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Archivio Aprile 2006

segnalo

di (27/04/2006 - 10:27)

L’omaggio di Astremo a Kerouac, “il violentatore della prosa"

Va direttamente alla fonte, il poeta Rossano Astremo, con “Jack Kerouac. Il violentatore della prosa”. Studio e atto d’amore nei confronti di uno dei padri della beat generation, uscito per I libri di Icaro. “Questo libro mi libera da un’ossessione coltivata sin dall’adolescenza per la scrittura kerouacchiana”. Che è diventata la sua tesi di laurea, lavoro dal quale parte questa pubblicazione che comprende una godibilissima biobibliografia in tre parti (vita, aspetti teorici e libri più appendice) dello scrittore di Lowell nel Massachussets. Attorno a questo “Pollock della narrativa americana” i celeberrimi ispirati amici che rispondono al nome di William Burroughs, Allen Ginsberg, Neal Cassady.

La Repubblica / Bari, 27 aprile 2006

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incontri

di (27/04/2006 - 10:12)

PRESìDIO DEL LIBRO DI PALAZZO SAN GERVASIO

Le colonne sonore di un libro. Ascoltare con gli occhi

Aprile – Dicembre 2006

Biblioteca Comunale “Joseph & Mary Agostine Memorial library”

Via Vico Veglie - Palazzo San Gervasio (Pz)

27 Aprile 2006

ore 19.00

Massimo Cotto

presenta “Di acqua e di respiro”

libro intervista a Ivano Fossati

Giovedì 27 aprile prossimo alle ore 19.00 presso la Biblioteca Comunale “Joseph & Mary Agostine Memorial library” a Palazzo San Gervasio (Pz) si apre il progetto del Presìdio del lirbo di Palazzo San Gervasio Le colonne sonore di un libro. Ascoltare con gli occhi con Massimo Cotto autore de “Di acqua e di respiro” (Arcana edizioni) che discuterà del libro intervista a Ivano Fossati con il giornalista e critico musicale Alceste Ayroldi accompagnati dal duo Icaro di Roberto Ottaviano (sassofono e chitarra). La manifestazione verrà inaugurata dal Sindaco Antonio Amendola e dal Presidente dell’Istituzione Silvana Cimarosa.A partire da aprile fino a dicembre il presìdio del libro di Palazzo San Gervasio animerà incontri nell’ambito di un’iniziativa promossa dal Comune di Palazzo San Gervasio in collaborazione con l’Associazione Presìdi del libro (associazione no-profit che si propone di promuovere la lettura attraverso progetti tematici promossi da gruppi di lettori spontanei e di aggregare gli stessi in una “società civile” che sappia attirare l’attenzione di tutti – a partire dalle istituzioni – sull’importanza della lettura per la crescita civile, sociale ed economica dell’Italia.) che coinvolgerà lettori di tutte le fasce di età con l’interesse comune alla lettura e non solo… Il sottotitolo Ascoltare con gli occhi spiega la connessione linguistica tra il leggere un libro e immaginare la colonna sonora che fa da sfondo, proprio come un regista sceglie la voce musicale del suo film. L’idea da sviluppare è quella di presentare al pubblico una concezione "sonora" delle parole scritte, e quindi dei libri e della letteratura. Sono numerosi in Italia gli autori i cui testi hanno una vocazione musicale. Primo ospite di questa prestigiosa iniziativa, che vedrà protagonisti scrittori delle più importanti case editrici e valenti musicisti, è Massimo Cotto: musicologo, collaboratore delle riviste Max e Capital, voce illustre di Radio RAI, è autore delle biografie autorizzate di Guccini, Pelù, Ruggeri e Nomadi. Presentatore ufficiale di numerosi festival internazionali di musica, ha scritto la pièce teatrale dedicata a Janis Joplin “Cry Baby – L’ultima notte di Janis Joplin” nonchè autore del libro intervista a Ivano Fossati “Di acqua e di respiro” (Arcana edizioni). Il programma “Le colonne sonore di un libro” è diviso in due parti: la prima da aprile a giugno, la seconda da settembre a dicembre. Ogni appuntamento sarà preceduto da un seminario sull’educazione all’ascolto e alla lettura tenuto da musicisti che dedicheranno lezioni sulla musica classica, contemporanea e jazzistica.

 

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il sottoscritto

di (26/04/2006 - 16:47)

 

 
 

In questo periodo sarò un po' in giro a presentare il mio libro su Jack Kerouac, aspettando l'uscita del numero gigantesco di Vertigine (244 pagine) che sarà fisicamente tangibile a metà maggio. Due date certe, il 4 maggio a Castellana Grotte e il 16 giugno a Palazzo San Gervasio all'interno di questa manifestazione che comincia domani. E poi altre cose in via di definizione che compariranno man mano su questo blog.

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intervista

di (25/04/2006 - 18:30)

 

