recensione
ELISABETTA LIGUORI
Breve trattato sull’amore
indotto dalla lettura di Stanza 411 di Simona Vinci – Einaudi Stile Libero

Piace parlare d’amore! Alle donne piace, e non solo alle donne. Simona Vinci lascia i bambini a casa e, per questo nuovo libro, elabora una lunga lettera d’amore rivolta ad un uomo che dovrebbe essere l’archetipo degli uomini di tutte. In questo lungo racconto, che si dichiara epistola, irritante forse, ma innocua epistola, come lei stessa afferma, l’autrice tenta di dimenticare il suo essere donna. Intraprende cioè quel percorso che avrebbe fatto felice Simone de Beauvoir, la quale rimproverava alle donne proprio l’atavica incapacità di dimenticare se stesse, il loro portarsi appresso, sempre e comunque, quella personale sottintesa differenza, giusto lì, sotto la gonna, tra le gambe. A volte la Vinci ci riesce, descrivendo non soltanto una donna, ma piuttosto un essere umano alle prese con l’amore. Un uomo e una donna. Due esseri umani. Altre volte, soprattutto laddove descrive la relazione esistente tra soldi e coppia, tra soldi e potere, tra sesso a pagamento e pagamento del sesso, tra piacere, denaro e società, tra unicità e molteplicità del diletto amoroso, sembra tornare pericolosamente donna, pericolosamente diversa.
Scrivere d’amore è pericoloso, se non inutile, io credo. Per la Vinci, Ovidio recita in esergo: per mezzo della scrittura si trasmettono segreti per terra e per mare; anche il nemico legge gli scritti inviatigli dal nemico.
In una coppia d’esseri umani si nascondono, quindi, due nemici? Forse, occasionalmente, sempre?
La narrazione della scrittrice ha il sussurro tiepido della confessione, mentre i protagonisti della sua storia la veemenza, l’incerto squilibrio di due nemici armati e fortemente attratti l’uno dall’altra. In questo consiste l’illusione letteraria: nella rappresentazione di un seducente braccio di ferro. E’ vero: c’è nell’amore qualcosa di contraddittorio, sempre, e la Vinci descrive con arguzia l’insinuarsi proditorio della conoscenza razionale in un rapporto originariamente irrazionale. E il conflitto che ne deriva. Sia chiaro: c’è sì un corpo nudo in copertina, ma è la testa a dominare questo libro.
Per chi legge pagine simili, l’identificazione è imprescindibile. Si scrive spesso per dire: attenzione, quell’uomo o quella donna forse sei tu; tu che leggi sei uno di loro; tu sei come me che scrivo, noi siamo sorprendentemente simili. Bisogna, leggendo, quindi, diventare lui o lei. Scegliere il lato della medaglia, a chi rassomigliare; scegliere la libertà o l’ossessione, scegliere la direzione, per poi scoprire che, tra le due scelte, non vi è differenza alcuna. Come nella scultura di Alberto Giacometti intitolata Piccola figura in una scatola tra due scatole che sono due case: amando non si fa che uscire da se stessi, entrare nell’altro, uscire dall’altro, entrare in se stessi; il viaggio è identico; nulla differenzia le mete o il percorso; muoversi non comporta alcun cambiamento, pur restando una necessità. Con il tempo si rischia la monotonia, è evidente.
Discettiamo di un movimento che imprigiona, quindi, ben noto a tutti.
La Vinci guarda e delinea con frasi brevi, con capitoli rapidi, con la violenza dello spot. Il suo sguardo è scheletrico, a volte costruito, artefatto, ma non visionario, come quello di chi guarda sottoposto agli effetti di un ipnotico, direi invece ridotto all’osso, scarno, affamante. E, come le ossa, rigido, frangibile. Probabilmente un effetto stilistico voluto, fortemente ricercato per schiaffeggiare il lettore, spingerlo a contraddire l’autore, correggerlo, guarirlo.
Curioso, infatti: la storia narrata sembra una storia personale ed autentica, generosamente offerta al mondo, della quale l’autrice sembra aver già intuito l’esito, sin dal suo baluginare. Nessuna rivelazione, pertanto, solo conferme. Come se lei dicesse ad uomo lungamente amato, atteso, immaginato: tu eri una opportunità, ma io già sapevo che avremmo fallito.
Viene voglia di non crederle affatto.
La sua è una sorta di verità povera, fatta solo di parole, da condividere. La Vinci sembra possedere il codice segreto. Che nasconda tattica o onestà, poco rileva.
Forse, in amore, è di queste piccole verità che si ha bisogno. Chi ama, le cerca per imbellettarsi, chi non ama più, per giustificarsi. La letteratura rosa ne è piena, ci sono vagonate di manuali, sinossi, romanzi, poemi, e frasi da baci perugina che promettono soluzioni sicure. E altre se ne fabbricano ad ogni ora.
Chi non si è mai chiesto: perché amare? alzi ora la mano. La Vinci fa una proposta precisa a tal proposito.
Forse è sempre per questo che ci si innamora: di qualcuno che ci viene incontro portando per mano noi stessi. Che ci riconsegna noi stessi. Di qualcuno che pare farci nascere di nuovo.
Sacrosanto. Quasi ché una sola vita non possa bastare, si crede ciecamente in chi sembra darci un’alternativa, una diversa possibilità, un’immagine di noi stessi rinnovata nella qualità e nel tempo, come in una proiezione olografica. All’inizio amiamo noi stessi, io mi innamoro di me e tu di te, tutto quanto viene dopo, la durevolezza, la costruzione, l’edificio, l’abito, se viene, è un miracolo concesso a pochi fortunati.
I protagonisti della vicenda qui narrata, in particolare, provengono da precedenti rapporti finiti e deludenti, territori urbani dissimili e desertificati dalla delusione. Sconfitti, decidono di rifugiarsi in una stanza d’albergo. Vuota. In una scatola vuota. Il loro incontro si trasforma, quindi, in un contenitore, esattamente come lo è una stanza d’albergo che, per poche ore, accoglie mille microscopici oggetti, significativi di un passaggio; li contiene e poi se ne libera, in attesa di nuovi clienti.
Secondo me, l’amore, più che di verità, ha bisogno di oggetti. Le emozioni si posano sulle cose e solo così si fanno toccare: si può descrivere lo spessore di anni di vita in comune attraverso la consistenza tattile della stoffa di un divano o di un soprabito, attraverso il criterio organizzativo di un armadio quattro stagioni, così come si può ritrovare il perduto desiderio fisico, toccando la copertina di un vecchio libro.
Nel concreto, quello che hanno a disposizione questi due cristi, abbandonati al loro destino, sono solo pochi oggetti intimi e finiti, non verità; poche piccole cose a termine, che raccontano dettagli da interpretare: un flacone di shampoo rovesciato, una lima per le unghie, la buccia di una banana, un pacchetto di fazzolettini di carta, briciole sulle lenzuola, una valigia aperta in un angolo. Neppure parole. Quelle vengono dopo e sono solitarie. Nulla, in sintesi, che aiuti davvero a comprendere fino in fondo un altro essere umano, nulla che sveli, nulla che stabilizzi le emozioni, niente che le rinforzi, ché in fondo non si sa niente di nessuno. E meno ancora si sa di quelli che si amano. L’inevitabile amore per sé, i propri bisogni, mescolati ai bisogni dell’altro, un’identità sovrapposta ad altro, generano spesso confusione, equivoci, aspettative nebbiose.
Così, quei due, due come tanti, come tutti, s’ incontrano, scelgono una scatola vuota per raccontarsi, per mentire se necessario, conoscersi e fondersi e, gradualmente, cominciano le battaglie. La Vinci, in questa quinta prova narrativa, si fa più lucida proprio quando descrive questi combattimenti, lucida ma anche fatalmente soggettiva, femmina, corporale e tagliente. Per lei ogni coppia è destinata, prima o poi, a scontrarsi con la propria contabilità, con il computo del dare e dell’avere, con il pallottoliere del tu hai fatto per me, io ho fatto per te. Poi segue il bisogno di controllo, quel desiderio di unirsi totalmente ad un altro, masticandone voracemente la corazza, le altrui normali resistenze, disintegrandole, per meglio inglobarle. Dopo le battaglie non resta che tornare nella stanza 411, lei sola, senza lui, a guardare il mondo, che ne è rimasto fuori, decomporsi lentamente nell’immobilità e nel buio.
Da qui alla protesta post femminista, il passo è breve, e anche la Vinci cade nella trappola che da sempre le casalinghe si sono poste tra i piedi: il vittimismo, finendo per parlare di denaro, sesso e affiancandolo al potere maschile. Il mito perde rigoglio quando si confronta con le pareti domestiche, con le buste della spesa, con i rumori prodotti dalla famiglie che vivono oltre la porta accanto.
Chi può negare credibilmente che il soldo, la capacità economica, il corpo e la sua esplosione naturale, il potere che ne deriva, in presenza o in assenza di denaro, faccia parte del gioco d’amore, condizionandone le regole. Stupido demonizzare, se pure di demoni qui si va trattando. Ci piace di più, molto di più, parlare d’amore, il che consente di vedersi attraverso il filtro degli occhi di un altro, per spogliarsi e toccarsi nel profondo. Per sopravvivere e durare. E sentirsi puliti e preveggenti. Tutti ne parlano, in autobus, in ascensore, dal dentista o al cimitero per il due novembre.
Ci piace parlare d’amore e della libertà che comunque l’amore consente, che sia quella di annullarsi, mutilarsi, per un altro e farsi usare totalmente da quello, o di voltargli le spalle, cambiare la serratura di casa, scrivergli lettere d’amore lievemente supponenti e irritanti, ma che tentino di raccontare come sospendere l’addio in una vana attesa. E quest’attesa è il segreto.
E ci piace parlare degli oggetti di cui l’amore si serve. Anche di un libro. Gli oggetti sono pretesti in cui chimica, pensiero e abitudine si saldano.
E un libro è da sempre un oggetto grandemente pretestuoso.
incipit
BIAGIO CEPOLLARO
LAVORO DA FARE

leggerlo tutti in formato ebook, sia come pdf sia in html.
calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora
poetica ma proprio sordo tonfo d’organo
risposta che travalica
domanda e nel vuoto degli occhi
si schianta
ora scrivi come hai sempre fatto
e non scherzare più col fuoco
della vita
o in una di queste mattine la piccola
storia sgangherata e sempre
pronta a rimangiarsi il cielo
finirà tra lo strepito del condominio
non come si chiude un volo
ma come un colpo di tosse
calmati e scrivi: fallo anche ora
in mezzo ai capelli bianchi
fallo come quando eri ragazzo
col terrore negli occhi
fallo anche solo per non crepare
non si tratta più di conoscere
si tratta ora nel pericolo
grande solo di portare a casa
la pelle: non c’è niente in questo
di cui ti devi vergognare: è così
e basta.
e ora che la voce si alza riesci
perfino a vedere nella finestra
di fronte l’onda del mondo
che s’appiana in risacca di pietra
e metallo: senza prodigio non vai
da nessuna parte ché quello
che non ti fu dato all’inizio
non cesserà mai di mancare
e lo hai sempre saputo di andare
storto nel mondo come uno
che anche correndo lo fa
con una corda al collo: ora
non dare strappi: fa colazione
fatti la barba siediti pure
ma fallo lentamente senza la stretta
non è colpa di nessuno se la voce
che ti dai è la sola che in piedi ti tiene
*
ora ti tocca prendere
questo dolore rancido
e portartelo ovunque
con te: puzza, certo,
come ogni cosa che viva
è andata a male senza
per questo sparire
ma non hai scelta:
è roba umana comunque
pensa che ognuno c’ha
qualcosa nascosta
del genere da qualche
parte e come te è fresco
di scoperta o peggio
morirà senza averlo mai
saputo
e pensa anche che all’aria
il sapore rancido
si seccherà
e un bel giorno per via
farai finta che quella
muta non ti appartiene:
tirerai dritto
come se il verme
fosse di un altro
quello che ti tocca
ora
è tenerti una tristezza
in più
come ad un certo punto
uno accetta gli anni
che ha
e si sente la faccia
più calda e pesante
come se appunto
fosse passato del tempo
a dispetto delle ridicole
mosse che faceva
per restare in quella buca
dove una volta
era caduto
ora lo sai che se non esci
è perché hai imparato
a giocare
non importa con che
pur di restare:
hai fatto il morto
insomma
per non morire
e adesso che sei fuori
a metà
senti come normalmente
il mondo sia lontano
ed è giusto così:
ognuno parla davvero
se lo fa
dal chiodo
che un bel giorno
l’ha fissato
altrimenti è tanto per fare
altrimenti è solido teatro
intervista
Intervista a Mario Desiati, autore di “Vita precaria e amore eterno"
Martin Bux e l’apoteosi dell’inettitudine
di Rossano Astremo
Dopo l’acclamato romanzo d’esordio “Neppure quando è notte”, edito da peQuod nel 2003, e la raccolta di versi “Le luci gialle della contraerea”, pubblicata da LietoColle nel 2005, lo scrittore di Martina Franca Mario Desiati torna nelle librerie con la sua seconda prova narrativa dal titolo “Vita precaria e amore eterno”. Il romanzo, pubblicato da Mondadori, nella collana “Strade Blu”, racconta la storia di Martin Bux, giovane meridionale trasferitosi a Roma, vittima di quel precariato lavorativo che sta falcidiando un’intera generazione. Martin da precario diventa un uomo contraddittorio e dagli ideali confusi: imbroglione, qualunquista, egoista, razzista, sessuomane, corrotto, meschino, pigro, pronto a tutto per un giorno in più di benessere, per uno scherzo di cattivo gusto, per esaudire i propri istinti primari. “Ma soprattutto – aggiunge Desiati – Martin è terrorizzato da qualunque cosa: da un aereo di linea, da un autobus troppo pieno, da un pakistano, dai vicini di casa. L’unica sua ancora di salvezza è Toni, la sua compagna”.
