicis in “Escluso il cane” chiami il suo husky col nome poco comune di Dolore.
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in ricordo
Ho appreso la notizia leggendo il Manifesto di ieri. E' morto Valerio Marchi, sociologo, storico dei movimenti giovanili, militante antifascista, skinhead, ultrà della Roma, libraio e scrittore. L'ho conosciuto di persona solo recentemente, l'11 luglio a Polignano a Mare, per la manifestazione "Il Libro Pissibile". Era lì con il suo banchetto di libri. Era lì con le sue pubblicazioni. Abbiamo parlato di editoria, beat generation, libri che non si vendono. Ho comprato alcuni libri da lui, tra cui le poesie erotiche di George Bataille. Carmilla lo ricorda ampiamente qui. Posto un estratto del suo ultimo libro.

ESTRATTO DA IL DERBY DEL BAMBINO MORTO
di Valerio Marchi
Assistere al derby da casa, davanti al televisore, induce in chi frequenta o ha frequentato con passione una curva un sottile senso di colpa. Non essere lì a sgolarsi, a sventolare bandiere, a partecipare alle coreografie, a dannarsi e a soffrire insieme alla squadra ti fa sentire inutile, un misero tesserino del vasto e anomico popolo di Sky Tv. Questo vale non soltanto per il derby romano, ma per tutte le tifoserie e per tutti i match dei nostri campionati e coppe. La dimensione televisiva ti priva di quel senso di protagonismo che soltanto lo stadio, e in particolare la curva, ti regala. Te ne stai lì, davanti allo schermo, a trepidare inutilmente. Gli echi delle tue urla sono destinati a spegnersi nella stanza, senza unirsi a quelli altre decine di migliaia di voci che a pochi o a centinaia di chilometri di distanza galvanizzano i propri ragazzi e annichiliscono gli avversari. Il peso della colpa è tale da spingere molti ai pietosi palliativi delle visioni di gruppo - nei pub, nei ristoranti, sul maxischermo in piazza - attraverso cui esorcizzare il rimorso in un tripudio di anacronistici e inutili atteggiamenti curvaroli: le bandiere, le sciarpe e le maglie coi colori sociali, l'incitamento a gola spiegata, addirittura i cori e gli slogan. La verità è che, ovunque si sia, davanti al televisore si soffre due volte: per quel che avviene in campo - o meglio per quel che la regia televisiva decide di farti vedere - e per quel sentirti un vile, un traditore, un disertore. Perché le partite guardate in televisione non contano, non fanno classifica. Questo libro nasce dallo stato d'animo con cui ho seguito dalla televisione l'incontro Lazio-Roma del 21 marzo 2004, appunto «il derby del bambino morto». Il mio ultimo abbonamento in Sud risale ormai al lontano 1996-97. Da allora le volte che sono andato all'Olimpico si contano sulla punta delle dita (ricordo un Roma-Milan soprattutto per un ininterrotto tormentone di circa 40 minuti contro il portiere Rossi, il primo e doveroso Roma-Liverpool, poco altro). Così, anche domenica 21 marzo placo l'ansia da televisore innervandomi ai cellulari di chi invece c'è. Mi giungono notizie che contrastano con la presunta tranquillità con cui Sky parlerà del pre-partita. Gli amici mi raccontano di un paio di contatti con i cuginetti, ma soprattutto delle cariche che si allargano dalla Sud fino a ponte Duca d'Aosta, dei pericolosi caroselli motorizzati e della «cattiveria genovese» della guardia di finanza. L'ultima telefonata è prima delle 20: le notizie non sono buone, gli scontri si sono spostati nell'antistadio della Sud e sembrano crescere d'intensità, il fumo dei lacrimogeni già invade parti della curva. Attendo impaziente fino alle 20,24, quando il monoscopio di Sky lascia finalmente il posto alle telecronaca, per saperne di più: i saluti, le prime banalità retoriche, le formazioni, le coreografie, l'ingresso in campo delle squadre. Sugli incidenti, niente. Solo un accenno minimizzante ai «soliti, piccoli tafferugli», gli stessi termini che utilizzerà il questore di Roma, Nicola Cavaliere, a partita già interrotta. Inizia il gioco e le poche inquadrature della curva mi suggeriscono che non tutto procede per il meglio, il movimento convulso intorno ai boccaporti mi fa temere che sta avvenendo qualcosa di brutto a ridosso della curva, ma dalla telecronaca nulla traspare. Segue l'intervallo e, alla ripresa del gioco, i commentatori di Sky non possono infine non notare e riferire la scomparsa degli striscioni prima in Sud e successivamente in Nord, in Tevere, in parte della Monte Mario. Né possono ignorare i cori contro le forze di polizia e per la sospensione della partita, sempre più alti e sempre più condivisi dall'intero stadio. Provo a richiamare i soliti amici ma i cellulari non hanno campo, un gigantesco ingorgo telefonico blocca ogni possibilità di comunicazione con l'Olimpico. Vorrei infilarmi in un paio di scarpe e correre lì a fare una qualsiasi cosa di una qualsiasi natura, nemmeno io so bene cosa, ma quel po' di razionalità ancora in funzione mi inchioda davanti al televisore. La prima reazione all'intero spettacolo è di pura arroganza intellettuale: come ho già scritto non serve mica aver letto i saggi di Jan Harold Brunvand o di Cesare Bermani per riconoscere la natura della voce sulla morte del bambino. Sin dagli inizi, e ancor più nei fatti successivi, si manifestano in forme evidenti le caratteristiche dei boatos, delle voci incontrollate che si diffondono oralmente - una sorta di telegrafo senza fili - e che nella storia hanno abbondantemente manifestato le proprie potenzialità persuasorie. L'idea originaria del libro nasce dunque dalla «fortuna» di poter trattare un così eclatante caso di boato sviluppatosi in un contesto socialmente e strutturalmente chiuso e in un lasso di tempo particolarmente ristretto. I carichi di ansia sociale, l'assegnazione del ruolo di capro espiatorio, le valenze che in questi casi assumono i tentativi di smentita, la distorsione degli avvenimenti anche oltre ogni evidenza: «il derby del bambino morto» si presentava, fin dal titolo, come una storia degna delle leggende metropolitane raccolte, tra gli altri, anche da questi due grandi etno-antropologi. La seconda reazione è stata di consapevolezza: quel che stava avvenendo - ed è avvenuto in seguito - attorno alla vicenda del derby interrotto, dalle cronache falsificate del pre-partita alle strategie di piazza dopo la sospensione, dalle accuse di complotto alla successiva ondata repressiva, dimostrava come l'intera vicenda travalicasse i confini del Grande raccordo anulare per porsi come risultato esemplare delle politiche di ordine pubblico perseguite negli stadi in questi ultimi trenta anni e, più in generale, della crisi generale del sistema-calcio. La terza e ultima reazione è stata infine di fierezza: la presa di posizione del pubblico - "non si gioca di fronte alla morte" - mi è sembrata e continua a sembrarmi l'ennesima conferma di come nelle curve e nelle altre gradinate risieda l'ormai unica componente del sistema-calcio ancora dotata di senso etico e morale. Quel che sentivo condannare in ogni forma e tipologia mi sembrava - e mi sembra tuttora - la prima risposta valida ed efficace alle consuete litanie dello "show must go on" e dei "motivi di ordine pubblico" che impongono di giocare a ogni costo. La valanga di fango che istituzioni e mass media stavano gettando sugli ultras e, in cerchi concentrici, sul popolo di curva e su quello dell'intero Olimpico, considerati e definiti nel peggiore dei casi come degli untori e nel migliore come dei poveri creduloni, mi offendeva come credo offenda chiunque abbia messo piede in un stadio di calcio. Mi sono tornate in mente tutte le occasioni in cui non si sarebbe dovuto giocare e invece niente, avanti tutta per le consuete e radicate ragioni, e il libro che avevo in mente ha così assunto toni e accenti che pur mantenendo la dovuta e auspicabile "scientificità" riuscissero anche a rendere giustizia a tutti coloro che quella sera hanno reclamato la sospensione del gioco, compresi i tre ragazzi che con innocente inconsapevolezza hanno voluto a ogni costo comunicare i sentimenti della curva ai propri idoli. Ci sarà un processo, meritano di essere assolti. Ma intanto, in questa nostra "era del daspo", pagheranno il loro gesto con una lunga rinuncia allo stadio.
