da oggi nelle librerie
di (31/05/2006 - 18:30)
MASSIMILIANO PARENTE
estratto da ANTONIO MORESCO
Massimiliano Parente. Tu sei stato tra i fondatori di "Nazione indiana", hai cercato di usare la rete per aprire uno spazio autonomo di confronto dove confluissero più energie. Poi ne sei uscito, proprio in coincidenza con il discorso sulla Restaurazione. Com'è stata per te questa esperienza, e quali i suoi limiti?
Antonio Moresco. Per me è stata un'esperienza molto utile e che non considero conclusa. Perché anche lì si possono incontrare tutta una serie di possibilità, di vivacità che si sviluppano nelle persone, e però anche delle paure, delle doppiezze, gelosie, piccole invidie, una mancanza di coraggio nell'essere completamente radicali e diretti. Insomma, le solite cose… C'è chi si sente poco sicuro o ha paura di tagliarsi dei ponti, dei ponticelli che ritiene di avere alle spalle. C'è chi si è attaccato alla canna del gas e ha paura che gli tolgano persino quella. Sarà che io, avendo pubblicato così tardi, l'idea, l'illusione di poter coltivare una mia carrierina come scrittore l'ho completamente bruciata, per me sono passati in altro modo gli anni durante i quali queste cose possono allettare di più, sembrare importanti. Non mi sono mai neppure posto il problema di dover cambiare qualcosa in me per riuscire a entrare dentro queste logiche di appartenenza, di carriera. Non escludo che possa esserci un modo intelligente, non per forza meschino, di muoversi all'interno del mondo culturale, dell'editoria ecc., ma si vede che, in ultima analisi, questo non mi interessa, non sono mai riuscito a metterlo al primo posto. Se è su quel terreno lì che si decide qualcosa, allora cosa me ne importa, su questo terreno non mi interessa stare.
Parente. Ho visto che qualcuno, leggendo le polemiche in rete, sembra quasi rimproverarti di attaccare il sistema editoriale e al contempo di essere pubblicato da editori importanti.
Moresco. Lo so, qualcuno ogni tanto mi dice: "Ma tu che cazzo vuoi? Dici queste cose ma pubblichi da editori importanti!". Sì, certo, pubblico da editori importanti perché, insistendo insistendo, per molti anni, alzando il tiro ogni volta, ho trovato qualche fessura anche là, anche se non mi sembra di avere usurpato niente, che mi sia stato regalato niente.. Però poi, almeno finora, gli "editori importanti", in un modo o nell'altro, mi mettono alla porta, e allora devo caricarmi di nuovo lo zaino in spalla e cercarmi una nuova casa. Perché io non cambio "editori importanti" perché sono capriccioso, volubile, o perché tutti questi editori mi corrono dietro col libretto degli assegni in mano, ma perché dopo un po' mi percepiscono come un corpo estraneo e mi buttano fuori, perché non sono evidentemente abbastanza "commerciale" per loro, perché mi percepiscono come un elemento di disturbo rispetto alle loro strategie mediatiche e di gruppo. Ma ho pubblicato e continuo a pubblicare anche per editori piccoli e piccolissimi, che per me non sono meno importanti.
Parente. Io, tra l'altro, non vedo un limite nel fatto di pubblicare con editori importanti, al contrario. Hai pubblicato con editori importanti senza smettere mai di metterti di traverso. Sarebbe stato più facile venire risucchiati e assimilati, lasciarsi addomesticare. Sei andato avanti per la tua strada nonostante gli editori, e questa radicalità, questa intransigenza si paga sempre.
Moresco. Mi sono messo di traverso perché non è vero – per me come per chiunque altro carichi di bisogni forti la propria attività di scrittore – che il fatto di essere pubblicato da un editore più o meno importante cambi molto. Importante è capire cosa ha cercato di mettere al mondo uno scrittore, non tanto chi lo pubblica. Questo vale anche per gli scrittori del passato. Quando mettiamo in fila i loro libri, ci piacciano o non ci piacciano, ci emozionino o non ci emozionino, il nostro primo pensiero non va certo agli editori che li hanno pubblicati, di cui in genere non conosciamo neppure il nome. Un grosso editore può fare piacere, soprattutto se ti si presenta sotto le vesti di una persona intelligente e sensibile, può aiutarti a rendere un po' meno difficile, un po' meno gravosa la strada. Ma in ultima analisi non cambia molto. Non bisogna mai rinunciare a qualcosa per poter pubblicare con un editore importante.
Parente. Eppure c'è la fila di chi fa carte false, è letteralmente e letterariamente il caso di dire, pur di passare dentro il filtro della grande editoria. Seguendo non le proprie urgenze, che probabilmente neppure ha, ma quelle degli editori capaci di dare più denaro, più visibilità, più distribuzione, più successo.
Moresco. Sai… uno che deve cantare, e magari canta lungo una strada, di notte, lo ascoltano quattro persone infreddolite, mentre se uno canta alla Scala… insomma, non è che non faccia differenza! Mi è capitato di sentire persone sbalorditive cantare per le strade, con delle voci incredibili, commoventi, rabbrividenti. La gente passa, pochi si fermano ad ascoltare un po' e magari a mettere una moneta nel bicchiere di cartone, poi riprendono la loro strada. E quella persona là continua a cantare, per nessuno, da sola. Posso sentirla cantare anch'io, mentre passo, o può succedere, per fortuna, per caso, che passi di lì un intenditore, qualcuno in grado di apprezzare davvero la sua voce e di aiutarla. Ma in genere non succede. Quella voce venuta chissà da dove continua a cantare da sola. L'anno scorso ho sentito una donna russa che cantava per strada con una voce che ti faceva tremare le gambe per l'emozione. Lei non può fare dono del suo talento a un pubblico vasto se canta lungo una strada, ma se non canta neppure lì non può farsi sentire proprio da nessuno. Ecco, questo vale anche per gli scrittori. Se mi fanno cantare alla Scala canto alla Scala, se non mi fanno cantare alla Scala canto per strada. Però continuo a cantare. Questa è la cosa più importante.
vertigine nelle librerie
di (31/05/2006 - 11:34)

Vertigine è già disponibile nelle seguenti librerie leccesi:
Libreria Icaro, via L. Romano 23, 73100 Lecce
Libreria Liberrima, Corte dei Cicala 1, 73100 Lecce
Libreria Palmieri, Via S.Trinchese, 62, 73100
Libreria Pensa, Viale lo Re 44, 73100 Lecce
A giugno la rivista si materializzerà nelle librerie d'Italia. Dove e quando lo scoprirete in questo spazio. Per chi volesse la rivista direttamente a casa sua può andare da queste parti.
estratto
di (31/05/2006 - 11:29)
Viktor Pelevin
Un estratto da La vita degli insetti

ENTOMEPILOGO
“Ecco come voglio fare, Paša”, Sam parlava ad Arnold con voce sottile da tenore. “Io vado là e prendo un po’ di ruote, poi me ne tornoda solo. Poi prendo le ruote qui, e io, Paša, le vendo alla grande. Ora costano care. E così faccio i soldi per comprarne altre due”.
Sedevano su un’alta palizzata di legno all’inizio del lungomare, le gambe penzoloni. Le dita di Sam stringevano le estremità di plastica della valigetta con una forza tale che le nocche si erano fatte bianche, mentre il viso, ricoperto di minuscole perle di sudore, era concentrato; guardava dal lato del mare, ma al posto del mare vedeva qualcos’altro.
