quotidiano letterario online, cut-up, fold-in a cura di Rossano Astremo
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Da Desiati a D'Attis, da Romano a Piva, da Zambetta alla Liguori
Scrittori di Puglia: un 2006 tutto da leggere
di Rossano Astremo

Promette davvero bene il nuovo anno sul versante della narrativa made in Puglia. Se il 2005 è stato l’anno della consacrazione internazionale del giallista Gianrico Carofiglio e l’anno che ha segnato l’unanime successo di critica ottenuto da Raffaele Nigro con l’intenso “Malvarosa”, il 2006 darà spazio ad un numero notevole di giovani scrittori, che con sempre maggior intensità vanno affermandosi sulla scena nazionale. Attesa per la seconda prova narrativa dello scrittore di Martina Franca Mario Desiati, dopo il promettente esordio di “Neppure quando è notte” (2003), la cui uscita è prevista per metà marzo. Il titolo è “Vita precaria e amore eterno”. Il romanzo, pubblicato da Mondadori, racconta la storia di Martin, giovane meridionale trasferitosi a Roma, vittima di quel precariato lavorativo che sta falcidiando un’intera generazione. Martin da precario diventa un uomo contraddittorio e dagli ideali confusi: imbroglione, qualunquista, egoista, razzista, sessuomane, corrotto, meschino, pigro, pronto a tutto per un giorno in più di benessere, per uno scherzo di cattivo gusto, per esaudire i propri istinti primari. “Ma soprattutto – aggiunge Desiati – Martin è terrorizzato da qualunque cosa: da un aereo di linea, da un autobus troppo pieno, da un pakistano, dai vicini di casa. L’unica sua ancora di salvezza è Toni, la sua compagna”. Ad aprile è prevista l'uscita di "Montezuma airbag your pardon", romanzo d'esordio del salentino Nino D'Attis, uno dei fondatori della web-zine "Blackmailmag", che verrà pubblicato nella nuova collana di narrativa contemporanea della Marsilio. La storia si svolge nel dicembre del 1999, poco prima del tuffo nel nuovo millennio. Quando c’erano ancora le lire, il governo D’Alema, Taribo West al Milan e Paola Barale in posa sul calendario di GQ. Quando c’era ancora "il pirata" Pantani. Uomo del Sud trapiantato a Bologna, addetto alla sicurezza in un centro commerciale, una moglie incinta, erotomane, manesco e spaccone, il protagonista di questo romanzo sogna una vita GQ - fighe da calendario, auto di lusso, un guardaroba firmato, viaggi intorno al mondo – e nel frattempo passa le sue giornate ad affrontare zingare e taccheggiatori e le sue notti tra enormi bevute e incontri sessuali con prostitute e mature ninfomani, incamerando rabbia e frustrazioni. A mandare definitivamente in frantumi il suo precario equilibrio e le sue illusioni patinate arriverà un fantasma dal passato, una donna che credeva sepolta e dimenticata per sempre, e che invece torna a tormentarlo. Tra luglio e settembre sarà pubblicato il nuovo romanzo di Livio Romano, lo scrittore di Nardò, al suo terzo libro dopo “Mistandivò” (2001) e “Porto di mare”(2002). “Niente da ridere”, questo è il titolo, edito anch'esso da Marsilio, è la storia di Gregorio, trentacinquenne piccolo borghese e capro espiatorio d’una serie di problemi gravissimi che in quella famiglia allargata quotidianamente si susseguono. E’ un uomo che si fa scorrere addosso tutto, che si immola con una certa propensione all’autoflaggellazione, che nonostante tutto ha sviluppato un salubre cinismo nei confronti di parenti, paese, vita civile e politica, un’amante platonica, la moglie, i figli, tutto il mondo che lo circonda. “Ovviamente – ci dice l’autore - nonostante gli argomenti serissimi affrontati e nonostante la scelta di occuparsi della gente comune e dei suoi problemi spiccioli e minimali: il tono è ironico dall'inizio alla fine, se non proprio comico (da qui il titolo) qua e là”. Uscirà a settembre, inoltre, nella prestigiosa collana Stile Libero dell’Einaudi, “Apocalisse da camera” di Andrea Piva, scrittore barese, che dopo aver scritto il soggetto e la sceneggiatura di “Lacapagira” e “Mio cognato”, film diretti dal fratello Alessandro, si cimenta con la forma romanzo. “ ‘Apocalisse da Camera’ – dice Piva - è il racconto tragicomico di una giornata particolare nell’ordinaria vita di Ugo Cenci, un trentacinquenne della buona borghesia barese che lavora come assistente di un professore di Filosofia del Diritto alla facoltà di giurisprudenza di Bari. Ossessionato dalle donne e dal sesso, legato ai propri genitori in un rapporto malato e contraddittorio, dedito a un uso più o meno saltuario di alcool, tabacco e cocaina, Ugo è un ragazzo come tanti della nostra contemporaneità. Quello che lo rende forse unico è il suo sguardo sul mondo, una specie di feroce, sarcastico disincanto sulle cose: attitudine che, se il più delle volte lo aiuta ad accettare i piccoli e grandi compromessi quotidiani del lavoro e degli affetti, altre volte lo inchioda a una tesa e dolorosa immobilità, tutta avvitata su se stessa. Immobilità che spesso, come istericamente, si sviluppa in violente pulsioni autodistruttive”. Concludiamo questo breve viaggio segnalando due uscite, previste nel 2006, della PeQuod, meritevole casa editrice di Ancona. “Le distanze” è il romanzo di esordio dello scrittore barese Massimiliano Zambetta, che, ancora una volta, ha come tema il precariato lavorativo. “Il correttore”, secondo romanzo della leccese Elisabetta Liguori, dopo il fortunato esordio di “Il credito dell’imbianchino” (2005), è la storia di una giovane coppia, lui magistrato, lei avvocato, il cui rapporto è strenuamente messo alla prova dalla forzata separazione dettata dal lavoro. Le premesse per un nuovo anno denso di storie da leggere ci sono tutte. Non ci resta che aspettare.
da "Oltre lo zero"
Fuori piove: una corazza musicale a scandire il respiro
(un suono che ricorda le tue danze).
Come onde contro il pietrisco
così precipita il tempo spezzandosi in once morte.
I nostri corpi perdurano nel cambiarsi da materia in materia.
Tu posi sulla soglia in statuario profilo.
Nel sogno di te posso cullarmi. Nella mente, nella sola mente.
Gli incensi bruciano: un profumo esangue s’impossessa dell’aria.
r.a.
PRESENTAZIONE 'UN NODO D'ACCIAIO' - 25 FEBBRAIO 2006