Sin dal titolo si evidenziano senza equivoci i due temi portanti di questo tuo secondo romanzo: da un lato il precariato lavorativo e dall’altro l’intensa storia d’amore che ha come protagonisti Martini e Toni. Come si è sviluppata l'idea? Quali sono state le difficoltà da te incontrate nel cimentarti con questa storia?
“Niente di più semplice. Ho fatto la cosa che è più facile per uno che scrive. Partire da una cosa che si sente propria. Ho usato il punto di vista di un indifeso, di un vinto, di uno prossimo al fallimento. Credo che uno scrittore sia sempre sul punto di un inesorabile fallimento. Tutto sta nel saperlo elaborare oppure rimuovere questa sensazione. Ecco il libro è questo punto di vista…che ti confesso sento appartenermi”.
Il tuo romanzo esce dopo “Pausa caffè” di Giorgio Falco, “Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio, “Cordiali saluti” di Andrea Bajani, tutti romanzi che, assieme ad altri usciti in quest’ultimo periodo, hanno come centro propulsore della loro narrazione la difficoltà dei protagonisti di trovare lavoro. Il precariato, quindi, come macrotema della narrativa contemporanea. Un fenomeno davvero interessante dal punto di vista della sociologia della letteratura…
“Ecco la mia generazione e io, dunque, siamo intrinsecamente precari in questa fase della storia repubblicana italiana. Precarietà non è solo una problematica lavorativa, ma anche esistenziale (società, vita, famiglia, religiosità) non diventa necessariamente solo rivendicazione di una giusta collocazione sociale. Insomma la letteratura degli antieroi, degli inetti. Il protagonista di “Vita precaria e amore eterno” è l’apoteosi dell’inettitudine”.
Il passaggio da una piccola casa editrice come peQuod a Mondadori rappresenta per te la “prova del nove”. Quali speranze hai?
“Speranze non ne ho, se non quelle che molti miei amici finalmente non avranno la scusa di dire che non trovano il libro e che non conoscono la casa editrice. Ti confesso che il rapporto che avevo e che ho con peQuod (che resta la mia casa editrice del cuore) è un rapporto impossibile da avere con un grande editore. Marco Monina, editore di peQuod, lo sento tutti i giorni, ed è quasi come un parente. Con Mondadori ho tanti interlocutori, tutti di grandissimo livello, faccio un torto a citarne qualcuno e altri no, ma è ovvio che con ognuno di loro si vive un pezzo della vita e della gestazione del libro. Con Marco Monina invece abbiamo fatto insieme l’editing, la copertina, la promozione, l’ufficio stampa”.
Il tuo lavoro come redattore di “Nuovi Argomenti” ti offre la possibilità di avvistare prima degli altri i nuovi talenti della letteratura italiana. Per quanto riguarda la narrativa, cosa c'è di nuovo sotto al sole? Se dovessi puntare una moneta su un paio di nomi?
frammento

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.
cesare battisti

[Questo testo, datato 30 gennaio 2006, è stato pubblicato da Carmilla in tre parti. Imminente è l'uscita in Francia del suo nuovo libro, Ma cavale ("La mia fuga").]
CESARE BATTISTI
68 o anni di piombo? L'anomalia italiana 1/3
nuovo libro di biagio cepollaro
Esce ora il nuovo libro di Biagio Cepollaro:
Lavoro da fare

in formato ebook, sia come pdf sia in html.
Il libro nasce legato a numerosi materiali che lo rendono vera e propria opera multimediale: nel sito dedicato al testo si possono infatti leggere sia la postfazione di Florinda Fusco, sia le letture critiche di Andrea Inglese, Giorgio Mascitelli e Giuliano Mesa; e si possono ascoltare gli mp3 di lettura delle poesie. Si può sfogliare un ricco album di fotografie, o ascoltare la collaborazione con Giuseppe Cepollaro.
*
L’incipit della postfazione di Florinda Fusco:
Calmati / e l’eroe che ero io diventerà la bestia che più nulla vuole. / Calmati e le scodelle dei poveri si riempiranno[...] / Calmati e avrai il vento in poppa e le tue parole fresche / di verginità rimeranno con nuova gentilezza". Il testo iniziale di questo nuovo libro di Cepollaro richiama subito alla mente la potenza di alcuni versi di Amelia Rosselli appena citati. Come in quel caso l’autoesortazione alla calma fa prorompere l’intensità della fatica d’essere e insieme un’indomabile irrequietezza del vivere. A cercare di domare questa devastante tensione è chiamata la scrittura: "ora scrivi come hai sempre fatto", dove il medesimo gesto dello scrivere ripetuto negli anni e nelle fasi più svariate della propria vita è unica casa nel vuoto in cui poter sostare e riposare. E’ atto di riconoscimento verso la scrittura stessa nella sua funzione di sopravvivenza di un corpo ("portare a casa / la pelle"), un corpo ancora intatto, ma che è sul punto di esplodere. E’ in questo prima di una possibile esplosione che la tensione si blocca e la scrittura può nascere.
comunicato
SCRITTURE RANDAGE
Di ELIO CORIANO
Luca Pensa editore, Cavallino, Lecce
Venerdì 31 marzo 2006, ore 20,00
Presso Libreria Icaro, via L. Romano, 23, Lecce
Presenteranno:
Stefano Donno (direttore editoriale Luca Pensa editore), e Mauro Marino (Fondo Verri)
Verrà presentato venerdì 31 marzo 2006 alle ore 20,00 presso la Libreria Icaro in via L. Romano, 23 a Lecce, il libro della collana AlfaOmega, diretta da Stefano Donno, del poeta ELIO CORIANO dal titolo “ SCRITTURE RANDAGE” edito da Luca Pensa editore. Con l’autore saranno presenti Mauro Marino (Fondo Verri) e Stefano Donno (direttore editoriale della Luca Pensa editore).
Dopo un lungo silenzio editoriale, Elio Coriano, poeta e performer di Martignano (Lecce), torna sulla scena letteraria con questo suo ultimo lavoro dal titolo “Scritture randage”, caratterizzato da centocinquanta poesie scritte a ridosso dell’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. Scrive Sergio Vuskovic Rojo nell’introduzione al volume: “Mai più si avrà che in quest’era tecnologica, di Internet e dell’e-mail, i poemi vengano tradotti ed elencati i versi, con la loro rispettiva data di creazione, stante l’eco che hanno le finestre dell’anima, che aveva le profondità del subconscio dell’essere umano che vive in questi tempi del predominio della tecnica…”.
ELIO CORIANO è nato a Martignano (Lecce) nel 1955. Con Conte editore ha già pubblicato, nella collana Internet Poetry, fondata e diretta da F. S. Dodaro, A tre deserti dall’ombra dell’ultimo sorriso meccanico (Premio Venezia poesia 1996). Con le pianure del silenzio, tradotte in cinque lingue, ha inaugurato sempre con Conte editore, E 800 European Literature, collana ideata e diretta da Francesco Saverio Dodaro. Nel gennaio 2005 ha pubblicato con I Quaderni del Bardo di Copertino, Dolorosa impotenza il mestiere delle parole con dieci disegni di Maurizio Leo e prefazione di Antonio Errico. Suoi contributi poetici compaiono sul numero 04 della rivista Tabula Rasa, per i tipi di Besa.
recensione
La prima generazione già nata disincantata
di Christian Raimo

Spiace parlare di più libri insieme, proponendo poi un discorso che va subito oltre quei libri, che sembra farsi sociologico e generico. Ma la necessità di definire un legame, una linea, anche spezzata va bene, tra come gli scrittori trentenni – i migliori scrittori italiani travirgolette nuovi oggi – rappresentino questo paese in questo tempo emerge proprio per il loro evidente individualismo. Il loro essere isolati, un individualismo coatto, verrebbe da dire. Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (Fazi, 13,50 e), Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati (Mondadori, 15 e), Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… di Aldo Nove (Einaudi, 12,50 e) – ossia un libro di racconti, un romanzo e una raccolta di interviste – mettono tutti e tre in scena la piccola terra guasta d’Italia, un paesaggio umano spettrale – al limite del vivibile – raccontato con una consapevolezza che si fa di riga in riga più acuta, più dolorosa. Ecco, a lettura finita – e ognuno di questi libri è una discesa in un limbo terribile ancora più perché mai diventa infernale –, la coscienza esattissima di questo disagio sembra l’unico bene in possesso dai personaggi che abitano queste pagine, veri o fittizi. Coloro che dovrebbero immaginare, se non costruire, il futuro fanno fatica, una fatica enorme, impossibile, persino a curare il rapporto di sanità mentale con se stessi e a gestire dignitosamente una sopravvivenza privata.
per leggere tutta la recensione andate qui, su NAZIONE INDIANA.
mariangela
Mariangela Gualtieri
Senza polvere senza peso

Adesso fa notte - fa preghiera.
Apre le serrature del silenzio
fa apparire la mappa siderale
e ci inginocchia per quello spazio
immenso
fra qui e l'orlo
del cominciamento
quando le spine dorsali
stanno tutte stese.
sto leggendo dies irae
GIUSEPPE GENNA un estratto da DIES IRAE Moana Pozzi – Milano, appartamento di L. Darida – Maggio 1989 Sei nuda nella notte, incedi lenta, nel buio dello spazio rifletti luce da dove? E’ una luce blanda che emani, flessuosa muovendoti sulla moquette azzurra, i capelli di seta sulle spalle irradiano almeno quanto irradiano i tuoi dolci òmeri che i maschi desiderano e decidono di assaggiare. L’aria stantia di questo ambiente ignoto viene attraversata con indifferenza, passi cauti senza ritenere che a ogni passo si manifesti un eventuale pericolo. Questa è la qualifica delle manifestazioni. Questa è la griffe delle incarnazioni brevi, della comprensione precoce, dell’irresolutezza. Tu sei un’epifania che ha fatto irruzione nello sguardo, nella mente, nella carne di un’intera nazione e sfidi con il taglio obliquo dei tuoi occhi consapevoli e incertamente azzurri la massa di materia umana che si agglomera ai tuoi piedi per baciarli. Questo è un momento importante, è sempre un momento importante, non si manifesta qui una figura storica che si nutre di memorabilità e la irradia. Non mai questo viene narrato. Nelle scritture sacre esiste il tuo equivalente e non è mai un’icona, la categoria che illumina la sporgenza più raffinata dell’ammasso di carne e glandi ai tuoi piedi, il massimo della sublimazione a cui sono giunti gli analisti del costume italiano e i sociologi che di te si sono occupati quest’anno che è l’anno della tua consacrazione. Qui cammina sul terreno azzurro, bianca, la manifestazione, di cui tu sei parzialmente consapevole, difendendoti con distacco dalla ventosa di quell’ammasso di glomeruli e glandi che cercano di risalire il polpaccio di un’immagine enorme, fantasmatica. Rispettatela sempre perché lei è la scandalosa e la magnifica. Incedi, o bianca. Quest’anno 1989 il profluvio di articoli e celebrazioni ha lasciato attoniti i dediti al culto, l’agglomerato informe di carne che attende da te una forma, un limite, una soddisfazione. La tua pelle è tessuto stellare, sei la prima e l’ultima, la venerata e la disprezzata, sei la sterile e la mai ingravidata, circonfusa dalle generazioni di figli misconosciuti e allontanati, che pretendono di essere i tuoi sposi, che cercano il tuo latte, cercano il tuo sangue. Il Borghese ha titolato: Moana, un desiderio per l’89. Cosmopolitan ha titolato: Moana, luci rosa da New York.. Il Giorno ha titolato: Moana, inviata piccante. Su La Stampa l’articolista di prestigio Pino Corrias ti ha dedicato un lungo pezzo, Questa calamità che tanto amiamo odiare...
per leggere tutto l'estratto dedicato a Moana cliccate qui
intervista
Intervista a Rossano Astremo, autore di Jack Kerouac. Il violentatore della prosa

Kerouac: quando si nomina lo scrittore americano il pensiero va immediatamente all’esplosione beat, alla irrequietezza di alcuni giovani poeti, al mito rinnovato del nomadismo americano, alla whitmaniana open road, agli incontri, al viaggio, al linguaggio “parlato” e “sincopato”, al Jazz in versione bop. Kerouac: da pochi giorni è in libreria un saggio dal titolo Jack Kerouac. Il violentatore della prosa scritto dal giovane poeta, giornalista e operatore culturale pugliese Rossano Astremo.
