ascolto

GIOVANNA MARMO
Poeta, performer, artista visiva (video, pittura, micro-installazioni con il Lego e con la plastilina) e infine autrice musicale con il gruppo Loup Garou.
Nel 2002 ha realizzato Sex in Legoland, cd-audio (in "Derive Approdi" n.21) e spettacolo multimediale insieme alla compagnia Nani Nudi, da lei fondata con Francesco Prota e Carine Jurdant. La prima dello spettacolo Sex in Legoland (studio n°1) ha avuto luogo presso il Teatro Carignano (Torino), nell'ambito di BIG-Biennale Internazionale Arte Giovane.
l'inchiesta continua
Il romanzo del ventunesimo secolo
www.vibrissebollettino.net/davidebregola

di Francesco Dimitri
Il Blog: L'IMMAGINAUTA
Camilleri ha rotto le palle. Quei suoi arancini, quel suo dialetto, quella Sicilia da cartolina comprata all’autogrill, sono molto più deleteri di tutti i reality show del mondo. E hanno rotto le palle i romanzi socialmente impegnati, gli adolescenti idioti di Tre metri sopra il cielo, e l’orrore cosmico di cose come Caro Johnny Depp.
La mia è una visione parziale, lo ammetto subito a scanso di equivoci. Io amo i visionari, gli sciamani e gli psicotici: considero Clive Barker uno dei più grandi scrittori viventi, e Thomas Pynchon uno dei più furbi. Credo che giochi di ruolo come Kult, Nobilis e Unknown Armies abbiano una complessità e una bellezza pari a quella del miglior Calvino. E, giusto per sparare sulla croce rossa, considero più onesto masturbarsi con Corna Vissute che con Melissa P. Dico questo non perché a qualcuno interessino i miei gusti, ma solo per chiarire il punto da cui parto, il reality tunnel in cui vivo. Non pretendo di avere ragione in assoluto – voglio solo descrivere il mio tunnel, e la luce che vi scorgo in fondo.
Intendiamoci, Camilleri, Melissa P. (li metto nello stesso calderone? Si, certo) e compagnia hanno pieno diritto di residenza nel nostro immaginario, adesso come in futuro. Il problema è che l’immaginario italiano, non solo quello letterario, si è adagiato su queste comode sponde, e fa poco per andare avanti. Perché il romanzo italiano del XXI secolo parta serve un rogo in cui qualcosa di vecchio venga bruciato tra fiamme e canti e danze ubriache, e qualcosa di nuovo e ancestrale al tempo stesso sorga all’alba.
La parola d’ordine è: divertimento. Divertimento come divergere, allontanarsi da quell’alveare ideologico che ci ostiniamo a definire «Realtà», per andare a visitare e abitare mondi nuovi, non necessariamente allegri, ma almeno intriganti. Ho la sensazione che la maggior parte degli autori italiani cerchino di scrivere libri intelligenti. Vogliono mandare messaggi. Per come la vedo io, se vuoi mandare un messaggio esistono mezzi più adatti di un romanzo: l’email e il telefono, per esempio. O i pamphlet e i saggi.
Un buon romanzo non «manda messaggi». Costruisce mondi, ti colpisce in pancia e in testa come una scarica concentratra di LSD. Basta con le tirate politiche e le pseudosottigliezze di destra, sinistra e sghimbescio, basta con la letteratura da secchioni: schieriamoci dalla parte di Spessotto. Dalla parte di quel poveraccio del lettore, che per leggere paga. Compra un prodotto. E visto che si suppone che quel prodotto lo consumi nel suo tempo libero, ha il pieno diritto di divertircisi. Di giocarci. E che abbia una discreta varietà di giochi, questo lettore.
Uno dei più bei romanzi che ho letto l’anno scorso è stato Casa di foglie, di Danielewsky (no, non è italiano). Un romanzo spaventoso, coinvolgente, che ti fa giocare anche fisicamente con l’oggetto-libro. Non potremmo essere più lontani dalla stucchevole Sicilia di Montalbano, troppo misera per un’epoca in cui si sente l’esigenza di nuove mitologie, nuovi dèi. Per usare un’immagine rubata a Tolkien, credo che sia tempo di smetterla di pensare alle lampadine e tornare a occuparci dei fulmini – le lampadine passano, i fulmini no. E allora, perché mai un lampione dovrebbe essere più reale di Thor?
Io trovo molto più divertente l’Edda dei manuali di ingegneria elettrica. Altri trovano migliori i manuali di ingegneria: tutti i gusti son gusti, e ai fan dei lampioni lascio volentieri gli Aldo Busi che infestano queste sponde. Il peccato originale del romanzo italiano consiste nell’essersi fermato, per motivi storici non certo banali, alle lampadine. Adesso si sono fulminate. E vorrei che il romanzo italiano del futuro fosse così: fulminato.
Qualcuno dirà: stai vomitando un sacco di parole, ma secondo me non hai idea di come sarà il romanzo italiano del XXI secolo. No, non ce l’ho, ma so come vorrei che fosse. Se dovessi descriverlo attraverso i Tarocchi userei l’Arcano che si chiama Il Mago: un po’ veggente, un po’ truffatore, molto divertente, un trickster che inquieta e fa spettacolo, mentre svela (con la sua stessa esistenza, e non mandando qualche goffo “messaggio”) i fragili meccanismi dell’ordine costituito. Un romanzo che si legga in treno e in metropolitana, sul cesso e mangiando pane e nutella. Un romanzo che trasformi i treni in draghi e le metropolitane in tappeti volanti. Non un romanzo fantastico, al contrario: un romanzo realistico che sa che Nettuno e Nemo sono reali quanto i (più dei?) bastimenti mercantili. Un’opera di artigianato e non d’arte, in cui lo scrittore sia orgoglioso ma solo il lettore sovrano, visto che è lo scrittore ad esser pagato dal lettore e non viceversa. Un romanzo che sia una palude in cui affondare dolcemente, senza nessuna voglia di restare a galla. Un romanzo sporco e pesto, con i piedi nel fango e lo sguardo rivolto a Zeta Reticoli. Un romanzo che permetta ai lettori di giocare di ruolo. Senza spocchia, senza pretese di immortalità o importanza, un romanzo che venga raccontato per il puro gusto di raccontare, senza holdenate né moraviate né menate varie. Magari i vecchi giocattoli divertono ancora qualcuno. Giustissimo. Ma io li ho consumati, e ne voglio altri, radicalmente diversi.
Qualcuno gioca con me?
Francesco Dimitri (1981)si occupa di ufo, magia, tematiche antropologiche e cultura pop. Per Castelvecchi ha pubblicato Comunismo magico (2004), Guida alle case più stregate del mondo (2004), Neopaganesimo (2005) ed è co-autore di Dies Iraq (2003).
Da oggi in tutte le librerie si può trovare il nuovo libro pubblicato da Castelvecchi, Manuale del cattivo.
una poesia
da "Oltre lo zero"