“Tutto questo, ovviamente in dollari”, continuava. “Non come quegli idioti che hanno venduto tutto in rubli, e sono rimasti sfottuti. Tu capisci che buon affare sto per fare, vero Paša? A proposito, ti serve un tesserino da caccia?”
“E per farci che?”, chiese Arnold.
“Per appendere un fucile alla parete. Se ti vengono a rubare in casa, tu lo stacchi e… pensaci, Paša, pensa che bello! Io sto già facendo la pratica: bisogna passare quattro istanze, pagare bustarelle un po’ dappertutto. Ti viene a costare più o meno duemila e cinque. E ho pure un’altra idea…”
Arnold lo scosse per le spalle.
“Sam”, disse, “si svegli”.
Sam trasalì, scrollò la testa e si guardò intorno. Poi apri la valigia, sputò del liquido rosso nel vasetto di vetro e lo rimise a posto. “Può essere interessante”, disse con la voce di sempre, “si intravede già una certa prospettiva”.
Improvvisamente Sam e Arnold sentirono un forte ronzio che arrivava dal lato del mare. Videro una vespa – tipico insetto della Crimea – che si avvicinava al muretto. Indossava un doppiopetto scuro e stringeva in mano una piccola Bibbia. Aveva le labbra distese in un ampio sorriso di gioia, e il sole batteva senza pietà sui suoi denti bianchi. La vespa si avvicinò e cominciò a parlare in inglese, rivolgendosi a Sam con tono pacato mentre indicava verso destra con la mano appesantita da un Rolex d’oro massiccio.
“Oh, Signore!”, disse Sam, “Lo sapevo”.
Saltò sul prato e attese che Arnold concludesse le sue complicate evoluzioni: spostamento del peso, giro completo del corpo grasso a centottanta gradi e sospensione con le mani attaccate al muro.
“Se vuole sapere come la penso”, disse Arnold dopo essere atterrato peresantemente sull’erba, “in queste situazioni bisogna essere duri fin dall’inizio. Altrimenti è peggio per entrambi. Non bisogna mai dare nessuna speranza”.
Sam non disse nulla. Sbucarono sul lungomare e in silenzio si incamminarono verso il caffè all’aperto.
Intorno a dei tavolini si era raccolta una piccola folla, e fin dalla prima occhiata capirono che doveva essere successo qualcosa di spiacevole. Sam impallidì e corse avanti. Facendosi largo tra gli spettatori, si intrufolò fino al tavolino e restò impietrito.
Dal tavolo penzolava una striscia gialla di carta moschicida che dondolava al vento. Vi erano rimasti appiccicati foglie e pezzi di carta e, nel centro esatto, con la testa inclinata, priva di sensi, era riversa Nataša. Aveva le ali schiacciate sulla superficie della striscia. Si erano già impregnate di muco velenoso: una era ripiegata da un lato e l’altra era alzata oscenamente verso l’alto. Sotto gli occhi chiusi si vedevano dei lividi che coprivano metà del viso, e il vestitino verde, il cui bagliore allegro aveva un tempo stupito Sam, si era offuscato e ricoperto di macchie marroni.
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di (31/05/2006 - 11:20)
John Cheever
Autobiografia di un commesso viaggiatore

Sono nato a Boston nel 1869. La mia famiglia ha sempre vissuto a Boston. Da che se ne abbia memoria, una famiglia di precettori e capitani di mare. Eravamo poveri e mia madre era vedova. Mandava avanti una pensione a conduzione familiare. Mio fratello e mia sorella lavoravano e anch’io mi apprestavo a farlo, non appena avessi terminato la scuola elementare. Avevo deciso di darmi al commercio delle scarpe e di fare il commesso viaggiatore. Io volevo essere un commesso viaggiatore, proprio come altri vogliono essere dottori, generali e presidenti.
A dodici anni lasciai la scuola e presi a fare il fattorino per una nota ditta di scarpe e stivali. Il salario al primo anno era di cento dollari. Poi fui promosso apprendista-commesso e il salario salì a duecento dollari. Non era facile trovare un impiego all’epoca e io dovevo sgobbare per tenermi il mio. Quando uscivo per andare a lavorare le strade erano deserte e quando tornavo a casa le strade erano buie e deserte. Alla fine, ebbi l’opportunità di imparare a confezionare scarpe seguendo l’intero processo in una fabbrica di Lynn. Andai a vivere sul posto in una pensione a poco prezzo e imparai come fare le scarpe. Ancora adesso so come si fa un paio di scarpe. Posso dirne il prezzo e a volte persino da quale manifattura provengano, anche se a volte mi duole guardarle, quando sono così di bassa lega. Beh, ho lavorato in quel posto per cinque anni e nel 1891 il mio salario ammontava a 700 dollari. Fu allora che per la prima volta andai per le strade a vendere.
Non lo dimenticherò finché vivrò. Presi un treno da Boston a New York e da New York a Baltimora. Mi piace viaggiare in treno. (Ogni volta che mi capitava di passare le vacanze in campagna, andavo in stazione tutti i giorni, per veder passare l’unico treno della giornata). Mi feci un completo e una valigia nuovi, un campionario e un paio di scarpe nuove. Le scarpe mi facevano soffrire le pene dell’inferno. Non avevo mai calzato un paio di scarpe nuove fino ad allora. Avevo il portafogli pieno di soldi da spendere. Adoro il denaro. Ogni volta che ho i soldi nel portafogli e prendo un treno per andare in un’altra città è sempre come iniziare una nuova vita. Quando presi quel treno, fu come iniziare una nuova vita.
Come ho già detto, quella volta andai a Baltimora. Ci arrivai che era pomeriggio inoltrato. Presi una stanza al Carrollton Hotel, con acqua corrente ma senza bagno. Costava quattro dollari al giorno, inclusi quattro pasti abbondanti, se li volevi. L’uomo che ti prendeva il cappello all’ingresso della sala da pranzo non ti dava nemmeno il contrassegno, ma ti riportava sempre il cappello giusto. Qualche centesimo di mancia era anche troppo. I camerieri erano cortesi e ben vestiti. La sala da pranzo si trovava al secondo piano. Mi fermai due giorni e guadagnai abbastanza da coprire le spese, che erano state al di sotto delle attese della ditta. Quando feci ritorno, il capo si congratulò con me.
Quello è stato il mio primo successo. Il primo di una lunga serie. Mia madre nel frattempo era morta e mio fratello e mia sorella si erano sposati. Ho sempre rimpianto di non essere stato vicino a mia madre sul finire della sua vita. Non mi interessava granchè quel che facevano i miei fratelli. Avevo la mia di vita. Mi tenevo sempre impegnato. Qualunque cosa vedessi, ombra o colore che fosse, persino la pioggia o la neve, mi faceva pensare soltanto alle vendite e alle scarpe. Cominciai a farmi una reputazione. Lavorai con la stessa ditta fino al 1894, quando ricevetti un’offerta migliore a Syracuse, e ci andai. Presi a guadagnare tremila dollari l’anno. Viaggiavo con i treni più veloci, indossavo vestiti fatti su misura da un ottimo sarto e mi fermavo negli alberghi più costosi. Avevo un mucchio di amici e di donne. Il tempo passava in fretta e il mio stipendio saliva di un migliaio di dollari l’anno.