Gli alieni secondo Tommaso Pincio

di Rossano Astremo

Come mai gli extraterrestri hanno impiegato secoli e secoli per entrare compiutamente nel nostro immaginario quotidiano? È soltanto un caso che gli alieni siano giunti fra noi all'indomani della seconda guerra mondiale? E che dire della loro spiccata predilezione per gli Stati Uniti? A tutte queste ed ad altre domande risponde Tommaso Pincio in “Gli alieni” (Fazi, euro 16), suo ultimo e recente lavoro, pubblicato ad un anno di distanza dal lisergico romanzo “La ragazza che non era lei”.Chi conosce le tue opere narrative prima o poi avrebbe dovuto aspettarsi questo libro sugli alieni. I tuoi romanzi giocano molto spesso con questa relazione con l’ “oltreumano”. Quando è iniziata questa tua “passione” per gli alieni? Hai qualche aneddoto in proposito?
È andata più o meno come racconto in “Un amore dell'altro mondo”: da bambino pensavo di essere un piccolo alieno che per qualche ragione era stato punito e costretto a vivere sulla Terra in una famiglia che non era la sua. Speravo che un giorno o l'altro i miei veri genitori mi venissero a riprendere con un disco volante. Non è mai accaduto. Col tempo ho cercato di farmene una ragione, ma non è che abbia perso del tutto la speranza. Disfarsi dei
fantasmi dell’infanzia è impossibile.
Quanti film, serie televisive e libri hai ingurgitato sul tema degli extraterrestri?
Moltissimi film e tante serie televisive. Quanto ai libri, relativamente pochi. La saggista sull’argomento è spesso noiosa e inconcludente. Non di rado rasenta anche il ridicolo. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. La ragione per cui l’ufologia non viene considerata una scienza è l’impossibilità di un accesso diretto al suo oggetto di studio. Gli alieni sono elusivi per natura. Ci provocano con fugaci apparizioni ma alla resa dei conti puntualmente si ritraggono, quasi pretendessero un nostro atto di fede. Vogliono che crediamo in loro alla stessa maniera in cui si crede alla favole o in Babbo Natale. La loro dimensione ideale è il mito, non la realtà in cui pretendiamo di vivere. Per questo le riflessioni più serie e
credibili sugli extraterrestri vanno cercate nel cinema di fantascienza.
Perché non dedicarti al tuo quinto romanzo? Per liberarti da un’ossessione personale? Per cercare di chiarire alcuni punti oscuri sulla questione degli alieni che sono sconosciuti a gran parte del pubblico o per altre ragioni?
Il libro sugli alieni è nato quasi per caso. Mi si è presentata l’occasione e l’ho colta al volo in quanto volevo evitare di immergermi subito in un nuovo romanzo. Ti sembrerà incredibile ma le storie che racconto le vivo mentre le scrivo e “La ragazza che non era lei” è stata un’esperienza difficile da vivere.
è da poco consultabile in Rete ALIENS DON'T SUCK!, un periodico di integrazione non violenta degli extraterrestri da te curato (www.webalice.it/tommasopincio). Che tipo di spazio sarà?
Uno spazio anarchico con regole precise. Una di queste è di non usare il web alla stregua di un contenitore dove accumulare materiali a tempo indeterminato. Ogni due settimane i contenuti verranno cambiati senza dare ai visitatori la possibilità di accedere ai numeri precedenti. L’accesso limitato è la principale direttiva imposta dagli alieni al fine di giungere a un’integrazione pacifica con noi terrestri.
A proposito del prossimo romanzo, è già in cantiere qualcosa?
Ha un titolo provvisorio: “Apocalypse Rome”. Dal che ognuno potrà evincere che sarà ambientato nella città in cui sono nato. Ovviamente, trattandosi di un mio romanzo sarà una Roma alquanto devastata dalla mia immaginazione. Il cantiere è già aperto ma contemporaneamente sto lavorando ad un altro libro che andrà in stampa prima del romanzo e sul quale preferisco mantenere il riserbo.
Per concludere questa nostra chiacchierata?
Soltanto il monito il finale: gli alieni esistono ma forse è meglio se non ci crediamo.


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intervista

di (25/04/2006 - 11:20)

Zandegù, casa editrice con tanta voglia di crescere

di Rossano Astremo

Per partire, un po’ di retorica non guasta: in un Paese come l’Italia in cui i lettori sono putride mosche bianche e l’editoria è nelle mani di pochi potenti che bavosi arraffano tutto, che senso ha dare vita ad una nuova casa editrice? Lo abbiamo chiesto a Marianna Martino, ventiduenne di Torino, a capo della casa editrice Zandegù, piccola realtà editoriale che ha tanta voglia di crescere.
Allora Marianna, come è nata l’idea di aprire una casa editrice?
L’idea nasce dopo che ho finito il master Holden. Che fare? Non è che proprio i lavori da scrittore piovano dal cielo, tanto meno sei hai solo 20 anni e esperienza zero. E poi, a dirla tutta, a me di scrivere non mi andava per niente, perché durante il master avevo scoperto una grande passione per l’editing e la revisione dei testi altrui. Così, un giorno, mio papà mi ha detto perché non apri una casa editrice? E io ho pensato, perché no? Sarà difficile, ma sai che divertimento e che soddisfazione? All’inizio ero spaventatissima, non sapevo cosa fare, da dove cominciare. Allora ho frequentato dei corsi di editoria, ho studiato libri, ho chiesto consigli ad altri editori e alla fine ero sempre più convinta e mi sono messa a cercare i testi da pubblicare. È stato complesso e spesso avevo momenti di smarrimento, ma grazie all'appoggio dei miei genitori e del mio ragazzo ce l'ho fatta e ho tenuto duro. Però non sono completamente sola. Con me, collaborano Antonio, il grafico, e Marco, che si occupa dei contratti.
Qual è la linea editoriale della casa editrice?
Zandegù pubblica racconti e romanzi italiani surreali. Cioè storie che esaltino l'aspetto buffo e assurdo della vita di tutti i giorni. Racconti rocamboleschi del quotidiano. Ma anche favole moderne, con aspetti tipicamente fantastici. Insomma, pubblico tutto ciò che è molto divertente, originale e fuori dal coro.
Un accenno ai primi due titoli usciti?
I libri usciti per primi, a marzo 2006, sono due raccolte di racconti, “Hollywood Party”, antologia di giovani autori, e “Cosa faccio quando vengo scaricato” di Simone Marcuzzi. La prima è una raccolta di nove racconti ispirati ad altrettanti film famosi americani dagli anni 50 ad oggi (da La donna che visse due volte a Million dollar baby). I racconti sono intervallati da tre "pareri dell'esperto", scritti da Marco Ponti, Steve Della Casa e Bruno Fornara.La seconda uscita è una raccolta di storie d'amore tipicamente maschili, cattive, sboccate, audaci, divertentissimamente feroci.
I prossimi libri?
A breve, metà maggio, esce il primo romanzo “I sassi vanno matti per le sasse” di Roberto Tossani, una storia di sassi che contengono misteriosi ricordi al loro interno, di un uomo che li sa leggere, ma ha un brutto rapporto con le donne. E un rapporto migliore coi palloncini colorati.Tra settembre e novembre usciranno altri tre romanzi e un'altra raccolta.
Scrittori preferiti?
Gli autori che più amo sono Amelie Nothomb, Yehoshua, Saramago, Bradbury, Ammaniti, Nori. E poi il mitico Lansdale. Irraggiungibile!
Quali le speranze e le paure? La strada che hai intrapreso è impervia, no?
La mia speranza è di diventare un marchio che sia sinonimo di qualità, bei libri, scritti bene, storie interessanti e tematiche mica da ridere. Però ridendo! Cioè grandi pensieri detti senza annoiare il lettore con tanti giri di parole. La mia paura più grande è di deludere gli autori che si sono affidati a me e che con me si sono lanciati in questa epica avventura. E spero proprio di non deluderli mai.
I primi riscontri di critica e pubblico?
Per il momento mi sembra che ci sia un buon interesse. Piccolo ma positivo. Quindi, non mi resta che lavorare sodo perché il riscontro aumenti!
Qualcosa da aggiungere?
L'indirizzo del mio sito www.zandegu.it e quello del mio blog www.zandegu.splinder.com, dove racconto le mie vicissitudini da editore.

intervista uscita su www.booksblog.it

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25 aprile

di (24/04/2006 - 11:12)

Di resistenze - possesso carnale -

ludiche sequenze che danno morte,

tempo che corre, bolla che sgonfia,

ancorati al sangue di chi è cenere.