premio città di bari

HA VINTO OSVALDO CAPRARO
In questi giorni sono a Bari. Ieri sera ero presente alla finale del Premio Città di Bari. Ha vinto Osvaldo Capraro con Né padri, né figli. Ha avuto la meglio su due autori che io amo molto, ossia Tommaso Pincio, con La ragazza che non era lei, e Claudio Piersanti, autore de Il ritorno a casa di Enrico Metz. Serata soporifera, condotta da Maurizio Mannoni. Momento peggiore la lettura di un certo Totò Onnis di un frammento del romanzo di Pincio.
nuovo numero di musicaos
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recensione
Sadismo e solitudine nei racconti di Yates
Tassisti con ambizioni letterarie, sergenti addetti all'addestramento di reclute, malati di tubercolosi, coppie sull'orlo di un matrimonio sbagliato, bambini difficili: i personaggi dell'autore di «Revolutionary Road» si rendono visibili attraverso lo schermo del loro isolamento. E l'autore americano, tradotto da minimum fax, li racconta innestando la lezione di Fitzgerald su quella di Flaubert
di Emanuele Trevi

Forse è un po' esagerata l'affermazione di Kurt Vonnegut, che definisce Undici solitudini di Richard Yates (prefazione di Paolo Cognetti, trad. di Maria Lucioni, minimum fax, pp.261, euro 10,00) addirittura «la migliore raccolta di racconti mai pubblicata da un autore americano». Quello che è certo, in ogni modo, è che si tratta di un'ulteriore dimostrazione della grandezza di questo scrittore nato nel 1926 e morto, dopo una vita non facile segnata da alcolismo e depressione, nel 1992. Spetta alla minimum fax il merito di aver riscoperto l'opera di Yates, non del tutto inedita ma rimasta sostanzialmente inosservata qui in Italia, iniziando a ripubblicarla a partire dal capolavoro del 1961, Revolutionary Road, che è anche il suo libro d'esordio, e proponendo in seguito Disturbo della quiete pubblica, uscito nel 1975. Ma anche negli Stati Uniti sembra in corso una rivalutazione postuma, che fa perno, più che sulla critica in senso stretto, sull'ammirazione professata da molti scrittori, come Richard Ford, Michael Chabon, Tobias Wolff. L'essere spesso considerato uno «scrittore per scrittori» a corto di un grande pubblico dovette essere un altro dei crucci che afflissero la vita di Yates, assieme a quello, ben più grave e paralizzante, della coincidenza tra il primo libro e il suo capolavoro, pubblicato a trentacinque anni e di fatto rimasto ineguagliato.
Undici solitudini uscì a Boston da Little & Brown nel 1962, un anno dopo Revolutionary Road, a confermare la presenza di un nuovo e straordinario talento sulla scena letteraria americana. Yates iniziò a collaborare con dei racconti a riviste letterarie negli anni cinquanta, e dunque questo libro contiene le prime prove della sua arte narrativa. Per rubare l'espressione a Thomas Pynchon (anche lui la usa a proposito dei racconti giovanili), si tratta di un vero e proprio slow learning, il lento apprendistato di uno scrittore alla ricerca del suo timbro, e impegnato a saggiare nel concreto le strategie di rappresentazione che gli dettano l'istinto e la cultura. Quanto a quest'ultimo punto, Yates stesso in più d'una occasione ha dichiarato di aver innestato la lezione di Fitzgerald su quella, fondamentale, di Flaubert. Pienamente flaubertiane, infatti, sono le premesse del suo libro d'esordio: Revolutionary Road è la Madame Bovary di una middle class nevrotica e alcolizzata, che vive nei placidi e lindi sobborghi familiari dove è facile far crescere i bambini e i vicini sono tutti amici e tutti simili, almeno in apparenza. I maschi, la mattina, abbandonano i sobborghi per andare a lavorare a Manhattan. Così come la signora Bovary è identica a migliaia di altre mogli di medici di provincia, anche i coniugi Wheeler sono gente perfettamente normale. Non fosse, tanto per l'eroina di Flaubert quanto per i suoi tragici epigoni inventati da Yates, che per un particolare: il veleno fatale dell'immaginazione, tanto più fatale quanto più debole è l'organismo mentale che deve sostenerlo e assimilarlo. Di questo pessimismo antropologico offrono già alcune splendide miniature certi racconti di Undici solitudini, forse con più efficacia dove Yates è già padrone della sua formidabile terza persona che quando usa la prima. Ma in tutti i racconti di questo libro c'è almeno qualche pagina già magistrale.