Pensiamo che la presenza dell'acciaieria abbia profondamente influenzato la storia di Taranto degli ultimi decenni. Pertanto abbiamo cercato di costruire uno strumento di riflessione sull'evoluzione del rapporto fra la città e l'industria, ricorrendo a contributi importanti e di valore che potessero descrivere la situazione ed esprimere i vissuti di molti tarantini.
Se questo rapporto può essere immaginato come un nodo, occorre rinvenirne i capi per modificarlo in maniera accettabile, per tutelare l'ambiente ed il diritto alla salute, ma anche per rispettare la necessità di occupazione e le esigenze economiche.
Abbiamo avuto l'esperienza che Taranto dispone di un patrimonio di talenti, di entusiasmo e di idee; speriamo che sia utilizzato per risolvere la questione ambientale e per disegnare un futuro migliore.
Pertanto l'Associazione TarantoViva INVITA la S.V. ad intervenire alla presentazione del libro “UN NODO D’ACCIAIO” che si terrà in data 25 Febbraio 2006 alle ore 9,30 presso il Palazzo della Cultura, piazzale Bestat Taranto.
Interverranno gli Autori: Cosimo Argentina, Luisa Campatelli, Giovanni Cito, Franco Conte, Maurizio Cotrona, Alessandro Langiu, Rossana Mitolo, Flavia Piccinni, Ettore Raschillà, Francesco Sebastio, Pasquale Todisco, Michele Tursi.
Un nodo d'acciaio
a cura di Girolamo Albano, Massimina Gigante, Roberto Petrachi
ExCogita Editore

GOTTFRIED BENN
GENTE INCONTRATA

Esseri umani ho incontrato che,
quando si chiedeva loro il nome,
timidamente - quasi non potessero pretendere
di possedere anche soltanto un modo di chiamarsi -
"signorina Christian", rispondevano e poi:
"come il nome", e ti volevano agevolare la comprensione,
nessun nome difficile come "Popiol" o "Babendererde", -
"come il nome", - prego, non incomodi la sua facoltà mnemonica!
Esseri umani ho incontrato che
coi genitori e quattro fratelli in una stanza
crebbero, di notte, con le dita nelle orecchie,
studiavano al focolare,
si fecero strada, di fuori belle e ladylike come contesse -
di dentro miti e operose come Nausicaa,
avevano la fronte pura degli angeli.
Mi sono spesso domandato e non ho trovato risposta,
da dove venga la dolcezza e il bene,
nemmeno oggi lo so e ora devo andare.
VERTIGINE: IL LIBRO
EMANUELE TREVI
incipit di un articolo apparso su Alias sabato 18 febbraio

"Bisogna urgentemente allargare il nostro concetto di “novità letteraria” fino a comprendere almeno i libri usciti da un annetto, per combattere l’imperante usa-e-getta dell'informazione culturale, che coinvolge indifferentemente nel suo squallido tritacarne il bello il brutto e il medio"
Nelle librerie “Zoo” nuovo romanzo edito da Fazi della scrittrice di Riccione

Chiusi in un mondo a parte, in un recinto domestico che oscilla tra lo Zoo di Tennessee Williams e un set di Ingmar Bergman, tre personaggi senza nome, il padre romantico e fragile, la madre onnipotente e manipolatrice, e la dolce “innocua figlia” non poi così candida, si amano lungo gli anni di un amore malato e claustrofobico, sfidandosi a colpi di seduzioni, ricatti, tentazioni morbose, ambizioni frustrate, fino ad annientarsi l’un l’altro in un rituale di umiliazione, mutilazione, eliminazione prima emotiva e poi carnale. Il romanzo si presenta come un monologo ossessivo, un dramma della memoria raccontato dalla figlia che ricorda in un lungo flashback. Questa in sintesi la storia di “Zoo” (Fazi, euro 12,50), nuovo romanzo di Isabella Santacroce, dark lady della letteratura italiana, autrice di romanzi cult, quali “Destroy”, “Luminal”, “Lovers”, che hanno infettato come un virus inestirpabile la crescita di migliaia di adolescenti.
“Zoo” è il tuo primo romanzo che sposta l’attenzione sulla necessità di narrare un’esperienza familiare. Come è nata l'idea e come si è sviluppata?
“Zoo” racconta una storia veramente accaduta, ho conosciuto la protagonista, è stata lei stessa a chiedermi di scriverla. Le famiglie sono per me delle grandi macchie che nascondono del buio dentro, con zoo sono andata a prenderlo, l’ho portato nella luce. Zoo è il primo libro
che scrivo senza ascoltare musica, volevo ci fosse silenzio per sentire la voce della protagonista della storia, mentre lo scrivevo la sua voce diventava la mia. L’ho scritto di notte, quando nel palazzo in cui vivo andavano tutti a dormire, quando c'erano pochi rumori per strada. In quel silenzio ho trovato la dolcezza feroce che mi serviva per raccontare ciò che è
successo.
Come mai la scelta di passare da una grande casa editrice come Mondadori ad una piccola e agguerrita realtà come quella di Fazi?
Avevo bisogno di una casa editrice che avesse il cuore che ho messo dentro il libro. Quando ho finito di scriverlo l’ho mandato alla Fazi, sentivo che era il posto giusto dove lasciare questo mio nuovo figlio.
La tua prosa, hanno scritto, “è una mina antiuomo che esplode schegge di violenza e lirismo, sete d'amore e bisogno di fare e farsi male, gocce di passionalità e neurolettici”. Ti ritrovi in questa definizione?
Per me la scrittura è rivolta, io mi sento una rivoltosa, una strana guerriera spaventata e coraggiosa, da questo nasce l'idea di farmi fotografare con un maschera. L'inchiostro è la mia arma. Si, violenza e lirismo, amore e rabbia, dolcezza e morte.
Quali libri hanno scandito la tua formazione?
Non lo so, la vita mi è servita tanto, ciò che più ho letto è la vita. Ho letto anche libri, alcuni di questi sono stati importanti, ora non lo sono più, per questo non mi piace ricordarli. Il libro che più ho amato e amo è una fotografia di Diane Arbus, ritrae tre sorelle gemelle sedute
sopra a un letto, in loro ho visto moltissime parole, è il più bel libro
che ho letto sulla solitudine.
Un libro di un autore italiano che consiglieresti ai nostri lettori?
“Parassiti” di Massimiliano Governi, è come una fotografia di Diane Arbus.
di Giorgio Tesen

La macinatrice di Massimiliano Parente è stato pubblicato nel giugno del 2005 dalla casa editrice peQuod. L’autore, trentacinquenne alla sua quarta opera, scrive per il settimanale di cultura “Il Domenicale” e, come recita una nota nel risvolto di copertina del volume “non è un giornalista”. C’è da aggiungere che l’autore pubblica un romanzo in un momento critico della produzione letteraria degli autori appartenenti alla sua generazione, critico perché negli ultimi due anni, sotto i colpi di un mercato letteralmente invaso dalle saghe epiche di hobbit & maghi e malgrado l’imperversare di codici & graal in salsa pariglia con vere e proprie ‘sezioni’ di librerie monotematicizzate, si è sviluppata una sensibilità del lettore nei confronti di romanzi come questo, buon segno anche perché il romanzo in questione non è l’esordio di un autore esordiente.
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(Dipinto di Edoardo De Candia)
Dopo tre anni di autoproduzione, sei numeri e quaranta autori ospitati al suo interno, "Vertigine", il periodico cartaceo da me curato, cambia volto. Il numero di aprile e i numeri che seguiranno verranno pubblicati dalla Luca Pensa Editore, piccola realtà editoriale salentina, che ha avuto il merito di aver pubblicato nel 2005 il romanzo di Gianluca Gigliozzi "Neuropa". Per "festeggiare" l'inizio di questa nuova collaborazione, oltre al previsto percorso tematico dal titolo "Tritature", con recensioni e riflessioni su libri dimenticati nel corso della passata stagione editoriale, il numero di aprile conterrà una sezione antologica, che raccoglierà tutti gli interventi (esclusi editoriali e interviste) comparsi in questi tre anni. Oltre 200 pagine di "Vertigine". E' possibile prenotarla all'indirizzo della casa editrice: penspol@libero.it. Tutti gli altri aggiornamenti sempre su questo blog. Per contattarmi rossanoastremo@libero.it.
r.a.
MASSIMILIANO PARENTE
estratto da LA MACINATRICE