Di resistenze – vampe infernali –

spari su spari che danno terrore,

spazio che esplode, mente che gode,

sperduti come mine di dolore.

Di resistenze – motivo che erode –

suoni efferati che tagliano polsi,

guerra è schifo, guerra è merda,

retorica, pasticca sottolingua.

Di resistenze – memoria labile –

versi strozzati che stanno appesi,

il sole brucia sull’asfalto tremante,

spirati, siamo privi di pensiero.

 

r.a.

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recensione

di (21/04/2006 - 17:39)

Pubblicato da Palomar il romanzo d’esordio di Giovanni Di Iacovo

 

“Sushi Bar Sarajevo”, la morte in diretta televisiva

 

di Rossano Astremo

 Davvero degno di nota il lavoro che sta svolgendo Michele Trecca come curatore di “Cromosoma Y”, collana di “narrativa, versi e sconfinamenti” edita dalla casa editrice barese Palomar che nell’ultimo anno ha sfornato tre romanzi di ottimo livello, “Sahara Consilina” di Vincenzo Corraro, “Ho sognato che qualcuno mi amava” di Maurizio Cotrona, e il recente romanzo d’esordio “Sushi Bar Sarajevo” del pescarese Giovanni Di Iacovo. Nella seconda di copertina del romanzo di Di Iacovo firmata da Valerio Evangelisti, maestro della letteratura di genere,  si legge: “Il romanzo è scritto alla perfezione e, nonostante la struttura articolata e il gran numero di intriganti personaggi, contiene persino una notevole suspanse. Come se McLuhan e Marcuse si fossero alleati a Philip K. Dick e a Robert Sheckley, rendendo avvincete e fantasmagorica la propria saggistica. Insomma, difficile concepire un esordio più brillante”. Quale la trama di questo complicato romanzo? Le vicende si articolano in un arco temporale che dalla guerra di Bosnia si sviluppa oltre il presente, fino ad un futuro prossimo in cui l’Europa ha subito pericolosi mutamenti geopolitici. Trent’anni, dal 1995 al 2025, in cui lo scontro di civiltà da molti paventato si trasforma in una lotta frontale tra le Democrazie Centrali e Unione Islamica Internazionale. All’interno di questo contesto futuribile e apocalittico che, si spera, non sia per nulla profetico, il filo conduttore è rappresentato dalle esistenze di tre fratelli, Tomislav, Vlad e Maja, che in una terribile notte, durante l’assedio di Sarajevo, si perdono, e i cui destini si intrecciano con quello di una ricca signora ossessionata dal sogno che legò Guglielmo Marconi a Gabriele D’Annunzio. Le pagine più belle del libro, piene di cinismo e ironia, sono quelle che si svolgono all’interno di un grande talk show globale, condotto da Max Magenta, presentatore estroso e torbido, pronto a tutto pur di fare audience, sino all’ottenimento dell’evento massimale, quello che più d’ogni altro fa salire l’indice dello share, quello della morte in diretta. Un romanzo che, celandosi dietro la costruzione tipica della “fantascienza sociologica”, si sofferma su molte delle deformazioni del nostro presente, dominato dalla spettacolarizzazione ad ogni costo, dal tutto è lecito purché si alzi l’indice d’ascolto.

 

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incipit 3

di (21/04/2006 - 12:01)

Edwin Abbott Abbott


Flatlandia


Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a Voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio.
Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre Figure geometriche, invece di restar ferme al lor posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersi sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma - consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un'idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compatrioti. Ahimè, ancora qualche anno fa avrei detto: "del mio universo", ma ora la mia mente si è aperta a una più alta visione delle cose.

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incipit 2

di (21/04/2006 - 11:53)

Jonathan Franzen

Le correzioni


Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell'aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l'intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine. Neanche un bambino nei giardini. Ombre e luce sulle zoysie ingiallite. Querce rosse e querce di palude e querce bicolori riversavano una pioggia di ghiande sulle case senza ipoteca. Le controfinestre rabbrividivano nelle stanze da letto vuote. E poi il ronzio monotono e singhiozzante di un'asciugabiancheria, la contesa nasale di un soffiatore da giardino, il maturare di mele nostrane in un sacchetto di carta, l'odore della benzina con cui Alfred Lambert aveva ripulito il pennello dopo la verniciatura mattutina del divanetto di vimini.
Le tre del pomeriggio erano un'ora pericolosa nei sobborghi gerontocratici di St. Jude. Alfred si era svegliato nella grande poltrona blu in cui di era addormentato dopo il pranzo. Aveva finito il suo pisolino e il prossimo notiziario locale iniziava soltanto alle cinque. Due ore vuote erano una fistola che generava infezioni. Si alzò a fatica, raggiunse il tavolo da ping pong e si mise in ascolto di Enid, ma non la sentì.

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incipit

di (21/04/2006 - 11:50)

Irvine Welsh

Il Lercio


Stamattina mi sono svegliato. Mi son svegliato già dentro al lavoro.
Il lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te, come una gelatina permanente che ti circonda, ti assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente deformante. Massì, certe volte ti prendi i tuoi angoli di relativa libertà dove puoi ritirarti, quegli spazi leggeri e delicati dove le cose nuove e diverse, cose migliori, possono sembrarti possibili.
Dopo finisce. All'improvviso vedi che gli angoli non ci sono più. Diventavano sempre più piccoli, e lo sapevi. Sapevi che un giorno o l'altro avresti dovuto metterti a far qualcosa per rimediare. Quando è successo? Te ne sei reso conto dopo. Non importa alla fine se c'è voluto poco o molto: due anni, o tre, o cinque, o dieci. Gli angoli son diventati sempre più piccoli finché hanno cessato di esistere, e tutto quello che è restato è il residuo. Vale a dire i giochini.