Ho letto parecchi saggi sulla beat generation, e in particolare su Kerouac, e posso affermare con sicurezza che il testo di Astremo è un buon saggio divulgativo: non un’ampollosa lezione per specialisti del settore né una scivolosa biografia infarcita di pettegolezzi, ma un riepilogo limpido e onesto dell’universo kerouacchiano, lontano dalle trappole della leggenda. Una panoramica completa, utile per chi vuole iniziare a capire qualcosa di più sull’autore beat. E a riprova di quello che dico, v’invito a guardare l’indice del testo di Astremo. Il libro è diviso in tre parti: la vita, gli aspetti teorici, i libri; e per finire un’ampia appendice. In sostanza, un tour completo nel sotterraneo dello scrittore di On the road.
Libroblog ha intervistato l’autore:
Rossano, ho letto il tuo testo con gran soddisfazione mentale, come se un amico mi raccontasse la storia della sua passione. Una passione che ha contagiato molte generazioni, cresciute con il mito beat del viaggio, dell’incontro. Permettimi un ricordo personale, il libro che lessi per primo fu “ La città e la metropoli”, un esordio atipico il mio, il secondo “On the road”. Conservo ancora il ricordo della gioia e della speranza di libertà che la lettura dei due libri mi procurarono. Come nasce il tuo interesse per Jack Kerouac?
La mia passione per i libri di Jack Kerouac risale ai primi anni di liceo, attorno ai quindici anni, e il primo libro che lessi fu, esordio strano anche il mio, San Francisco Blues, una breve raccolta di versi uscita in versione straeconomica con Mondadori. Da lì è stato amore a prima vista e ho letto e comprato tutto in pochissimo tempo, da Sulla strada al postumo Pic, storia di un vagabondo, passando poi per le varie biografie, antologie e via discorrendo. Poi con il passare degli anni e con l’avvento di una certa maturità critica mi son reso conto che molti dei lavori di Kerouac, soprattutto quelli composti dopo il clamoroso successo di pubblico (non di critica) di Sulla strada, non eccellono per stile e contenuti. Oggi direi senza alcun dubbio che William Burroughs ha scritto libri migliori.
Nei romanzi di Kerouac c’è un ruscello sotterraneo fatto di contraddizioni ideologiche, di esuberanza nella tecnica compositiva, e in alcuni casi di piccoli fallimenti stilistici. E’ stato complesso per te seguire l’intero percorso clandestino dell’autore americano? Come hai impostato il tuo lavoro critico? Se non ricordo male, parti da un lavoro precedente, una tesi.
Sì, come ho già accennato prima, la scrittura di Kerouac alterna momenti di pura visionarietà a momenti di sciatta e svogliata prosa. Questo mio libro è una costola fortemente rivisitata della mia tesi di laurea dal titolo “Poetica e scrittura letteraria della Beat Generation”, un discorso che riguardava non solo Kerouac, ma anche William Burroughs, Allen Ginsberg, Gregory Corso, con una parte dedicata al rapporto tra critica italiana e movimento beat. Il mio obiettivo era quello di mettere in chiara evidenza i fondamenti teorici sui quali si regge la prosa spontanea di Kerouac. È vero che Sulla strada è stato il libro che più di ogni altro rappresenta Kerouac, ma lui non era per nulla soddisfatto dell’editing massiccio e irriguardoso che aveva subito il suo rotolo-dattiloscritto originale prima della pubblicazione. Allora, io dico, se volete il vero Jack Kerouac, quel surrogato magmatico di disperazione e gioia di vivere, di solitudine e baldoria, andatevi a leggere I sotterranei, nella splendida traduzione di Luciano Bianciardi, o Visioni di Cody, che è il vero libro su Neal Cassady, quello che riporta le sbobinature di alcune delle conversazioni avvenute tra Kerouac e Cassady, puro orgasmo verbale beat, puro finneganeggiamento in salsa bebop.
Su Vertigine dici che ti sei liberato dell’ossessione Jack. Fine del corpo a corpo con il mito?
Mi sono liberato da un’ossessione perché oggi non leggo più Kerouac con lo stesso stato d’animo di un tempo. Sono un bibliofilo beat, quindi ogni pubblicazione sulla Beat Generation, soldi permettendo, finisce nella mia libreria. Ritengo Kerouac oggi anche abbastanza lontano dalla mia visione di concepire la scrittura, ma senza i suoi libri io oggi non sarei io. Leggo molti narratori italiani contemporanei, molti americani contemporanei, dei beat, ripeto, leggo soprattutto Burroughs e mi interesso ad autori ancora poco tradotti in Italia, uno su tutti Michael McClure.
Leggendo “Jack Kerouac. Il violentatore della prosa” ho compreso perché tu, come studioso di Letteratura Contemporanea, sei particolarmente attento a quei romanzi italiani che alcuni definiscono romanzi “massimalisti”. Nel saggio metti in evidenza come “alla base dei romanzi prolissi di Kerouac, infiniti, estenuanti, che ruotano per pagine attorno un’immagine, attorno un’azione, per puro piacere della narrazione totalizzante, non minimalista ed escludente”. Forse interpreto male, ma tu individui nella Storia della letteratura americana un sottile legame tra Kerouac e i romanzi massimalisti di questi ultimi anni. Sbaglio?
Sì, è vero, ho una certa passione per i romanzi-polpettone, per quelle opere colossali che cercano di infilare il mondo in un libro. Infinte jest di Fallace, Underworld di DeLillo, L’arcobaleno della gravità di Pynchon. In Italia nell’ultimo anno sono usciti tre romanzi, da alcuni critici accomunati, La Macinatrice di Massimiliano Parente, Neuropa di Gianluca Gigliozzi e Perceber di Leonardo Colombati, che posso essere considerati opere massimaliste. Per quanto riguarda il legame con la prosa di Keroauc, posso dirti che l’ombelicalismo della sua scrittura, il suo parlare di se stesso sino allo sfinimento, poco si addice con le architetture complesse (a livello di intreccio e di struttura dei personaggi) presenti nei romanzi prima citati. Ciò che li accomuna è il progetto finale. In un’unica parola la complessità. Kerouac, nell’introduzione a Big Sur parla del suo sogno di unire in un unico libro tutta la sua opera, creando una sorta di Ricerca proustiana a stelle e strisce.
E’ nel dna di libroblog parlare dei piccoli editori e tu hai deciso di pubblicare per una piccolissima casa editrice salentina. Immagino le difficoltà di diffusione sul territorio nazionale. Ti va di parlarci di Libreria Icaro Editore?
Guarda, ho pubblicato con la Libreria Icaro perché sia l’editore Francesco Fiorentino che il coordinatore della casa editrice Mauro Marino mi hanno chiesto di scrivere un libro sulla Beat Generation. Per quanto riguarda la distribuzione, ci sarà la PDE che diffonderà il libro, e non mi sembra male. La Libreria Icaro è una delle librerie più rifornite di Lecce, che da più di un anno ha deciso di pubblicare libri. Sino ad ora sono usciti due libri sul cinema, un libro di filosofia, un paio di libri di argomento politico e il mio è il primo libro della collana Letterature. Sostenere le piccole realtà editoriale mi sembra un dovere morale per gli appassionati lettori di libri.
Grazie Rossano
Jack Kerouac. Il violentatore della prosa di Rossano Astremo, Libreria Icaro Editore, 2006, 10 euri, isbn 88-901688-7-0
[Qui] la copertina del libro.
da oggi nelle librerie
La vita e le opinioni di Martin Bux
[Esce oggi in tutte le librerie il nuovo romanzo di Mario Desiati, Vita precaria e amore eterno, di cui questa che segue è una recensione pubblicata da Leonardo Colombati oggi su Il Giornale.]
“Cadevano le bombe come neve, il diciannove luglio a San Lorenzo” cantava De Gregori più di vent’anni fa. A quei tempi, in quel quartiere di Roma “ci andavano ad abitare studenti e gente con pochi quattrini”, scrive Mario Desiati nel suo nuovo romanzo, Vita precaria e amore eterno (Strade Blu, Mondadori 2006, pag. 217, Euro 15). “Adesso è il regno dei cazzoni. Un sacco di cazzoni. San Lorenzo (…) portava addosso l’orgoglio e l’onore che poteva avere una Marzabotto dell’eccidio nazista, o una Milazzo del riscatto dei Mille. Invece ha iniziato a diventare il cacatoio di una serie di arricchiti, attori, registi, intellettuali dal portafoglio gonfio e la penna vuota”.
Parlare del libro di Desiati rappresenta per me una doppia sfida. C’è innanzi tutto il fatto che Desiati è mio amico e recensire un amico – dicono – non è di buon gusto. Se si citano a propria difesa alcuni precedenti illustri (Moravia su Pasolini, ad esempio) si fa la figura dei tromboni. Però… il fatto è che la mia amicizia con Desiati nasce dal reciproco apprezzamento dei nostri libri. Un anno fa, tre persone che non si conoscevano – Mario Desiati, Alessandro Piperno e il sottoscritto – lessero ognuno l’opera prima degli altri. Erano, quei romanzi, tre ricognizioni di Roma tra loro diversissime, ma che muovevano tutte da un intento per così dire polemico: rifuggire il ritratto della Roma fighetta e radical-chic che ammorbava – e ancora ammorba – molta narrativa e (soprattutto) molto cinema italiano; quello, tanto per fare dei nomi, dei film di Muccino. Io provavo – indegnamente – a restituire Roma al suo mito, raccontandone le sue bellezze più note, perché non sopportavo più di leggere e vedere storie ambientate solo davanti al Gazometro, con un pasolinismo laccato di progressismo. Piperno, con il suo Con le peggiori intenzioni, raccontava l’alta borghesia romana con un fare che poteva apparire iconoclasta solo a chi si compiace dei tinelli che puzzano di sugo, dei vellutini a coste e della Due Cavalli. Desiati, invece, con il suo romanzo d’esordio, Neppure quando è notte, aggrediva la città “da sinistra”, e continua a farlo con questo suo Vita precaria e amore eterno. Ma non c’è traccia, in lui, di conformismo o, peggio, di moralismo. È uno scrittore “amorale”.
Qualche giorno fa, leggevo su “Il Corriere della Sera” una battuta fulminante di Fausto Bertinotti sul nuovo film di Nanni Moretti: “Mi sento più attratto da una cinematografia alla Clint Eastwood, per esempio Million dollar baby, o alla Ken Loach”. È di una stupenda perfidia, questo giudizio di Bertinotti, che al “morettismo” (ormai una sottocategoria nostrana del radical-chicchismo messo alla berlina da quel geniaccio di Tom Wolfe), preferisce gli sguardi asettici che Loach getta sul proletariato inglese e, addirittura, un film di un regista notoriamente di destra come l’ex ispettore Callaghan su un mito classico del sottoproletariato: quello dell’ascesa e del declino di un campione (in questo caso campionessa) di boxe.
Ecco, la Roma di Desiati, allo stesso modo è antimorettiana: non ci sono Vespe, tanto per intenderci. Il protagonista del libro, Martin Bux, arriva a Roma con la famiglia da un paesino siciliano vicino alla base NATO di Sigonella; fa i conti con le proprie ristrettezze economiche, con il disagio sociale, con un lavoro precario e disumanizzante, con la brutalità della città ai suoi margini. Adesso, provate a mettere questi elementi in mano a un qualunque scrittore italiano di trent’anni e avrete la solita pappa; di sicuro, a pagina 50, troverete Martin Bux intento a leggere le poesie di Neruda o ad assistere una vecchietta mentre attraversa la strada. Il Martin Bux di Desiati, invece, è spiazzante: è impegnato? no, è un qualunquista. Va al cinema a vedere Il caimano? no, preferisce i film porno. Vota Bertinotti? no, senza sapere perché, va in strada a urlare slogan neofascisti. “Coi radical”, dice Bux, “ho avuto a che fare un sacco di volte. Per colpa loro ho un sacco di problemi, fanno casino la notte. Sono autentici padroni della via sotto la mia finestra. Hanno così tanti quattrini, altrimenti non starebbero tutte le sere a lisciarsi canne e ubriacarsi sotto la mia stanza da letto”. Odia tutti: i ricchi come i poveri. Con gli immigrati si comporta da vero razzista: li chiama “merdaglia pakistana”, “negri”, “ghanaboys”. Vive vagando tra un’agenzia interinale all’altra; viene assunto in un call-center a sei euro l’ora: “Nessuno sciopererà per te, nessuno andrà a trattare o a ululare la sua indignazione su un palco davanti a centinaia di migliaia di bandiere sventolanti”.