Di curvature, di limature, di restrizioni:
la struttura del senso imbianca mura prive di solchi.
Nulla ci manca poiché nulla siamo
(programmi svuotano l'immaginario).
Scaviamo nel silenzio della lingua, scandiamo
sillabe spente che riproducono l'urlo dei nervi.
"Questo è il tuo petto" dici, sfiorandomi con unghie svuotate.
"Questo è il tuo seno" dico, poggiando la guancia su linee acuminate.
Di curvature, di limature, di restrizioni:
la parola ama iterarsi sino allo strazio.
Aspettiamo la morte come chi la conosce.
r.a.
incipit
John Barth

Per uno come me, le cui attività letterarie dal 1920 in poi si sono limitate alla stesura di documenti giudiziari e alla raccolta di materiale per l’Indagine, la parte più difficile dell’impresa imminente – ossia, il resoconto di un giorno del 1937 in cui cambiai idea – è proprio cominciarla. Mai ho tentato nulla di simile ma mi conosco abbastanza per sapere che, rotto il ghiaccio, tutto diventerà facile, anche troppo, giacché di natura sono un tipo espansivo, e anzi il problema sarà quello di non perdere il filo della storia, e di sapermi azzittire alla fine. Non ho dubbi al riguardo: riesco quasi sempre a prevedere con esattezza il mio comportamento, perché, nonostante qui a Cambridge l’opinione comune sostenga il contrario, sono di fatto una persona molto coerente.
Gli altri (il mio amico Harrison Mack, per esempio, o sua moglie Jane) mi giudicano eccentrico e capriccioso: ma unicamente perché le mie azioni e le mie opinioni non sono coerenti con i loro princìpi, ammesso che ne abbiano. Ma vi assicuro che sono coerenti con i miei. E anche se i miei princìpi di tanto in tanto possono cambiare – questo libro, rammentiamolo, è proprio dedicato a un tale cambiamento – resta il fatto che ne ho in abbondanza, anche più di quanti me ne servano, e in genere li applico tutti insieme; cosicché la mia vita non è certo priva di logica solo per il fatto di non essere ortodossa. E poi, di norma, quando mi metto in testa di fare qualcosa, la faccio.
Ora, per esempio, ho cominciato il mio libro, e anche se probabilmente siamo ancora molto lontani dalla storia vera e propria, se non altro ci stiamo muovendo in quella direzione, e intanto ho imparato ad accontentarmi di questo. Forse
quando avrò finito di descrivere quel giorno a cui ho accennato prima (sono quasi certo fosse il 21 giugno 1937), forse quando arriverò alla sera di quel giorno, se mai ci arriverò, tornerò indietro a distruggere queste prime pagine, l’accordatura
del pianoforte. O forse no: intendo infatti, di qui a poco, presentarmi a voi, mettervi in guardia contro alcune erronee interpretazioni del mio nome; spiegarvi perché ho intitolato così il mio libro; e compiere qualche altro gesto graziosamente ospitale, per mettervi a vostro agio nella mia prosa come farei per ricevervi a casa mia, per immergervi con delicatezza nel sinuoso meandro dei miei pensieri: azioni utili, che sarà meglio conservare piuttosto che eliminare. Per estendere un altro poco la metafora del “sinuoso meandro”, se mi è concesso: mi è sempre parso, nei pochi romanzi che ho letto di quando in quando, che esigano parecchio dai lettori quegli autori che iniziano i loro racconti furiosamente,
nel bel mezzo delle cose, piuttosto che entrandovi, indietreggiando o di sbieco, con dolcezza. Un tale tuffo nella vita e nel mondo di altre persone, come un tuffo fatto a metà di marzo nel fiume Choptank, offre, mi sembra, uno scarso piacere. No, venite con me, lettori, e non abbiate timore per il vostro cuore ammalato; ne ho uno anch’io, bene quanto sia importante inserire prima il dito d’un piede, poi il piede intero, poi una gamba, lentissimamente le anche e la pancia, e infine tutti voi stessi nel mio racconto, concedendovi moltissimo tempo per farlo. Tutto sommato, vi invito a un tuffo di piacere, non a un battesimo.
Ebbene, dove eravamo? Stavo per commentare, forse, il significato dell’“ossia” che ho usato prima? O per spiegare la mia metafora della “accordatura del pianoforte”? O il mio cuore ammalato? Santo cielo! Come si fa a scrivere un romanzo? Voglio dire, come è possibile non perdere il filo del racconto, se si è anche solo minimamente sensibili al significato delle cose? Quanto a me, vedo già che la narrazione non è il mio forte: ogni nuovo periodo che scrivo è pieno di divagazioni e complicazioni che tanto volentieri inseguirei fin dentro le loro tane insieme con voi, però un tale inseguimento implicherebbe nuove divagazioni e nuovi inseguimenti, in modo che di certo non riusciremmo mai a dare inizio al racconto, né tantomeno a terminarlo, se sguinzagliassi le mie inclinazioni.
Non che ciò mi dispiacerebbe, di solito – per me un libro vale un altro – ma davvero ci tengo a spiegare quella giornata (o il 21 o il 22) del giugno 1937 in cui ho cambiato idea l’ultima volta. Dobbiamo dunque restare nel bel mezzo
del canale, voi e io, sebbene la barca sulla quale navighiamo sia destinata alle secche, e rinunciare alle insenature e alle cale, per quanto possano essere graziose. (Questa metafora, a proposito, non è ingiustificata, ma lasciamo andare).
Dunque. Todd Andrews, mi chiamo. Lo potete scrivere con una d o con due; ho ricevuto lettere indirizzate a me nell’un modo e nell’altro. Volevo quasi avvertirvi di non usare la grafia con una sola d, per paura che diceste: “Tod in tedesco
vuol dire morte: forse il nome è simbolico”. Personalmente adopero due d, in parte anche per evitare quel simbolismo. Però, capite, alla fine quell’avvertimento non l’ho fatto, perché mi è venuto proprio ora in mente che la doppia dè anch’essa simbolica, e il simbolismo è assai appropriato. Tod è morte, e in questo libro la morte non c’entra molto. Todd è quasi Tod, cioè quasi morte, e in questo libro, se mai sarà scritto, c’entra moltissimo la quasi-morte.