La loneliness che fin dal titolo dà unità alla raccolta più che fornirne l'argomento (che in effetti risulterebbe molto generico e pretestuosamente valido per tutto) è considerata e trattata da Yates come una tecnica narrativa, una possibilità della rappresentazione verbale. La solitudine, in altre parole, non è un sentimento, e tantomeno un valore incarnato da un personaggio o da una situazione. Non si carica di nessun significato particolare perché tutti i significati le convengono alla stessa maniera e con gli stessi diritti. Sergenti addetti all'addestramento di reclute, malati di tubercolosi in sanatorio, giovani coppie sull'orlo di un matrimonio sbagliato, bambini difficili, tassisti con ambizioni letterarie - le creature solitarie di Yates ci si rendono visibili e credibili solo attraverso lo schermo del loro isolamento. Paradossalmente, ciò che li condanna all'infelicità è anche ciò che (sul piano della scrittura) li rende vivi e possibili sul piano estetico. Molti lettori di Yates sono rimasti impressionati dalla sua impassibilità di narratore, da una sostanziale indifferenza al dolore senza riscatto delle sue creature.
Effettivamente, si può sospettare con buone ragioni una certa dose di sadismo in questo tipo di atteggiamento dello scrittore di fronte ai suoi propri fantasmi. In generale, potremmo considerare il sadismo una specie di padre nobile - e di eterno presupposto implicito - di ogni tipo di naturalismo. Nei racconti di Yates il ritmo necessario e implacabile che connette le cause agli effetti finisce sempre per ricordare, più che una semplice spiegazione logica del mondo, una kafkiana macchina per la tortura. E forse, viene da pensare leggendo questi bellissimi racconti, i più grandi scrittori sono quelli che suscitano in noi, di fronte al pathos delle situazioni, sentimenti di ambivalenza. Vorremmo sostituirci allo scrittore, e penetrando nello spazio della pagina, scrollarli per le spalle, i suoi poveri eroi, avvertirli della brutta figura o della catastrofe imminenti. E nello stesso tempo, godiamo della loro rovina, la magia della prosa di Yates è lì per farcela apprezzare come giusta e necessaria. Yates è sadico, tecnicamente sadico anche in questo: allo spessore vischioso dell'identificazione preferisce la distanza della scena, la sua lieve irrealtà, la sua isteria sempre imminente. Quanto al regista, egli lascia che le cose vadano come devono andare, e sorveglia imperterrito l'agghiacciante precisione dei particolari.
una poesia

estratti
TOMMASO PINCIO
Un estratto da La ragazza che non era lei

Spontaneità. Gusto dell'improvvisazione. Per gli hippy il sesso doveva essere una faccenda spontanea. Basta con la vecchia storia del pacchetto tutto compreso: o ti beccavi amore e matrimonio o altrimenti niente sesso. Non era giusto. Se esisteva l'amore a prima vista a maggior ragione doveva esistere un sesso dello stesso tipo. Perché mai non si dovrebbe andare con chi ti piace? Quando quanto dove e come ti piace?
Che idea fantastica, l'amore libero. Peccato non tenesse in gran conto che anche gli hippy erano esseri umani - non tutti forse, ma certi sì - e che non c'è niente di più umano della gelosia.
Per quanto non è affatto detto che Ken fosse davvero geloso. Forse era la prospettiva di diventare padre che non gli andava tanto a genio. Forse? Macché. Volendo dire le cose come stavano non ne voleva proprio sapere.
C'era una rivoluzione in corso, nel caso lei non se ne fosse accorta. Gli anni Sessanta erano appena iniziati e lui non ci pensava proprio a farseli rovinare da un figlio. Figlio di chi, poi? Ché con tutti gli acidi che lei si era fatta magari 'sto bambino veniva fuori pure un mezzo deficiente.
Le incomprensioni tra Ken e Kinky proseguirono in questo modo: lasciarono passare settimane e poi mesi. Settimane e mesi a beccarsi sulle stesse questioni. Quando non ci fu più spazio per nessuna decisione fuorché l'attesa, Ken lasciò intendere di essersi suicidato. Si trattò di una cervellotica e poco credibile messa in scena.
Per quanto nemmeno questo è detto. Che gli interessasse essere creduto, cioè. La cosa che di certo solleticava la cima dei pensieri di Ken era darsela a gambe, fuggire il più lontano possibile, tipo in Messico. E fu proprio lì che Ken riparò in attesa che si calmassero le acque.
Nel frattempo la pancia di Kinky cresceva. Il che voleva dire che lui cresceva. Tutti gli organi erano già al loro posto. La forma assunta dal cuore era quella che avrebbe mantenuto per tutta la vita. Il corpo si era dotato di una pelle vera e propria, sbarazzandosi dell'involucro protettivo nel quale era stato avvolto nei tre mesi precedenti. Pesava duecento grammi. Era alto diciotto centimetri. Entro centosettanta giorni sarebbe venuto al mondo.
Nessuno lo aveva interpellato. Nessuno si preoccupava di cosa pensasse al riguardo o se avesse nulla in contrario.
Ciò che più lo mandava in bestia, o meglio, ciò che lo avrebbe mandato in bestia negli anni a venire era che mentre le sue cellule si sdoppiavano e moltiplicavano seguendo un preciso ordine, attenendosi scrupolosamente alle istruzioni genetiche, organizzandosi per bene in gruppi, accettando di buon grado il destino molecolare che gli era stato assegnato, nel mondo esterno tutto procedeva in senso contrario.
Nel suo microcosmo uterino regnavano ordine e disciplina, là fuori invece c'era un casino intollerabile. Ognuno faceva quel che voleva, a nessuno stava bene niente, tutti pretendevano di cambiare il mondo e perciò protestavano. Contro la guerra, contro il sistema, contro la società dei consumi e perfino contro la noia.
E dire che la nazione aveva in mente grandi progetti per la generazione dei figli dei fiori. Se li prefigurava quarantenni, in casa davanti al televisore, a bere birra e sgranocchiare schifezze pulendosi le dita untuose sulla stoffa del divano. Il genere di cittadini su cui contare, in parole povere. Il futuro della nazione come la nazione lo vedeva e voleva. Invece ci si ritrovò tra le palle un esercito di giovani inspiegabilmente regrediti a forme di convivenza e vagabondaggio tribale, individui che scambiavano il sacco a pelo per una casa, che giravano a vuoto mostrando una preoccupante mancanza di senso del denaro e impegnandosi in attività prive di alcun fine pratico, questo quando facevano qualcosa, perché la maggior parte del tempo lo impiegavano stando appoggiati contro un muro o seduti sull'orlo di un marciapiede o stravaccati in un prato. I più operosi strimpellavano una chitarra oppure ciondolavano con gli occhi cisposi e l'aspetto di chi aveva passato la notte dormendo in un bosco.
Nazione e persone perbene erano schifate dallo stile di vita dei figli dei fiori. I figli dei fiori erano schifati dallo stile di vita di nazione e persone perbene. Nessuno andava d'accordo con nessuno. Un gran casino.