Quelli trascorsi sulla strada furono gli anni migliori e sembrava non dovessero finire mai. Vendevo scarpe a vagoni, con la facilità con cui si manda giù un bicchiere di whiskey. Per la gran parte del tempo avevo più soldi di quanti ne potessi spendere. Ero un uomo di successo. Avevo avuto più successo di quanto sperassi a dodici anni. Spesi i miei anni fra treni, club e alberghi. Cambiavo zona a intervalli regolari, tanto da aver coperto, alla fine, ogni centimetro degli Stati Uniti. Conosco gli Stati Uniti e li amo. Posso ripeterne i nomi delle città a centinaia, come fossero nomi di donna. Ne conosco gli alberghi, gli orari dei treni e quell’odore di fumo dei vagoni ferroviari che tanto mi piace.
Avevo una decina di completi e una ventina di paia di scarpe, nonché due barche a vela, con le quali gareggiavo quando mi trovavo a Boston, la città dove le avevo comprate. Scommettevo sui cavalli e giocavo a Canfield, ai dadi e alla roulette. Ero membro della massoneria, membro onorario degli Elks e avevo due costose polizze sulla vita.
Le mie entrate potevano essere più o meno alte, ma si mantenevano sempre vicino ai diecimila. Certe volte andavo sotto e certe altre sopra. La siccità, le grandi piogge, le mode, i lutti e le liti tra amanti, tutto aveva il suo effetto sugli affari ma, come avevo imparato già all’età di dodici anni, sono soltanto affari. Se perdevi un cliente te ne facevi subito un altro. A comprare erano i singoli, da singole ditte. Le scarpe che vendevo erano belle e costose. Gli affari seguivano le stagioni, perché gli uomini indossano stivali d’inverno e mocassini Oxford d’estate; nessuno indosserebbe degli Oxford in inverno, a meno di non essere pazzo.
Nel 1925 il mio stipendio cominciò a calare, da diecimila a ottomila. All’epoca lavoravo per una ditta di Rockland e il mio quartier generale era all’Hotel Statler di Detroit. Alla fine di quell’anno, la ditta chiuse. Avevano capito che la moda stava girando verso scarpe a basso prezzo. Furono scaltri a tirarsene fuori quand’era il momento, invece di girare in tondo come il resto di noi poveri fessi.
L’anno dopo mi rimisi sulla strada per una ditta di Lynn, che fallì dopo appena nove mesi che lavoravo con loro. Tutti gli uomini dotati di buon senso si chiamarono fuori dagli affari e lasciarono perdere. Ma io non potevo chiamarmi fuori e non potevo lasciar perdere. Avevo 57 anni. Mi stavo facendo vecchio. E non ricordavo altro che treni, alberghi e scarpe.
Cercai un’altra ditta che fabbricasse le scarpe che ero abituato a vendere, ma non la trovai. Avevano chiuso o erano fallite. Alla fine, mi ritrovai a vendere scarpe a buon mercato per una ditta di Weymouth, nel Massachusetts. Era la prima volta in tutta la mia vita che vendevo scarpe da poco e lo detestavo. Devi venderne migliaia di paia per guadagnare quanto avresti fatto con un centinaio di quelle dei vecchi tempi. I miei incassi a malapena coprivano la commissione e le spese. Lavoravo duramente, vendevo un sacco di scarpe e non guadagnavo nulla. Era come cercare di fermare la pioggia con le mani. In quegli anni non guadagnai mai più di tremila dollari.
Dopo tutti i viaggi che avevo fatto finii in rosso. Il modo di fare soldi era cambiato, più in fretta di me. Le catene di montaggio e le industrie presero il posto delle piccole ditte individuali. Le scarpe economiche presero il posto di quelle costose. I biglietti ferroviari salirono e non si trovavano più alberghi a prezzi convenienti. I pochi commercianti che ancora restavano non vendevano abbastanza per ripagarsi delle spese. Li chiamavamo i “precari”. Il giorno del mio sessantaduesimo compleanno ero senza lavoro. Non mi era mai capitato prima. Mi ero fatto vecchio. La mia polizza assicurativa era estinta. I miei soldi spariti. Mio fratello e mia sorella erano morti. I miei amici erano morti. Il mondo che conoscevo, quello che avevo attraversato e ascoltato, al quale avevo parlato, non c’era più. Il rumore del traffico fuori dalla finestra di questa camera ammobiliata me lo rammenta.
Siamo stati dimenticati. Tutto quello che sappiamo è inutile. Ma quando ripenso ai giorni sulla
strada, a quello che ho fatto e che mi è capitato, non riesco a provare amarezza. Siamo stati dimenticati come i vecchi elenchi del telefono, gli almanacchi, le lampade a gas e quelle grandi case gialle, con i cornicioni e le cupole, che si costruivano un tempo. Questo è quanto. Però alcune volte avverto la sensazione che la mia vita è stata una rovina completa. Mi accade la mattina, talvolta, quando mi rado. Mi sento mancare come se avessi mangiato qualcosa che mi ha fatto male, devo poggiare il rasoio e sostenermi al muro.
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estratto
di (30/05/2006 - 10:53)
THOMAS PYNCHON
estratto da Entropia

Quando era giovane, a Princeton, Callisto aveva imparato uno statagemma mnemonico per ricordare le Leggi della Termodinamica: non si può vincere, le cose peggioreranno prima di migliorare, e chi può dire che andranno meglio. A 54 anni, alle prese con il concetto di universo secondo Gibbs, si rese improvvisamente conto che quella formuletta da studente si era rivelata profetica. Quel sottile labirinto di equazioni divenne per lui la visione di una morte calorica finale, cosmica. Certo aveva sempre saputo che un motore o un sistema può funzionare con un rendimento del 100% soltanto in teoria; e che secondo il teorema di Clausius l'entropia di un sistema isolato aumenta continuamente. Tuttavia, fu soltanto quando Gibbs e Boltzmann applicarono a questo principio i metodi della meccanica statistica che esso gli apparve in tutta la sua importanza terrificante: solo allora capì che ogni sistema isolato — una galassia, un motore, un essere umano, una cultura o qualsiasi altra cosa — deve evolversi spontaneamente verso lo Stato di Maggiore Probabilità. E così nel triste autunno morente della mezza età, fu costretto a rimettere radicalmente in discussione tutto quanto aveva imparato fino ad allora; tutte le città, le stagioni e le passioni casuali della sua vita andavano riviste in una luce nuova e vaga. Non sapeva se sarebbe stato all'altezza del compito. Era cosciente dei pericoli di un illusorio riduttivismo e sperava di essere abbastanza forte da non finire alla deriva, nella dolce decadenza di un fiacco fatalismo. Il suo era sempre stato un pessimismo vigoroso, all'italiana: anche lui, come Machiavelli, dava un 50% di possibilità alle forze della virtù e un altro 50 a quelle della fortuna; ma adesso le equazioni introducevano un fattore accidentale, e ciò spingeva le probabilità verso una proporzione così indicibile e indeterminata che lui aveva addirittura paura a calcolarla.