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recensione

di (20/04/2006 - 10:05)

 ELISABETTA LIGUORI

Le passioni dell’uomo

leggendo “ Vita precaria e amore eterno” di Mario Desiati

 

Che ne sarà di loro? Un senso di disperazione e dolcezza assale chi legge questo splendido libro: la storia di una lenta eutanasia, quella di un’intera generazione di uomini ancora capaci, seppellita dai suoi stessi sogni. Questo libro è il grido di chi ancora sopravvive, nonostante tutto, ma lo fa sull’orlo doloroso di un baratro; la rappresentazione letteraria del generale stupore dinanzi al passato ed al futuro di tutti, ugualmente sviliti da un osceno presente, che nega ogni passione. Il protagonista della vicenda narrata, tal Martino Bux, per l’appunto è uomo stupito, spaventato da tutto, praticamente così dolorante ed incredulo, da non aver il coraggio di alzare la testa verso il cielo. A leggere questo secondo romanzo del giovane Mario Desiati, c’è da averne paura. Sia del passato che del futuro, intendo. Viene da augurarsi che non di realismo sociale si tratti, ma piuttosto di una nuova letteratura del grottesco, e che, la sua di scrittore, sia solo sana provocazione.Non c’è nulla di più doloroso e innaturale, infatti, di uno sguardo indotto ad appuntarsi ad una giovinezza sprecata, irrisa, calpestata, messa in mostra come un bell’orologio rotto al polso. La narrazione di Desiati parte in sordina, ricostruisce la vita del protagonista per piccoli passi, poi si fa sempre più grave, rabbiosa, fino a giungere al presente, un presente fatto di alloggi instabili, di nefandezze e allucinazioni, di basse rivalità tra bestie piccole e affamate, di sogni deprezzati a manie, di diversità senza composizione, di odio razziale, di degrado e inettitudine biliosa. Tutto questo spreco umano è narrato sempre in punta di rivolta. Sembra che la guerra civile sia dietro l’angolo; vicinissima, se ne sente il primo gorgogliare minaccioso e appare come l’odioso preludio di una sconfitta inevitabile. Un libro tragico quindi, più che crudele, ma con il guizzo di mille piccole rivelazioni divertite e divertenti, che preparano alla battaglia finale. All’inizio Martino compie, con l’intera famiglia, il viaggio speranzoso, quello di tanti prima e dopo di lui, da Sigonella alla metropoli romana. Purtroppo non c’è alcuna fortuna ad accoglierli. La città parla chiaro sin dall’inizio del percorso: nessuna illusione è destinata a durare nella Roma sovrana e matrigna.Questo libro non è mera denuncia sociale.Questo è un libro scritto in discesa libera, con un finale a sorpresa.Devo dirlo, però: la fine di questo romanzo non mi ha sorpreso affatto. Ve n’è invece indizio esplicito sin dall’inizio del libro: ogni inciampo irrisolto di un’esistenza vissuta al ritmo di pochi, sudati ed incerti euro, prepara a quella conclusione. Non rivelerò qui l’ultima scena del libro, non posso, ma lo dico con fermezza: non poteva che essere quella. Perfetta. Quello di Desiati è, infatti, un libro spumeggiante, autentico quanto logico, crudelmente ironico, di grande leggibilità, che molto ha a che fare con il concetto di morte. Qui la morte, in qualche modo, coincide con l’iniziale concepimento di tutta la storia. Perché quando una vita è posta di fronte alla più totale precarietà esistenziale, sentimentale, ambientale e lavorativa, non possono che derivarne pensieri di morte, oltre che di vendetta. E la morte che spetta a tutti, con questo Desiati, diventa addirittura spettacolare.Direi anzi che, chi legge, ha nettissima l’impressione di assistere, al fianco dello stesso protagonista del libro, al proiettarsi di una pellicola alla cui rigida regia nulla può essere aggiunto o tolto. Roma fa da fondale sublime, inespugnabile, multicolor, incomprensibile, scarsamente bilanciata dai ricordi di un sud tra i più irriducibili, o da quelli tracciati dalla traiettoria obbligata e laida degli aerei da guerra. La verità sociale è quella: dissennata e bieca, davanti alla quale il giovane Martin Bux può soltanto imprecare, inveire, sputare saliva, edificare propositi suicidi o di atroce rappresaglia, ma nulla più di questo. Proprio come in sala gli spettatori più eccitabili.Del resto la scelta di questo nome da fumetto per un quasi trentenne in cerca di identità stabile, non è casuale. Desiati l’ha disegnato così: Martin Bux è il frutto di un altrui segno; eroe sgangherato, inerme, a cui nessuna scelta concreta è concessa. Meno che mai quella di salvare il mondo. In questo secondo romanzo di Desiati, tutto è reale e concreto, tranne il suo ultimo paladino. Per questa ragione, si sta in tre: il lettore, l’eroe principale e la di lui madre, la donna fragile che ha visto la faccia della morte e scrive lettere ai defunti, ad assistere insieme ad una tragica commedia. L’eco della sommossa che, sin dall’inizio del libro, farfuglia sinistra, è solo un effetto sonoro ben riuscito, prodotto da un ottimo rumorista in sala di registrazione. Il pregio di questo libro, a mio avviso, sta proprio in questo: nell’avere saputo fondere, così abilmente, la materia realistica a quella letteraria, verità e illusione, realtà e finzione, mescolando i piani di lettura in un linguaggio immediato, forte, attualissimo, di grande movimento, che non galleggia, ma affonda nelle coscienze.Questa generazione vana di trentenni, condannata allo sfruttamento precario di un call center per dodici ore al giorno, ridotta ad un branco senza altra certezza, che non sia la misura esatta degli angusti recinti dell’invidia, del desiderio frustato, resta comunque, a lettura ultimata, incredibilmente viva. Come mai? Che sia merito proprio della forza del fumetto che ci portiamo dietro per reazione? O forse sopravvive, più semplicemente, grazie all’amore.Lavoro e amore. Se il lavoro fa la libertà di un uomo, riempie il sacco della sua identità in transito, dà il ritmo al vivere, la sua assenza gli nega il futuro, ne impedisce il cambiamento. E se l’assenza di lavoro crea distonie tra movimento e pausa, tra il desiderio e la sua negazione, allora l’amore, l’amore, l’amore. Ritorna l’amore e resta come alternativa, come direzione.Di generazione in generazione, curioso, l’amore permane come idea forte che soccorre.Lei è bellissima, lirica, corvina, volitiva, ultraterrena. Lei è più di un’idea. Lei è corpo.Come in ogni fumetto, l’eroe, che sia sfigato o meno, ha la sua bella da proteggere. In genere, è migliore di lui. Proteggerla non è facile. A volte impossibile.