- Questo era il mondo in cui mia madre aveva avuto la bella idea di concepirmi, - aveva detto lui. Il sole era già calato da un pezzo ma continuavano a viaggiare.
Laika aveva seguito il racconto cercando di immaginarsi questa generazione dei figli dei fiori, di figurarsela a mano a mano che lui gliela descriveva. Aveva pensato a persone vestite di stracci, sporche come selvaggi, animalesche come animali, promiscue e viziose come i negri, fuori di testa come gli indiani e sfaccendate come i messicani. Individui indolenti capaci solo di tendere la mano per elemosinare o di muovere il pollice per farsi dare un passaggio. Se li era figurati giovani - ragazzi e ragazze - coi capelli lunghi fino al sedere che giravano nelle loro comunità nudi come bestie tra pidocchi e parassiti, posseduti dal demone di musiche assordanti e inascoltabili, pronti ad accoppiarsi in mezzo al fango non appena veniva loro voglia.
- Fanculo gli anni Sessanta, - aveva detto lui a un certo punto. - Fanculo l'Estate dell'Amore.
teniamolo ben a mente

In occasione di un convegno organizzato nel 1999 dalla rivista Letture, venne elaborato un manifesto estetico che, ai tempi, parve bizzarro. Gli estensori, sotto l'egida di Ferruccio Parazzoli, erano Tommaso Pincio, Antonio Riccardi, Giuseppe Genna e Michele Monina. Il manifesto non pretendeva di imporsi ideologicamente, non intendeva porsi come vasca di raccolta di pesci sguazzanti e nemmeno ambiva a un ruolo di leadership avanguardista. Soltanto, intendeva fotografare ciò che percepiva come presente avanzato - una porzione di futuro imminente.
L'invito è a misurare questo manifesto con l'attuale deriva narrativa e poetica.
"Scrivo di cose che non vidi, non mi capitarono, non seppi da nessuno, e che per di più non esistono affatto, né a priori possono accadere".
Luciano, Storia vera
- In una foresta di segni nella quale si aggirano spettri, qualcuno tenta di parlare, gioire, piangere, meditare, cercare in sé o fuori di sé una verità che lo appassioni.
- Abbiamo l'impressione che, questa miriade di segni e di significati, il mondo la esprima autonomamente come se avesse elaborato, all'insaputa dei sapienti, strategie interne e modalità creative, avendo avuto cura di eliminare la mente che le pensa, le sente e le realizza.
- Segnale inequivocabile di queste strategie è la ricerca del divertimento, una coazione a ripetere ormai del tutto frenetica e automatica.
- E' tempo di prendere partito per una strategia creativa che sia figlia di una complicità di menti: autori plurimi, proliferazione di eteronimi, progressivo ritrarsi dell'individuo. Ciò che conta è l'opera, ciò che dice e che narra, la sua voce provenendo da luoghi che non si incarnano in alcun preciso soggetto.
- La lingua è un'espressione che porta in sé i sogni o gli incubi di chi la parla. Una lingua che entri in contatto con molti e diversi tempi, tutti contemporanei. Useremo una lingua falsa, porosa, simile, ma non identica, alla flattanza linguistica che invade le case e le menti.
- Non è più tempo per lo stile. Non è prioritario agire sulla lingua quanto lo è agire sulle strutture, sugli intrecci, sulle chiavi che aprono e chiudono i cassetti delle storie.
- Lavoriamo anzitutto a intrecci che ci permettano di dare vita a un'opera più grande di quanto noi stessi possiamo immaginare. Strutture complesse, spesso giocate sugli equilibri interni, pagine che si richiamano a distanza, personaggi e tempi in assoluta libertà di allontanamento e avvicinamento, spariscono per poi ritornare, il diritto e il rovescio del binocolo.
- Io, tu, noi. Sono questi i personaggi di un'opera che ambisce a essere, al tempo stesso, epica e lirica, che utilizza i dialoghi, i salti temporali, l'immaginifico e il prodigioso come sogni che gli uomini non hanno il coraggio di sognare.
- Trilogie narrative, poemi sequenziali, opere incastrabili con altre opere: è il segno che conosciamo quanto il senso sia complesso e affascinante, facitore di storie, non immediatamente percepibile. L'immediata intuizione, l'illuminazione, la folgorazione sono possibili e fondate soltanto all'interno di una più ampia struttura che un mondo virtuale e parallelo al mondo reale.
- Guardiamo all'allegoria come strumento privilegiato. Sfruttiamo il piacere che dà l'allegoria. L'allegoria non parla soltanto del mondo e non allude soltanto a un eterno presente: essa parla anche della morte e della fine del mondo. L'allegoria allude a qualcosa di segreto, che cerca non di portare alla luce, ma di nascondere meglio, perché sia viva la sensazione che qualcosa può esistere anche senza che venga totalmente spiegato.
- L'allegoria rappresenta la tregua tra una visione teologica e una visione artistica dell'universo. Il reportage - genere teologico per eccellenza, da quando la cronaca ha sostituito la sacra scrittura -, il noir, la fantascienza, il poema barocco non smettono di parlare della possibilità o dell'impossibilità di un dio, della sua bellezza o del suo orreore.
- Il lettore è nostro complice: non vogliamo per complice un idiota con due occhi.
- Bisogna fare spreco di sé. Il nostro realismo è salito di grado: ogni rovina, ogni uomo, significano qualcosa d'altro. Un realismo allegorico che racconta le storie di questo mondo e di un mondo diverso, che parla di tutto, indifferentemente, e di ogni personaggio.
- Il soggetto, il famigerato io alla cui dissoluzione la modernità ha lavorato con instancabile alacrità, torna a essere personaggio, ha acquistato un nuovo senso: significa 'uomo' e, allo stesso tempo e con la medesima intensità, significa veramente 'io'.
- All'ironia sostituiamo il grottesco, il paradossale. Un genere storicamente sospetto.
- Posto che la bellezza debba essere intesa come imitazione del felice, chi oggi è in grado di indicarci un uomo felice?
- Chiunque dipenda da Qualcuno o da Qualcosa, senza sapere da Chi o da Cosa, come tutti noi dipendiamo, deve pure avere un'arma con cui tenere a bada il padrone: rettitudine, sincerità, mala lingua, congiure, dicerie, scambi di binari, false rotte stellari.
Vogliamo un celebre anonimato.