Nella borsetta di ecopelle rosa di Palmira, dalla fessura della zip aperta, si intravede qualche Tampax e decine di Chupa-Chups. Palmira dice di chiamarsi Palmira perché sua padre era comunista e suo nonno era comunista, e il suo bisnonno aveva conosciuto nientepocodimenoche Marx e Engels, e il suo secondo nome, follia genitoriale, il secondo nome anagrafica, e Andrea per favore non lo dica a nessuno, sarebbe addirittura "Togliatta", Palmira Togliatta Jacovini. La famiglia di Palmira è un incrocio resistenziale di partigiani, lei ha l'antifascismo nel sangue, nei geni, e pure il Sessantotto, e sua madre italo-americana, ha avuto un incontro ravvicinato del "quarto tipo" con Jack Kerouac ("E le lettere di Jack! Cosa non le scriveva! Era pazzo di lei!"), si è baciata con Allen Ginsberg e con Theolonius Monk, al Charlie Mingus, al Caffè Bhoemia, al mitico numero 15 di Barrow Street, ha fatto petting con Ferlinghetti, ha masturbato Ed Sanders, ha fatto un pompino a Neal Cassady, al Greenwich Village, una sera di primavera del 1952, insomma se ne è fatti più della Pivano, pur non avendo fatto alcuna carriera perché, a differenza della Pivano, non ha scritto niente, non ha fatto dell'utero un tesoro, ha fatto la casalinga, ha sposato un partigiano togliattiano bellissimo biondissimo, e però, trasmettendole, nei cromosomi, anche un sacco di spirito beat e di spiritualità zen bella e buona.
giuseppe genna: dies irae
IN USCITA IL 20 MARZO, PER LA NUOVA COLLANA "24/7" DI RIZZOLI
Giugno ’81: a Vermicino Alfredo Rampi, 6 anni, è incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua drammatica fine trasformandolo in un’icona mediatica: Alfredino. L’Italia non lo dimenticherà mai più. Nelle stesse ore: la scoperta delle liste della loggia P2, il processo Calvi, l’edificazione della città satellite di Milano 3 a opera dei fratelli Berlusconi. È l’alba di una nuova Italia, rammodernata e corretta. Da chi? Ignara delle proprie ombre, la nazione-Titanic vara il suo decennio più patinato, gli Ottanta.
Sulla scia, sballottati dalla Storia che nei decenni successivi stravolgerà il mondo — 1981-2006: la caduta del Muro, Tangentopoli, l’Iraq — galleggiano i personaggi di questo romanzo. Paola C., in fuga da un indicibile dramma, attraversa il tetro sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam. Monica B. vive la parabola ben poco spirituale della buona borghesia milanese. Giuseppe Genna dalla claustrofobia del suo alloggio abusivo tiene a bada gli spettri della sua famiglia e quello di Alfredino, che lo condurranno alla scoperta di un mistero inafferrabile. E usando un congegno per l’intercettazione della voce dei morti, scrive un libro segreto che profetizza le sorti della specie umana, fino all’estinzione del pianeta.
Romanzo epico che conta quasi 800 pagine, proiettato su un teatro umano vastissimo, Dies Irae si candida a ricoprire in Italia il ruolo di Underworld di DeLillo. È l’affresco vivo, ironico, disperato di venticinque anni di storia collettiva e individuale. Di personaggi che si aggirano appena fuori dalla storia o dietro le sue quinte, di generazioni che hanno rotto il patto che le lega e cercano disperatamente di restaurarlo. Un romanzo storico, borghese, sottoproletario, horror, metafisico. Che muove guerra alle certezze della storia e della mente, e non fa prigionieri.
IGINO DOMANIN
estratto da Aperitivo con pornocrate, primo racconto di Gli ultimi giorni di Lucio Battisti