Un’ultima osservazione. Siete mai rimasti delusi da racconti che parevano promettere chissà quale rivelazione, e invece se la sono cavata con un raggiro? A me è capitato più volte di imbattermi in racconti che riguardano qualche prodigiosa invenzione – una sfida alla gravità, o un telescopio abbastanza potente da vedere gli uomini su Saturno, o un’arma segreta capace di alterare il sistema solare – però la meccanica del mezzo atto a sfidare la gravità non viene mai spiegata; la questione se Saturno sia abitato o no non trova mai risposta; non ci viene mai insegnato il modo di costruirci da soli qualche macchinario capace di alterare il sistema solare. Ebbene, non sarà così questo libro. Se vi dico che sono arrivato a capire alcune cose, vi dirò che cosa sono queste cose, e le spiegherò più chiaramente che posso.
Todd Andrews, dunque. Adesso, tenete gli occhi aperti e vedrete come so muovermi veloce quando faccio sul serio. Ho cinquantaquattro anni e sono alto un metro e ottanta, però peso soltanto sessantasei chili. Il mio aspetto è quello
che penso avrà Gregory Peck, l’attore, quando arriverà a cinquantaquattro anni, soltanto tengo i capelli abbastanza corti da non dovermeli pettinare, e non mi rado tutti i giorni. (Il confronto col signor Peck non è inteso come elogio di me stesso, soltanto come descrizione. Se fossi Iddio, creando la faccia sia di Todd Andrews, sia di Gregory Peck, farei solo qualche piccolo cambiamento qua e là.) Vivo discretamente bene, secondo i criteri comuni: sono socio dello studio legale Andrews, Bishop & Andrews (il secondo Andrews sono io) e la clientela mi fa guadagnare quanto desidero, sino a forse diecimila dollari l’anno, o forse meglio nove, ma non mi sono mai dato molta fatica per appurarlo. Vivo e lavoro a Cambridge, capoluogo della contea di Dorchester, sulla Costa Orientale del Maryland. È la mia città natale e quella di mio padre (Andrews è un vecchio cognome a Dorchester) e non sono mai vissuto altrove se non negli anni passati nell’esercito durante la prima guerra mondiale, e in quelli passati alla Johns Hopkins University e, dopo, alla facoltà di legge dell’università del Maryland. Sono scapolo. Vivo in una camera singola dell’hotel Dorset, ho soltanto da attraversare
High Street per recarmi al tribunale, e il mio ufficio si trova ad appena un isolato di distanza, a “Lawyers’ Row”, quel tratto di Court Lane dove non ci sono altro che studi legali. Sebbene l’attività giuridica mi paghi il conto dell’albergo, per me la carriera non è più importante di cento altre cose: andare in barca, bere, passeggiare, scrivere la mia Indagine, fissare le pareti, dare la caccia alle anitre e ai procioni, leggere, giocare alla politica. Mi interesso di parecchie cose, e non sono entusiasta di nessuna. Indosso vestiti piuttosto costosi. Fumo sigari Robert Burns. Bevo di preferenza Sherbrook Rye e ginger ale. Leggo molto e senza metodo: cioè, ho un mio metodo, ma non è ortodosso. Non ho fretta. In breve,
vivo la mia vita (l’ho vissuta, almeno, sin dal 1937) suppergiù nel modo in cui scrivo questo primo capitolo dell’Opera Galleggiante.
Ho quasi dimenticato di accennare alle mie malattie.
La verità è che non godo di buona salute. Questo mi è tornato in mente ora, perché mentre meditavo sul nome Opera Galleggiante, seduto qui al mio tavolino nell’hotel Dorset, circondato dai grossi archivi della mia Indagine, ho cominciato a tamburellare con le dita sul tavolo, seguendo il ritmo di un’insegna luminosa intermittente al neon fuori della finestra. Dovreste vedere le mie dita. Sono l’unica deformità in un corpo altrimenti molto funzionale e, come nel corso della mia vita mi è anche stato sussurrato, non privo di bellezza. Ma queste dita! Grosse, tozze; unghie immense, giallastre, pesanti. Avevo una volta (probabilmente l’ho ancora)
una specie di endocardite settica subacuta (in parole povere: mal di cuore) con una complicazione speciale. L’ho avuta sin da giovane. Mi ha fatto gonfiare le dita, e ogni tanto mi indebolisco, ma non troppo spesso. Però la complicazione è
una tendenza all’infarto del miocardio. Che vuol dire? Vuol dire che un giorno qualsiasi posso cadere morto sull’istante, senza alcun preavviso, forse prima di terminare questa frase, forse a venti anni da oggi. Lo so fin dal 1919, cioè da trentacinque anni. Il mio altro guaio è un’infezione cronica della ghiandola prostatica. Mi ha causato problemi piuttosto gravi quando ero più giovane – diverse specie di problemi, come senza dubbio spiegherò più avanti – ma da molti anni ormai prendo semplicemente una pillola di ormoni (un milligrammo di dietilstilbestrolo, un estrogeno) tutti i giorni, e salvo una notte insonne ogni tanto, l’infezione non m’inquieta più. Ho i denti sani, salvo un’otturazione nel molare sinistro inferiore posteriore e una corona sopra il canino destro superiore (me lo sono spezzato sulla ringhiera d’un traghetto nel 1917, a fare la lotta con un amico mentre attraversavamo il Chesapeake). Non sono mai stitico, e ho la vista e la digestione perfette. Infine, ho ricevuto un debole colpo di baionetta da un sergente tedesco nelle Argonne durante la prima guerra mondiale. Mi è rimasto un puntino sul polpaccio sinistro, dove un muscolo è stato atrofizzato; però non zoppico,
e la piccola cicatrice non mi fa male. Il sergente tedesco l’ho ucciso.
estratto
Murakami Haruki