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ancora riviste
di (29/05/2006 - 11:25)
Da lunedì 29 maggio sarà in edicola il numero 34 di Nuovi Argomenti (aprile-giugno 2006)con una sezione - "Articolo 1" - in cui Ferracuti, Bajani, Liguori, Santi, Susani, Saviano, Zambetta, Melone, Piperno, Pavolini, Trevi e Ventroni raccontano a modo loro il mondo del lavoro (racconti nati su iniziativa di "Rassegna Sindacale"). Nel numero, inoltre: un incontro con Kenzaburo Oe; un dialogo scritto da Valeria Parrella; poesie di Mark Strand, Amelia Rosselli, Alba Donati, Massimo Gezzi, Frank Bidart, Vincenzo Della Mea, Carlo Carabba, Gianni Clerici, Helena Janeczek ; saggi di Bartolomeo Di Monaco su Remo Teglia, di Raffaella D'Elia su Vollmann, di Giuliana Petrucci su Vincenzo Pardini, di Fabiriza Giuliani sulla bioetica, e di Leonardo Colombati su Ovidio. Nel suo diario, Enzo Siciliano scrive a proposito degli ultimi romanzi di Claudio Piersanti e Giuseppe Genna.
SOMMARIO
DIARIO di Enzo Siciliano
CONVERSAZIONE di Massimo Rizzante con Kenzaburo Oe
ARTICOLO 1
Angelo Ferracuti, Certi giorni sono più belli di altri giorni
Andrea Bajani, All inclusive
Elisabetta Liguori, Tastiere
Flavio Santi, La raccomandazione
Carola Susani, La semina
Roberto Saviano, Il mestiere dei soldi
Massimiliano Zambetta, Sabato, afterhour
Andrea Melone, Gilberto
Alessandro Piperno, Lettera aperta ai miei inquilini
Lorenzo Pavolini, Il colpo
Emanuele Trevi, Psicotici e precari a Paperopoli
Roberto Canò, Primavera di diritti
CANTIERE
Mark Strand, Mare nero
Amelia Rosselli, Tre poesie da Sleep/Sonno
Gabriella Palli Baroni, Il pensiero "strutturato" di Amelia Rosselli
Alba Donati, Firenze
Massimo Gezzi, La stanza
Frank Bidart, Stella polvere
Vincenzo Della Mea, I sogni di guerra
Bartolomeo Di Monaco, Remo Teglia, un narratore di fatti
Giuliana Petrucci, Sull'ultima narrativa di Vincenzo Pardini
Raffaella D'Elia, Vollmann, il quinto punto cardinale
Carlo Carabba, Roma-Parigi-Roma
Fabrizia Giuliani, Qualcosa è cambiato
Helena Janeczek, Oltre le nebbie
Gianni Clerici, Boldini
Federica De Paolis, Via Oglio 10
Leonardo Colombati, Persistenza e impermanenza (Una lettura di Ovidio)
Valerio Magrelli, La famiglia Poe
Francesco Feola, Lotteria nucleare
DIALOGHI
Valeria Parrella, Una questione di attese
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le foto
di (29/05/2006 - 10:51)
Ieri più di cinquanta persone erano presenti alla prima presentazione di Vertigine. Qui sotto un po' di foto.
Il sottoscritto a poche ore dall'incontro
L'ingresso del Fondo Verri
Al mio fianco Elisabetta Liguori
Al mio fianco Mauro Marino
Al mio fianco Luciano Pagano
28 maggio 2006
di (27/05/2006 - 19:12)

Domani vi aspetto tutti al Fondo Verri
ore 20
Vertigine su Carmilla
di (26/05/2006 - 10:53)
M'A RECUÈRDE
Cosimo Argentina, Cuore di cuoio, Sironi, Milano, 2004
di Girolamo De Michele

Per comprendere questo libro bisogna immaginarselo come un'intersezione di luoghi dell'anima e luoghi della città: luoghi che si intersecano, e compongono possibili punti di passaggio, o di trasformazione. Questo libro è, in fondo, la storia di passaggi che sarebbero potuti avvenire, di trasformatori che sarebbero potuti attivarsi, di passaggi che ci sarebbero potuti essere.
Topografia del rione. Il libro ha una sede fisica, tra via Calabria e piazza Messapia, e tra questi due luoghi nella piazzetta che i panarìedde hanno chiamato “Maracanà”, e che è già un luogo dell'anima. Chi conosce Taranto sa che in questo punto corso Italia, la direttrice principale del “nuovo” Rione Italia, si inserta col tradizionale Tre Carrare, il rione proletario alle spalle del signorile Borgo, ma anche dell'Arsenale Militare. In quelle strade abitava il nuovo proletariato, quello che, grazie alla Fabbrica (il complesso dell'Italsider, primo in Europa per capacità produttiva e per mortalità operaia) era sfuggito alla rigidità sociale e si affacciava al benessere: la casa di proprietà, i figli scolarizzati, il salario garantito, la macchina e la gita domenicale – le mille lire al mese, arrivate alla buon'ora. In quegli anni il più popolare dei capipopolo tarantini era un figlio di pescatori, che la lotta politica aveva strappato a un destino già scritto.
Ma la rigidità sociale si era già ricreata, proprio attorno al mito piccolo-borghese del posto fisso: Camillo Marlo, figlio di operaio, ha già sul collo il fiato della Grande Fabbrica. I figli ricominciano a seguire le orme dei padri, la scolarizzazione professionale o tecnica diventa l'anticamera dell'Italsider: il trasformatore sociale comincia ad incepparsi. Camillo Marlo lo sa, e sa che solo il calcio può salvargli la vita: il miraggio di un ingaggio nelle giovanili della Juventus è lì, a un palmo di mano. Appena oltre la punta delle dita.
Secondo luogo di passaggio: il calcio. Millenovecentosettantasettantasettesesettantotto: per noi tarantini bisogna pronunciarlo così, lettera per lettera, assaporando ogni suono. Perché non c'è mai stato, e mai ci sarà, un anno come quello. Abituata al lato destro della classifica di serie B, a lottare per salvarsi all'ultima giornata, o alla penultima se l'anno era buono, il Taranto si trovò quell'anno catapultato al secondo posto, grazie a una irripetibile combinazione di classe e guasconeria. C'era Ciccio Selvaggi, l'artista, l'inventore del ruolo del 10 moderno, né vero regista né centravanti, ma capace di fare l'uno e l'altro, alla Baggio: arriverà in nazionale, fino ai mondiali di Spagna. C'era Graziano Gori, il cavallo matto, capace di entusiasmare gli osservatori di mezza Italia (tra questi Helenio Herrera) col suo gioco e di spaventarli con la sua “vita spericolata”. E c'era soprattutto lui, Erasmo Iacovone, una media gol impressionante, quasi una rete a partita. Un sogno da cui Taranto si svegliò alla mezzanotte del 5 febbraio, quando una BMW rubata sbucò a fari spenti da una laterale e fece strame del corpo di Iacogol e della sua Dyane di plastica. A ripensarla oggi, la vicenda di Iacovone sembra il segno d'una tragedia: non si sogna nei ghetti, non si sogna di uscire dai ghetti. La forza dei padroni non è nella capacità di vincere: è nella capacità di attribuire al destino il peso delle nostre sconfitte per toglierci il diritto al sogno.
Terzo luogo di passaggio: la scuola. Istituto tecnico Professionale: l'anticamera della fabbrica. I figli dei una certa Taranto al liceo, i figli di quell'altra Taranto al tecnico o al professionale, e poi al lavoro. La catena si allenta, ma non si rompe. La scuola che avrebbe potuto trasformare quella generazione non riusciva a parlare ai figli degli operai condannati a diventare operai padri di operai. Certo non fu colpa della scuola, non fu mancanza di generosità dei docenti del Righi, dei professionali, delle serali: lasciata sola a combattere la battaglia, la scuola non poteva farcela. I giovani proletari entravano a scuola perdendo la schiettezza, senza uscirne acculturati: restavano in un limbo rassicurante, buono a perpetuare gli equilibri sociali esistenti di una Taranto che aveva perso la veracità popolare mantenendone la grettezza, ed aveva acquisito dal modo borghese il culto del denaro, ma non l'apertura mentale. Per noi che parlavamo di rivoluzione e di proletariato, quella generazione semplicemente non esisteva. La logica dell'avanguardia ci rendeva impermeabili dall'insuccesso dei nostri cortei: i Camillo Marlo sarebbero arrivati, prima o poi.