Vogliamo scrivere tutto.
comunicato

PRIMO APPUNTAMENTO
LIBRERIA KUBE (spazio letterario), via di S. Sebastiano 8, Gallipoli
LUCA PENSA EDITORE – Cavallino, Lecce
Presentano
POESIE POLITICHE
Di Pietro Berra
prefazione a cura di Maurizio Cucchi
collana AlfaOmega, diretta da Stefano Donno
venerdì 21 luglio 2006, ore 20,30
Presso LIBRERIA KUBE, spazio letterario, via di S. Sebastiano 8, Gallipoli
Presenteranno:
Stefano Donno, Mauro Marino, Pietro Berra
Pietro Berra vive a Brunate (Como), città dove è nato nel 1975. Giornalista, lavora al quotidiano La Provincia di Como, collabora con il settimanale Diario. Ha pubblicato due raccolte di poesie Un giorno come l’ultimo, In viaggio per le strade di Como e della mente (Dialogolibri, 1997) e Poesie di lago e di mare (LietoColle, 2003), e la biografia di Giampiero Neri. Il poeta architettonico (Dialogolibri, 2005). E’ presente con alcuni suoi contributi poetici ne Il presente della Poesia Italiana a cura di Carlo Dentali e Stefano Salvi (LietoColle, 2006)
“Circola oggi un’evidente voglia di poesia civile, di presenza del poeta nelle cose del proprio tempo. E credo sia un’esigenza profonda, non una semplice moda. D’altra parte, il poeta, sempre, ha il diritto e il dovere di essere interprete, con i mezzi della poesia, del tempo in cui vive. Specie se è un tempo in confuso movimento come il nostro. Pietro Berra dimostra l’autenticità di questa esigenza, anche se il carattere politico delle sue poesie non è da intendersi in senso restrittivo, bensì aperto alla complessità del reale nelle sue manifestazioni articolari e molteplici”.
Dalla prefazione di Maurizio Cucchi
SECONDO APPUNTAMENTO
LIBRERIA KUBE (spazio letterario), via di S. Sebastiano 8, Gallipoli
LUCA PENSA EDITORE – Cavallino, Lecce
Presentano
VERTIGINE
Nuove serie, numero unico 2006
244 pagine, Luca Pensa Editore
Venerdì 28 luglio, ore 20,30 presso
LIBRERIA KUBE (spazio letterario), via di S. Sebastiano 8, Gallipoli
Interverranno Stefano Donno, Walter Spennato, Rossano Astremo
Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria, curato da Rossano Astremo, dopo tre anni e la pubblicazione di sei numeri autoprodotti, cambia totalmente pelle. Verrà presentato, infatti, domenica 28 maggio, presso il Fondo Verri di Lecce, a partire dalle ore 20,00 il primo volume della nuova serie della rivista, pubblicato dalla Luca Pensa Editore. Oltre duecento pagine per ripercorrere la storia della rivista, a partire dal numero dell’esordio, uscito nell’agosto del 2003, per proseguire con il secondo numero, stampato nel novembre del 2003, dedicato ad alcuni episodi di sperimentazione letteraria. Il terzo numero, del marzo 2004, è dedicato ad Antonio Verri, poeta e narratore totalmente dimenticato dalla critica letteraria pugliese e non solo. Nel quarto numero, uscito nell’estate del 2004, comprendente interventi di alcuni grandi animatori della scena letteraria italiana, Vertigine ha ospitato in anteprima assoluta un estratto di New Thing di Wu Ming 1, che sarebbe poi uscito nell’ottobre dello stesso anno. Il quinto numero, Merda d’autore, uscito nel marzo 2005, è una raccolta di testi giudicati pessimi e impubblicabili dagli stessi autori. Vertigine ha reso possibile la pubblica lettura di interventi altrimenti destinati all’oblio. In Politicamente scorretto, dell’ottobre 2005, ampio spazio, invece, a racconti, poesie e riflessioni sulla situazione politica e sociale italiana. Oltre al già pubblicato, questo numero contiene una sezione di inediti, Tritature, nella quale sono presenti recensioni e riflessioni su libri dimenticati nel corso della passata stagione editoriale. A partire dai prossimi numeri la rivista presenterà al suo interno due sezioni, una sezione di argomento tematico sul quale si accederà per invito, come d’altronde è accaduto in questi anni, e, questa la grande novità, una sezione dedicata al laboratorio delle scritture, nella quale verranno ospitati poesie, racconti e contributi critici di giovani autori in cerca di nuovi luoghi d’espressione. Per contattare la redazione rossanoastremo@libero.it, per ordinare una copia della rivista penspol@alice.it.
costretti a sanguinare
ecco la nuova edizione di Costretti a sanguinare, il romanzo del punk italiano, firmao da Marco Philopat.
L'intervista
Philopat: "Gli orribili anni '80 tra Craxi e il Grande Fratello"
di Aldo Nove
Milano. Costretti a sanguinare. Sangue Come dolore di un corpo nel, si sarebbe detto un tempo, sociale. Come ultima testimonianza di una vita che non vuole farsi bandiera di qualcosa che non la rappresenta. E non la vuole rappresentare. La storia del punk italiano, la sua radicalità, suo malgrado, tutta politica. Nella solitudine di poche, si sarebbe detto un tempo, avanguardie. Marco Philopat ne ha tracciato con una puntualità inaudita la mappa. Nella memoria. Alla ricerca del tempo perduto. O, meglio, del tempo (del desiderio) che resta ancora da conquistare. Partendo, forse, dall'ultimo frammento di utopia storica. In questo scorcio di secolo sanguinario ed ottuso. Raramente ho letto pagine così intense. Costretti a sanguinare. Una storia del punk italiano. Detta di un fiato. Tutta in una volta. Luoghi, nomi, fatti. Con la precisione di una fotografia. Dove ogni dettaglio dà forma all'immagine ora indelebile di un mondo che nessuno, fino a oggi, aveva raccontato. Un libro politico, dicevamo. Stranamente politico. Detto, scritto, narrato da chi, della politica, rifiutava il linguaggio, le contraddizioni crescenti e, in quegli anni, così estreme da fare deflagrare un sistema intero. Il punk, dunque, come presa d'atto e reazione ultima a un senso di vuoto epocale. Una storia d'amore. "Sono partito dal mio punto di vista personale dice Marco Philopat. Dai miei sentimenti. E lo ho voluto fare dicendo tutto al presente. Rifacendomi alla tradizione di una narrativa orale che, in Italia, ha avuto le sue più forti espressioni in scrittori come Bianciardi, Balestrini e Tondelli".
Il presente. Il passato confuso. E nessun futuro.