 

Lei non è donna, non è giorno, non è trasalimenti, va ben oltre le astrazioni e si deposita in una parola neutra, fatta di due sillabe. Due sillabe che colleghi a due gambe dritte come staffili, due seni rotondi come forme di latte cagliato e due occhi neri come una notte impercorribile. TO –NI

Desiati in questa costruzione, è autore efficacissimo. Il prototipo di amore che ha creato, per il quale modifica anche i colori del suo linguaggio narrativo, si stacca dalla verità, diventando pura letteratura. Quell’amore è la bocca rossa che in copertina ingoia anche la merda che il mondo continua a produrre a badilate. Una bocca forte che va oltre la morte, anzi: che se ne dimentica.Lui e lei sono diversi. Lei è positiva, generosa, carica di energie, almeno quanto lui appare deluso, passivo, bugiardo. Lui proletario, lei borghese. Lui rozzo, lei raffinata. Lui terra, lei arte. Lui fintamente cieco, lei inutilmente ottimista.Questa diversità è l’unica forza che potrebbe rendere nuove tutte le cose. Una diversità quasi politica, intrisa di relazioni, di uomini, donne, rapporti, contrasti, errori. Questa diversità è il valore aggiunto alla narrazione; tutto ciò per cui varrebbe la pena lottare davvero o arrendersi. Se, anche solo per un attimo, gli aerei lo permettessero, smettendo di fare rumore. 

 

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incipit#2

di (19/04/2006 - 18:01)

Gérard de Nerval

AURELIA

Il sogno è una seconda vita. Non ho mai varcato senza tremare le porte d'avorio o di corno che ci separano dal mondo invisibile. I primi istanti del sonno sono l'immagine della morte: un nebuloso torpore si impossessa del nostro pensiero e non riusciamo a determinare l'istante preciso in cui l'io, sotto altra forma, continua l'opera dell'esistenza. È come un sotterraneo indefinito che poco per volta si rischiara e dove dall'ombra e dalla notte si liberano le figure gravemente immobili che abitano le dimore del limbo. Poi il quadro prende forma, un chiarore nuovo illumina e anima quelle bizzarre apparizioni - il mondo degli Spiriti si spalanca davanti a noi.

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incipit

di (19/04/2006 - 17:39)

DAVID FOSTER WALLACE

LA SCOPA DEL SISTEMA

Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all'improvviso. Sono piatti e lunghi, con le dita strombate e i mignoli afflitti da bottoni di una callosità giallognola che riappare a mo' di battiscopa lungo i calcagni, e sul dosso dei piedi sbucano peluzzi neri arricciati, e lo smalto rosso è screpolato e si scrosta a boccoli per quant'è vecchio, mostrando qua e là striature bianchicce. Lenore se ne accorge solo perché Mindy si è chinata in avanti sulla sedia accanto al minifrigo per staccare dalle unghie dei piedi appunto un paio di fiocchi di smalto; i lembi dell'accappatoio si dischiudono su un generoso scorcio di scollatura, decisamente più sostanziosa di quella di Lenore, e lo spesso asciugamano bianco che cinge la chioma zuppa e shampizzata di Mindy si è allentato e una ciocca di capelli scuri è sgusciata tra le pieghe e scende leggiadra incorniciandole la guancia fin sul mento. Nella stanza c'è odore di shampoo Flex, ma anche di canne, poiché Clarice e Sue Shaw si stanno facendo uno spino bello grosso che Lenore ha ricevuto in dono da Ed Creaner alla Shaker School e ha portato qui al college insieme ad altra roba per Clarice.

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novità

di (19/04/2006 - 10:48)

 

Il primo numero di
ALIENS DON’T SUCK!
periodico di integrazione non violenta degli extraterrestri

è on line qui

a cura di Tommaso Pincio

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musicaos

di (19/04/2006 - 10:22)

numero 20
www.musicaos.it  
 
1. Editoriale - Luciano Pagano
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http://www.musicaos.it/pagano.htm

2. L'elenco di tutti i testi e di tutti gli interventipresenti in questo numero:
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Testi & Interventi

TESTI (http://www.musicaos.it/testi/2006/marzo.htm) :
Massimiliano Zambetta, Sotto il tappeto
Elisabetta Liguori, Una come me
Pasquale Iannucci, Paradise Card
Francesco Sasso, Offbeat: Marshall is dead
Maria Zimotti, Il germe del razzismo - La scia
Gioia Perrone, Corpo
Irene Leo, Lunedì pomeriggio
Paolo Ferrante, Gerogrammi
Alessio Argentino, Della cenere
Bianca Madeccia, da "Monologhi allo specchio"
Gianni Seviroli, Poesie
Paolo Augusto, Pilot! Solstizio d'estate
Ilaria Banchi, Poesie
Igor Legari, Mostrami le cicatrici
Marco Montanaro, Let's work together e Come i nazisti coi libri
Roberto Bani, Incontri notturni
Ugo Magnanti, Tre poesie spaccate
Flavio Villani, La fonte miracolosa

INTERVENTI (http://www.musicaos.it/interventi/interventi2006.htm) :
Vittorino Curci, Ancora blues
Luciano Pagano, "Dies Irae" di Giuseppe Genna
Stefano Donno, "Questa storia" di Alessandro Baricco, "Le particelle elementari" di Michel Houellebecq, "Il presente della poesia italiana" antologia di Lietocolle a cura di Stefano Salvi e Carlo Dentali, "Memoria delle mie puttane tristi" di Gabriel Garcia Màrquez, "Mozart di Atlantide" di Simone Maria Navarra, "Il manuale dell'inquisitore" di Nicolau Eymerich, Francisco Pena, "Il Diario del Professor Abraham Van Helsing" di Allen Conrad Kupfer
Elisabetta Liguori, La malinconia del non ritorno su "Dolce cattività" di Nicola Papa
Elisabetta Liguori - Le voci di Dadati, su "Sorvegliato dai fantasmi" di Gabriele Dadati
Francesco Sasso, L'incubo meccanico, su "Tuta blu" di Tommaso di Ciaula
Flavia Piccinni intervista Peppe Fiore autore di "L'attesa di un figlio nella vita di un giovane padre, oggi"
Flavia Piccinni, "Broken Barbie" di Alessandra Amitrano
Flavia Piccinni intervista Simone Marcuzzi autore di "Cosa Faccio Quando Vengo Scaricato - e altre storie d'amore crudele"
Irene Leo, "Gocce in un mare di petrolio" di Alessandro Bon
Enrico Pietrangeli, "Serial killers italiani" di Gordiano Lupi
Maria Beatrice Protino, Considerazioni psicoanalitiche sull'opera di Michelangelo
Maria Rosaria Montanaro, "Balenii d'esistere" di Pamela Serafino
Pamela Serafino, Carlo A. Augieri, "L'animismo del linguaggio"
Lidia Gargiulo, "Di amore, di morte" di Enrico Pietrangeli
Vito Antonio Conte, "SONO FLUITO e altre poesie" di Fernando Pessoa, La meraviglia dell'incontrare