Durante la mia fase di rodaggio nel marketing ebbi come maestro un manager svedese. Proveniva da una famiglia massonica e cosmopolita. Aveva vissuto la propria infanzia in Kenya. Mi raccontava dei safari lunghi e interminabili. Mi parlava degli elefanti che si abbeveravano presso pozze calde e fangose. Mi figuravo spiagge preistoriche, abitate solo dai leoni che vi giungevano per prendere sonno, cullati dal suono invadente dell’oceano. Si chiamava Sven. Non capiva nulla di tecnologia. Ma aveva una solida preparazione in materia finanziaria, acquisita in duri stage presso Lehmann Brothers.
Gli chiesi se avesse mai fatto colazione al Savoy e se avesse mai ordinato un uovo sodo al ristorante. In genere questo tipo di domande lo mettevano di buon umore.
Chiacchieravamo spesso. Seduti in comode poltrone post-avveniristiche. Pezzi di modernariato anni settanta che arredavano la sala lounge dei nostri uffici.
Sven adorava bere caffè americano. Usava delle tazze enormi. Non fumava.
“Il nostro obiettivo è definire un’immagine friendly del nostro brand. Adesso ci sono molti in giro che cercano d’imporsi. Ma il mercato è una cosa per chi ha esperienza. Insomma le regole della finanza governeranno questo enorme casino. Il trucco è il giusto mix tra capitali d’investimento e killer application. Ad esempio penso a costruire un portale tematico sulle case. Penso che potresti occupartene tu....”
Non sapevo nulla di mercato immobiliare. Non capivo in cosa consistesse questa mirabolante idea di business. Ma ero pronto a realizzare alla cieca ciò che mi chiedevano. Non ero più assillato dall’incompetenza.
“Cosa hai in mente Sven?”
Chiedevo in modo meccanico. Sven probabilmente non aveva in mente nulla. Ma era abituato a parlare d’affari. Mi ero accorto in fretta che la retorica fosse una dote essenziale del management. Durante i meeting Sven era torrenziale. Diceva con il sorriso entusiastico della cagate abominevoli. Nessuno si scandalizzava.
“La gente ha difficoltà a scegliere. E’ troppo faticoso orientarsi nel mercato delle case. Noi svolgiamo per loro la ricerca e gli garantiamo dei risultati assoluti. Lo stesso potremmo fare per il mercato delle tariffe. Dopo la liberalizzazione nel settore della telefonia è troppo difficile per l’utente capire quale sia il contratto più vantaggioso per lui. L’offerta è troppo complessa. Perciò noi gli offriamo un servizio che esonera le persone dal sovraccarico cognitivo. La vita quotidiana nell’epoca della società dell’informazione è il nostro target!”
Sven era apodittico. Mi fece scoprire le potenzialità insite nel marketing. Non era una strategia per ottenere semplicemente dei vantaggi competitivi sul mercato. Il posizionamento di un brand aveva a che fare con le varianti più sofisticate del nostro cervello.
“Ti ricordi quello svitato di William Burroughs?”
“Ti confesso, carissimo Sven, che Il pasto nudo è uno dei miei cult....”
“Esatto. Burroughs sostiene che la droga è la merce perfetta. Poiché non si tratta di vendere la merce al consumatore. Bensì di vendere il consumatore alla merce. Ed è così che funziona la nuova economia. Noi raccogliamo informazioni. Profiliamo gli utenti.”
“E’ vero. Vedo che ad ogni passaggio inventiamo un escamotage per cavare informazioni dai nostri navigatori. Li costringiamo a fare tutti quei terribili moduli. Ma in cambio, però, gli offriamo un sacco di cose gratuite!”
“Apparentemente. In realtà gli assegniamo una identità, che diventa una funzione della circolazione della merce. Un meccanismo semplice basato sull’inversione pura della legge classica della domanda e dell’offerta....”
“La nuova economia, dunque, si basa su un rovesciamento sistematico dei principi!”
“Bravo! Non più proprietà, ma dono, non più valore di scambio, ma valore d’uso, non più lavoro, ma gioco.”
“In effetti, quest’azienda assomiglia a un enorme e improbabile falansterio. Ho sentito che esiste un gigantesco open space situato nel nord-est dove tutto è in funzione 24 ore su 24. Non si dorme mai. O meglio gli impiegati vivono dentro quello spazio. Scelgono i turni che preferiscono. Hanno a disposizione i letti dove riposarsi. Non hanno spese di alloggio. C’è perfino la piscina dove fare il bagno!”
“Anche qui avremo presto la sauna e magari una sala attrezzata dove far palestra. Per il momento accontentiamoci del lounge.”
Sven si muoveva come un orso polare che succhiasse coca cola da un bicchierone di carta colorata. Non aveva interesse per le meravigliose applicazioni interattive che spuntavano all’orizzonte. Ma aveva capito l’essenziale. Soprattutto, abitava comodamente nello stile di vita che emergeva nel contesto impazzito della nuova economia. Per i giovanotti mondani e sorridenti la sostanza eterea di questi inediti processi di produzione era come un vestito perfettamente aderente. Al contrario, per via delle mie precedenti miserie, l’ala idiota del dubbio mi schiaffeggiava in volto. Ero perpetuamente indeciso. Da un lato il terremoto che faceva crollare il terreno sotto i miei piedi era dotato di una forza irresistibile. Dall’altro tutto quanto accadeva era in contrasto con le più comuni intuizioni dell’esperienza.
L’economia era sempre stata una regione fredda e inaccessibile. Uno zoccolo duro su cui poggiava l’edificio della civiltà. Un mondo rude ed egoistico, popolato di lupi mannari. Dominato dall’intelletto matematico. Un cosmo di cifre inappellabili. Tutto il resto erano chiacchiere. Coloro che vollero sconfiggere il mostro dell’accumulazione furono sbranati. Nel caso più nobile erano solo elucubrazioni per utopisti.
Adesso, invece, dal ventre di quel mostro nasceva un mondo nuovo. Assai più dolce e narcotico. L’economia aveva spezzato le catene della fatica e del ragionamento. Il motore della crescita e del profitto erano diventate le idee. Nella nostra azienda fabbricavamo l’iperuranio. L’ozio era più produttivo del lavoro. Le carriere non contavano più nulla. Per questo motivo mi avevano assunto. Serviva qualcuno che sapesse solo pensare, cioè esercitare l’attività più comune e meno specializzata del genere umano. Per certi versi la scelta era azzeccata.
(Ho terminato il mio secondo libro di poesie, "Oltre lo zero", che raccoglie testi scritti negli ultimi due anni. Qui sono comparsi alcuni frammenti, molti mutati ora rispetto all'origine. Qui sotto la nota introduttiva che motiva il percorso delle liriche all'interno del testo. Vi terrò aggiornati sull'evolversi della faccenda).

Oltre lo zero
Nota dell’autore
Un uomo. Una donna. I loro corpi rinchiusi in uno spazio domestico. Un amore totale. Uno schermo proietta immagini. Programmi di tutto il male che c’è. Flashback della realtà lasciata alle spalle. Potere, guerre, collassi. Due solitudini. Un’unione. Lento deteriorarsi delle carni. Inseparabili, attendono la fine. La loro. Di tutti.
GIOVANNI ACCARDO estratto da UN ANNO DI CORSA Tutti correvano, quell’inverno lì, chiusi nelle tute da ginnastica,lungo i pochi metri quadrati di verde che costeggiavano i canali della città, col traffico che sfiorava i corpi, correvano: la faccia stravolta dalla fatica, i muscoli tirati, le labbra viola, mentre il freddo grattava e grattava, come un magnifico roditore, e s’infilava nelle ossa; in certi momenti arrivava al cervello e lo trasformava in un blocco di marmo: completamente privo di sensibilità. Io ero l’unico a non correre, l’unico a camminare, in un percorso sempre uguale tra il telefono, l’edicola, il bar e l’ufficio del personale di qualche azienda. A un certo punto avevo attaccato una cartina della regione alla parete della cucina, proprio di fianco alle mensole dove tenevamo i barattoli col sale e lo zucchero, quelli più piccoli col peperoncino e l’origano, il pepe nero e il curry, la paprika, la salvia, il rosmarino, e poi le bottiglie dell’olio e dell’aceto, la scatola con gli stuzzicadenti. Una cartina topografica dell’Istituto Geografico Militare, in scala 1:100.000, con la longitudine calcolata sul Monte Mario. C’erano indicati le montagne, i prati, le colline, i corsi d’acqua, la rete stradale, la linea ferroviaria, insomma, tutte quelle cose che possono servire per identificare un territorio. Avevo anche una piantina della città, una di quelle che danno negli alberghi o negli uffici turistici, dove a essere indicato con precisione è il centro storico, che occupa la maggior parte dello spazio, mentre dei quartieri periferici sono indicate solamente le vie principali. C’erano dei numeri evidenziati in giallo, a ognuno corrispondeva un palazzo medioevale o uno rinascimentale, una chiesa, una piazza, un museo: il palazzo della Ragione, la basilica del Santo, piazza dei Signori, la cappella degli Scrovegni. Avevo attaccato anche quella piantina, anche quella al muro, però di fronte alle mensole. Eppure, continuavo a soffrire di vertigini, improvvisi capogiri, come se il terreno sotto ai miei piedi incominciasse d’improvviso a franare, come se mancasse un qualunque punto d’appoggio. Magari è la Terra che rallenta il movimento di rotazione su se stessa, mi dicevo; però non vedevo girare gli oggetti attorno a me, ero io che giravo, era dentro di me che scattava una forza centrifuga. Il tutto durava solamente pochi secondi, il tempo sufficiente per sentire un tremore invadermi il corpo, le gambe che diventavano molli e provare la sensazione, la paura, di cadere sul pavimento. Magari va a finire che un giorno o l’altro mi trovano in una pozza di sangue con la testa sfracellata, pensavo. Mi trovano morto. Sarei finito anch’io sui giornali, avrebbero intervistato il mio compagno d’appartamento, sarebbe stato il suo momento di gloria, magari avrebbe anche trovato lavoro, ’sto deficiente! Allora toccavo la sedia su cui ero seduto e mi toccavo io, vedi, sono due cose diverse: c’è la sedia e ci sei tu, mi dicevo. Poi toccavo il tavolo e dopo il bicchiere. Finché rimangono due cose distinte puoi stare tranquillo, non può succederti nulla. Allora toccavo nuovamente la sedia, toccavo il tavolo e toccavo il bicchiere. Qualche volta toccavo anche il muro. Questo è un muro, mi dicevo, e questo sei tu. E mi toccavo un braccio, oppure una gamba, ed erano più morbidi del muro. O del tavolo. Più morbidi della sedia. O del bicchiere. E anche più caldi. Forse avrei bisogno di individuare i punti cardinali, mi dicevo, almeno sapere dov’è il sud, oppure da quale lato della città spunta il sole. Era come se non riuscissi a capire dove mi trovavo, verso quale direzione guardavano i miei occhi, verso dove camminavo. E allora mi studiavo di nuovo le cartine, segnavo un percorso col dito, e poi cercavo fuori dalla finestra, ma senza riuscire a raccapezzarmi: dov’era il sud? Dove spuntava il sole? Il sole non lo vedevo neppure tramontare, lo vedevo soltanto sparire dietro i palazzi in fondo alla strada. Cercavo un punto, una via o una piazza, nella cartina della città, ci passavo sopra il dito e ritornavo alla finestra. La colpa era anche del clima, della nebbia che avvolgeva tutto in un fumo bianco: le strade, i marciapiedi, le automobili, le case, gli alberi. C’era quella nebbia, che non spariva mai.
primi due libri fichi di Zandegù.