Non arrivarono mai: né la scuola né la politica riuscivano a trovare un linguaggio comune con quei ragazzi che vivevano rinchiusi dentro i loro codici linguistici basati sul calcio, con le loro ragazzette che portavano i nomi delle squadre europee e gli eventi del gran mondo che scivolavano via. Moro, in quell'anno, era una mezz'ala dell'Atalanta, il terrorismo un'eco sbiadita: «eravamo nel 1978 e quello che volevamo, noi compari, era solo di fare un po' di macello, spingerci, ridere, fare battute e sfotterci l'un l'altro. Le ragazze a quell'epoca venivano dopo. Venivano dopo gli amici e dopo il pallone; un terzo posto onorevole, direi». Il mondo è tutto quello che è fuori dallo schermo, ha detto un filosofo parlando i cinema: su questo schermo scorre il film del romanzo di formazione del giovane proletario tarantino che ha sognato di sfuggire al destino attraverso il calcio. La Taranto degli anni Novanta, la Taranto della crisi profonda, della perdita del posto di lavoro garantito, la Taranto del potere malavitoso, la Taranto dei Cito e delle Di Bello è già tutta qui: nasce dall'inceppamento dei trasformatori della politica, della scuola, del sogno.
Tutto questo Cosimo Argentina lo racconta, con qualche generosa (voluta?) concessione agli errori della memoria, con una lingua particolarissima: come il protagonista, che ha perso il dialetto “vero”, quello che si parla solo nella Città Vecchia, senza aver acquisito l'italiano, la narrazione si piega a un registro basso, sgrammaticato, un falso dialetto che non vuole scimmiottare quello “vero”, quanto piuttosto rilanciare l'effetto-Amarcord col riproporre un linguaggio che richiama quello del Pasolini di Una vita violenta. Effetto-Amarcord: o, come diciamo noi, m'a recuèrde.
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Vertigine su Nazione Indiana
di (26/05/2006 - 10:47)
Hunter Stockton Thompson: Hell’s Angel (Shake, 2005)
di Francesco Raiola

Vale quasi sempre la regola per cui la morte di un personaggio famoso porta in dote inediti improvvisamente riapparsi da un baule in soffitta, corrispondenze di cui non si può proprio fare a meno, interviste ripescate da archivi polverosi o, più semplicemente, spesso quella morte dà il via all’inarrestabile rito delle ristampe e dei ripescaggi editoriali. E allora ecco che rispuntano versioni rivedute, ammodernate, trasformate, rimodellate, restaurate di album, film, dvd o libri che celebrano il grande artista o la sua grandiosità, la genialità perduta di personaggi che spesso in vita non avevano potuto godere di tali incensazioni.
E capita che un anno fa, il 21 febbraio 2005, l’inventore del Gonzo Journalism, Hunter Stockton Thompson, una vita vissuta col piede perennemente premuto sull’acceleratore, decide di farla finita a modo suo, con un coup de theatre, tirandosi un colpo di fucile (il suo amato fucile) alla tempia. E capita che da subito cominci l’elogio di questo scrittore che definire scomodo equivale a complimentarsi con lui. E capita infine che i commiati, non tutti si sa quanto necessari, si sprechino.
Qualche mese dopo la sua morte la ShaKe, piccola e coraggiosa casa editrice milanese, ripubblica uno dei migliori lavori di Thompson: Hell’s Angel (pp. 272, € 16, trad. Anna Mioni), dove lo scrittore statunitense, prima di scrivere dell’American Dream e di decretarne la morte col suo capolavoro Paura e disgusto a Las Vegas, aveva passato un anno a seguito di quello che per un certo periodo fu l’American Nightmare: gli Hell’s Angels.
Nata negli anni ’50, questa banda di motociclisti (fuorilegge, come pian piano li definirà Thompson) ebbe il suo periodo di notorietà negli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, quando una serie di reati (tra cui molte accuse di stupro) e il dossier Lynch li buttarono sulle prime pagine dei quotidiani americani più importanti. Quella, però, fu anche la fine. Violenze, risse, stupri (non sempre accertati) hanno caratterizzato la vita di questi “perdenti emarginati, falliti e scontenti”, reietti persi nell’alienazione di una società “alla deriva e confusa con se stessa”. Un viaggio nella parabola della vita di questi motociclisti che si conclude con il funerale di uno dei loro capi, ma che in realtà è distrutta dalla loro vanità, dalla voglia di apparire, di leggere i propri nomi sui giornali, facendo la fine “delle prime donne, divenendo una controfigura sbiadita di quel famigerato mito affermatosi a cavallo tra i ’50 e i ‘60”. “ Erano vere celebrità – scrive Thompson – senza più mondi da conquistare”. Insomma, uno dei maggiori e veri lavori su un fenomeno importante degli anni della controrivoluzione americana.
Ebbene, in nove mesi (il libro è del maggio 2005) le recensioni uscite sono due (una del sottoscritto, l’altra di Giuseppe Genna). Perché, mi domando, un libro bello e interessante su un argomento per nulla abusato - almeno qui in Italia - scritto da uno dei maggiori scrittori americani, addirittura inventore e rappresentante di uno stile, il Gonzo Journalism, che unisce il reportage a uno stile narrativo delirante e allucinato , amato da divi Hollywoodiani (Johnny Depp lo adora e lo interpreta nel film Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam) e soprattutto, cosa non da poco, morto da poco tempo e, quindi, come detto, al massimo del fulgore mediatico (non solo le tv e le radio ne avevano parlato, ma anche il mondo di internet ne piangeva la scomparsa), perché quel libro ha avuto solo due recensioni?
È il momento di restituire a Thompson quel che è di Thompson. Cosa non è andato? Da svariati mesi il sito della ShaKe dà il libro esaurito. Un successo? Chissà! Certo le recensioni non sono la cartina tornasole del successo di un volume: ma è altrettanto certo che sono il termometro della ricezione critica di un libro e, di conseguenza, in una liason semiotica causa-effetto, l’indicatore dei passi che, a monte, l’editore ha fatto (o non ha fatto) per far conoscere il libro. Quante copie sono state vendute? E perché se il libro è esaurito da mesi ancora non si è pensato a una ristampa?
Roso da queste domande che mi invadono i pensieri, cerco conforto andando alla fonte. E così una mattina chiamo la ShaKe per avere qualche informazione.
Mi risponde una voce maschile. Chiedo di poter parlare con chi di quel libro si è occupato.
“Cosa vuole sapere di preciso?”
Parlo con lui. Gli spiego la situazione, soprattutto gli chiedo di quelle due dannate recensioni.
“Due? No, sono molte di più, ora controllo”.
Gli dico che se la rassegna stampa completa è on line il mio dato è corretto.
”Allora ha ragione” dice.
“Grazie,” dico.
“Quali sono i dati di vendita del libro?”
Resta in silenzio qualche secondo. “È ancora troppo presto per darle dei numeri”.