Chi usciva dalle scuole non aveva nessuna garanzia di futuro. La risposta dei movimenti era ormai frastornata dall'eroina o dalla volontà di essere normali. Eravamo pochi e ultraradicali. Siamo stati cacciati dai posti di lavoro. Cacciati dalle famiglie. Eravamo poche decine di giovani, in mezzo alla strada. Nel resto d'Europa c'erano esperienze analoghe, ma forse è stato proprio al Virus di Milano che è sorto il più grande centro di aggregazione punk del continente. Grossa parte del mio libro ruota attorno alla storia del Virus. Nel giro di tre anni ci hanno suonato centinaia di gruppi musicali, fino al 1984, con lo sgombero della polizia. È stato allora che la controcultura punk ha toccato il suo apice, ed è morta.
Ma cosa è stato il punk?
C'era il rifiuto di ogni condizionamento. Era importante dimostrare la nostra ribellione. La nostra autonomia culturale, svincolata dal sistema. Le punkzine, le riviste che improvvisavano la coscienza delle varie situazioni, erano scritte dagli stessi redattori, fotocopiate e distribuite a mano. Il punk è finito nell'84. Il ruolo delle controculture è stato questo: nascere e morire spazzando via il vecchio, e creando altri stimoli. Dalle ceneri del punk, dallo stesso spirito, è nato poi il cyberpunk, che giunge fino ai nostri giorni.
La filosofia del punk. La sua radice.
C'è una frase di Deleuze che è anche il titolo di un capitolo del mio libro: "Non esiste rivoluzione senza investimento libidinale". La lotta politica ha un senso se investe i desideri. Negli anni '70 i movimenti controculturali, prima dell'esplosione punk stavano diventando in qualche modo sempre più acritici. Non c'era più desiderio. Il punk ha posto come concetto fondamentale il desiderio.
Presente. Passato. Futuro. L'84 fa da spartiacque...
L'84 è stato l'anno di Orwell. Il finale. L'anno in cui il Grande Fratello avrebbe preso definitivamente il potere. Allora, vedevamo la tecnologia come qualcosa di negativo. L'anno dopo si è ribaltato tutto. Altre forme di radicalità ci aspettavano. È stato un passaggio difficile, traumatico. Ci sono voluti alcuni anni, almeno tre, per la rinascita di altri movimenti alternativi.
Non c'era solo Craxi, negli anni '80. C'erano individui strani. C'erano, attorno ai punk, "creature simili"...
Anni '80, anni di merda, sappiamo. Altri individui, non punk, hanno agito la loro opposizione a un sistema che noi combattevamo. Il mio libro vuole rappresentare lo spirito critico di una generazione che non voleva adagiarsi in un sistema che stava ingurgitando tutto. Il punk, oggi, non ha nulla a che vedere con le nostalgie, con le nuove operazioni di mercato...
Il punk, oggi...
Lo ritroviamo nei techno-rave, specialmente in quelli illegali. Sono giovani che incidono a casa loro, con il computer, e lo presentano agli altri. Senza nessuna differenza tra chi balla e chi canta.
Non c'è rivoluzione senza investimento libidinale.
23 luglio 2006

Musicaos, Books Brothers e Officine Meridiane saranno ospiti - il prossimo
23 luglio a Taranto (Masseria La Penna), alle 21:00 - della manifestazione
“Narratori Tarantini Oggi” organizzata dall’associazione Punto A Capo.
La serata, dedicata in una prima parte alla letteratura tarantina (ospiti Girolamo De Michele, Cosimo Argentina, Stella Magni, Flavia Piccinni, Rossano Astremo, Giuse Alemanno, Vanni Schiavoni), proseguirà allargando lo sguardo ad un fenomeno che vede in prima linea diverse realtà pugliesi contemporanee, la “scrittura sulla rete”. Ospiti: Luciano Pagano ed Elisabetta Liguori di Musicaos (www.musicaos.it) Michele Trecca e Vincenzo Corraro dei Books Brothers (www.booksbrothers.it), Lia D’arcangelo ed Erminia Daeder di Officine Meridiane (www.scritturacreativa.ilcannocchiale.it).
Drammatizzazione di brani del romanzo “Scirocco” (Einaudi, 2005) di Girolamo De Michele a cura della compagnia “Il teatro dei limoni“, di Foggia. Letture a cura di Franco Nacca e Marina Lupo.
Ingresso libero senza consumazione obbligatoria.
**** INDICAZIONI: Per raggiungere la Masseria La Penna occorre prendere il ponte di Punta Penna (per Taranto o per Bari, la direzione è indifferente) e uscire per Buffoluto, segnalato da una freccia bianca. Si percorre circa un chilometro, seguendo le indicazioni della masseria La Penna.
** Musicaos - www.musicaos.it - Dal gennaio del 2004 uno sguardo su poesia e letteratura a tutte le latitudini e su ogni livello di comprensione. Musicaos è un sito, con baricentro leccese, dedicato alla scrittura e agli scrittori, con attenzione ad autori esordienti e a quanti vogliano collaborare la redazione dei materiali della rivista.
** Officine Meridiane - www.scritturacreativa.ilcannocchiale.it - Comunità tarantina, iscritta alla federazione Bomba Carta, attiva dell’ottobre del 2004. È un laboratorio permanete frequentato da persone che condividono un interesse per la scrittura e la letteratura e condividono la loro passione attraverso il blog e periodici incontri “dal vivo”.
** Books Brothers - www.bookbrothers.it - Books Brothers è un’associazione di pronto intervento letterario attiva in emergenze tipo: esordienti malmenati e malmessi, outsider alla riscossa, manoscritti orfani, padri eretici e
snaturati, minori abbandonati, frutti contaminati, opere incestuose, capolavori al macero, recensioni in taglio basso, autori al margine del caos. Booksbrothers.it è una arena permanente, in cui confrontarsi con le armi della creatività e della critica.
nelle librerie
MARILU' S. MANZINI
estratto da IL QUADERNO NERO DELL'AMORE

L’amore è una cazzata.
Parliamoci chiaramente: nessuno ti dice mai la verità.
Da bambina ti raccontano le favole per farti credere che qualsiasi cosa ti succederà nella vita tutto comunque finirà bene.
Cazzate.
Poi sarà la volta di quando straccerai le palle all’inverosimile ai tuoi per avere Ken-fidanzato-con-i-capelli-sintetici-neri-e-non-biondi-colorati-su-plastica. E lo devi avere assolutamente perché Barbie, nella sua mega casa di quattro piani con terrazzo, si sente sola e triste e ha bisogno di un fidanzato che le bussi alla porta con in mano un mazzo di rose rosse di plastica. E dopo cinque minuti li hai già spogliati e li metti a letto uno sopra l’altro. E la tua manina inizia a sbattere Ken sopra Barbie, anche se lo sbatti un po’ troppo violentemente a dire la verità, ma ancora non hai ben capito cosa facevano mamma e papà quella sera che ansimavano sul letto con la porta mezza aperta.