Cosa faccio quando vengo scaricato
180 pagine - marzo 2006
ISBN 88-89831-00-6
Prezzo di copertina: € 10
Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele è una raccolta di racconti d’amore. Ma non immaginatevi serenate sotto a un balcone, cenette a lume di candela, anelli con brillanti e gite sul lago. Qui ci si aggira nei dintorni dell’adolescenza maschile, descritta come pungente, vendicativa, inesperta e ironica; la pubertà raccontata senza giri di parole, con tutto il suo contorno di brutte figure, situazioni imbarazzanti, ripicche e dubbi.
In queste dieci schegge fulminanti e divertentissime, Simone Marcuzzi ci presenta commessi che sognano amori impossibili con le showgirl; ragazzi che si interrogano sui gusti cinematografici delle proprie fidanzate; tentativi di approccio non molto collaudati e molte altre storie che tutte insieme compongono un quadro veritiero, feroce e privo di false romanticherie sul mondo degli amori giovanili.
Hollywood Party
246 pagine - marzo 2006
ISBN 88-89831-01-4
Prezzo di copertina: € 12.50
Hollywood Party è una raccolta scritta da nove giovani talenti provenienti da tutta Italia, i cui racconti sono ispirati a nove film americani famosi (La donna che visse due volte, A qualcuno piace caldo, Animal House, I Goonies, Edward mani di forbice, Fuga dalla scuola media, Face/Off, I Tenenbaum e Million Dollar Baby).
Il legame tra immagini e parole è stata l’idea di partenza di questa raccolta. Guarda un film e fa’ che sia di ispirazione per la stesura di un racconto.
E così sono nati questi racconti che a volte stravolgono e attualizzano i temi portanti dei film in oggetto, e a volte li rievocano da vicino, mantenendone intatte le atmosfere.
Il risultato è un caleidoscopio di situazioni e storie spesso ironiche e dal forte tratto irriverente raccontate da nove promettenti ragazzi dotati di stili molto vari e di un’originale capacità narrativa, specchio di una nuova concezione dello scrivere, scanzonata, moderna e fichissima!
Amélie Nothomb
estratto da ACIDO SOLFORICO

LOCANDINE LETTERARIE
mercoledì 15 febbraio 2006 ore 18,30
Biblioteca Comunale di Galatina

Dopo la Biblioteca provinciale di Lecce, le locandine letterarie saranno presentate nella biblioteca comunale di Galatina.Si terrà, infatti, mercoledì 15 febbraio 2006 ore 18.30 nella Sala "Celestino Contaldo" del Palazzo della Cultura la presentazione della collana editoriale ideata e fondata da Francesco Saverio Dòdaro e curata dallo stesso Dòdaro e Maurizio Nocera per i tipi de Il Raggio Verde edizioni.Alla presenza degli autori e degli stessi curatori della collana interverrà Sandra Antonica assessore alla Cultura della Provincia di Lecce. L'incontro patrocinato dal comune di Galatina sarà coordinato dalla curatrice dell'evento Angela Beccarisi. Tra i diversi interventi, un continuum di versi e note: la lettura a cura di Rosanna Gesualdo che darà voce ad alcuni stralci tratti dalle locandine e il sottofondo musicale, eseguito dal vivo, dalla pianista Alessandra Congedo. Una doppia L contraddistingue le " locandine letterarie" che si presentano come una nuova collana d´assalto, trasgressiva e innovativa a
cominciare dal suo layout grafico. La locandina, che generalmente si utilizza per veicolare l´opera d´arte, diventa essa stessa opera d´arte. Connotativa dell'hic et nunc, del qui e dell'ora e del dibattito in atto, la collana - anticipa lo stesso fondatore - sarà polisettoriale e darà particolare ascolto alla ricerca e alla scrittura avanzata, da prima linea sul fronte formale ed estetico. Sei titoli per sei autori da leggere d´un fiato, per ri-scoprire nel breve spazio grafico della locandina, il respiro della parola che si fa suono, visione, sentimento, grido : "Dichiarazione d'innocenza" di Francesco Saverio Dòdaro, "Fintotontopazzo" di Maurizio Nocera, "La bomba" di Ada Donno, "Gemme di pensieri" di Nasho Jorgaqi,"Ha rinchiuso le parole" di Maurizio Leo, "Oltre lo zero" di Rossano Astremo. Dalla poesia,
alla saggistica, alla narrativa per gettare ponti tra il Salento
e il mondo.
william t. vollmann
estratto dal racconto SIGNORE E LUCI ROSSE presente in I RACCONTI DELL'ARCOBALENO