3. Canto Blues alla Deriva
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prossimamente in libreria
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da un'idea di Francesco Sasso e Luciano Pagano - nota introduttiva di Vittorino Curci, testi di Francesco Sasso, Luciano Pagano, Irene Leo, Gioia Perrone, Tiziano Serra, Vito Antonio Conte, Rossano Astremo, Stefano Donno, Davide D'Elia, Matteo Chiarello, Angelo Ciciriello, Paolo Simoncini.

http://www.musicaos.it/canto/cbd.htm

4. Dante - Inferno--------------------------
Un'operazione eccezionale per il suo valore artistico e divulgativo, da un'idea di Simone Giorgino, Dante - Inferno, ovvero la prima cantica della Divina Commedia interamente letta da Simone Giorgino e disponibile in formato MP3. Nella sezione DOWNLOAD di Musicaos.it. Sempre nella sezione download continua il viaggio di Simone Giorgino nella poesia italiana, Un Canone In Canto - Vol. II - Dante.

Dante - Inferno
http://www.musicaos.it/download/inferno/inferno.htm

Un Canone In Canto Vol. I (Il Duecento) e Vol II. (La poesia di Dante)
http://www.musicaos.it/download/uncanoneincanto/uncanoneincanto.htm

5. ROMANZO ELETTRONICO - Città dell'alfabeto di Peter Patti
Nella sezione dedicata ai nostri romanzi elettronici (La carne muore - Rossano Astremo, Fiat Umbra - Tonio Rasputin) potete continuare a scaricare "Città dell'alfabeto" di Peter Patti.
http://www.musicaos.it/testi/peterpatti/cittaalfabeto.htm

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riflessione

di (19/04/2006 - 10:14)

Il Grande Romanzo del XXI Secolo

di Gianluca Gigliozzi

[...] Gli artisti piccoli o grandi (penso a Cechov, per citarne uno grandissimo) si son sempre lamentati dei critici, della mancanza di un vero ascolto da parte dei critici professionisti, o della ricezione ridotta che offrivano. Anche a me, a tutt’oggi, sembra in parte vero: i critici sono spesso avvitati (acriticamente o opportunisticamente, un po’ come tutti) alle loro convinzioni, sembrano impermeabili al nuovo, o vi aderiscono senza un vero pensiero che ripensi questo nuovo che forse c’è o che comunque lotta per venir fuori; i critici, si dice, sono fin troppo sensibili ai privilegi dello status, in molti casi (specie per la narrativa) allergici al gusto per l’analisi; molti sembrano stritolati dal macchinario e costretti ad emettere discorsi consumabili, noterelle leggiadre o brani di puro veleno, righe che vanno dove li porta il cuore. Ma gli artisti, in particolare qui mi riferisco a poeti e narratori, non è che siano, almeno mi pare, tanto meglio di loro. [...]

Leggi il séguito su: La cultura enciclopedica dell'autodidatta.

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segnalazione

di (14/04/2006 - 19:56)

Ringrazio Gabriele Dadati per questa cosa sul mio Jack Kerouac. Il violentatore della prosa. Il libro è in distribuzione. Potete richiederlo alla vostra libreria di fiducia. Vi auguro Buona Pasqua.

r.a.

GABRIELE DADATI

Il Jack Kerouac di Rossano Astremo

Succede, cominciando a misurarsi con grandi autori, di trovare non solo la loro produzione, ma anche un cumulo di materiali critici specialistici tutti piuttosto utili ma quasi sempre tutti altrettanto specialistici. E così il grande autore ci si presenta come un monolite di pagine scritte direttamente e inoltre di pagine scritte da critici per recintarlo, proteggerlo, spiegarlo. Il che è, almeno in parte, spaventoso. Il che è, almeno in parte, il motivo per cui spesso e volentieri poi non si procede oltre nella lettura del grande autore. Per fortuna ogni tanto qualcuno pubblica agili guide, volumetti che ci facciano da breccia nel monolite, un primo punto d'approdo per poi allargarci. E' questo il caso di Jack Kerouac. Il violentatore della prosa (Lecce, Libreria Icaro editore, 2006) di Rossano Astremo. Un libro scritto con passione, sangue e misura. E quindi un libro utile per chi non sapesse come muovere i primi passi nel corpus testuale di Kerouac. Per saperne un po' di più si può leggere quanto è scritto qui.

 

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riflessione

di (14/04/2006 - 12:08)

Dies irae, il romanzo della rinascita

di Rossano Astremo

Giuseppe Genna

 