Ecco, l’altra sfida che mi aspettava nel parlare di questo romanzo è che io Martin Bux e la Roma in cui si dibatte non la conosco. Sono un pariolino cresciuto tra avvocati, chirurghi e palazzinari che da quando ha pubblicato un libro si trova a flirtare con un esercito di radical più o meno chic: due categorie antropologiche spesso accomunate dallo stesso estratto conto e dalla frequentazione degli stessi ristoranti, gli stessi cinema, gli stessi luoghi di villeggiatura.
In qualche squarcio, la Roma di Desiati si ricongiunge idealmente a quella che quarant’anni fa registrava Pier Paolo Pasolini in Una vita violenta e in Ragazzi di vita; in effetti, Martin Bux starebbe bene in compagnia del Riccetto, del Ciriola e del Bassotto. Secondo Pasolini, l’uinca rivalsa per costoro “è stata sempre il considerarsi depositaria di un concezione di vita… più virile: in quanto spregiudicata, volgare, furba e magari oscena e priva di noie morali”. E per dimostrarsi all’altezza di questa irresponsabilità, s’utilizzava il gergo romanesco come un linguaggio cifrato che rivendiccase la propria adesione a una vita intesa come malavita.. La Roma descritta da Desiati, invece, è un melting pot che nessuna lingua può tenere insieme. È una babele formata da singoli reietti, che girano in tondo e non s’incontrano mai: ogni tanto si scontrano, per mancanza di spazio.
Il fatto che da un quadro simile, un personaggio non solo antieroico ma addirittura meschino e a tratti volutamente ripugnante ci faccia palpitare per i suoi sogni d’amore e di fuga (o di ritorno), può spiegarsi solo con quel miracolo – sempre sull’orlo dell’abisso – che è l’esplosione del talento narrativo, quando la nostra adesione a ciò che stiamo leggendo annulla ogni categorizzazione morale (e moralistica) e ci confonde perché ciò che leggiamo è semplicemente vero.
avvistamenti
ALIENS DON’T SUCK !
periodico quindicinale di integrazione non violenta degli extraterrestri
sarà disponibile a breve al seguente indirizzo:
http://www.webalice.it/tommasopincio/
jack kerouac il violentatore della prosa
Jack Kerouac
Appello scritto rivolto al giudice italiano
Vorrei rivolgermi a Vostro Onore a modo mio e dunque, in un modo non affinato dall’insegnamento legale e dal linguaggio forense. Benché abbia provato a capire la diatriba legale lunga una vita tra il Barone Verulam (Sir Francus Bacon) e Sir Edward Coke, così come viene descritta nell’undicesima edizione dell’Enciclopedia Britannica che, tuttavia, questo lo comprendo benissimo, ha contribuito a costruire le basi del diritto inglese, non sono mai riuscito a comprenderne tutte le sfumature e i dettagli, non essendo, come ripeto, addentro agli studi di legge salvo per qualche pomeriggio assonnato passato in biblioteca a leggere i casi di Tizio contro Caio che riguardavano la collisione di due chiatte o qualcosa del genere, casi comunque in cui il giudizio è basato su prove fattuali. Ma questo lo so per certo: qualunque possa essere la decisione del giudice, “Il Giudice”, per usare le parole del Dottor Samuel Johnson rivolte a James Boswell, il suo biografo, “ha sempre ragione” una volta che le prove siano state passate al vaglio e il giudizio sia stato espresso. Questo è il punto di partenza della giurisprudenza: “Il giudice ha sempre ragione”. Voglio che Vostro Onore sia a conoscenza del fatto che non ricevo nessun tipo di assistenza per questo appello scritto. Come prima cosa, siete in possesso dei riassunti, garanzie, dossier passati dai miei fedeli, incartamenti, tutte cose comunque discutibili perché soggette a forti implicazioni sociali e dunque di dubbio valore come prova ed evidenza dei fatti. Secondo, vorrei dire qualcosa per quanto concerne il background artistico de I sotterranei: la forma è strettamente confessionale in accordo con la forma confessionale usata da Fedor Dostoevskij in Memorie del sottosuolo. L’idea di base è quella di raccontare tutto quello che si può di un evento conclusosi di recente in tutta la sua completezza, o quantomeno raccontare tutto quello che può essere raccontato senza finire con l’offendere certe sensibilità fondamentali che sono parte integrante di una società civile e di una società che aderisce e più o meno vota per, diciamo, la pacificazione di una serie di istinti escatologici quali, ad esempio, l’istinto di aprire la bocca e far vedere quello che stai mangiando (come fanno certe persone ignoranti o non sane di mente), oppure l’istinto di descrivere in pubblico alcune funzioni ributtanti dell’organismo che già di natura sarebbe meglio non mostrare, oppure l’istinto di offendere deliberatamente i quieti cuori di altre persone solo per ottenere attenzione per via di quella gelosia viziosa che solitamente viene diagnosticata con il termine “frustrazione”. Ne I sotterranei, quando racconto le cose, lo faccio mantenendomi sempre all’interno dei limiti imposti da un senso comune istituzionalizzato, moderno e ragionevolmente contrito. Dapprima comincio a fare confessioni d’amore, come l’ho incontrata la prima volta, quali ricordi e pensieri scaturirono da quell’incontro, quali furono i miei primi approcci, mai però con un linguaggio che non sia civile e civilizzato, pur nella sua franchezza, mondano in maniera adulta e, talvolta, velato in certi passaggi. Non c’è nulla che provochi per il solo gusto di farlo, no davvero, tutto è detto in maniera pura e comunque la porta si chiude davanti a descrizioni che potrebbero offendere chiunque abbia a che fare con questa materia estremamente delicata. Spero che si possa fare buona letteratura e allo stesso tempo tenere chiuse certe porte. Terzo, qualche parola sullo stile de I sotterranei: questo è lo stile che io ho scoperto per la narrativa, è un po’ come se l’autore inciampasse su se stesso mentre racconta la storia, così, senza respiro, come se chi vuole raccontare qualcosa che è appena accaduto corra e non possa fermarsi davanti a un nutrito gruppo di ascoltatori, e dopo che ha finito, non abbia nessun diritto di tornare indietro e cancellare quanto la mano ha scritto, proprio come la mano che scrive sul muro non può tornare sui propri passi. Questa decisione, ma meglio sarebbe definirlo un voto, riguardo alle scelte stilistiche del mio modo di narrare, Signori, affonda le proprie radici nella mia esperienza di bambino cattolico che entra in un confessionale. Era allora mio fermo credo ritenere che non svelare un qualsiasi dettaglio ragionevole e decentemente spiegabile fosse un peccato nei confronti del Padre, anche se mi pareva chiaro che il Padre fosse ben cosciente delle difficoltà insite in tale processo. Eppure tutto mi sembrava per il meglio. Desidero che la corte riconosca questo fatto: la prova fattuale in questo caso è aperta a possibili interpretazioni diverse. Nel caso di una chiatta che si scontra contro un’altra chiatta, la prova dei fatti riguarda chi teneva il timone, quale il vento, la corrente, la direzione, questo o quello insomma, tutti elementi che non possono comunque cadere sotto l’ombra dell’interpretazione perché i venti, le correnti, le mani che guidano il timone non richiedono interpretazione. Ma in questo caso, la prova fattuale, e dunque il libro in sé, mi permetto di ricordarvi, nella sua interezza e non quindi in qualche sezione estrapolata all’uopo da chi mi vuole accusare, è aperto a diverse interpretazioni a causa della natura amorfa, caotica e profondamente effimera dell’arte narrativa in sé. Ad alcuni il David di Michelangelo piace, ad altri no, eppure là rimane. Le opinioni che concernono le possibili interpretazioni de I sotterranei quale testo di valore oppure no, quale testo salace o meno, sono esclusivamente basate sull’opinione. Uso la parola “salace” invece di “osceno” perché la guerra e molte altre cose sono oscene. Osceno viene dal latino obscaenus, detestabile, innaturale e dall’inglese antico, non auspicabile, termini tutti che vanno bene per la guerra, il furto, la disonestà e tanti altri eventi negativi di ogni sorta, mentre “salace” viene dal latino salax o salacem, lussurioso e salire, fare salire e dunque fare la lussuria. E tuttavia la prova è là, il libro stesso. Cosa può fare una giuria quando la prova si mescola all’opinione e l’opinione si mescola alla prova? Secondo la mia opinione, che è mia e solo mia, I sotterranei rappresentano il tentativo di utilizzare il metodo della prosa spontanea per raccontare la biografia di questo qualcun altro in certe circostanze e in un dato tempo, nel modo più completo possibile senza offendere il gusto umanistico e comunque umano di me stesso e di chiunque altro, con l’intenzione di intrattenere ma anche di fare appello all’attenzione sofferente e all’edificazione di qualche lettore che legga accanto al fuoco in una notte d’inverno. Come prova da presentare, tuttavia, e questa è l’unica prova possibile, presento e mostro il reperto Numero Uno, il libro stesso nella sua interezza dalla prima riga all’ultima.
23 maggio 1963
intervista
Il dolore nella prosa nitida di Gabriele Dadati
di Rossano Astremo
“Sorvegliato dai fantasmi”, questo il titolo scelto da Gabriele Dadati per la sua ultima fatica, una raccolta di nove racconti più una lunga dedica finale alla madre, edita da peQuod. Le storie narrate da Dadati non appartengono a un unico universo. In questo libro si incontrano scenari di vita quotidiana: una madre e il suo delicato rapporto di amore e gelosia con il figlio, il ricordo amaro e sarcastico di un amico scomparso, la lenta agonia di un vecchio narrata da un giovane medico, la struggente elegia dell'amore materno di una giovane donna con l'illusione di una vita migliore. Ma ci si imbatte anche nel lucido delirio di una dottoressa italiana in un panopticon su un'isola greca, nelle disarmanti dissertazioni teologiche di un carcerato, nella vera arringa di difesa di Charles Manson dopo il massacro di Cielo Drive. Mille altre storie potevano emergere dalla penna dello scrittore. Quel che unisce i frammenti è la mirabile capacità narrativa di Dadati di scavare senza remore nelle profondità dell'animo umano. Quello di Dadati è talento innato nel comporre ritratti nitidi e implacabili. Vita e morte, sentimenti, desideri, illusioni, ipocrisie sono mostrati con un'evidenza che atterrisce, grazie a una scrittura dominata da una cruda e gelida eleganza.
Ho sempre avuto una certa ritrosia nell’appassionarmi alla narrativa breve. Lo considero un mio limite. Un limite che presenta le dovute eccezioni. Infatti, considerando libri di racconti di autori italiani contemporanei, ho amato molto “Questo è il giardino” di Giulio Mozzi, “Assalto ad un tempo devastato e vile” di Giuseppe Genna, “Tutto quello che posso” di Giordano Meacci e “Per grazia ricevuta di Valeria Parrella”. Tutti questi testi, ciascuno per ragioni diverse, ha lasciato in me una scia positiva che si è protratta nel tempo. Ora, tornando al tuo “Sorvegliato dai fantasmi”, una volta terminata la lettura, mi sono chiesto perché mi è piaciuto questo libro?
Perché è un libro intriso di dolore.Nella successione delle storie, in cui si alternano il tema della nascita, della famiglia, della morte, il dolore è una costante che sembra ritmare lo scorrere delle pagine…
Sì, c'è il dolore di cui parli, certamente. E' un dolore simile a quello che prova chi ha avuto una gamba ingessata e poi deve tornare ad usarla. Prova un dolore sordo e costante, non lancinante e improvviso, ma prova dolore ogni volta che appoggia il piede. Questo dolore è "positivo", perché diventa il tramite per raggiungere un risultato. E' il dolore della "crisi", che
significa prima di tutto "cambiamento". Cambiare stato significa affrontare fratture e ricomposizione, quindi dolore, ma può portare a una "vittoria", a un traguardo.I personaggi del mio libro sono identici a città che siano state assediate per anni: a un certo punto riescono a rompere l'assedio, spalancano le porte e sentono una forte vertigine. L'aria fresca li stordisce. S'era persa l'abitudine. E questo è doloroso. Ma quando riescono a riprendersi, quando la città impara a usare i propri polmoni, non c'è niente di più bello.Per i miei personaggi è così: anche se non sempre "vincono", sempre ci provano, nonostante il dolore. La loro cifra non è il nichilismo, ma una
vitalità irriducibile.