Io facevo parte dell'eccezione, ero un figlio unico. Fin da bambino avevo avvertito per questo un certo senso di inferiorità. Sentivo che la mia esistenza nel mondo era, per così dire, un fatto particolare: tutto quello che gli altri avevano e davano per scontato a me non era concesso.
Da piccolo detestavo con tutte le mie forze l'espressione "figlio unico" che rinnovava ogni volta il mio senso d'inadeguatezza. Mi veniva rivolta sempre con un dito puntato contro, quasi a voler significare: "Sei un essere incompleto".
Essere figli unici voleva dire essere viziati dai genitori, deboli e molto capricciosi: nell'ambiente in cui vivevo era questa l'opinione indiscutibile e condivisa da tutti. Era considerata una legge di natura, alla stessa stregua dell'enunciato: "la pressione atmosferica diminuisce in alta montagna" o "le mucche producono latte in abbondanza". Per questo motivo odiavo sentirmi chiedere quanti fratelli e sorelle avessi. Bastava sentissero che non ne avevo, per pensare immediatamente: "Questo bambino è, senza dubbio, viziato dai genitori, debole e molto capriccioso". Questa immancabile reazione mi indisponeva e mi offendeva. Ma ciò che fin da piccolo mi indisponeva e mi offendeva di più, era che le loro parole corrispondevano alla verità: ero realmente un ragazzino viziato, debole e molto capriccioso
da "il primo amore"