“Scusi, ma il libro è uscito più di dieci mesi fa!”
La Voce non transige. “Sì, ma è ancora presto”.
Punto sulla distribuzione.“Quante copie avete stampato?”
La Voce fa una pausa ancora più lunga.
“Sono dati che non posso fornirle”.
“…”
“…”
“Lo ristamperete?”
“Certo.”
“Quando?”
“Non lo sappiamo. Tra qualche mese, forse”.
“…”
“…”
“Senta, ma come mai, secondo voi, il libro ha avuto così poco spazio sui giornali?”
La Voce dà risposte criptiche, monosillabiche. Mi dice che no. Che loro. Che i giornali. Mi dice che è una ristampa. Che i critici. Mi dice che l’ufficio stampa. Che i lettori. Che l’editore.
Quando saluto, ringraziando, la Voce è ancora lì.
Diventa allora di urgente attualità la riflessione che Emanuele Trevi fa su Alias riguardo alle novità letterarie, ovvero che bisognerebbe allargarne il concetto “fino a comprendere almeno i libri usciti da un annetto, per combattere l’importante usa e getta dell’informazione culturale”.
E, aggiungerei, per combattere anche il silenzio e l’oblìo al quale molte di quelle novità sono destinate.
Aspettando il giorno in cui quelle recensioni diventeranno, almeno, tre.
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Il Grande Romanzo Italiano del XXI Secolo
di (25/05/2006 - 18:01)
Davide Bregola ha condotto tra il novembre 2005 e l'aprile 2006 una inchiesta su Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo. Le risposte a una sua iniziale lettera aperta sull'argomento sono state via via pubblicate sul suo lit-blog.
Una selezione di tali interventi è stata inclusa dall'autore in un testo che idealmente e poeticamente afferisce al romanzo La cultura enciclopedica dell'autodidatta, costituendone una sorta di paralipomeni. Clicca qui per scaricare l’-Ebook.
Buona lettura.
Il lit-blog dell’autore: http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola
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il libro che sto leggendo
di (25/05/2006 - 11:26)
tratto da GOMORRA
di ROBERTO SAVIANO

Io e Pasquale legammo molto. Quando parlava dei tessuti sembrava un profeta. Nei negozi era pignolissimo, non era possibile neanche passeggiare, si piantava davanti a ogni vetrina insultando il taglio di una giacca, vergognandosi al posto del sarto per il disegno di una gonna. Era capace di prevedere la durata della vita di un pantalone, di una giacca, di un vestito. Il numero esatto di lavaggi che avrebbero sopportato quei tessuti prima di ammosciarsi addosso. Pasquale mi iniziò al complicato mondo dei tessuti. Avevo cominciato anche a frequentare casa sua. La sua famiglia, i suoi tre bambini, sua moglie, mi davano allegria. Erano sempre attivi ma mai frenetici. Anche quella sera i bambini più piccoli correvano per la casa scalzi. Ma senza fare chiasso. Pasquale aveva acceso la televisione, cambiando i vari canali era rimasto immobile davanti allo schermo, aveva strizzato gli occhi sull'immagine come un miope, anche se ci vedeva benissimo. Nessuno stava parlando ma il silenzio sembrò farsi più denso. Luisa, la moglie, intuì qualcosa, perché si avvicinò alla televisione e si mise le mani sulla bocca, come quando si assiste a una cosa grave e si tappa un urlo. In tv Angelina Jolie calpestava la passerella della notte degli Oscar indossando un completo di raso bianco, bellissimo. Uno di quelli su misura, di quelli che gli stilisti italiani, contendendosele, offrono alle star. Quel vestito l'aveva cucito Pasquale in una fabbrica in nero ad Arzano. Gli avevano detto solo: «Questo va in America». Pasquale aveva lavorato su centinaia di vestiti andati negli USA. Si ricordava bene quel tailleur bianco. Si ricordava ancora le misure, tutte le misure. Il taglio del collo, i millimetri dei polsi. E il pantalone. Aveva passato le mani nei tubi delle gambe e ricordava ancora il corpo nudo che ogni sarto immagina. Un nudo senza erotismo, disegnato nelle sue fasce muscolari, nelle sue ceramiche d'ossa. Un nudo da vestire, una mediazione tra muscolo, ossa e portamento. Era andato a prendersi la stoffa al porto, lo ricordava ancora bene quel giorno. Gliene avevano commissionati tre, di vestiti, senza dirgli altro. Sapevano a chi erano destinati, ma nessuno l'aveva avvertito.
In Giappone il sarto della sposa dell'erede al trono aveva ricevuto un rinfresco di Stato; un giornale berlinese aveva dedicato sei pagine al sarto del primo cancelliere donna tedesco. Pagine in cui si parlava di qualità artigianale, di fantasia, di eleganza. Pasquale aveva una rabbia, ma una rabbia impossibile da cacciare fuori. Eppure la soddisfazione è un diritto, se esiste un merito questo dev'essere riconosciuto. Sentiva in fondo, in qualche parte del fegato o dello stomaco, di aver fatto un ottimo lavoro e voleva poterlo dire. Sapeva di meritarsi qualcos'altro. Ma non gli era stato detto niente. Se n'era accorto per caso, per errore. Una rabbia fine a se stessa, che spunta carica di ragioni ma di queste non può far nulla. Non avrebbe potuto dirlo a nessuno. Neanche bisbigliarlo davanti al giornale del giorno dopo. Non poteva dire "Questo vestito l'ho fatto io". Nessuno avrebbe creduto a una cosa del genere. La notte degli Oscar, Angelina Jolie indossa un vestito fatto ad Arzano, da Pasquale. Il massimo e il minimo. Milioni di dollari e seicento euro al mese. Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento, bravura, maestria, impegno, vengono fusi in un'azione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla, nel nulla. Sparire lentamente, farsi passare i minuti sopra, affondarci dentro come fossero sabbie mobili. Smettere di fare qualsiasi cosa. E tirare, tirare a respirare. Nient'altro. Tanto nulla può mutare condizione: nemmeno un vestito fatto ad Angelina Jolie e indossato la notte degli Oscar.
Pasquale uscì di casa, non si curò neanche di chiudere la porta. Luisa sapeva dove andava, sapeva che sarebbe andato a Secondigliano e sapeva chi andava a incontrare. Poi si buttò sul divano e immerse la faccia nel cuscino come una bambina. Non so perché, ma quando Luisa si mise a piangere mi vennero in mente i versi di Vittorio Bodini. Una poesia che raccontava delle strategie che usavano i contadini del sud per non partire soldati, per non riempire le trincee della Prima guerra, alla difesa di confini di cui ignoravano l'esistenza. Faceva così:
Al tempo dell'altra guerra contadini e contrabbandieri / si mettevano foglie di Xanti-Yaca sotto le ascelle / per cadere ammalati. / Le febbri artificiali, la malaria presunta / di cui tremavano e battevano i denti, / erano il loro giudizio / sui governi e la storia.
Il pianto di Luisa mi sembrò anch'esso un giudizio sul governo e sulla storia. Non uno sfogo. Non un dispiacere per una soddisfazione non celebrata. Mi è sembrato un capitolo emendato del Capitale di Marx, un paragrafo della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, un capoverso della Teoria generale dell'occupazione di John Maynard Keynes, una nota dell'Etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber.