 “Ripulisciti, papà. Ti amo”. Ci troviamo a pagina 735 di Dies Irae, l’ultimo allucinato romanzo di Giuseppe Genna, pubblicato da Rizzoli nella nuova collana 24/7. A parlare è Giuseppe Genna, uno dei protagonisti che appaiono nello scenario esploso del romanzo, proiezione narrativa dell’autore reale Giuseppe Genna. Il patto narrativo ci impone di sospendere l’incredulità e di accettare per vero tutto quello che un autore immette nel suo mondo possibile. Ma in questo caso la verità supera di gran lunga la finzione, la verità serpeggia magmaticamente nelle pagine del romanzo molosso, la verità è che Dies Irae è l’opera che ci dona un Giuseppe Genna scrittore rinato, purificato, dopo aver inalato per anni le polveri svilenti di un assoluto dolore. “Ripulisciti, papà. Ti amo”. Sono gli ultimi mesi di vita del padre di Giuseppe Genna, stroncato dal male del secolo, siamo nel settembre del 2005, siamo alla fine di un lungo viaggio, non solo narrativo, ma anche temporale. Tutto inizia nel giugno del 1981, quando a Vermicino Alfredo Rampi, 6 anni, viene trovato incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua drammatica fine trasformandolo in un’icona mediatica: Alfredino. Evento che trasforma cinquanta milioni italiani in cinquanta milioni di spettatori italiani.  Nelle stesse ore: la scoperta delle liste della loggia P2, il processo Calvi, l’edificazione della città satellite di Milano 3 a opera dei fratelli Berlusconi. La storia diviene pellicola capillare che s’insinua tra le trame del romanzo che ha come protagonista non solo Giuseppe Genna, che nel suo alloggio abusivo e claustrofobico usa un congegno per l’intercettazione della voce dei morti, e scrive un libro segreto, il Dies Irae, appunto,  nel quale profetizza le sorti della specie umana, fino all’estinzione del pianeta, ma anche Paola C. che, in fuga da un indicibile dramma, attraversa il tetro sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam, e Monica B. che vive la parabola ben poco spirituale della buona borghesia milanese. La storia dell’Italia degli ultimi 25 anni diviene una sorta di materasso a molle su cui rimbalzano i drammi assoluti degli attanti che si muovono nello spazio-tempo del romanzo. Ecco quindi l’ascesa al potere di Bettino Craxi, la caduta del Muro di Berlino, i mali oscuri di Tangentopoli, la sequenza dei governi Berlusconi – Centrosinistra – Berlusconi, ma è la storia individuale dei tre protagonisti a colpire. In fondo l’incubo del bambino morto nel pozzo viene utilizzata come valvola simbolica che piaga con ossessione Paola, Monica e Giuseppe. Un romanzo storico, certo, ma soprattutto un romanzo del dolore privato. Solo la scomparsa dei rispettivi padri determinerà la graduale rinascita dei tre protagonisti. La rinascita richiede una morte. E in questo romanzo Giuseppe Genna muore come uomo e come scrittore, ma, nella sua rinascita, diviene un altro uomo e un altro scrittore. “Ragiono su cosa c’è oltre la finzione e ho tempo di farlo. Io so che dietro c’è: non so. C’è la paura, il manto primario del mistero, dell’inadeguatezza a essere. La guida assente. La perpetuità immobile che spaventa. Il rischio che il mondo si fermi. Che io muoia. Che smetta di essere”. Nel momento di massimo successo come autore di thriller lo scrittore Giuseppe Genna decide di abbandonare il Grande Editore (Mondadori) e di rimettersi in discussione. Il Dies Irae è il risultato di questo suo mettersi in discussione: “Ci vorrebbe una letteratura che spacca ogni genere, ogni gabbia stilistica, ogni poetica con il fantastico. Una letteratura mitologica, delusiva a un primo livello e sapienzale a un secondo, mitologia per questa immane popolazione che fatica a mettersi in movimento perché privata della narrazione di storie mitologiche”. Febbraio 2006. Lo scrittore Giuseppe Genna non scrive più thriller, quindi. è un uomo libero. Ecco la scena conclusiva: Giuseppe Genna è impegnato in una seduta di Dance Therapy: “Il cupo avanza perché la mente arretra. Arretra una parte della mente: arretra l’intelligenza. La mente è più larga, il corpo reclama di essere mente e ha ragione, io ascolto attonito i reclami, non so cosa fare. Non so niente”. La sua istruttrice è Paola, la stessa Paola che ha vissuto anni di inferno a Berlino e Amsterdam.  I loro corpi sono uniti, i loro destini hanno subito analoghe curvature: “Paola che mi prende da dietro e mi tiene la scheina attaccata al suo ventre e irradia calore e nescienza, non sono neanche questa nescienza, ma la pura presenza della quale, discendendo e facendomi più solido e senziente, avverto al tua presenza, papà, e questo è quanto mi è concesso, niente è illimitato e tutto è illimitato, non ho parole, non ho ostentazione”. Il triplice riverbero della parola pace chiude questa storia. Un romanzo del dolore, certo: non di un dolore che crocifigge, ma di un dolore che sventra corpi, immobilizza coscienze, senza però produrre definitive sconfitte, di un dolore terapeutico, necessario, sfrontato, da demolire per poi rinascere.

 

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wu ming - manituana

di (13/04/2006 - 10:39)

WU MING

SECONDO PROLEGOMENO AL ROMANZO MANITUANA _ APRILE 2006

http://www.wumingfoundation.com/italiano/snowhill.pdf

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per non dimenticare

di (12/04/2006 - 17:33)

ALFREDO DELL'ERA

NOTIZIE SU TOMMASO DELL'ERA

 Insegna la sociologia della letteratura che il periodo di maggior rischio, per la sopravvivenza storica di un autore, è quello dei decenni immediatamente successivi alla sua morte. Ma c’è chi non corre rischi del genere, per la malinconica ragione che l’oblio non può colpire chi è già comunque ignorato.
   A qualcuno, però, inopinatamente la fortuna arride post mortem. E’ accaduto a Tomasi di Lampedusa, Morselli, Satta: ben più povera sarebbe, senza di loro, la letteratura italiana del secondo Novecento. Un po’ più povera forse continua ad esserlo, senza Tommaso Dell’Era.
   Qualche cenno biografico su questo scrittore. Nasce a Bari nel 1927, trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Modena, poi fa rientro alla città di origine; erano gli anni della guerra, perde il padre. Concluso il liceo cerca un impiego, lo trova al Genio civile; nel frattempo studia all’università, si laurea in lettere con Mario Sansone. Nessun evento di rilievo anche dopo: il matrimonio, i figli, il lavoro; l’età che avanza, i nipoti, la pensione. Nel 1994 si manifesta il male che lo porterà via, tre anni dopo. Funerali laici, per viatico le note del K477 di Mozart (“il più bel canto che mai la morte abbia ascoltato”, l’aveva definito in un suo libro).
I suoi libri, dunque. Quattro pubblicati in vita, tutti da Schena di Fasano: Un ficcanaso, 1969; I cari baresi, 1971; e Mozart, 1991; I cavalieri di san Nicola, 1992.
   Un ficcanaso esce nel 1969, l’autore ha quarantadue anni: alquanto tardiva come prova di esordio, se tale realmente fosse. Di fatto Dell’Era aveva incominciato a scrivere assai prima: versi soprattutto, cui man mano s’erano andate affiancando esperienze narrative; forse intorno ai trentacinque anni, tacque il poeta, ne prese definitivamente il posto lo scrittore. Dell’Era fu critico severo di sé stesso, salvò poco della produzione giovanile in prosa e nulla di quella poetica (ma Attilio Momigliano aveva apprezzato i suoi versi).
   Prima opera della maturità, Un ficcanaso, dunque, piuttosto che opera prima. E’ il racconto di un viaggio compiuto dall’autore, due concitate settimane in giro per l’Italia, piene zeppe di luoghi, incontri, emozioni, quasi per trafugare al tempo la maggior vita possibile. Perché Dell’Era è conscio della sua finitezza ma vuole affermarla sino in fondo, altro non chiede che di riempire di vita il mucchio d’anni avuto in sorte:
    "Felice del guazzabuglio di sensi che mi fanno amare questa vitaccia; questa vitaccia che, mettila come vuoi, è mia e non mollo: cicca fra miriadi di falò, ma cicca che io solo aspiro."
   L’opera, estranea com’era all’industria letteraria, passò quasi inosservata. I pochi che la lessero furono concordi nell’apprezzarla, Giancarlo Vigorelli la salutò come uno dei migliori libri del momento, poi tutto finì lì.
    Dell’Era aveva in preparazione un volume di racconti – ne fa anche cenno in Un ficcanaso – ma dentro gli urgeva un nuovo lavoro: doveva narrare della sua terra, scrisse I cari baresi.
    Apparso nel 1971, il libro è un indulgente pamphlet, ove l’autore “castigat ridendo mores” dei suoi concittadini (e, in controluce, quelli della borghesia nazionale dell’epoca). Ma è anche un’opera di forte sensibilità antropologica:  
"Il barese non è un meridionale verace. Ha del sud i riflessi svegli, la bocca aperta alla risata e la tasca alla bisboccia, il culto dell’amicizia, della famiglia, dei morti; ma non ha del sud il languore, l’ira sanguigna, il genio doloroso. Ha del nord l’intraprendenza, l’arrivismo, l’effettiva realtà delle cose; ma del nord non ha la frigidità dei rapporti umani. E’ progressista e conservatore, a metà strada fra il pragmatismo occidentale e la saggezza orientale."
 