best off 2006
Letteratura e industria culturale
Il meglio delle riviste letterarie italiane
a cura di Giulio Mozzi

L'indice di Best Off 2006 potete leggerlo cliccando qui
(I testi sono tratti da: Carmilla, clanDestino, Daemon, Fernandel, Lipperatura, Miserabili, Nazione indiana, L'Ospite ingrato, PaginaZero, Re:, Lo straniero, Ulisse, Zibaldoni)
microantologia ad uso personale
Microantologia ad uso personale
Poeti di Puglia

VITTORINO CURCI
Da “La stanchezza della specie
Canzone del parassita
metà frana anche solo a guardarla
metà resta
non vuole più chiamarsi
questo era
il guadagno ora
è niente
una via non più grande di un braccio dove
i pescatori cancellano segreti portando nella
coda dell’occhio il nano incantatore
cosa sono due mesi?
i pasticcieri hanno sfornato queste case
tornano a parlarsi a tempo largo
senza fibrillazioni
MARIO DESIATI
Da “Le luci gialle della contraerea”
Ho potuto intravedere l’altrove
dietro l’ombra lunga del pomeriggio
quando in estate attendevo mia madre.
E lei tornava con l’odore di terra
e poi di cotogno e poi di spine
e poi di cardi e poi di papaveri.
Non ha mai inventato risposte ai miei perché
abbracciando i frangenti del cielo pezzato
in cirri metallici, traccia nell’aria i segni
“di qui passa tutto” e altre vanificazioni.
Che poi sui muri a secco era disegnata
l’onda, un sonaglio dei rami di edera
i resti dei coleotteri, la striscia verde di malva
e per questo non restava la parola.
FLORINDA FUSCO
Da “Linee”
se il corso astruso toglie moto al corpo
una crema nel piatto erba tra le ossa incancrenite
(oceano lattiginoso)
“e adesso Signore perché non mi tagli anche i piedi?”
se la bocca è ferro caldo
prendi i capelli le rotule gli incavi
amalgamali in un tradire attento
ENZO MANSUETO
Da “Ultracorpi”
PROGRAMMA
Ormai è già dentro quando lo capisci.
Ha fatto il nido e cresce. In tutti i gesti.
Ad ogni sguardo sul resto. Finisci
di vedere. Soltanto visto. Resti.
Senza dentro. Da fuori. Verso fuori.
Fin quando hai visto tutto. Dopo muori.
ILARIA SECLI’
Da “D’indolenti dipendenze”
Anatomia patologica
Che tutta m'ingoio
nelle tue vie strette della respirazione
in ceneri di mantra e parole di madre
bivaccata su amache di pleuriche cavità.
Lì dopo traversate di stomaci
accucciata nei lobi medi
o in ascesa aortica
punto alle periferie nervose.
Arresi ghiacciai apriranno scheletri di biblioteche
e terre solo a te conosciute
dove epiloghi di sfinteri o prìncipi saggi
mi riveleranno il senso del viaggio.
il ritorno

estratto
TIZIANO SCARPA
Attis
(tratto da Cos'è questo fracasso?)