Quelli che ingannano sperando di non essere osservati, comunemente ingannano se stessi (non essendo altro l'oscurità in cui credono di stare celati che la loro cecità) e non sono piú saggi dei fanciulli che credono di celare tutto, celando i loro occhi.
Hobbes, Leviatano, (1651), II.27.154
Lo stanzino nero
Per vedere Virginia entravi in uno stanzino nero con una finestrella che dava su uno stanzino un po' piú spazioso illuminato dall'alto come lo stanzino nero, che era illuminato da un'unica lampadina arancione in una nicchia e il viso ti s'illuminava, tutto pareva pieno di luce e ti scordavi che eri lí dentro; vedevi solo la bionda Virginia con i capezzoli che spuntavano dalla camicia da notte, ma non la sentivi, nemmeno se incollavi l'orecchio alla buca per le mance; dovevi alzare il telefono nero e parlarci, senza mai staccare gli occhi dal suo viso (lei non smetteva mai di guardarti). Sedeva su una poltrona azzurra di feltro, con una tenda azzurra alle spalle e due pareti rosse ai lati che probabilmente erano finte perché quando il tipo nello stanzino accanto volle parlarle dal suo telefono Virginia le attraversò con disinvoltura da ectoplasma; tornò con la tetta ballonzolante fuori dalla camicia da notte, e poco dopo il tizio all'entrata chiamò per l'ennesima volta: "Virginia!", lei attraversò la parete e lui annunciò: "Stanza tre, cocca" e un altro uomo si precipitò in un altro stanzino mentre il tizio all'entrata diceva: "Mi raccomando dalle una BELLA mancia cosí potrai darle una BELLA guardata alla passera!" Poi lo sentii tornare alla cassa. "Bene, bene, amico, come ti va?" disse, e la radio suonava. Invitò un'altra ragazza fuori a cena. "Be', non credo che il mio fidanzato la prenderebbe bene" diceva lei. "Sapessi quant'è grosso, oltre che geloso!" e il tizio all'entrata insisteva: "Be', mica è un problema. Come ti chiami?" "Noelle" rispondeva la ragazza, inciampando in strada... e Virginia, un tempo laureata in giornalismo, tornò risistemandosi la camicia da notte intorno all'inguine e si mise a parlare con me attraverso il vetro con i suoi occhi tristi, alzando la voce perché non sentivo una parola; pareva intrappolata in una cabina telefonica ad asfissiare lentamente, poi però mi ricordai di alzare il telefono e lei sembrò assolutamente a suo agio, e cosí chiacchierammo per un minuto finché il tizio all'entrata non si stufò e staccò la corrente e tutto piombò nel buio e dal telefono non venne altro che un profondo stagnante silenzio.
Speculazione
Anche il fidanzato di Virginia era grosso oltre che geloso. Non voleva che parlasse con me, perciò quando ci vedevamo lei gli raccontava che andava in palestra a perdere qualche chilo. Magari gli dava fastidio che Virginia dovesse esibire giorno e notte certe parti che di solito le donne mostrano solo alle persone che amano, lasciandogli l'esclusiva su ben poche, quindi ci stava male e quello che gli rimaneva non voleva dividerlo con nessuno, come gli uomini in raccoglimento negli altri stanzini, che sussurravano al telefono gustandosela come se fosse uno spettacolo tutto per loro.
O magari era semplicemente un capitalista deciso a farle incontrare gli altri uomini solo dietro un vetro, temendo che Virginia potesse innamorarsi di uno di loro, cosa che avrebbe prosciugato le sue entrate.
Una volta Virginia disse che mi avrebbe chiamato ma non lo fece, perciò tornai di notte nel locale a luci rosse fra gli strilli degli imbonitori e l'insegna del Condor che con i capezzoloni rossi intermittenti avvisava i passanti sulla Broadway: uno se era via terra, due se era via mare, ed entrando vidi le ragazze mezze nude nel loro acquario, le calze a rete che strizzavano le cosce come filo metallico. Qualcuna era bianca, altre di colore, ma tutte mi lanciarono lo stesso sguardo dal vetro, stipate come un banco di pesci che soffocano in una notte afosa quando la pompa dell'ossigeno si sfascia e l'acqua si riscalda, e li vedi muoversi a rilento, intorpiditi, che già cominciano a gonfiarsi. Probabilmente gli stavo antipatico. Virginia mi vide e i suoi occhi s'indurirono.
"Vorrei parlare con Virginia" dissi.
"Un dollaro, Bill" disse il tizio all'entrata. "Virginia!" chiamò. "Stanza uno".
Virginia entrò molto lentamente e controvoglia. Chiusi col chiavistello la porta del mio stanzino e alzai il telefono.
"Allora, Virginia, come stai?" dissi.
"Bene."
"Perché non hai chiamato?"
"Il mio fidanzato crede che abbiamo una tresca. Mi dispiace tanto."
"Digli che ci vediamo mercoledí. Va bene per te alle due?"
Virginia fece sí con la testa e nuotò dagli altri tristi pesci malati.
Ma quando il mercoledí li vidi dall'altro lato della strada decisi di non incontrarli, perché il fidanzato di Virginia era proprio grosso, oltre che geloso.
Nemici
L'auto accostò. Il poliziotto abbassò il finestrino. "Te ne vai pure tu, CAPITO?" ringhiò al magnaccia. Quello lo fissò senza scomporsi. "E tu chi saresti?" disse.
"Ma lo sai con chi stai parlando?" disse la poliziotta, mostrando il distintivo. "Lo sai chi sei?" "Lo sai cosa sei?" disse fra i denti il poliziotto.
La banca elastica
La notte calò sulle facciate dei bar e sui negozietti d'antiquariato del Tenderloin come una bestia scura e pelosa. All'HobNob Bar, fra la Geary e la Leavenworth, giocarono a biliardo grattandosi il sedere finché non si fece tardi e uno di quei cristoni disse: "Be', buonanotte". Quelli rimasti si sedettero al bar, si calarono il berretto sulla fronte e fissarono il nulla immusoniti, mentre dalla porta aperta balenavano auto vecchie, auto della polizia, chiome finto-bionde di passeggiatrici che attraversavano stroboscopiche il fulgore dei neon; qualche isolato piú avanti, a sud-est, dopo il Blue Lamp, ti aspettava Dino's, un locale tiepido e buio col bancone in noce imbottito di pelle sul bordo per appoggiarci il bicchiere e le braccia mentre cercavi di decifrare la topografia delle sue curve lisce come un ligneo litorale lucidato da un oceano d'olio di gomito nell'arco di cinquanta o sessant'anni; il soffitto era piú o meno nello stesso stile "viscere della terra", che oggigiorno sarebbe costato millecinquecento dollari al metro quadro, come mi aveva assicurato Clive Summers il controsoffittatore; eravamo nel topless bar piú raffinato del Tenderloin. Dino diceva che non tirava piú come diciannove anni prima, ma in qualche modo vivacchiava. Aveva un pianoforte rococò in magazzino e Clive, che era ubriaco, voleva comprarlo per il suo studio. "È tutto arzigogolato, cazzo," disse Clive "è come se pigliassi e ti aprissi la pancia e vedessi le budella che ti ciondolano fuori". Alzò il braccio. "Dino!" chiamò. "Ehi, Dino! Lo voglio davvero quel pianoforte." "Non è in vendita" disse Dino. "Dino, non capisci," ripeté Clive in tono molto ragionevole "lo voglio davvero quel pianoforte." "Mio fratello apre un ristorante in Polk Street, proprio di fronte a Lord Jim" disse Dino. "Ce lo metterà per bellezza". "Va bene, ti voglio fare un'offerta, tante volte gli andasse a buca" disse Clive. "Quanto vuoi?" "Quattromila dollari contanti ed è tuo" rispose Dino. "Lo pagherai quattromila dollari?" bisbigliai all'orecchio di Clive. Lui mi strizzò l'occhio e contemporaneamente accese un fiammifero, rischiarandosi il volto pallido e severo col giallo della fiamma, poi col fugace azzurro del fosforo. "Se un certo affare va in porto" disse Clive "sta' sicuro che me lo porto via a milleottocento. Cazzo, lo voglio davvero quel pianoforte. Dino! Un'altra birra per me e il mio amico."