Un altro elemento davvero gradevole della tua raccolta di racconti è la semplicità e chiarezza stilistica. Mai un periodo che stona, tutto sembra sempre essere calibrato alla perfezione. Come si raggiunge un livello di scrittura così razionale?
Per quel che riguarda questo libro ti dirò: volevo affrontare delle cose difficili come il processo Manson, il manicomio dell'isola di Leros, la vita di coppia, la morte dopo una lunga malattia ecc. e sapevo di poter essere in ogni momento contestato. Parlare del rifiuto di una madre per il figlio o della difesa che Manson si sarebbe meritato in tribunale è molto contestatibile. Allora ho cercato una lingua
lenta, che procedesse per successive variazioni, passettini in avanti e non slanci improvvisi, in modo da creare una maglia dove anche gli anelli deboli del ragionamento venissero nascosti. La lingua è la mia corazza. Ho rivisto la prosa mille volte: dovevo essere inappuntabile per far valere le mie ragioni. La scrittura per me è un fatto etico e civile insieme, oltre che
artistico.
Nel libro c'è un racconto che è una sorta di riscrittura di "L'avventura di due sposi" di Calvino. Quanto conta Calvino nella tua formazione e quali sono imaestri nei confrotni dei quali ti senti debitore?
A parte il Calvino resistenziale, il resto non mi appassiona. Nei giochi combinatori vedo sparire l'urlo, il sangue, la pietas, la colpa, il furore, insomma tutto quello che dovrebbe esserci per me in letteratura. Così ho trovato questa idea bellissima de "L'avventura di due sposi" e mi è sembrata eseguita così male, con tanta freddezza in tre sole pagine. Ho voluto provare a far meglio, naturalmente correndo un grande rischio: come si fa a voler battere questo leone a cui hanno dedicato quattro Meridiani Mondadori?
Chi mi darà ragione?Amo tanti altri scrittori. Diciamo Cechov e Dostoevskij (e chi non li ama?), Dagerman e Bernhard, fino ad arrivare a Dino Buzzati per esempio. Ma alcuni dei libri che citavi all'inizio mi sembrano molto belli: "Questo è il giardino" e "Assalto a un tempo devastato e vile", inoltre "Mania" e "Atlante occidentale" di Del Giudice. Tra le cose che ho letto di recente mi sembra bello l'ultimo Bret Eston Ellis, "Lunar Park". Il tema del "rimanere nella scrittura" un po' come in un luogo sicuro chiude sia il suo libro che "Sorvegliato dai fantasmi".Detto questo, non so se sono i miei maestri. Perché nella mia testa saranno annidati anche i mille libri che non ho amato, oppure i mille che ho trovato onesti ma non eccellenti, e quando devo scrivere magari agiscono anche quelli, e in maniera determinante. Del resto come chiunque ho letto molti più libri superflui che libri determinanti nella mia vita e tutto questo è
il mio patrimonio.
Stai già lavorando ad altri libri?
Sto scrivendo un romanzo. Per adesso si chiama "Falsopiano", è ambientanto nel dicembre di un imprecisato anno dopo il 2000 e parla di cinema, rapporti di coppia e apocalissi imminenti. A un certo punto piovono anche delle rane.
poeti d'oggi
Interviste raccolte da Andrea Monda


Aristotele afferma che la filosofia nasce dallo stupore (taumazein). Inoltre i primi filosofi greci, i presocratici, scrivevano "poeticamente". Qual è secondo te il rapporto tra poesia e filosofia? La poesia è uno strumento conoscitivo? O le due strade, magari unite all'origine, si sono giustamente divaricate e non si (devono) più incrociare?
Damiani: Ma non so se le strade della filosofia e della poesia si sono mai veramente divaricate. Sono state vicine in molti momenti, non solo al tempo dei presocratici. Platone sì, se la prende con i poeti, ma quanto è importante Omero per lui e per gli altri postsocratici? Se poi consideriamo anche la civiltà orientale dobbiamo dire che poesia e filosofia sono state ancor più vicine, se pensiamo che il Libro delle Odi, cioè l’antologia dell’antica poesia cinese, è un testo del canone confuciano, e alla filosofia confuciana i poeti delle varie epoche si sono sempre ispirati (mentre i pittori si ispiravano prevalentemente al Taoismo). Confucio dedicò gran parte della sua vita alla raccolta e allo studio della poesia antica, ed elaborò la teoria secondo la quale solo i poeti possono governare, poiché solo essi sono i veri sapienti. Dunque possiamo dire che la poesia non solo è uno strumento conoscitivo, ma che essa è sapienza forse prima ancora che memoria e canto. E questo vale non tanto per la poesia “ filosofica”, ma spesso proprio dove essa si mostra più semplice e dimessa, legata al quotidiano. Petrarca ha scritto poesie d’amore, eppure è il creatore del movimento umanistico, colui che getta le basi culturali e filosofiche di tutta la civiltà rinascimentale.
Rondoni: Più che uno strumento conoscitivo, penso che la poesia, nel suo fenomeno di parole armonizzate musicalmente, come diceva Dante, sia un modo di esprimere una conoscenza pienamente ragionevole del mondo. Intendo per "pienamente ragionevole" la tensione di massima apertura dell'umano al reale, non solo secondo metodi che privilegiano l'analisi e la misura, ma anche l'intuizione e l'analogia nei suoi vari gradi. Perciò la poesia, che non nega ciò che l'analisi può cogliere nei fenomeni, tende a riconoscere un legame tra l'io e la realtà che è "di più" della conoscenza analitica. Insomma, la poesia esprime il nostro commuoverci con il mondo, la nostra appartenenza al suo movimento misterioso. E' ciò a cui arriva anche la filosofia più alta. Ma lo esprime per concetti, tranne ricorrere da sempre al linguaggio poetico quando la gara si fa dura...
Poesia e stupore, poesia come stupore. Se guardiamo la poesia del '900 non sembra prevalere l'altra, opposta, "coppia": poesia come angoscia, come impotenza, smacco, fallimento? O c'è ancora spazio, nel XX come nel XXI secolo per una poesia "stupenda"?
Damiani: Se guardiamo con l’ottica delle storie letterarie nel ‘900 prevale senz’altro il tema dell’angoscia. C’è però un altro filone, che le storie letterarie stesse chiamano “antinovecento”, dove prevale lo stupore, e che in Italia comincia con Pascoli e continua con Saba, Penna, Caproni. Se poi pensiamo che vi è molto stupore, oltre che angoscia, in Ungaretti e Sbarbaro, ecco che nel cosiddetto antinovecento italiano confluiscono tutti i più grandi poeti del novecento, e dunque l’antinovecento viene a coprire l’intero novecento, ribaltando il significato che le storie letterarie gli hanno dato. Per quanto riguarda “impotenza, smacco, fallimento”, potremmo dire che compaiono a inizi novecento con i crepuscolari, ma poi dilagano nel secondo novecento fino all’afasia, tant’è che il secondo novecento appare un deserto in confronto al primo. Ma, sempre continuando a ragionare nell’ottica delle storie letterarie, insieme a “impotenza, smacco e fallimento” aggiungerei il tema del ludico, del goliardico, che riguarda le prime avanguardie e poi gran parte del secondo novecento. E’ questo un tema essenzialmente ideologico, come era stato per i goliardi medievali, gli studenti. E’ un tema triste, che non fa ridere, e che fa da pendant - questo le storie letterarie non lo dicono - alle grandi ideologie totalitarie.
Rondoni: La poesia è un fenomeno umano. Vive del tessuto dell'esperienza di chi la scrive e della cultura in cui vive. E non c'è dubbio che la cultura dominante in questo tempo che non è peggiore ma che è più "orfano" di altri, sottolinea il senso dell'angoscia che quello dell'avventura stupita del reale. Togliete a un bambino il padre e crescerà probabilmente più pauroso e ansioso. Ma ci sono voci e segni che al contrario non hanno cessato di invitare al viaggio della vita come rischio avventuroso, senza pregiudizio negativo, senza patire una orfanità preventiva. I nomi di Marinetti, Ungaretti, di Luzi di parecchi altri si affollano alla mia memoria. E anche nella percezione di una grande angoscia non mancano, ad un orecchio libero, i segni di una grande nostalgia di stupore, e di vita, sì,di vita che sorprenda.
Borges diceva, citando Chesterton: "tutto passerà, rimarrà solo lo stupore, lo stupore per le cose quotidiane". Borges e Chesterton (due poeti tra l'altro molto "filosofi"), ma accanto vengono in mente altri nomi, quelli di Whitman, della Dickinson e di Peguy... è lo stupore il filo rosso che tiene insieme queste così diverse personalità ed esperienze?
Damiani: Penso che lo stupore tenga insieme tutta la letteratura. Specialmente lo stupore per le cose quotidiane, le cose vicine. Come dice Pascoli nel Fanciullino, uno dei trattati sull’arte più importanti dell’età moderna, la poesia allontana le cose vicine (per metterle a fuoco, per vederle, per toglierle da quella vicinanza eccessiva che le nasconde) e avvicina le cose lontane, ci familiarizza con loro (anche qui mettendole alla giusta distanza per poterle vedere). Nello stupore l’uomo tace. Eppure la poesia è lingua, stupore fatto lingua. Non è la lingua dell’uomo, ma quella delle cose; la lingua, per dirla filosoficamente, dell’essere. Mentre la poesia vede, e stupisce (e raccoglie, conserva, ricorda), l’ideologia è cieca, e vuole solo distruggere. La poesia, che non ha mercato, è oggi aspramente combattuta dalla nuova ideologia totalitaria del mercato. La poesia e la sua funzione educativa. Anche qui Pascoli colpì nel segno nell’indicare la vicinanza tra poesia e pedagogia (e la pedagogia è una parte della filosofia). Ciò che l’ideologia totalitaria del mercato combatte è l’educazione, che è fatta di dolce e amaro, perché è studio, mentre l’ideologia deve essere solo dolce. Il suo obiettivo, che è l’obiettivo di ogni ideologia, è la diseducazione (e vediamo come è ridotta oggi la scuola). Ma poesia e ideologia sono state sempre in lotta, la loro è una guerra cosmica, eterna. La poesia apparentemente perde sempre, ma alla fine invece, come dice Borges, è lei che rimane.
Rondoni: Lo stupore di cui parlano costoro non è cosa da babbei. E' la più alta concentrazione di attenzione che una mente e un cuore umani -se non tra loro fratturati- possono esprimere di fronte al grandioso dato - dato! - dell'esistenza. Era così anche in Leopardi, fino a che non subentrava l'astioso annoiarsi... Perché quello stupore non tiene nel tempo, se non nei grandi genii. E perchè da secoli viene deriso...
E nella poesia più vicina a noi, nel tempo (quella contemporanea) e nello spazio (in Italia), ci sono altri autori che praticano il sentiero della poesia intesa come stupore?
Damiani: A partire dagli anni settanta è cominciato un cambiamento di rotta verso la dicibilità il canto etc., ossia un ritorno alla poesia. Un pubblico però, già scarso e poi ulteriormente decimato e messo in fuga prima dall’ermetismo e poi dalla neoavanguardia, non si è ricreato, complice anche un’editoria miope e ideologica. Nella semiclandestinità, a cui però la poesia è abituata da sempre, sono apparse proprio sul fronte dello stupore, della chiarezza, del quotidiano voci di giovani come Salvia, Fiori, Rondoni, Anedda, Dal Bianco, Donati. C’è un chiaro richiamarsi in loro all’antinovecento, ma anche una rilettura dei classici, antichi e moderni.
Rondoni: Mi verrebbe da dire tanti. Lo stupore non è né un tema, né un atteggiamento che ricavi da un'analisi filologica o di laboratorio. ma credo di vedere in tanti testi - se letti senza preconcetti ideologici - le tracce di quel colpo, di quella impronta che la realtà lascia in chi la "onora", per dirla con Auden. Certe poesie di Mussapi, di Conte, dello stesso febbrile De Angelis, di Damiani, di Albisani, di Lauretano, della Donati... Ma i nomi, ripeto, son tanti, e ciascuno diverso per stile e storia.
La poesia italiana nasce con la Lauda, che affonda le radici nella dimensione dello stupore e della riconoscenza. Guardando indietro, fino ad oggi, la storia della letteratura italiana si può dire che non si è mai perso questo aggancio con quelle radici?
Damiani: Non si è mai perso e non si può perdere. Ci possono essere momenti di calo, di oblio (il ‘600, il primo '700, il secondo ‘900), ma San Francesco marchia a fuoco la poesia italiana al suo nascere con quella laude mirabile, gli stilnovisti poi, Dante e soprattutto Petrarca portano l’italiano a lingua universale, lingua della poesia, del canto, dell’educazione, della civiltà. Musicalità, chiarezza, naturalezza, essenzialità, stupore, riconoscenza, tornano continuamente, pur se in forme sempre nuove, ogni volta assolutamente uniche. Tornano nel ‘900, come ho già detto, con i poeti più grandi: Pascoli, Ungaretti, Sbarbaro, Saba, Penna, Caproni.