Mi spaventa e quindi mi intenerisce Attis che si taglia i coglioni. Questo ragazzino salta giù di corsa dalla nave, si lancia nel folto degli alberi e lì si trancia via il borsellino di pelle con una lametta di pietra. Mi fa paura e quindi mi fa innamorare la versione del mito così come la racconta Catullo. Mi mette in ansia e quindi mi consola l'inizio forsennato del carme (il numero 63, il mio anno di nascita): questo adolescente non si sa da dove viene, di colpo a velocità folle corre a sbarazzarsi dei testicoli con un sasso tagliente senza motivo. I primi versi sono uno sparo nel buio, un urlo nella notte, il crollo di una diga senza preavviso, senza movente. Comincia così: "Da misteriosi mari un'affannata nave lo sbarca e via con piedi smaniosi | Della foresta frigia calcato il suolo | Eccolo per le buie calli della Dea | Tra le nere ombre precipitarsi | Indemoniato accecato estatico | Con una scheggia di pietra tra i testicoli strapparsi | Attis". Catullo i testicoli li chiama pondera, "pesi". Poi Attis corre come un pazzo seminando sangue, stambura e sbraita insieme a un branco di evirati fanatici finché crolla per la stanchezza, si sveglia, torna sulla spiaggia, piange, ha orrore di ciò che si è fatto, vuole tornare a casa, ma la dea Cibele gli aizza contro un leone perché Attis se ne stia per sempre a ululare nelle profondità dei boschi. Cibele è la Grande Madre gelosa, i fanatici evirati odiano Venere, odiano il sesso con le donne. Io amo le donne e il sesso con le donne: perciò mi incute terrore e quindi mi tranquillizza sapere che tutte queste famose storia sull'angoscia di castrazione dei maschi alla fine sono io, queste storie significano me che da un momento all'altro, esasperato dalle donne e dal troppo amore per loro, potrei prendere il primo pezzo di lamierino arrugginito che mi capita sottomano e risolvere il mio amore alla radice. Questo è il mito più malvagio che conosco, perciò è il più adorabile perché conficca il mio nemico dentro di me e dentro il mio pensiero delle donne, che è il mio pensiero principale.
segnalo
www.letteratura.global. Il romanzo dopo il postmoderno
Stefano Calabrese
All'inizio degli anni Novanta in Italia si accendevano interminabili dibattiti sul postmoderno. Inutili, perché nel frattempo il romanzo postmoderno stava morendo e cominciava quel processo di svendita delle sue eredità che sarebbe durato per tutto il decennio. Il vertiginoso incremento della comunicazione e una serie di trasformazioni culturali, editoriali e antropologiche avevano infatti prodotto una forma di romanzo all'altezza della nuova biosfera globalizzata, ove il lettore potesse costruirsi una dimora identitaria quando non c'è più alcuna convergenza tra un Sé e un luogo. Attraverso l'opera di cinque scrittori qualitativamente diversi, questo libro studia il romanzo della globalizzazione secondo categorie generali
ESTRATTO
DAVID FOSTER WALLACE
Tratto da “Una cosa divertente che non farò mai più”