Una pagina aggiunta o sottratta. Dimenticata di scrivere o forse scritta continuamente ma non nello spazio della pagina. Non era un atto disperato ma un'analisi. Severa, dettagliata, precisa, argomentata. Mi immaginavo Pasquale per strada, a battere i piedi per terra come quando ci si toglie la neve dagli scarponi. Come un bambino che si stupisce del perché la vita dev'essere tanto dolorosa. Sino ad allora ci era riuscito. Era riuscito a trattenersi, a fare il suo mestiere, a volerlo fare. E a farlo come nessun altro. Ma in quel momento, quando ha visto quel vestito, quel corpo muoversi dentro alle stoffe da lui carezzate si è sentito solo. Solissimo. Perché quando qualcuno conosce una cosa solo nel perimetro della propria carne e del proprio cranio è come se non la sapesse. E così il lavoro quando serve solo a galleggiare, a sopravvivere, solo a se stessi, allora è la peggiore delle solitudini.
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recensione
di (23/05/2006 - 09:58)
Elio Paoloni
L’ombra e l’attualità della scrittura di Kerouac nello studio di Astremo

La pubblicazione de Il violentatore della prosa di Rossano Astremo da parte della Libreria Icaro di Lecce è un’occasione per chiederci cosa sia rimasto, dalle nostre parti, dello stile di Jack Kerouac, l'unico vero prosatore della pattuglia beat (Burroughs è tutta un’altra faccenda). Pochi scrittori hanno davvero ripreso il suo modo, quel procedere senza cesure, senza prender fiato, oppure prendendolo come fanno i suonatori di sax: mentre ancora si sta soffiando di guancia dentro gli strumenti. Un procedere orizzontale, come in orizzontale si srotola il nastro delle highways. Non è neppure flusso di coscienza, sono le parole a fluire direttamente, quasi senza passare per la coscienza e neppure per il subconscio: scaturiscono dalle parole precedenti, si inseguono e si accavallano come nelle conversazioni familiari, nei discorsi infantili. Astremo infatti mette giustamente in evidenza il collegamento con Marinetti: il paroliberismo è riferimento di sicuro più pertinente dei procedimenti di Joyce o dei surrealisti. Si potrebbe dire che invece di portare in superficie i pensieri - o le pulsioni - Kerouac li seppellisca. In lui c'è il terrore della consapevolezza: l'alcool traccia la sbronza ma sono le parole a tenerla alta, a portarla avanti, a impedire di sprofondare nel più triste dei doposbronza. Perciò si avanza senza climax, o in un inizio di climax protratto all'infinito, con angoscia più che con piacere, come se la fine dell'affannosa cavalcata potesse segnare la fine di tutto, come se arrestare la marcia significasse fermare il sangue nelle vene. Nel deserto - o sulle nevi - fermarsi significa morire. Le frasi di Kerouac sono il passo dietro l'altro che il marciatore estremo deve necessariamente posare. Un'infilata di parole come sospensione del giudizio: le frasi non vengono usate per ritrarre la vita ma per evitare di entrarci, illudendosi che l'epifania possa avere durata, possa costituire la vita. Avanti, dunque, di piccola epifania in piccola epifania, sperando che un rotolo infinito di microepifanie finisca per costituire la Grande Epifania. Scoprendo tardi che le epifanie illuminano la vita, ne scandiscono le tappe, le forniscono senso, non la possono sostituire. Ma, imboccando il nostro meno sconfinato ma altrettanto pianeggiante reticolo di strade, pare proprio che, curiosamente, il ritmo dello scrittore americano sia stato riadottato proprio nel Salento. Francesco Lanzo (I Lanzillotti) tende a rilanciare continuamente il discorso, in una conversazione che non prevede né interlocutori né soste ai crocicchi. Non c'è il sottofondo mortuario di Kerouac, naturalmente (nel barocco leccese pure le fiamme del castigo finiscono in trina) ma anche il Salento sembra qualcosa da attraversare armati di un chiacchiericcio perenne, anche lì l'impressione che al cessare della festa, o dell'alterazione di coscienza del tarantolato, si spalanchi un abisso. Non c'è più il morso, il dolorismo meridionale, ma è rimasto l’”ad libitum” dei musicanti che accompagnavano la danza, lo sfinimento programmato, la proibizione della pausa, il terrore del silenzio. L'horror vacui, costante dell’architettura salentina, investe anche il discorso.L'altra caratteristica di Kerouac, il ribellismo, era presente, insieme all'estetica del perdente, dello sbandato, del "matto", nel primo libro di Mario Desiati, Neppure quando è notte, e, in parte, nel Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio. All'epoca stigmatizzato da critici come Vito Amoruso, che gli scrittori li volevano rivoluzionari, il ribellismo è ora apprezzato da molti recensori, che, non riuscendo a credere più alla rivoluzione, si accontentano dello scontento. www.eliopaoloni.it
Corriere del Mezzogiorno, 20 maggio 2006
Come ricevere il nuovo numero della rivista Vertigine
come avere la rivista
di (19/05/2006 - 10:34)
VERTIGINE
Nuova serie, numero unico 2006
244 pagine, Luca Pensa Editore
presentazione ufficiale domenica 28 maggio
ore 20
FONDO VERRI – LECCE

Per ricevere la rivista basta mandare il proprio indirizzo postale all'email penspol@alice.it . Il libro verrà spedito all'indirizzo da voi segnalato in contrassegno postale, 10 euro (costo della rivista) più 1 euro di spese di spedizione. La distribuzione nelle librerie avverrà nel mese di Giugno. Si seguirà la linea minimale intrapresa con Neuropa. Un primo elenco delle librerie lo potete trovare qui (le stesse nelle quali si è materializzato il romanzo di Gigliozzi). Tutti gli aggiornamenti, naturalmente, su questo blog.
- 10
di (18/05/2006 - 10:00)
VERTIGINE
Nuova serie, numero unico 2006
244 pagine, Luca Pensa Editore
presentazione ufficiale domenica 28 maggio
ore 20
FONDO VERRI – LECCE
Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria, curato da Rossano Astremo, dopo tre anni e la pubblicazione di sei numeri autoprodotti, cambia totalmente pelle. Verrà presentato, infatti, domenica 28 maggio, presso il Fondo Verri di Lecce, a partire dalle ore 20, il primo volume della nuova serie della rivista, pubblicato dalla Luca Pensa Editore. Oltre duecento pagine per ripercorrere la storia della rivista, a partire dal numero dell’esordio, uscito nell’agosto del 2003, per proseguire con il secondo numero, stampato nel novembre del 2003, dedicato ad alcuni episodi di sperimentazione letteraria. Il terzo numero, del marzo 2004, è dedicato ad Antonio Verri, poeta e narratore totalmente dimenticato dalla critica letteraria pugliese e non solo. Nel quarto numero, uscito nell’estate del 2004, comprendente interventi di alcuni grandi animatori della scena letteraria italiana, Vertigine ha avuto ha ospitato in anteprima assoluta un estratto di New Thing di Wu Ming 1, che sarebbe poi uscito nell’ottobre dello stesso anno. Il quinto numero, Merda d’autore, uscito nel marzo 2005, è una raccolta di testi giudicati pessimi e impubblicabili dagli stessi autori. Vertigine ha reso possibile la pubblica lettura di interventi altrimenti destinati all’oblio. In Politicamente scorretto, dell’ottobre 2005, ampio spazio, invece, a racconti, poesie e riflessioni sulla situazione politica e sociale italiana. Oltre al già pubblicato, questo numero contiene una sezione di inediti, Tritature, nella quale sono presenti recensioni e riflessioni su libri dimenticati nel corso della passata stagione editoriale. A partire dai prossimi numeri la rivista presenterà al suo interno due sezioni, una sezione di argomento tematico sul quale si accederà per invito, come d’altronde è accaduto in questi anni, e, questa la grande novità, una sezione dedicata al laboratorio delle scritture, nella quale verranno ospitati poesie, racconti e contributi critici di giovani autori in cerca di nuovi luoghi d’espressione. Per contattare la redazione
rossanoastremo@libero.it , per ordinare una copia della rivista
penspol@alice.it .
