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Leonardo Colombati, l'autore di Perceber , sarà in Puglia il 15 (Fondo Verri, Lecce) e il 16 (Libreria Dickens, Taranto) dicembre.
Segnalo, inoltre, il suo saggio Stato e Chiesa in Italia e nella "cattolicissima" Spagna, pubblicato sul numero appena uscito di Nuovi Argomenti è scaricabile qui in versione pdf:La "cattolicissima" Spagna
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9 dicembre ore 18,30 alla Libreria Laterza - Bari
sarà presentato il libro di
Dove si racconta come la Coca Cola ha plasmato
il nostro immaginario
( Fazi )
L’Autore dialogherà con il giornalista Antonio Di Giacomo
recensione
PISTOLE & MEZCAL: L'AMERICA RACCONTATA DAL MESSICO
(da L'Unità del 25 novembre 2005)
di WU MING 1

Valerio Evangelisti pensa che raccontare l'America non sia impresa da lasciare in esclusiva agli americani. Gli americani sono troppo dentro l'America e i suoi confini immediati, difetta loro la capacità di vedersi da fuori, il distacco parziale, l'empatia con altri mondi e culture. Impero coloniale sui generis, l'America nulla sa di come la vedano i colonizzati. Non a caso nel post-11 Settembre sono usciti saggi con titoli interrogativi come Perché il mondo detesta l'America? o Perché ci odiano?
Lo sguardo dei narratori europei è invece prezioso. Dopo sessant'anni di rapporto con la cultura a stelle e strisce, noi siamo anche americani. I baby boomers, fin dall'appellativo, sono stati la prima generazione euro-americanizzata, ed Evangelisti (classe 1952) ne fa parte a pieno titolo. Al contempo, però, l'Europa rimane altro: noi vediamo l'America da fuori, anche quella che è dentro di noi. Guardiamo l'America, ma i piedi sono saldi sul limine, la soglia del nostro retroterra. “Doppia coscienza”, se si vuole: partecipazione e distacco. Parlando dell'America, in realtà parliamo di noi, noi Italia, noi Europa, noi stessi, visti alla luce del rapporto con l'America.
Tuttavia, se un italiano ambienta un romanzo in America, subito se ne critica l'“esterofilia”, la presunta subalternità. Parole d'ignoranza. Non furono degli italiani, quarant'anni fa, a rivitalizzare il western, genere quintessenziale dell'autorappresentazione americana? Quando il western d'oltreoceano cominciò a imbolsirsi, a farsi manierato e fumettoso (cfr. I magnifici sette), alcuni italiani (in primis Sergio Leone) decisero di non lasciare il genere in cattive mani, si appropriarono di quel materiale e ne trassero qualcosa di nuovo e diverso, influenzando a loro volta i cineasti americani.
In letteratura, il western è morto e sepolto da tempo: Louis L'Amour non c'è più, Elmore Leonard scrive altro, nuove leve non ne esistono. Dal primo romanzo del ciclo del Metallo urlante (1998), Evangelisti ha scelto di riprendere il genere e trasformarlo. Nel farlo, l'autore bolognese ci racconta le altre Americhe. Gli USA del movimento operaio dagli albori (Antracite) alla decadenza (Noi saremo tutto) lascia ora il posto all'América che esiste appena sotto il Rio Grande e continuamente sfora, sconfina, si vendica, “contro-invade” gli invasori. L'America dei latinos che tanto spaventa i reazionari alla Huntington.
Il collare di fuoco (Strade blu Mondadori, pagg. 440, € 16) è l'inizio di una nuova saga. Come in molti spaghetti-western, anche qui ci si inoltra nel Messico rivoluzionario. Non la rivoluzione di Villa e Zapata, bensì quella repubblicana e “juarista” di cinquant'anni prima, coi suoi strascichi pluridecennali (le vicende vanno dal 1859 al 1890). Il “collare” che dà il titolo al romanzo è il rapporto conflittuale tra Messico e Stati Uniti, “annosa questione” che non perde d'attualità. Il lettore si perde e ritrova in un meta-western corale e pieno di sorprese, senza un protagonista ma con una continua staffetta tra i personaggi, che sono una miriade. Ogni capitolo è un quadro a sé stante, spostato nel tempo di qualche mese, di un anno, di un lustro, ed è impossibile riassumere la trama (le trame) in poche righe. C'è una proliferazione inaudita di nomi (almeno un nome nuovo ad ogni pagina), e appositi microsegnali dicono al lettore quando tenerli a mente e quando no. La scrittura è accordata su un finto “registro medio”, in realtà eccedente, sovvertito sin dalle prime pagine.
Non solo western: a essere scavato dall'interno è tutto il romanzo popolare otto-novecentesco, dal feuilleton in poi, da Dumas padre a Eugène Sue a Salgari, passando per Verne, Ponson du Terrail e Maurice Le Blanc. Colpi di scena, dialoghi, rallentamenti, accelerazioni... Viene tutto da lì, e quando arriva è diverso, è una mutazione.
A un certo punto, Evangelisti allude all'attualità in modo più scherzoso ed esplicito: "I texani, innamorati della democrazia, votavano sempre su tutto; poi non importava che elettori balordi esprimessero preferenze balorde." Il riferimento al governatore Bush non è casuale, è anzi una micro-dichiarazione di poetica: Il collare di fuoco è un romanzo antimperialista, com'era antimperialista il ciclo malese di Salgari. Mompracem resiste ancora.
L'elemento di critica più potente è la descrizione del mito americano come costruzione eretta sul razzismo, l'ossessione per la razza, la fobia razziale. Del resto, senza il genocidio dei nativi, la schiavitù dei neri e il furto delle terre al Messico ("terra di meticci negroidi") - insomma, senza la “questione razziale” - l'America non esisterebbe. In questo romanzo, gli anglos sono tutti figli di una cultura fortemente razzista. Il linciaggio è il loro sport preferito. Le cose che fanno e dicono erano normali, all'epoca. Moneta corrente, e lo è rimasta fino a pochi decenni fa. Oggi quelle frasi ci fanno schifo, con la loro presenza sembrano infangare la pagina. Segno che i tempi cambiano. Ma... ne siamo proprio sicuri? E' impossibile leggere questo romanzo senza pensare all'europarlamentare Borghezio. In fondo, certa moneta non va mai fuori corso da sola, occorre mandarcela a forza. Ma guarda te cosa vado a pensare... E bravo Evangelisti! Ti mette la mano dietro la nuca e ti affonda il muso giù nella merda. La migliore pedagogia possibile, e di questo lo rinrazio.
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Una bella recensione di Elisabetta Liguori su Revolutionary Road di Richard Yates. Su Vibrisse.





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