Rondoni: Si è perso, si perde milioni di volte. Ogni volta che la poesia invece che essere espressione di uno sguardo che tenta di metere a fuoco la vita diviene riflessione umbelicale, o specchio di vanità, o gioco verboso. Ma milioni di volte si recupera, a volte in latitudini stilistiche strane, lontane tra loro... La poesia italiana nasce tra l'altro con il Cantico delle creature di Francesco. Quel cantico, quel privilegio dato al senso di creaturalità continuamente ricompare, riemerge, Perché è una verità della esperienza, non un acquisto intellettuale o poetologico...
Aristotele afferma che la filosofia nasce dallo stupore (taumazein). Inoltre i primi filosofi greci, i presocratici, scrivevano "poeticamente". Qual è secondo te il rapporto tra poesia e filosofia? La poesia è uno strumento conoscitivo? O le due strade, magari unite all'origine, si sono giustamente divaricate e non si (devono) più incrociare?
Damiani: Ma non so se le strade della filosofia e della poesia si sono mai veramente divaricate. Sono state vicine in molti momenti, non solo al tempo dei presocratici. Platone sì, se la prende con i poeti, ma quanto è importante Omero per lui e per gli altri postsocratici? Se poi consideriamo anche la civiltà orientale dobbiamo dire che poesia e filosofia sono state ancor più vicine, se pensiamo che il Libro delle Odi, cioè l’antologia dell’antica poesia cinese, è un testo del canone confuciano, e alla filosofia confuciana i poeti delle varie epoche si sono sempre ispirati (mentre i pittori si ispiravano prevalentemente al Taoismo). Confucio dedicò gran parte della sua vita alla raccolta e allo studio della poesia antica, ed elaborò la teoria secondo la quale solo i poeti possono governare, poiché solo essi sono i veri sapienti. Dunque possiamo dire che la poesia non solo è uno strumento conoscitivo, ma che essa è sapienza forse prima ancora che memoria e canto. E questo vale non tanto per la poesia “ filosofica”, ma spesso proprio dove essa si mostra più semplice e dimessa, legata al quotidiano. Petrarca ha scritto poesie d’amore, eppure è il creatore del movimento umanistico, colui che getta le basi culturali e filosofiche di tutta la civiltà rinascimentale.
Rondoni: Più che uno strumento conoscitivo, penso che la poesia, nel suo fenomeno di parole armonizzate musicalmente, come diceva Dante, sia un modo di esprimere una conoscenza pienamente ragionevole del mondo. Intendo per "pienamente ragionevole" la tensione di massima apertura dell'umano al reale, non solo secondo metodi che privilegiano l'analisi e la misura, ma anche l'intuizione e l'analogia nei suoi vari gradi. Perciò la poesia, che non nega ciò che l'analisi può cogliere nei fenomeni, tende a riconoscere un legame tra l'io e la realtà che è "di più" della conoscenza analitica. Insomma, la poesia esprime il nostro commuoverci con il mondo, la nostra appartenenza al suo movimento misterioso. E' ciò a cui arriva anche la filosofia più alta. Ma lo esprime per concetti, tranne ricorrere da sempre al linguaggio poetico quando la gara si fa dura...
Poesia e stupore, poesia come stupore. Se guardiamo la poesia del '900 non sembra prevalere l'altra, opposta, "coppia": poesia come angoscia, come impotenza, smacco, fallimento? O c'è ancora spazio, nel XX come nel XXI secolo per una poesia "stupenda"?
Damiani: Se guardiamo con l’ottica delle storie letterarie nel ‘900 prevale senz’altro il tema dell’angoscia. C’è però un altro filone, che le storie letterarie stesse chiamano “antinovecento”, dove prevale lo stupore, e che in Italia comincia con Pascoli e continua con Saba, Penna, Caproni. Se poi pensiamo che vi è molto stupore, oltre che angoscia, in Ungaretti e Sbarbaro, ecco che nel cosiddetto antinovecento italiano confluiscono tutti i più grandi poeti del novecento, e dunque l’antinovecento viene a coprire l’intero novecento, ribaltando il significato che le storie letterarie gli hanno dato. Per quanto riguarda “impotenza, smacco, fallimento”, potremmo dire che compaiono a inizi novecento con i crepuscolari, ma poi dilagano nel secondo novecento fino all’afasia, tant’è che il secondo novecento appare un deserto in confronto al primo. Ma, sempre continuando a ragionare nell’ottica delle storie letterarie, insieme a “impotenza, smacco e fallimento” aggiungerei il tema del ludico, del goliardico, che riguarda le prime avanguardie e poi gran parte del secondo novecento. E’ questo un tema essenzialmente ideologico, come era stato per i goliardi medievali, gli studenti. E’ un tema triste, che non fa ridere, e che fa da pendant - questo le storie letterarie non lo dicono - alle grandi ideologie totalitarie.
Rondoni: La poesia è un fenomeno umano. Vive del tessuto dell'esperienza di chi la scrive e della cultura in cui vive. E non c'è dubbio che la cultura dominante in questo tempo che non è peggiore ma che è più "orfano" di altri, sottolinea il senso dell'angoscia che quello dell'avventura stupita del reale. Togliete a un bambino il padre e crescerà probabilmente più pauroso e ansioso. Ma ci sono voci e segni che al contrario non hanno cessato di invitare al viaggio della vita come rischio avventuroso, senza pregiudizio negativo, senza patire una orfanità preventiva. I nomi di Marinetti, Ungaretti, di Luzi di parecchi altri si affollano alla mia memoria. E anche nella percezione di una grande angoscia non mancano, ad un orecchio libero, i segni di una grande nostalgia di stupore, e di vita, sì,di vita che sorprenda.
Borges diceva, citando Chesterton: "tutto passerà, rimarrà solo lo stupore, lo stupore per le cose quotidiane". Borges e Chesterton (due poeti tra l'altro molto "filosofi"), ma accanto vengono in mente altri nomi, quelli di Whitman, della Dickinson e di Peguy... è lo stupore il filo rosso che tiene insieme queste così diverse personalità ed esperienze?
Damiani: Penso che lo stupore tenga insieme tutta la letteratura. Specialmente lo stupore per le cose quotidiane, le cose vicine. Come dice Pascoli nel Fanciullino, uno dei trattati sull’arte più importanti dell’età moderna, la poesia allontana le cose vicine (per metterle a fuoco, per vederle, per toglierle da quella vicinanza eccessiva che le nasconde) e avvicina le cose lontane, ci familiarizza con loro (anche qui mettendole alla giusta distanza per poterle vedere). Nello stupore l’uomo tace. Eppure la poesia è lingua, stupore fatto lingua. Non è la lingua dell’uomo, ma quella delle cose; la lingua, per dirla filosoficamente, dell’essere. Mentre la poesia vede, e stupisce (e raccoglie, conserva, ricorda), l’ideologia è cieca, e vuole solo distruggere. La poesia, che non ha mercato, è oggi aspramente combattuta dalla nuova ideologia totalitaria del mercato. La poesia e la sua funzione educativa. Anche qui Pascoli colpì nel segno nell’indicare la vicinanza tra poesia e pedagogia (e la pedagogia è una parte della filosofia). Ciò che l’ideologia totalitaria del mercato combatte è l’educazione, che è fatta di dolce e amaro, perché è studio, mentre l’ideologia deve essere solo dolce. Il suo obiettivo, che è l’obiettivo di ogni ideologia, è la diseducazione (e vediamo come è ridotta oggi la scuola). Ma poesia e ideologia sono state sempre in lotta, la loro è una guerra cosmica, eterna. La poesia apparentemente perde sempre, ma alla fine invece, come dice Borges, è lei che rimane.
Rondoni: Lo stupore di cui parlano costoro non è cosa da babbei. E' la più alta concentrazione di attenzione che una mente e un cuore umani -se non tra loro fratturati- possono esprimere di fronte al grandioso dato - dato! - dell'esistenza. Era così anche in Leopardi, fino a che non subentrava l'astioso annoiarsi... Perché quello stupore non tiene nel tempo, se non nei grandi genii. E perchè da secoli viene deriso...
E nella poesia più vicina a noi, nel tempo (quella contemporanea) e nello spazio (in Italia), ci sono altri autori che praticano il sentiero della poesia intesa come stupore?
Damiani: A partire dagli anni settanta è cominciato un cambiamento di rotta verso la dicibilità il canto etc., ossia un ritorno alla poesia. Un pubblico però, già scarso e poi ulteriormente decimato e messo in fuga prima dall’ermetismo e poi dalla neoavanguardia, non si è ricreato, complice anche un’editoria miope e ideologica. Nella semiclandestinità, a cui però la poesia è abituata da sempre, sono apparse proprio sul fronte dello stupore, della chiarezza, del quotidiano voci di giovani come Salvia, Fiori, Rondoni, Anedda, Dal Bianco, Donati. C’è un chiaro richiamarsi in loro all’antinovecento, ma anche una rilettura dei classici, antichi e moderni.
Rondoni: Mi verrebbe da dire tanti. Lo stupore non è né un tema, né un atteggiamento che ricavi da un'analisi filologica o di laboratorio. ma credo di vedere in tanti testi - se letti senza preconcetti ideologici - le tracce di quel colpo, di quella impronta che la realtà lascia in chi la "onora", per dirla con Auden. Certe poesie di Mussapi, di Conte, dello stesso febbrile De Angelis, di Damiani, di Albisani, di Lauretano, della Donati... Ma i nomi, ripeto, son tanti, e ciascuno diverso per stile e storia.
La poesia italiana nasce con la Lauda, che affonda le radici nella dimensione dello stupore e della riconoscenza. Guardando indietro, fino ad oggi, la storia della letteratura italiana si può dire che non si è mai perso questo aggancio con quelle radici?
Damiani: Non si è mai perso e non si può perdere. Ci possono essere momenti di calo, di oblio (il ‘600, il primo '700, il secondo ‘900), ma San Francesco marchia a fuoco la poesia italiana al suo nascere con quella laude mirabile, gli stilnovisti poi, Dante e soprattutto Petrarca portano l’italiano a lingua universale, lingua della poesia, del canto, dell’educazione, della civiltà. Musicalità, chiarezza, naturalezza, essenzialità, stupore, riconoscenza, tornano continuamente, pur se in forme sempre nuove, ogni volta assolutamente uniche. Tornano nel ‘900, come ho già detto, con i poeti più grandi: Pascoli, Ungaretti, Sbarbaro, Saba, Penna, Caproni.
Rondoni: Si è perso, si perde milioni di volte. Ogni volta che la poesia invece che essere espressione di uno sguardo che tenta di metere a fuoco la vita diviene riflessione umbelicale, o specchio di vanità, o gioco verboso. Ma milioni di volte si recupera, a volte in latitudini stilistiche strane, lontane tra loro... La poesia italiana nasce tra l'altro con il Cantico delle creature di Francesco. Quel cantico, quel privilegio dato al senso di creaturalità continuamente ricompare, riemerge, Perché è una verità della esperienza, non un acquisto intellettuale o poetologico...
concorso di vertigini
PREMIO LETTERARIO PER GIOVANI AUTORI
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E' tutto pronto, le iscrizione sono aperte ufficialmente, per il 2. Premio letterario per giovani autori Effetto Notte.
Qualche caratteristica saliente:
- per autori nati dal 1/1/1971 in poi;
- per brevi racconti (minimo 3.000, massimo 8.000 battute);
- sul tema della VERTIGINE
- iscrizioni gratuite entro il 15 maggio 2006;
- un primo premio di 300 euro in buono acquisto offerto dalla libreria Infoshop Mag 6 di Reggio Emilia e la pubblicazione per i primi classificati su un volumetto distribuito gratuitamente.
Regolamente e modalità di iscrizione al solito indirizzo www.effettonotte.it e poi nella specifica sezione.