Quando sarai un po’ più grande ti racconteranno che i giornaletti porno nascosti nella soffitta di tuo zio sono lì per caso e servono a incartare vetri troppo fragili. Ma ormai sarà tardi e tu ti chiederai cosa ci faceva quella donna con le tette grosse, due dita di una mano infilate in bocca e le cosce spalancate con due dita dell’altra mano in quel punto pieno di peli. Peli che tu non hai ancora. Cosa ci fanno quelle due dita tra le gambe?
E poi sarà sempre più tardi e una notte ti verrà in mente quel tuo compagno di banco, quello che fa sempre casino, e nel letto inizierai a strusciarti senza capire bene, andrai avanti e indietro, a pancia in giù, con quel punto in mezzo alle cosce dove non ci sono ancora i peli spinto contro il materassoe sentirai una sensazione strana che inizierà a invaderti dal basso ventre e di là prenderà possesso della tua mente, qualcosa di così piacevole che rimarrai a strofinarti per un bel po’.
Ma non capirai un bel niente. Solo che quel bel niente lo rifarai per diverse notti. E continuerai a non capire un cazzo per un bel po’ di tempo dopo quegli strofinamenti notturni.
E ancora nessuno ti racconterà la verità.
Perché la verità se la tengono ben stretti.
Finalmente arriverai a spalmarti il fondotinta sulle occhiaie e spennellarti il fard senza doverti nascondere in bagno per ore rubando i cosmetici a tua madre per poi doverti lavare via dalla faccia il faticoso lavoro perché lei non se ne accorga. E tutta fiera del tuo lavoro uscirai con Pino il figlio dell’amica di papà, e ti sentirai euforica, per la prima volta, e fondamentalmente saprai già che è più per il tuo gran lavoro sul viso e per il jeans nuovo che per Pino, ma non te ne renderai conto.
T’innamorerai, bacerai con la lingua, ti farai toccare il seno sopra il maglione, poi ti farai toccare sotto il maglione, esiterai sulla lampo dei jeans, poi la farai abbassare, le mani sfioreranno le mutandine e ti fermerai, ricomincerai e lascerai che le dita scendano in fondo, sospirerai, ti lascerai togliere i vestiti, accarezzerai la pelle nuda di qualcun altro. Un giorno le gambe si apriranno, qualcuno t’infilerà qualcosa di duro e caldo dentro, e ti farà male, un altro corpo abiterà il tuo, e scoprirai il sesso, finalmente.
Il sesso non è una cazzata.
Ti disinnamorerai, oppure qualcun altro si disinnamorerà di te, lo lascerai, altri ti lasceranno, piangerai, riderai, sarà tutto un gran casino come la giostra del calcinculo che gira troppo veloce e dopo un po’ ti verrà il vomito, e continuerai così per un bel po’ di giri, così tanto che alla fine avrai perso il conto e non saprai neanche quanto tempo sei stata su.
Andando avanti così supererai la soglia di quella che loro chiamano adolescenza e l’avrai passata senza accorgertene, ma loro continueranno a cucirtela addosso anche quando ti ribellerai urlando che sei diventata grande.
Un bel giorno te ne andrai, avrai un lavoro, degli amici, degli amanti, e reciderai quel cordone ombelicale che i tuoi genitori ti hanno tessuto intorno come una fitta ragnatela.
E scoprirai che nella vita tutti raccontano balle.
Che ti hanno sempre raccontato balle.
E che sempre ne racconteranno.
E che la vita è solo questo: una gigantesca balla.
Quando arriverai a questa conclusione probabilmente avrai ancora un lavoro, alcuni amici ti avranno tradito, alcuni amanti ti avranno spezzato il cuore e i tuoi genitori saranno sempre i tuoi genitori. Ecco, i tuoi genitori saranno sempre uguali, questo non cambierà mai, sempre pronti a romperti i coglioni e a raccontarti favole sul vissero felici e contenti. Sarai single e il tuo letto sarà sempre di più il tuo letto e sempre meno quello di qualcun altro.
Se invece ti dice bene, un giorno qualsiasi in un mese purchessia di un anno qualunque, per uno strano scherzo del destino sarai una paraculo incredibile e un uomo non particolarmente bello ma affascinante, intelligente, ma che fa ridere solo te, che fondamentalmente non sopporta i tuoi amici ma li subisce perché sono i tuoi amici, essenzialmente buono ma acido con il resto del mondo, ti scoperà come mai nessun uomo aveva fatto prima. Passerai più tempo a letto che in giro per negozi, s’innamorerà di te e ti tratterà come una regina.
E allora il principe azzurro esisterà per davvero.
E sarà venuto col suo cavallo bianco, che nel frattempo s’è trasformato in cabrio, solo per te.
Allora ricomincerai a credere che Dio esiste e quando passerai davanti a una chiesa non le lancerai più un’occhiata sommaria, e rimpatrierai a casa dai tuoi per il pranzo della domenica, e poi le domeniche diventeranno lunedì, e poi martedì e alla fine non saprai più che giorno della settimana è, e inizierai a pentirti di aver dubitato di tua madre e delle leggende su Cenerentola mentre lei ti ripete «Io te l’avevo detto».
E l’amore non sarà più una cazzata.
Un bel giorno ti rigirerai nel letto e ti prenderà un colpo scoprendo accanto a te uno sconosciuto che dorme sbavando sul tuo cuscino. E allora ti alzerai furtivamente e qualcuno ti afferrerà le ginocchia senza preavviso gridando «Mamma» e lì capirai che qualcosa non dev’essere andato come avevi previsto.
Ti ritroverai senza lavoro, perché il lavoro lo avevi lasciato quando Giacomino non andava ancora all’asilo, l’uomo affascinante avrà barattato tutto il suo fascino per cinque chili in più sul girovita, intelligente lo sarà ancora, solo che non te lo ricorderai più, proverai a cercare in agenda il nome di un tuo amico per raccontargli che le cose non vanno proprio come immaginavi ma un’agenda non ce l’avrai più e neppure il nome del tuo amico scritto sopra. E in quanto al sesso, be’, non sai nemmeno se la fugace scopata mensile con mano davanti alla bocca per non svegliare Giacomino questo mese non l’hai segnata sul calendario oppure non c’è proprio stata.
Manderai affanculo tua madre, tuo padre, Cenerentola e pure la carrozza.