E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno
di gente dell’aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui
sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull’aereo
per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di
ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnoticosensoriale
di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage
che mi hanno commissionato.
Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo.
Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero
svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è
spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono
stato chiamato “Mister” in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento
americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric
Slide. Ho visto tramonti che sembravano disegnati al computer
e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone
dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia
luna di pietra degli Stati Uniti d’America che ero abituato a vedere.
Ho partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga.
Devo dire che ho vissuto il reportage commissionatomi con una
sorta di fobia della prestazione. L’anno scorso una certa rivista
patinata dell’East Coast aveva deciso di mandarmi a una di quelle
vecchie e tranquille fiere locali, a farmi fare una specie di reporta-
ge, senza darmi nessuna indicazione precisa, ed è rimasta soddisfatta
dei risultati. Così adesso mi è stata offerta quest’altra ciliegina
tropicale, anche qui senza nessuna indicazione o richiesta specifica.
Ma questa volta mi sento più a disagio: il rimborso spese
della fiera locale era di 27 dollari esclusi i giochi a premi. Questa
volta «Harper’s» ha sganciato più di 3000 dollari senza aver letto
neanche una delle mie succose descrizioni ipnotico-sensoriali. Mi
continuano a dire – con grande pazienza, al radiotelefono della
nave – di non affliggermi per questioni del genere. Credo davvero
che questa gente che lavora nei giornali sia in malafede. Dicono
che tutto quello che vogliono è una specie di cartolina turistica
gigante scritta da uno che ci è stato – vai, ti fai i Caraibi alla grande,
torni e racconti quello che hai visto.
Ho visto un sacco di navi bianche veramente enormi. Ho visto
frotte di pesciolini con le pinne luccicanti. Ho visto un parrucchino
in testa a un ragazzo di tredici anni. (Ai pesci luccicanti piaceva
ammucchiarsi tra la carena e il cemento delle banchine ogni
volta che attraccavamo.) Ho visto la costa settentrionale della Giamaica.
Ho visto e ho sentito la puzza di tutti i 145 gatti che vivono
nella villa di Ernest Hemingway a Key West in Florida. Ora conosco
la differenza tra Bingo e Superbingo, e cosa significa quando
il jackpot del Bingo va “a palla di neve”. Ho visto videocamere che
praticamente richiedevano un carrello; ho visto valigie fosforescenti
e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti
e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito. Ho sentito tamburi
da banda di paese e ho mangiato frittelle di sgombro e ho visto una
donna in lamé argentato che vomitava a getto dentro un ascensore
di vetro. Ho tenuto il ritmo di due quarti puntando il dito verso il
cielo esattamente sulla stessa disco music sulla quale odiavo puntare
il dito verso il cielo nel 1977.
Ho imparato che in realtà ci sono intensità di blu anche oltre il
blu più limpido che si possa immaginare. Ho mangiato più che mai
e piatti più sofisticati che mai, per di più nella stessa settimana in
cui ho imparato anche la differenza tra beccheggiare nel mare agitato
e rollare nel mare agitato. Ho sentito un comico professionista
dire seriamente al pubblico: “A parte gli scherzi”. Ho visto
completi fucsia e giacche rosa mestruo e scaldamuscoli viola e
marrone e mocassini bianchi senza calzini. Ho visto croupier professioniste
così carine che ti facevano venire voglia di fiondarti al
loro tavolo e perdere fino all’ultimo centesimo a blackjack. Ho
sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano
all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se per fare snorkeling c’è
bisogno di bagnarsi, se il tiro al piattello si fa all’aperto, se l’equipaggio
dorme a bordo e a che ora è previsto il Buffet di Mezzanotte.
Ora conosco l’esatta differenza mixologica fra uno Slippery
Nipple e un Fuzzy Navel. So cos’è un Coco Loco. Sono stato oggetto
in una sola settimana di oltre 1500 sorrisi professionali. Mi
sono scottato e spellato due volte. Ho fatto tiro al piattello sul mare.
È abbastanza? In quei momenti non sembrava mai abbastanza.
Ho sentito quanto pesa la cappa del cielo subtropicale. Almeno
una dozzina di volte il suono della sirena della nave, un’assordante
flatulenza degli dei, mi ha fatto prendere un colpo. Ho assimilato
i fondamenti del mah-jong, mi sono visto a stralci una due giorni
di bridge contratto, ho imparato come si allaccia il giubbotto
salvagente sopra lo smoking e ho perso a scacchi con una bambina
di nove anni.
(Per la verità, ho fatto tiro verso il piattello, sul mare.)
Ho mercanteggiato per dei gioielli senza valore con ragazzini
malnutriti. Ora conosco ogni possibile giustificazione o scusa per
chi spenda 3000 dollari per andarsi a fare una crociera ai Caraibi.
Mi sono mangiato le mani per aver rifiutato autentica marijuana
giamaicana da un giamaicano autentico.
Una volta ho visto dalla balaustra del ponte scoperto, molto più
in basso e a destra della coda della carena, una cosa che mi è sem-
brata essere la pinna di uno squalo, mimetizzata nella scia del
motore di dritta, violenta come le cascate del Niagara. Ho sentito
– e non ho parole per descriverla – una musichetta da ascensore in
versione reggae. Ho capito cosa significa avere paura del proprio
water. Ho imparato ad avere il “piede marino” e ora mi piacerebbe
perderlo. Ho assaggiato il caviale e mi sono trovato d’accordo con
il giudizio del bambino che mi sedeva accanto: fa schifo.
Ora ho capito bene cosa significa duty free.
Ora conosco la velocità massima in nodi di una nave da crociera.
1 Ho mangiato escargot, anatra, salmone affumicato dell’Alaska,
salmone con finocchi, pellicano al marzapane e un’omelette
fatta con quelle che venivano definite “tracce di tartufo etrusco”.
Ho sentito persone sedute sulle sdraio sul ponte dire che non
è tanto il caldo, ma l’umidità. Sono stato – completamente, professionalmente
e come mi era stato promesso – viziato.
Ho osservato e catalogato, con ribrezzo, ogni tipo di eritemi,
cheratinosi, lesioni pre-melanoma, macchie da mal di fegato, eczemi,
verruche, cisti papulari, pancioni, celluliti femorali, vene varicose,
trattamenti al collagene e al silicone, tinture orribili, trapianti
di capelli malriusciti – insomma, ho visto un sacco di gente seminuda
che avrei preferito non vedere seminuda. Mi sono sentito
depresso come non mi sentivo dalla pubertà e ho riempito quasi tre
taccuini per capire se era un Problema Mio o un Problema Loro.
Ho acquisito e nutrito un rancore che potrebbe anche durare
tutta la vita verso il direttore d’hotel della nave – il cui nome era
signor Dermatis e che io da allora in poi ho battezzato signor Dermatitis2
–, un rispetto quasi ossequioso per il mio cameriere e
un’ardente passione per la cameriera della mia cabina del corridoio
sul ponte 10, Petra, Petra dalle fossette e dalle sopracciglia
ampie e candide, che indossava divise sempre bianche inamidate
e fruscianti e profumava del disinfettante al cedro norvegese che
passava nei bagni; e che puliva ogni centimetro praticabile della
mia cabina almeno dieci volte al giorno, ma che non si è mai fatta
sorprendere nell’atto di pulire – una figura di eleganza magica e
duratura, meritevole di una cartolina tutta dedicata a lei.
tre uscite
Nella collana i miosotìs delle Edizioni d'if tre nuove uscite:
Enzo Mansueto Elisa Biagini Giovanna Marmo
una poesia
Ivano Ferrari
tratta da Macello