Mi ero scordato di dire che entrando da Dino eri accolto da una donna che ti chiedeva come stavi (le premeva davvero, amici peni), poi ti sedevi al lungo bancone curvo e potevi guardarne un'altra che ballava al rallentatore guardandoti negli occhi e sorridendoti, mentre Dino passeggiava austero su e giú dietro il bancone regolando di pochissimo l'amplificatore; la ballerina allargava le braccia e basculava lentamente i fianchi, si toccava le punte dei piedi, si stirava, e Dino diceva: "Ci siamo, signori, adesso arriva la parte piú sexy!" e la ballerina faceva cadere le bretelle del vestito, lasciandoselo scivolare fino alla vita in modo che i suoi piccoli seni ti guardassero, e ti fissava, sfilava la gamba sinistra dal vestito, poi la destra, cosí vedevi che indossava solo un perizoma nero con un triangolino che delimitava il perimetro della passera rasata, mentre l'elastico nero in mezzo al culo saliva intorno alla vita sottile per riunirsi alla sommità del triangolo nero; e mentre Dino continuava a regolare delicatamente la manopola affinché la musica fosse perfetta e colpisse i timpani con ferme sapienti bacchette di velluto, lei continuava a ballare per te, allungandosi a toccarsi il palmo delle mani riflesse dal soffitto a specchio, girandosi per mostrarti il culo tanto che Clive annuí molto lentamente ed esclamò: "Che corpo! Che bella donna!" e lei ti sorrideva facendoti squagliare il cuore come fosse pazza di te, come se non fosse sicura di sé; voleva per forza la tua approvazione sennò avrebbe pianto, quindi non c'era verso: siccome ti si stringeva il cuore, prendevi un dollaro dal portafogli e lo allungavi a Dino, che lo accettava in silenzio, si avviava verso il piedistallo e lo infilava nel perizoma, e questo succedeva ogni due o tre minuti, tanto che alla fine le cosce della ballerina sprizzavano di dollari fino all'inguine, verdi banconote che Dino aveva infilato in perfetta simmetria trasformandola in una dea alata. Non sottolineerò mai abbastanza la scioltezza, la grazia con cui Dino eseguiva l'operazione, che richiedeva la stessa abilità necessaria per mischiare un mazzo di carte al casinò lasciando tutti a bocca aperta per la naturalezza di un gesto che in realtà è assai studiato; perché se Dino avesse tirato troppo l'elastico, il perizoma sarebbe scivolato facendo vedere la passera, cosa da evitare come la peste, ma se invece lo teneva teso piú di mezzo secondo le altre banconote sarebbero cadute dalle cosce come verdi foglie durante un'assurda gelata finanziaria; ecco perché andava fatto con uno schiocco secco della durata scarsa di un battito di ciglia.
Raggiungere l'orgasmo
Non lontano da Dino c'era un'autentica casa chiusa dove bussavi a una finestra e aspettavi finché una mano non tirava una tenda, dopodiché una ragazza tutta in tiro ti guardava dalla sua scrivania che era accanto a un telefono rosa - sulla scrivania ce n'era uno rosso - davanti a certe scale; ti squadrava da capo a piedi poi annuiva o scuoteva la testa; se scuoteva la testa le tendine si richiudevano istantaneamente, ma se annuiva la porta si apriva per farti entrare e una puttana scendeva le scale sorridendo.
L'etica
Un vecchio barbone su Grant Street non poteva accorgersi della parata del Columbus Day, con tutti i draghi, mostri, tamburini e le cinesine giallo-vestite che suonavano i piatti sul retro dei camioncini; se ne stava seduto su un sostegno per alberi con la testa tremante fra le mani scuotendola ogni volta che i tamburi o i fuochi d'artificio risuonavano nella strada accanto, senza capire quel chiassoso mondo notturno di evviva, di famiglie cinesi che sventolavano bandiere taiwanesi e americane, di orchestre di bambini, e di majorette; era chiuso in se stesso; ma quando gli regalai ventidue centesimi alzò gli occhi, e anche se non mi vide né mostrò di riconoscermi, si mise a contare i soldi senza perder tempo. Tutti siamo ancorati a qualcosa. Quasi tutti siamo ancorati al denaro.
Il matrimonio d'oro
Un uomo disse piangendo alla sua puttana: "Non lasciarmi."
"Sta' tranquillo" disse lei. "Non ti lascerò per tutta un'ora."
Una che non sapeva perdere
Io e Sebulsky passavamo per Eddy Street, tra la Jones e la Leavenworth, quando una vecchia di colore che oziava contro un muro corse ad agguantarci. I neri lungo la strada ci tenevano d'occhio, i volti poco piú pallidi del buio. "Mi sa che voi due volete levarvi uno sfizio, vero?" disse la puttana. Ci agguantò i cazzi, uno per mano, e li strizzò forte. "Sapeste come sono brava. VADO MATTA per i cazzi grossi." "No, grazie" fu la nostra risposta, perché eravamo solo mammole sperdute nel Tenderloin. In piú non ci andava tanto di beccarci un'altra malattia. "Non vi piacciono le nere?" piagnucolò lei. Le puzzava il fiato, il bianco dei suoi occhi era ingiallito. "Non ho detto questo" disse Sebulsky, che se ne era sempre infischiato di chi metteva in dubbio la sua bontà. "Allora perché no?" chiese lei. "Guarda che ce l'ho ancora la fica, lo so ancora come si usa." "Magari stanotte siamo già prenotati" dissi io. "Lo sapete bene che è una palla!" ribatté lei. Cominciammo a camminare. Ci agguantava ancora saldamente per il cazzo. "Dove state andando?" chiese. "Di là" risposi. "Non vi piacciono le donne, eh?" Cercò di farci prendere per mano. "Voi due state insieme, eh?" Continuammo a camminare. "Non GUARDATEMI cosí, brutti stronzi!" ci urlò.
Entrammo in un bar all'angolo e ordinammo due birre a testa. Dopo un po' arrivò anche lei; andò a sedersi in un angolo e ci fissò con lo sguardo carico d'odio. "Tesoro, se vuoi startene qui devi bere qualcosa" le spiegò il barista. Lei uscí bestemmiando.
Turk Street
Certe volte nei pomeriggi piovosi un uomo di colore si metteva davanti a un negozio su Turk Street e mostrava a tutti una copia di La torre di guardia. La rivista era chiusa in un sacchetto di plastica divinamente impermeabile. Se nessuno si avvicinava chinava la testa e si metteva a leggere la copertina sottosopra, come il piccolo vietnamita che correva per strada raccogliendo pezzi di giornale sporchi e li leggeva avidamente tutti quanti, quasi stesse per apprendere una notizia importante. Una prostituta bionda passò agitando le gambone inguainate nelle calze blu scintillanti. Una bianca senza calze stava appoggiata a un taxi giallo insieme a un gruppo di neri. "Grazie" diceva. "Ne avevo tanto bisogno." "Grazie a te, piccola" le risposero in coro.