    Come Un ficcanaso, anche I cari baresi ebbe pochi lettori; con la differenza che, dato l’argomento locale (sfuggiva il respiro più ampio), suscitò sì un minimo di interesse, ma solo nella città.
    Tommaso Dell’Era aveva dato il meglio di sé in quei due libri, ma per uscire dall’anonimato questo non bastava. Capì, toccò con mano che il mercato editoriale è appunto un mercato, e lui non era fatto per produrre merce. Furono anni di silenziosa amarezza, che spesso traspare nelle opere di quel periodo.
    Ma c’era il conforto della musica. Che non era solo un hobby, e nemmeno una passione: era la sua stessa strada, lo sarebbe stata se la vita non l’avesse lasciato orfano a sedici anni. Adesso dunque avrebbe scritto di musica – un libro su Mozart. Furono anni di studio, letture sterminate, tutto ciò che riguardasse il musicista e il suo tempo.
    Anni di viaggi, ricognizioni nei luoghi mozartiani, dai più noti ai più impensati. Nel 1991 esce e Mozart.
    Una congiunzione all’inizio del titolo, minuscola per di più, richiama due termini da congiungere. Ma quale il primo? Lo definisce l’autore, nella quarta di copertina:
    "Ah, il Settecento. Una musica l’Europa. Ai punti cardinali: Londra Napoli Parigi Pietroburgo, nell’infinità dei punti intermedi.
Cantavan tutti: i mercanti nelle contrattazioni, le servette nell’accapigliarsi; i penitenti nella confessione, i preti nell’assoluzione; il boia sul palco, il condannato sul ceppo. E cantava l’estinto nel mortorio.
Sonavan tutti: l’arpa o il colascione, il cembalo o il putipù. In cantina e sui tetti, nei lupanari e sui sagrati. Nelle regge. Gli stessi sovrani, fra una successione e una spartizione, staccavano dalla panoplia il loro strumento, trillavano arie fra un’allocuzione e un’orazione: da Sua Maestà Prussiana, Fritz flautista, a Sua Maestà Asburgica, la mater matuta cantatrice…
e Mozart"

    Mozart e il Settecento, dunque, secolo della musica oltre che secolo dei lumi. E tuttavia la spiegazione convince solo in parte: resta, in quell’e Mozart, la suggestione sottile di qualcosa in sospeso, l’ultima vibrazione di una nota cessata.
    Tommaso Dell’Era scrive di musica da letterato e narra di un viaggio lungo i percorsi mozartiani, da Napoli a Vienna, alla ricerca dell’uomo e del musicista. Dalla visita dei luoghi scaturisce una biografia, tanto singolare quanto non cronologicamente ordinata; emergono ipotesi e osservazioni; nasce un saggio, una serie di piccoli saggi sulle persone e sull’ambiente. Tutto questo all’interno di una cornice che raccorda passato (la vita di Mozart) e presente (il viaggio dell’autore). L’opera sembra così collocarsi in una sorta di zona franca tra scrittura e musica, cronaca e storia, analisi e racconto: viene alla mente il Mittelglied pensato da Goethe, il felice “luogo di mezzo” sintesi di ogni processo artistico e culturale.
   Anche e Mozart ebbe vita difficile. Qualche critico musicale lo lesse, l’apprezzò; pochi altri lettori, poi basta.
   Ma Tommaso Dell’Era era già alle prese con il suo quarto libro, I cavalieri di san Nicola che scriverà e darà alle stampe in pochi mesi. E’ un racconto lungo, la rievocazione storica e fantastica, commossa e sorridente del cosiddetto “sacro furto”, il trafugamento delle reliquie di san Nicola. Protagonisti dell’impresa furono sessantadue marinai, ma l’autore preferisce chiamarli cavalieri perché s’avventurarono in una giostra rischiosa che, se vinta, li avrebbe premiati con le spoglie del santo. Accurata la struttura psicologica dei personaggi, e l’opera tuttavia ne risulta corale: le singole caratteristiche ricompongono nel loro insieme una mentalità collettiva, i cavalieri del Dell’Era parlano, pensano e si muovono in nome di un unico popolo. Ritratti fedeli di un’anima tutta barese, attori e autori di quell’epopea un po’ truffaldina che è stata, nella storia della città, la traslazione di san Nicola.
   Gli ultimi anni furono di inesausta scrittura, e in questa egli depositò forse le sue prove più alte; ma non è qui che si possa considerare la produzione inedita. Piuttosto, rimane da chiedersi, esiste una logica complessiva nei quattro libri pubblicati in vita? Chi scrive è di questo avviso. Allineati l’uno accanto all’altro, paiono infatti comporsi in un’architettura chiusa, simmetrica, stilisticamente omogenea: un libro di viaggi seguito da uno scritto sulla sua città; un lungo silenzio e poi ancora un libro di viaggi; a ridosso, un’altra opera di argomento barese.
    Si parte per tornare, recita un vecchio adagio, forse la chiave di volta è lì.


 

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