Il mio fantasma
è di cattivo umore.
Scambio l'urlata sua prigionia
con un sacchetto di polmoni
rosa (striati di viola)
rimasugli
di certezze bestiali
a proposito di copyleft
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presentazione

martedì 24 gennaio - ore 18
nella Biblioteca "N. Bernardini" della Provincia di Lecce
presentazione di "LL_locandine letterarie"
Interventi
Alessandro Laporta_Direttore Biblioteca Provinciale
Francesco Saverio Dodaro e Maurizio Nocera_ Curatori della collana
Rossano Astremo, Maurizio Leo, Ada Donno, Nasho Jorgaqi_ Autori
segnalo
a cura di Vittorio Spinazzola
Tirature '06
Di cosa parlano i romanzi d'amore?


Come si sa, ci sono tante specie di amore. E naturalmente ci sono anche tanti generi di linguaggi romanzeschi per parlare d’amore. Si può parlarne in chiave di sentimento o di sesso, di commedia o di tragedia; in un’ottica sociologica o psicologica, e così via. L’amore è da sempre l’argomento privilegiato dei romanzieri moderni, ben più di quanto fosse per gli scrittori epici antichi. Analizzare quali sono le declinazioni principali della narrativa amorosa ai tempi nostri ci aiuta a capire meglio di quali esperienze e sogni, speranze e ossessioni si alimenti il nostro immaginario quotidiano.
Il caso Piperno-Proust
Scarica il saggio di Vittorio Spinazzola
una poesia
MILO DE ANGELIS
CARTINA MUTA

lo sappiamo
mentre siamo per rinascere
Franco Fortini
Entriamo adesso nell'ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l'orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa. «Perché fai questo?»
«Perché io sono così», risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. «Perché io...
né prendere né lasciare.» Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l'angelo custode
e l'angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l'idea reggente del nulla, la gola ancora calda.
«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra...
vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d'asfalto...»
Interrompiamo l'antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita...» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch'io... lo vedremo,
ora lo vedremo... lo vedremo tutti... ora...
…ora che stiamo per rinascere.
segnalo

| Best off 2006 Letteratura e industria culturale Il meglio delle riviste letterarie italiane 266 pagine - gennaio 2006 ISBN 88-7521-078-0 Prezzo di copertina: € 12,50 -sconto 10% € 11,25 | |
| a cura di: Giulio Mozzi illustrazione di: Marina Sagona | |
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Dopo le discussioni e le polemiche scatenate alla sua prima uscita, Best off, l’antologia che raccoglie il meglio delle riviste letterarie italiane, arriva al suo secondo appuntamento. Questa volta il curatore è Giulio Mozzi, uno degli intellettuali più attivi del nostro panorama letterario. Selezionando materiali dalle riviste tradizionali ma anche dal vitalissimo bacino di Internet, Mozzi ripercorre gli avvenimenti più importanti dell’anno letterario appena trascorso: dalle accese dispute sulla presunta “crisi della letteratura italiana” che hanno visto scendere in campo critici e scrittori in un confronto di ruoli che presto si è trasformato in conflitto generazionale, alla singolarissima parabola della rivista on line Nazione Indiana, dalla funzione dell’intellettuale all’inizio del XXI secolo alla nascita di nuove forme narrative e della loro discussa patente di “letterarietà”. Dando la parola, volta per volta, a scrittori e critici di grande fama, ma anche ad agitatori culturali abituati a muoversi nel sottobosco dei siti web e delle riviste “clandestine”, il curatore restituisce un quadro vitale, fecondo ma mai definitivo sullo stato della cultura, dell’editoria – e quindi anche della società – nel nostro paese. | |
una poesia
| Piero Cademartori |
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Ritorno d'immagine
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| Successione al mattino, d'immagine e oro oro sbrana il suo tempo, dispone l'orrendo riavvolge e ripassa, al principio dispone brandelli, ossessione e sorriso linee d'acqua, di carne, e colore raffermo di sangue, riavvolto, passato, disposto. La carne deprime, il sangue scompone ora qui, dentro il tempo, riavvolto rewind dell'immagine, e carne riavvolge animale che sbatte, che scarna che lotta con furia, e scarna memoria l'immagine è a zero, al palo, principio. Ora sempre, percuote, le linee del bordo del foglio, del tempo, ripassa e riavvolge rewind della storia, che scarna feroce, s'imprime ora e sempre, ora qui, si dispone al ritorno rewind dell'immagine, al palo, principio. |











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