ARCHIVIO
( Ho trovato questa cosa che leggerete qui sotto in un ammasso di carte che conservo nella casa dei mie genitori. risale al 2001, a cinque anni fa, ad un periodo di grande e confusa produzione di scrittura)
Rossano Astremo
BABOONASSHOLE

Un uomo magro e grigio con un lungo cappotto nero sfila lento per la strada come un attore di vecchi film americani – cavalli dalla pelle rosa osservano sbalorditi la calura che emanano grossi bevitori di birra nell’ottobre tedesco – mangio in continuazione – accompagno il mio divorare pane e formaggio con buon vino rosso – il piano fa scivolare lentamente le sue note calde e bagnate – entra la chitarra elettrica ad allietare costruzioni armoniche preziose – l’uomo magro e grigio con il suo lungo cappotto nero è seduto in un bar e sorseggia tequila – Carlo scende da una scala a chiocciola dorata nella notte che ricopre il cielo di stelle di carne smeraldo – nella notte del jazz che entra nelle vene come la droga tagliata male – mi piacerebbe sollevare le mie chiuse ginocchia verso il petto – l’uomo magro e grigio con il suo lungo cappotto nero è ubriaco in un angolo oscuro del bar dalle pareti verdi – è un lungo viaggio e siamo gli unici superstiti – non guardarmi con quegli occhi che spruzzano sangue e lambiscono bianco seme – Carlo scende dai gradini di un altare di legno in una basilica del quattrocento spagnolo – la creatura vibrava leggermente come un serpente colpito da un pugnale rovente – l’uomo magro e grigio con il suo lungo cappotto nero vomita il giallo dei suoi liquidi sul pavimento di metalli del bar dalle pareti verdi – nella notte del jazz che entra nelle vene come la droga tagliata male – erezioni reciproche svaniscono in fotogrammi bagnati dalla calura estiva – Carlo scende nel baratro dell’inferno cosparso di unguenti che odia – il mondo è coperto di parassiti mentali – da invertebrati demoniaci e polli da vivisezionare – l’uomo magro e grigio con un lungo cappotto nero abbandona il bar dalle pareti verdi e si dirige verso la strada desolata senza aver pulito il suo vomito – Carlo trova per terra un portafoglio e mette in tasca le banconote più grandi mentre disegna lacrime dorate sulle guance dell’Acheronte infernale – polvere fosforescente che traccia un retrivo sognatore – un gruppo di partigiani è comandato da uno strano individuo con mani verdi – durante i mesi che seguirono lavorai nei campi – nella notte del jazz che entra nelle vene come droga tagliata male – bisogna proettare film e colonna sonora a ritroso – l’uomo magro e grigio con il suo lungo cappotto nero si apparta dietro un cespuglio secco con una puttana per avere un tenero orgasmo a pagamento – il ragazzo epilettico usciva il suo pene dai pantaloni per spruzzare il suo odio sulla gnete – Carlo mangia fango e fiamme di fuoco nell’oscuro cono infernale – un giovane operaio cammina tra travi d’acciaio con un raggio di sole che gli sfiora i capelli – l’uomo magro e grigio penetra con violenza la sua puttana e viene sul ventre di lei sporcando il suo lungo cappotto nero – Carlo passeggia lentamente colpito da una pioggia di merda e grandine di piscio nell’inferno del caldo che fa esplodere il cervello – luminosi fiocchi grigi cadono sul corpo nudo della donna che amo – l’uomo magro e grigio con il suo lungo cappotto nero abbottona i suoi pantaloni – allunga la mano verso la puttana e le infila nel reggiseno una banconota – cominicando ad avviarsi verso casa – odori di spogliatoi di slip muffosi – Carlo si ripara dietro un arbusto spinoso da una bufera che lo costringe a perdere granelli di luce dagli occhi – l’uomo magro e grigio entra nella sua abitazione portando il suo lungo cappotto nero tra le braccia – la bufera è passata – la bufera è passata – Carlo ha espiato le sue colpe – Carlo può abbracciare gambe assorbite dal sesso – donne e uomini dominati dal tenero sapore di sporche carni – Carlo sale su una lunga scala dorata – nella notte del jazz che entra nelle vene come droga tagliata male – Carlo è giunto nella terra del peccato – Carlo si è fatto nuovamente carne – è pronto a peccare – Carlo con un lungo cappotto nero sfila lento per la strada come un attore di vecchi film americani.
da ieri in libreria / 2
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GIUSEPPE GENNA DIES IRAE |
• L'intervista a Genna su Dies Irae è tratta dal macrosito che 24/7 dedica al romanzo. VAI AL SITO » Il volume delle pagine, che sfiorano le 800, segnala una delle molte differenze tra il DIES IRAE e i tuoi libri precedenti. E' come se tu avessi preso la decisione di dare una scalata... Direi piuttosto che è un sintomo, non una decisione. Attraverso il non-romanzo L'Anno Luce, uscito lo scorso anno per Tropea, ho sperimentato alcuni moduli per tentare quella che giustamente chemi "scalata". DIES IRAE non è, per quanto mi riguarda, un romanzo ascrivibile a qualche genere, né facilmente etichettabile. Certo non è un thriller. Si comincia nel 1981 e si arriva nel 2006, ma ci sono, all'interno, salti temporali all'indietro o in avanti - molto in avanti. Hai parlato dello sfondo storico su cui si inseriscono le vicende dei tuoi protagonisti. Il romanzo ha una tesi sulla storia italiana? C'è una sorta di sottolivello saggistico storico? No, questo è un romanzo e pretende di esserlo a pieno: solo, è un romanzo storico, sulla storia italiana e un po' più che italiana nell'ultimo quarto di secolo che abbiamo vissuto. Non mi interessa la storia se non attraverso la lente della letteratura. In questo caso, mi gioco i miei modelli, che sono essenzialmente il Victor Hugo di Novantatré e l'Ellroy de I miei luoghi oscuri, oltre al modello centrale e insuperabile che è DeLillo. La storia, in DIES IRAE, emerge nelle vicende dei personaggi, ovviamente, ma anche in apici immaginari, come sono il pezzo su Moana Pozzi il giorno prima del congresso del PSI all'Ansaldo nell'89 (quello della famosa piramide di Panseca), Craxi che parla da quel palco e, pagine e anni dopo, esce dal Raphael a Roma sommerso dalle monetine, oppure il presidente della Repubblica Cossiga che parla agli italiani il capodanno tra '89 e '90 e dice cose pazzesche. Fioriscono articoli di giornali autentici, come quello dello scrittore Piero Colaprico sulla bomba al PAC di Milano nell'83 (Colaprico è giornalista di Repubblica, oltre che noirista). Poi cala la nebbia della sequenza "caduta del primo Berlusconi - Centrosinistra - Berlusconi", ed è una nebbia che, disponendo di una protagonista che vive in Olanda, si vede proprio in quanto tale: una nebulosa confusa, pallida. Dici che Alfredino è l'epicentro di un sisma: quale? E' un duplice livello. Da un lato c'è la vicenda vera della tragedia di Vermicino e dall'altra parte si consuma la diretta televisiva più incredibile della storia d'Italia fino ad allora: 18 ore di trasmissione ininterrotta in tempo reale, tre giorni di occupazione audiovideo e giornalistica del dramma di Alfredino - un'operazione che gli stessi esponenti Rai decisero secondo un calcolo politico, nel caso la vicenda fosse andata a buon fine. Però, nei giorni precedenti, tutti i media erano occupati dallo scandalo P2, dalla fuga di Gelli in Uruguay, dal processo a Calvi, dal rapimento del fratello del pentito BR Peci, dal rifiuto di Forlani a formare un governo (sempre per la questione delle liste P2). Con Alfredino, finita la tragedia a livello mediatico, ci troviamo un nuovo presidente del Consiglio, Spadolini, a guidare il primo governo laico della storia repubblicana. Intanto, quella diretta feroce e priva di pietà, ha allucinato e antropologicamente mutato tutti gli italiani, che insieme, davanti a uno schermo televisivo, hanno vissuto le stesse emozioni. Emozioni di segno opposto vivranno, tutti quei milioni di spettatori, l'anno successivo, con la vittoria azzura al Mundial (anche lì si parlò di un evento voluto politicamente: è la celebre denuncia di Oliviero Beha). Con Alfredino inizia la storia di un Paese che scivola verso un'identificazione progressiva nelle immagini, sempre più vuote e nulle, fino a oggi, attraverso il boom dell'emittenza berlusconiana, la galassia delle televendite, la tragedia carnacialesca del gossip, il sottovuotospinto di reality e fiction di oggi. I tuoi protagonisti sembrano biglie impazzite che corrono e si incrociano su questo sfondo. Che rapporto hanno con questa vicenda nazionale di scivolamento nell'idiozia di quella che definisci "immagine vuota"? Percorrono differenti destini, compiono differenti parabole, svolgono differenti ruoli. C'è l'uomo dei complotti, e c'è perché giudico il complotto una categoria importante per interpretare l'Italia fino al '95 - dopo è tutto diverso, funziona più la categoria dello stress da trauma per interpretare l'Italia dell'ultimo decennio. C'è quindi l'uomo dei traumi e dell'indigenza (affettiva soprattutto, oltre che economica) e sono io, che schiero le mie bizzarre difese, a partire dalla psicofonia fino alla letteratura invisibile, un'immagine anch'essa vuota che si oppone a quella che viene imposta dalla nuova civiltà italiana. C'è Paola, che a Berlino vive anni da Christiane F. nello Zoo della celeberrima stazione, migrata dall'hinterland milanese, e poi in fuga ad Amsterdam, sempre a confronto con un dramma indicibile, un trauma a priori che tenta ostinatamente di allontanare da sé. E c'è Monica, milanese della buona borghesia, la cui famiglia viene investita da Tangentopoli prima e dall'ideologia della produzione televisiva come cultura unica (persino controcultura...) dei nostri giorni. Come possono darsi gli inserti dell'opera fantascientifica "Dies Irae", che tu scrivi senza requie mentre vivi questi 26 anni all'interno del romanzo? Si danno proprio perché credo che la fantascienza sia il genere storico e DIES IRAE ambisce a essere un romanzo storico. Con le debite differenze (io non sono un tale genio e il mio romanzo non è un simile capolavoro) Don DeLillo con Underworld fa la stessa cosa, andando all'indietro e poi riaccelerando in avanti, per 50 anni di storia americana. La fantascienza del metalibro "Dies Irae", a cui io lavoro dentro il romanzo DIES IRAE, è sempre e comunque storia: una storia fantastica e massimalista, che salta tutto per immergersi nelle cose ultime. C'è una scena del libro fantascientifico in cui una specie vivente, che forse è la continuazione della nostra ma non lo sa, trova nello spazio una sorta di Stele di Rosetta che riassume, per strati ologrammatici, cosa fu l'umanità, e sulla cui superficie è iscritto l'ultimo messaggio della nostra specie, che colonizzò Marte e si espanse senza successo (o con successo di cui mai seppe nulla) oltre i confini del suo sistema. Parlare di amore, pietà, storia, da questa distanza, è totalmente diverso dal farlo in prosa "normale". Nel libro insisti molto su oltretomba, spettri, medianismo, ma anche letteratura, immaginari, icone, allegorie. Sono le armi del fantastico che, a mio parere, stanno già ora operando una crepa nel sistema di credenze occidentali. Crepa destinata ad allargarsi. L'ultima sezione del libro si intitola "L’era in cui muoiono i padri e tutto brucia", mentre quella iniziale, dopo il prequel, si intitola "Cosa brucia?". E' questo il percorso: emerge, in tutti i personaggi del libro, il problema che lo sfondo storico italiano sta ignorando, che è quello dell'alleanza tra generazioni. Cosa accade quando il padre muore? Tu sei da solo, non hai nemmeno più l'appoggio fisico che ti permetteva di giustificare traumi e affetti. Quindi, tutto brucia. Te compreso. In realtà, brucia la letteratura, il racconto si incarbonisce. Prima della scena fantascientifica finale, di cui nulla voglio dire perché rovescia tutto il rovesciabile, ci sono pagine in cui si descrivono i miei movimenti corporei mentre mi sottopongo a una terapia psicologica extraverbale: è un modo per dire che la letteratura ha un limite, la storia continua, generazione dopo generazione, il corpo è conduttore di quella frattura del tempo che chiamiamo storia umana e che è descrivibile da parole e nomi a prezzo di un'imprecisione imbarazzante. Rimane "io". Deve bruciare anche quello. Perché il titolo DIES IRAE? Perché simula un'apocalisse che non c'è nei termini in cui la si immagina, in quanto la fine di tutto è sempre, qui, ora. E in questo non-tempo abbiamo il dovere di comprendere che la prima fase dell'autoconsapevolezza è renderci conto dell'ira che ci domina e ci impulsa. Soltanto dopo quest'opera ci sarà pace, DIES PACIS. |
da ieri in libreria / 1
| WU MING 5 | |
| FREE KARMA FOOD |
I miei titoli sono generalmente scelti da altri. Prima di questo, l’unico che concepii fu Ordigni, titolo del saggio sul punk bolognese. Invece Free Karma Food è piovuto dal cielo. E’ stato sognato, e il romanzo si è raggrumato a partire dal titolo. In buon inglese, cibo libero da karma, cibo che non produce karma si direbbe Karma Free Food. Ma le parole che suonavano nella testa erano quelle: Free Karma Food, appartenevano a un pidgin, a un inglese mutato, simile a quello che si parla per strada in India. Viene fuori un titolo ambiguo: cibo per un karma libero, o qualcosa del genere. Prima di entrare nella trama e nei personaggi, un'autodefinizione di genere, come se tu fossi un critico, visto che la critica in questo momento vive qualche difficoltà. FREE KARMA FOOD è un thriller, un action book o fantascienza? Oppure nessuna di queste tre cose? C'è un nuovo genere alle porte? Non so se ci sia un nuovo genere alle porte. C’è un modo di intendere la letteratura, questo sì, che prova a fare i conti con il presente e la totalità. Quello che la critica in genere non rileva. La preoccupazione per le condizioni attuali del pianeta e della specie non rientra di solito nel campo d’interesse dei recensori italiani. Anche se riesco a farmene una ragione storico-culturale, la cosa non cessa di stupirmi. Sono costituzionalmente un ingenuo. Capitoli incalzanti troncano il fiato al lettore: una miriade di personaggi, una galassia di accadimenti, flashback, un salto in avanti nel tempo di pochi decenni, un pianeta mutato. In realtà è un'epopea, una saga, un gruppo di amici e di sconosciuti le cui trame destinali si incrociano provenendo dai quattro angoli del pianeta. L'autore di questo caleidoscopio intensamente luminoso come riassumerebbe la vicenda generale di FKF? La vicenda è semplice, lineare in confronto a quella di Havana Glam, ad esempio, ed è fondamentalmente una fuga. Preferisco quindi gettare un po’ di luce sul mondo dove la vicenda si snoda.Dopo avere capito che i cattivi (i ricchi) del romanzo avrebbero mangiato carne umana, ho provato a rendere coerente la visione. Ho letto una montagna di saggi sul rapporto tra malattie ed evoluzione, Jared Diamond eccetera, e sono giunto a un antefatto di questo tipo: si sviluppa una malattia trasmissibile all’uomo a partire dagli animali ammassati negli allevamenti. Bovini, Suini, Uccelli. Con tempismo irrealistico (questo sì fantascientifico) i governi mondiali decidono di proibire l’allevamento delle specie interessate e di quelle affini e di eliminare radicalmente le cause dell’infezione. Le vacche, i maiali eccetera vengono estinti. Un'immensa pira funebre. Reazioni a catena: una guerra planetaria a bassa intensità che si trasforma in olocausto nucleare in aree specifiche (subcontinente indiano). Emerge un ordine mondiale bipolare (Cina-USA). Tale ordine produce un mondo simile al presente, in cui il fabbisogno proteico (connesso a un’economia libidica distorta) è soddisfatto con carni alternative.