Un nero stava seduto sotto un lampione. Quando un'impiegata bianca coi tacchi a spillo gli passò davanti, disse: "Neanche un sorriso mi fai oggi?" Ma quella continuò per la sua strada.
Di notte Turk Street si tingeva di giallo e rosso acceso, come l'interno di un cadavere. Le luci rosse sfavillavano dagli spacci dei liquori e dai pornoshop. Le insegne al neon riproducevano bicchieri da cocktail e gambe di donna. Entravano in funzione i gialli rettangoli di luce dei peepshow. Camminando sul marciapiede, poteva capitarti d'incrociare una donna mortalmente pallida che piangeva e fracassava i parchimetri con un tubo, mentre gli uomini oziavano e stavano a guardare sotto le ammiccanti luci rosse. Passavano le notti contro i muri illuminati di rosso. Le puttane strillavano: 'Vieni da me, bello!' Gli uomini stavano in gruppo con le mani in tasca, le puttane nei bar. A volte quando ti accostavi, ti accorgevi che erano incartapecorite. Oppure erano ancora fresche, ridevano e ballavano infilando monetine nei videogiochi, spandendo eccitazione in una miscela di sudore e profumo. Se uscivi fuori passando sulle pozzanghere di piscio trovavi altre puttane, che ballavano e aspettavano, ma alle loro spalle c'erano sempre gli uomini, che stavano a guardare.
Geary Street
La sera mentre ti avvicinavi al Tenderloin ti prendeva una brutta sensazione, addirittura quando eri ancora a Union Square che guardavi la vetrina di Macy, fra il tram in transito, il lampo di un cartellone pubblicitario e i passi della gente ben vestita che si sgranavano costanti come perle del rosario. 'Ma quanto mi piace questa piazza!' gioí un anziano signore brizzolato, e la sua stagionata consorte: 'C'è un'aria cosí pura!'
Entrando
Sulla O'Farrell, a un isolato dal locale di Dino, di fronte al Bohemian Parking Garage, non girava un'anima e c'era una luce gialla ma i marciapiedi erano in buone condizioni. Due skinhead si facevano lucidare gli anfibi da un nero con aria strafottente. "Ma quant'è simpatico" risero. "Come ti chiami, eh, Sambo?" Se svoltavi la Taylor passando davanti a un enorme cantiere (il cartello diceva che un giorno sarebbe stato il piú grande albergo e centro congressi della costa occidentale) e attraversavi l'ingresso di un altro grande albergo (passò un poliziotto), ti ritrovavi in Ellis Street di fronte al terminal della Airporter. Svoltavi a destra. E di colpo il marciapiede era pieno di crepe, con una pozzanghera puzzolente e tutti quelli che uscivano dal terminal s'incamminavano dalla parte opposta.
Scene buffe
Due uomini in giacca e cravatta litigavano fuori dal cabaret coreano su Eddy Street. "Tu le mani addosso cosí non me le metti!" disse uno. "Casomai fai cosí! Ricordati che sono io il padrone di questo posto." In Ellis Street c'era uno che storicizzava i fatti con un poliziotto accanto alla sua auto distrutta.
"A quanto vedo" disse il poliziotto "prima le è andato a sbattere sulla capote."
"No" disse l'altro con pazienza. "Prima mi ha dato una botta in testa."
Sotto il lampione
Starr ballava all'angolo fra la Leavenworth e Ellis. "Avanti, fatevi sotto!" gridò. "Sono PRONTA! Fatevi sotto!"
"Com'è la vita da queste parti?" m'informai. Oh, quante cose volevo sapere!
"Un inferno, credimi" disse lei. Continuava a dondolare la borsetta nel buio. Le luci gialle la tenevano a testa alta, ma quelle rosse la piombavano in una ridda di rossori intermittenti. Aveva un viso bellissimo. Portava un top rosa da dove i capezzoli si affacciavano a squadrarmi sospettosi. "Devo fare qualcosa," disse "specialmente quando mi ubriaco. Quando mi ubriaco, divento matta. Devo scoprire una cosa. Mi seguono. Da un momento all'altro mi agiteranno un distintivo sotto il naso, lo so. Ma me ne frego di andare in prigione. Ormai non mi frega piú niente di niente. Lo sai, hanno avuto la faccia di entrare nell'ufficio dei servizi sociali e di comportarsi come se ci lavorassero. Sono entrati a casa di mia suocera a Park Merced senza avere il benché minimo diritto."
"Starr, posso offrirti una birra?".
"Ne ho già una, proprio in quel sacchetto sopra il distributore dei giornali. Capito, io so a che punto stanno le cose. Per questo so a che punto sfuggiranno. Ma io vengo qui a lavorare e gli tendo una trappola."
"Del tipo?"
"Una che ci cascano di sicuro."
Come ballava imperterrita sul marciapiede! I tacchi alti picchiavano rapidi sul cemento come le leggendarie dita di Scarlatti ("Sicché pensai" disse un sconcertato contemporaneo del musicista "che in quello strumento ci fossero mille diavoli!"), e il bagliore dei lampioni dava ai suoi colori il rigoglio splendente e malato dei funghi incandescenti nella fredda tribolata foresta di notte che la circondava sospirando dalle inferriate e dalle finestre chiuse. Starr era di una bellezza audace. Lí per lí pensai che ballasse per divertirsi, a differenza delle spogliarelliste di Dino, ma poi mi venne in mente che anche lei ci era costretta. Neanche lei si divertiva. Quella notte il mondo la accarezzava per il verso sbagliato, come un amante con mani di carta vetrata, costringendola a una danza da tarantolata, che doveva andare avanti fino allo sfinimento. Quando attraversò la strada di corsa, pensai che non l'avrei piú rivista, invece tornò di nuovo a ballare. "Avanti, fatevi sotto!" gridò. Una vecchia e lunga station wagon risalí lentamente la strada, e un tizio seduto al lato del passeggero abbassò il finestrino e le fece segno di avvicinarsi. "Vaffanculo" strillò lei. "I negri non li sopporto" confidò. (Ma era di colore). "Non li sopporto, quegli stronzi neri. Ho detto lo stesso anche ai punk. Proprio. Stasera ne piglio uno. Ne piglio uno e lo stronco. Aspetto quello giusto, quello che so io. E sarà quello che farò a pezzi."
PERCHÉ NON SONO UN PITTORE
Frank O'Hara

Non sono pittore, sono poeta.
Perché? Forse preferirei essere
pittore, ma non lo sono.
Ad esempio, Mike Goldberg
sta iniziando un quadro. Vado a trovarlo
"Siediti e bevi qualcosa" dice
Bevo, beviamo. Guardo
in alto. "Ci hai scritto SARDINE."
"Sì, lì ci mancava qualcosa."
"Ah." Me ne vado, passano i giorni
e ritorno. Il quadro
va avanti; me ne vado, passano
i giorni. Ritorno. Il quadro è
finito. "Dov'è SARDINE?"
Resta solo qualche
lettera, "era troppo pieno," dice Mike.
E io? Un giorno penso a
un colore: l'arancio. Scrivo un verso
sull'arancio. Ben presto diventa
una pagina di parole, non di versi.
Poi un'altra pagina. Ci dovrebbe
essere molto di più, non d'arancio, ma di
parole, su quanto sia terribile l'arancio
e la vita. Passano i giorni. È perfino in
prosa, sono un vero poeta. La poesia
è finita e non ho ancora nominato
l'arancio. Sono dodici poesie, le chiamo
ARANCE. E un giorno in una galleria
vedo il quadro di Mike intitolato SARDINE.
(traduzione di Andrea Sirotti)
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