L’elenco degli autori presenti
Rossano Astremo, Manila Benedetto, Davide Bregola, Gaetano Cappelli, Nicola Carducci, Eva Clesis, Gabriele Dadati, Gianluca D’Andrea, Cristiano de Majo, Girolamo De Michele, Mario Desiati, Stefano Donno, Antonio Errico, Matteo Fantuzzi, Giuseppe Genna, Gianluca Gigliozzi, Andrea Inglese, Nicola Lagioia, Elisabetta Liguori, Roberto Lucchi, Mauro Marino, Giordano Meacci, Cataldo Dino Meo, Antonio Moresco, Claudio Morici, Gianluca Morozzi, Giulio Mozzi, Francesco Pacifico, Luciano Pagano, Elio Paoloni, Angelo Petrelli, Flavia Piccinni, Tommaso Pincio, Laura Pugno, Francesco Raiola, Sergio Rotino, Flavio Santi, Tiziano Serra, Sparajurij, Piero Sorrentino, Fabio Tolledi, Antonio L. Verri, Wu Ming 1, Massimiliano Zambetta
premi su premi
di (17/05/2006 - 10:38)

La Giuria del Premio Viareggio Répaci, presieduta da Enzo Siciliano, comunica la prima Rosa dei Finalisti alla 77esima edizione, tra i quali verranno formate, il 9 giugno, le storiche Cinquine del Premio (Conferenza stampa: Roma, Sede Regione Toscana, via Parigi 11, ore 12,00). La discussione finale e la designazione dei vincitori si terranno a Viareggio il 30 giugno e il 1° luglio prossimo. Il 30 giugno verrà consegnato, inoltre, il Premio Internazionale che andrà a una personalità di fama mondiale che abbia speso la vita per la cultura, l’intesa tra i popoli, il progresso sociale, la pace.
La giuria del Premio – rinnovatasi nel gennaio 2006 - è composta da: Enzo Siciliano (presidente), Giuliano Amato, Rosanna Bettarini, Marcello Ciccuto, Maurizio Cucchi, Alba Donati (segretaria letteraria), Giorgio Ficara, Guido Fink, Pietro Ghilarducci, Sergio Givone, Giovanni Gozzini, Mario Lavagetto, Grazia Livi, Raffaele Manica, Carla Moreni, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Elisabetta Rasy, Mario Santagostini, Gabriella Sobrino, Giorgio Van Straten (vice presidente), Marisa Volpi.
ROSA dei FINALISTI
NARRATIVA
Gianni Celati, Vite di pascolanti (Nottetempo); Tullio De Mauro, Parole di giorni lontani (Il Mulino) ; Mario Desiati, Vita precaria e amore eterno (Mondadori); Paolo Di Stefano, Aiutami tu (Feltrinelli); Elena Gianini Belotti, Pane amaro (Feltrinelli)
Pietro Grossi, Pugni (Sellerio); Salvatore Niffoi, La vedova scaltra (Adelphi); Nico Orengo, Di viola e di liquirizia (Einaudi); Aurelio Picca,Via volta della morte (Rizzoli); Emanuele Trevi, L'onda del porto (Laterza)
SAGGISTICA
Giovanni Agosti, Su Mantegna I (Feltrinelli); Luciano Canfora, Il papiro di Dongo (Adelphi); Roberta De Monticelli, Nulla appare invano. Pause di filosofia (Baldini e Castoldi); Nadia Fusini, Possiedo la mia anima (Mondadori); Roberto Galaverni, Il poeta è un cavaliere Jedi (Fazi)
Wlodek Goldkorn, La scelta d Abramo (Bollati Boringhieri); Giulia Niccolai, Le due sponde (Archinto); Adriano Prosperi, Dare l’anima. Storia di un’infanticidio (Einaudi)
POESIA
Franco Buffoni, La guerra (Mondadori); Giuseppe Conte, Ferite rifioriture (Mondadori); Claudio Damiani, Attorno al fuoco (Avagliano)
Massimo Daviddi, L'oblio sotto la pienta (Casagrande); Nino De Vita, Nnòmura (Mesogea); Giovanni Orelli, Un eterno imperfetto (Garzanti)
Stefano Simoncelli, La rissa degli angeli (Pequod); Valentino Zeichen, Neomarziale (Mondadori)
OPERA PRIMA
Antonina Alberti, L'epurato (Il melangolo); Cristina Alziati, A compimento (Manni); Alfonso Benadduce, Libercolo dell'onta (Lietocolle)
Riccardo D’Anna, Una stagione di fede assoluta (Pequod); Antonella Moscati, Una quasi eternità (Nottetempo); Piero Negri Scaglione, Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio (Einaudi) ; Roberto Saviano, Gomorra (Mondadori)
tutti a castellana grotte
di (17/05/2006 - 10:24)
Con Carmine Tedeschi autore di “Nel giardino del Padre” (Manni) inizia sabato 20 maggio al Circolo Pivot “Cocktail. Drink di libri e snack d’autori all’ora dell’aperitivo”, la manifestazione dedicata ai libri organizzata dal Comune di Castellana Grotte – Assessorato alla Cultura, il sito culturale Booksblog.it, Biblioteca Civica “G.Tauro” di Castellana Grotte e il settimanale Portagrande, in collaborazione con Masseria Serritella, Circolo Pivot e Live Tea House.Seguirà domenica 21 maggio la presentazione del libro di Mario Desiati, “Vita precaria e amore eterno” (Mondadori) con l’intervento del poeta e musicista Vittorino Curci presso la galleria e sala da the Live Tea House.Il 10 giugno al Circolo Pivot, Chiara Sorino presenterà il suo “Patchwork” (Palomar) con Roberto Campanelli, mentre la compagnia Marienbad di Pasquale D’Attoma Fanizzi proporrà uno spettacolo con le musiche di Marco Laccone.Il 14 giugno Nino G. D’Attis sarà accolto alla Masseria Serritella per presentare il libro edito dalla Marsilio X, “Montezuma airbag your pardon”, introdotto da Manila Benedetto e Antonino Piepoli.Il 20 giugno ci si proietta nel mondo di internet, con il libro di Nicola Silletti “Chat Line” (edizioni Pugliesi), presso il Circolo Pivot.Ancora al Pivot il 24 giugno Rossano Astremo parlerà della raccolta “Vertigine” (Pensa editore), antologia del meglio della rivista periodica nata nel 2003. A seguire il party di lancio.Chiude la manifestazione la giovanissima autrice barese Eva Clesis, autrice di “A cena con Lolita” (Pendagron), presentata da Antonino Piepoli e Manila Benedetto al Live Tea House.Durante tutte le presentazioni sarà offerto l’aperitivo.La manifestazione continuerà anche nei mesi di luglio, agosto e settembre, con un programma che sarà diffuso nei primi giorni di luglio.
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