Le opere Wu Ming, in un tempo che fu, erano accusate di sottovalutare il femminino sul piano dei personaggi. In FKF ci sono almeno due personaggi femminili, Blanca e Matleena, che sembrano comporre l'intero universo femminile: il fantasmatico che partorisce e la famosa dentata. Ci parli di queste due eroine non propriamente rosa? Sono donne alle prese con il Grande Altro. Blanca vede i destini singolari e collettivi dalla sua prospettiva di tossica con profondità, con nettezza. Preferisce immolarsi sull’altare della jouissance solitaria piuttosto che affrontare l’ultima ristrutturazione. Per Blanca l’idea "vittima oppure carnefice" non ha senso. Per Blanca la vita stessa non ha senso se costringe a rinnegare la vita. La strategia esistenziale di Blanca è la fedeltà a se stessi. Di fronte all’impasse la scelta è l’annichilimento del sé. In Matleena la coerenza assume una sfumatura opportunistica. Qui la risposta all’alternativa vittima oppure carnefice è pienamente percorribile. La fedeltà a se stessi è in questo caso adattarsi a tutto, come fanno tutti i personaggi del libro, tranne Blanca. Solo Blanca è capace di negare. Per Matleena, la coazione a ripetere diviene stile, aggressività, efficienza, performance sportiva. Matleena ha ben chiaro che si possono ottenere solo frammenti, parcelle, “lamelle” di jouissance, direbbe Lacan. Blanca vuole tutto o niente: per questo è l’unico eroe tragico del romanzo. Matleena è un killer senza alcuna forma di grandezza che non sia la tecnica omicida: per questo lavora con il proprio doppio distorto, Harry The Mod, che è negazione vivente della sua smania affermativa. Matleena, così, funziona al cinquanta per cento delle sue possibilità lungo il corso di tutto il romanzo. E’ percorsa da una certa ansia di rivincita, perché la sua carriera di cacciatrice appare in declino, ma tutto questo è ben lontano dal disagio. La preoccupazione per la sopravvivenza e l’ossessione del successo ottundono la capacità di visione. Blanca ha insomma un carattere di personaggio fondativo, e forse Matleena, passata attraverso le esperienze di Free Karma Food, potrebbe evolversi in una specie di Blanca immersa in uno stato di Salute nietzschiana. Se ci saranno sequel, le protagoniste saranno loro. Ananda Marvin è “l'ultima speranza dell'umanità”. Perché? E, se non siamo indiscreti, che libri ha letto per diventare quello che è diventato? Nello stesso senso in cui Berlusconi è un politico. Marketing. Marketing goebbelsiano. Veniamo al fuggitivo, all'eroe della perfezione: perfino il suo errore ha il crisma della perfezione. Come ti è venuto in mente un personaggio di acciaio caldo e gelida carne qual'è John Smith Jones, JSJ per gli amici? Ho visto la prima scena di caccia, quella nella metropolitana. Poi ho pensato: se pigli uno che tecnicamente è un serial killer, ma non è spinto da motivazioni psicopatologiche, non più del resto della società, e in più lo inserisci in un contesto in cui la brama di denaro e potere può essere soddisfatta rendendo l’uccisione a fini alimentari una professione, cosa salta fuori? E se in più tale personaggio ha un passato di strada, ma “stilistico” in senso sottoculturale? L'Eroe Nazionale Cinese Wang è un pazzo che, in un mondo deragliato e fuori sesto, elabora di continuo strategie raffinatissime. Quanto ha contato la tua professione di Maestro di arti marziali nel costruire Wang, umili origini e ascesa militare che va oltre il lecito? Non sono un maestro, sono un umile istruttore. Nella mia esperienza ho conosciuto molti fuori di testa in un certo senso simili a Wang. Persone che hanno praticato per anni con grandissimo impegno, spinti solo dalla paranoia o dalla volontà paterna. Per me era diverso: significava godere, uscire dall’orbita del padre, provare a volare in alto. Certo per molti versi Wang è la mia ombra.Veniamo a questioni filosofiche concrete. A leggere FKF, sembra che l'apocalisse si sia scatenata in terra. Stai profetizzando? Il mondo sta correndo sulla china che conduce all'ipogeo infernale del pianeta che si autofagocita? Oppure esorcizzi ironizzando? Sto esorcizzando. Le apocalissi sono quotidiane, quelle planetarie sono cominciate nel 1914, dopo si sono sviluppate molte diverse vie alla vita quotidiana. Credo che nulla possa cancellare il paradossale eterno ritorno della vita quotidiana. Ora buona parte della classe dirigente dell’unica potenza mondiale prende alla lettera il contenuto dell'Apocalisse di Giovanni, ci crede davvero, non lo interpreta come un mito: è questo il pericolo, la gente che crede davvero in ciò che serviva per immaginare, per meditare.Ecologismo estremo, patrimonio ideologico di certi movimenti comunitaristi anni Settanta (Black Panthers su tutti), messianesimo a palate: sembra una risposta tragicamente alternativa al binario morto dello “scontro di civiltà” alla Huntington (definizione che lanciò sul Foreign Affairs del 1993). Qui le civiltà sono pressoché unificate, ma homo homini lupus ugualmente. In questo senso si può dire che il tuo è un libro fortemente politico? Ho sempre la stessa paranoia. Se vincessimo, e dopo tutto andasse in merda ugualmente? Vedi Libera Baku Ora. La paranoia attuale è: pensa a un mondo in cui le culture si ibridano e si sovrappongono ma che è ancora più mostruoso di quello presente. Anche questa tensione serve per esorcizzare. Scrivo nello stesso modo in cui si piantano pali coi teschi fuori del villaggio. La questione più scottante (più choccante) del libro è che ci si nutre, presso le élites, di carne umana. Non è soltanto il cannibalismo che inquieta, ma il cosmo estetico che si è costruito intorno a questo consumo cruento. Ci pare un'allegoria profonda e un'intercettazione formidabile di un immaginario che la letteratura ha sempre rappresentato (si pensi al Gordon Pym di Poe). A quali fonti hai fatto riferimento nel costruire questo scheletro del romanzo, l'uomo che mangia l'uomo, l'ostia dissacratissima? Un passo di Zhuang Zi, suggestioni cinesi in genere (dopo l’invasione mongola, nella Cina del Sud esistevano ristoranti che offrivano carne umana, anche se la cosa era ufficialmente riprovata). L’intera questione del cannibalismo è molto controversa dal punto di vista antropologico. L’allegoria è efficace, ma non credo sia così profonda. Il consumo dell’altro come esito finale della reificazione, un lavoro sulla tendenza molto semplice ma in grado di suscitare reazioni immediate. Il Karma esiste? E’ un livello di descrizione della realtà. L’alea assoluta è un livello di descrizione della realtà altrettanto legittimo. O la teoria dei quanti, o l’universo a stringhe, eccetera. Il punto non è se esiste, ma se funziona. Perché il Papa non c'è tra i personaggi? Perché il cristianesimo è estinto, a partire dall’altroieri. Fondamentalismi o no, questo è il mondo più radicalmente anticristiano che uno possa concepire. La società più secolarizzata è anche quella con più chiese fondamentaliste, predicatori televisivi, presidenti che sognano dio che ordina di bombardare l’Iraq eccetera. Il cristianesimo non c’è più, nessuno crede più veramente al Dio cristiano, ammesso che qualcuno ci abbia mai creduto. Il Dio cristiano è una costruzione teologica complicatissima. Chi crede, crede in qualcosa di simile a un padre celeste, il che è idolatria metafisica, purtroppo condivisa anche da altre culture. Dio è la scusa per showmen buoni o meno buoni. Quali rapporti intercorrono, spiegati dall'autore, tra la Sostanza, il Cao Dai e il consumo di carne U? E perché intercorrono rapporti? Quando uno mangia un cheeseburger, ha voglia di bevande peptiche, ipercaloriche, che inducono voglia di cibi ipercalorici e così via: si attiva un circolo vizioso malsano e profittevole. Nel mondo di Free Karma Food ho immaginato che per scatenare un’irrefrenabile voglia di carne venisse impiegata una sostanza stupefacente in grado di provocare dipendenza e danni all’ipotalamo, che a quanto pare è l’area del cervello dove sorge la fame.Arrivano voci che la Universal è pronta a trarre un film ad alto budget da FKF. Non stiamo a imbarazzarti chiedendoti conferme, ma ti domandiamo: che regista ti piacerebbe dirigesse FKF? Quali attori per JSJ, per Ananda, per Matleena, per Harry The Mod, per Wang? Winterbottom, senz’altro. Per gli attori, tutti esordienti.Lo stile è un rap violento e dolce, a seconda del flusso della storia e della memoria. Riconosci debiti di scrittura verso qualche tuo padre ideale o titolo memorabile? Anche rispetto alla trama, ovviamente... Debiti evidenti: Burroughs e Ballard per la poetica. Ellroy per la paratassi. Ghostface Killer e Method Man per il flow. Stan Lee per la costruzione delle trame. E infiniti altri, tra i quali Luther Blisset, che mi ha insegnato l’ambizione. L'immaginario sembra esplodere e nell'esplosione frammenti di una realtà storica, a cavallo di millennio (diciamo un arco di sessant'anni: dai Settanta del Novecento fino ai Trenta del 2000), vengono trascinati nella folata del fall out: FKF pullula di riferimenti musicali pop e vintage, così come la tecnologia e l'abbigliamento. E' come se ponessi il lettore, con un trip mozzafiato, su una faglia storica. E' il nuovo pop? Tutto è vintage. Anche l’opzione hi-tech fa riferimento a una categoria storica desueta, quella del futuribile. L’idea stessa di progresso tecnologico è archeologia industriale. Questo è un Free Karma Book oppure chi lo legge accumula punti che sconterà in altre incarnazioni? L’unica azione che non produce karma è quella rituale. Quindi il libro va letto in modo rituale, il che non vuol dire necessariamente serio. Sei al terzo romanzo. Di tappa in tappa sembri accelerare un'evoluzione in termini di tematiche e di stile, che riassumerei così: un immaginario implode, molti universi deflagrano. Cosa hai in mente per il futuro? Non ho idea di come sarà il prossimo romanzo solista. Mi voglio concentrare sul lavoro collettivo, che riesce a portarti dove da soli mancherebbe l’aria.Quando arriverà la saggezza? Solo quando lo dirò io. |








Dopo il
Sarebbe comunque un'ipocrisia affermare che non mi muovo avendo a disposizione, più che una tesi, una sensazione intorno alla storia del mio Paese: inizio infatti dall'81, con l'epicentro del sisma che terremota tutto il libro, cioè il dramma di Alfredino. 

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