Divorzierai, cercherai un posto di lavoro, il tuo avvocato avrà preso il posto di Dio da quando l’assegno mensile del coglione inizierà ad arrivare regolarmente, la macchina diventerà il tuo polmone d’acciaio mentre vai a prendere Giacomino a scuola, porti Giacomino all’allenamento di calcetto, ritorni a prendere Giacomino da nuoto, scarrozzi Giacomino fuori città per una gita, accompagni Giacomino alla lezione di piano.
Ma probabilmente tra un impegno e l’altro avrai di nuovo degli amici, e ritornerai a fare sesso.
E capirai di non avere mai capito un cazzo.
Né sull’amore.
Né sul sesso.
Nell’onestà della tua solitudine saprai definitivamente di averla presa in culo. Sempre.
E dopo tutto questo ti rimarranno solo due cose da fare: ridere.
E scrivere.
un libro da leggere assolutamente
CARLO D'AMICIS
estratto da ESCLUSO IL CANE

La palestra è piena di froci.
“No, guarda. Sono proprio froci!”, insisto quando Morgan inarca le sopracciglia e m’invita ad abbassare la voce. Amoderare i termini. Aessere politicamente corretto.
“E poi”, mi sfogo, “non ce n’è uno che non vorrebbe portarti a letto”. Aquesto punto, blandito dal suo narcisismo, con un sorriso civettuolo il mio uomo si avvia verso la doccia e io rimango a trapassare con lo sguardo i miei rivali, chiedendomi come sia possibile che non ci sia nessuno che gli piaccia più di me.
“Com’è possibile”, mi chiedevo, “che non ci sia nessuno?”, e fremevo di gelosia.
“Com’è possibile?”, mi chiedo, e all’improvviso mi assale il terrore che Morgan non mi tradirà mai. Che resteremo insieme per sempre. Che, sotto sotto, mi ami davvero. Piego il mento verso il basso e lancio uno sguardo all’interno del mio accappatoio. Lo strato adiposo che mi cinge i fianchi, leggero ma quasi ributtante al confronto con i suoi addominali, suggerisce di avere fiducia, di lasciare che la naturale incompatibilità dei nostri corpi a poco a poco si manifesti e prenda il sopravvento.
(Sull’innaturale compatibilità delle nostre anime?)
“Perché non entri mai in palestra?”, si lamenta Morgan passandomi davanti tutto nudo. “Giusto un po’ di panca”. Lo guardo co me un sottoproletario guarderebbe un surfista che gli consiglia di
andare alle Maldive.
“Bravo”, rispondo astioso, “e chi me lo dà il tempo? E a Dolore chi ci pensa?” Quindi puntualmente gli ricordo che un cane ha bisogno di cure. Che già rimane da solo tutto il giorno. Che ci manca solamente la palestra, e dopo siamo a posto. Morgan emette uno strano gemito. Non si capisce bene se stia sbuffando o se è un sospiro. “Come sta”, sussurra, “il nostro bambino?”, e poi dice che quel cane è il suo cruccio. La sua croce. Che
non ci può pensare. Infatti, appena entrati nella sauna, smette di farlo e comincia a domandarmi del processo. Nella cabina ci sono circa sessanta gradi. Solo, a casa, il mio cane forse dorme e sogna di rotolarsi nella
neve. (“Comunque a me piaci cicciottello”, dice Morgan mentre mi lega alla testata del letto e si cosparge il membro con la vasellina.
“Non è vero”, protesto, e intanto penso che non sono affatto cicciottello. Al massimo, penso alquanto risentito, leggermente sovrappeso. Il mio uomo mi inchioda pancia in sotto. “Sì che è vero”, ribadisce.
“Mi piace perché posso immaginare che sei gravida. Che presto avremo un nostro bambino”.)
(Chiuso nel bagno, seduto sulla tazza come una donna, penso che certo, siccome lui non ci può pensare, a Dolore devo pensarci io!)
“Come mai non mi chiedi dei soldi?”
“Non ne ho bisogno”.
“Strano. Me li chiedi ogni settimana. Non dirmi che ti sei deciso
ad affrontare Spizzichini”.
“Non dire stupidaggini. Ti sembra questo il momento di muovere
il contante?”
“E allora?”
“Non ne ho bisogno. Non ne ho bisogno e basta”.
Morgan si alza pensieroso, afferra un catino colmo d’acqua e la rovescia sui carboni ardenti, sollevando una nuvola di vapore. Alle nostre spalle, sulla panca più alta, un noto presentatore televisivo, che un quarto d’ora prima avevo notato piegato in due sulla cyclette, con le pupille dilatate si fissa le unghie dei piedi, boccheggia,
emette un rantolo acutissimo, quasi lacerante, praticamente un ultrasuono, e di fatto sfida la morte nella prospettiva di non sfigurare di fronte alla sua nuova, giovanissima amante. Aparte Morgan, le cui pose plastiche ricordano le colazioni sull’erba di certa pittura impressionista, tutti i presenti, me compreso, danno la sensazione
che da un istante all’altro si avventeranno con le braccia protese e le pupille rovesciate verso l’uscita. Tipo Zattera della Medusa. “Non è che quel povero cane lo tieni a digiuno?”, mi provoca Morgan. “Se hai bisogno di soldi, dimmelo”. Prima di rispondere m’impongo di controllare le mie pulsazioni, ma non riesco a trovare
il polso.
“Ti ripeto che non ne ho bisogno”, gli ringhio. Attraverso il vapore io e il mio uomo ci guardiamo, cercando di
indovinare l’uno i pensieri dell’altro. Ma come sempre succede in questi casi, basta che io abbassi un po’ lo sguardo perché il gioco, da mero esercizio cerebrale, diventi all’improvviso una prova fisica che investe, attraverso le violente contrazioni del mio corpo, l’intero apparato muscolare, e poi le ossa, i nervi, il sistema cardiovascolare e quell’area astratta e indefinita che definiamo istinto.
“Che c’è?”, domanda Morgan.
“Niente”, gli rispondo. “Che ci deve essere”.
una poesia
STEFANO LOREFICE
tratta da L'ESPERIENZA DELLA PIOGGIA

La schiena pulita, incisa dal sole
le parole cerchiate
scritte sulle gambe
sui miei passi sincerci
con tutte le distanze negli occhi
e le partenze
come il mio amore, che ha una punteggiatura a casaccio,
le caviglie legate
e nelle piccole strade i suoi veri muri
con tutte le ferite, le incrinature e il dialetto conosciuto
fatto di silenzi, di gesti rapidi,
di una cadenza sua, che ha radici da gente di lago
ch'è una faccenda di stomaco
che quando torno mi basta ascoltare
e a volte mi affacio, annuso il profumo di pioggia
prima del temporale.





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