racconto
Rossano Astremo
Tartaglia. Il sogno

Il mattino è l’ora più incerta e mesta della giornata, l’ora in cui cominciano a subodorarsi i frutti dell’acidità di stomaco, della mancanza di tabacco, del mal di testa carsico che s’intirizzisce facendosi schermo lisergico per lo sbuffo dei pensieri, l’ora in cui milioni di burocrati ordiscono i loro piani di morte, alcuni in modo consapevole, in combutta progressiva con le cartelle dei loro pc sempre abulici e vacillanti, l’ora in cui molti si sono già fatti un paio di caffè o di sambuca, il che conferisce all’appiattirsi degli attimi un senso sordido di accavallamento potenziale e tossico, l’ora dello sciorinare di corpi dalla mollezza variabile lungo le strade fluorescenti che innervano la struttura cittadina, l’ora del tutto possibile in un centimetro quadro di noia, l’ora dello scorbutico affastellarsi di arti lungo le linee immaginarie di uno spazio lucido e irreale, l’ora migliore per conferire all’esistenza una certa aura di disperazione. Carlo, però, lungo il percorso che lo conduce verso la Libreria Babele, è insensibile a tutto questo, preso com’è a passare mentalmente tutti gli schemi che ha catalogato all’interno della scatola cranica sulle sue smodate motivazioni lavorative, perché, questa volta, il colloquio sembra essere una formalità dovuta alla prassi consuetudinaria dello scambiarsi quattro cazzate prima dell’inizio di una reciproca e fruttuosa collaborazione, perché, questa volta, l’incontro risolutivo non è conseguenza di uno scambio di e-mail tra ricercatore disperato di lavoro e datore sconsiderato di lavoro, qui c’è di mezzo una raccomandazione bella grossa, allora, porca puttana, Carlo è consapevole che si tratta della sua grande occasione e il sudore s’insinua tra le trame oblique della sua barba anche per questo motivo, accavalla il mignolo della mano sinistra sul vicino anulare in modo ossessivo e perdurante preso da un tic irrisoluto anche per questo motivo, muove in alternanza ritmica il piede sinistro e quello destro senza oltrepassare le griglie quadrate che sezionano il marciapiede anche per questo motivo. Carlo sprigiona nervosismo da ogni centimetro quadro del suo corpo floscio, ma questa volta non è come le altre, questa volta respira a pieni polmoni l’evenienza del successo.
Travolto da masse informi di gentaglia disposta asimmetrica lungo il rettilineo di sua percorrenza, Carlo ha un senso di nausea aberrante, sarà per il calore che sembra tracimare dal sole in direzione univoca verso lo spazio che separa la parte superiore del naso dall’attaccatura dei capelli, sarà perché non ha fatto colazione, dal momento che la sveglia ha deciso bene quella mattina di avere altri cazzi per la testa, compiendo la scelta discutibile di ovviare al suo unico e fruttuoso scopo, sarà perché la velocità con la quale ha dovuto mettersi in sesto ha determinato il salto della defecazione mattutina, sarà per l’incrocio di tutti questi microavvenimenti, quello che è certo è che Carlo, ad una distanza non quantificabile dalla Libreria Babele, aggiunge al suo stato fisico penoso un marasma ispido di pensieri che dal basso ventre si sostanziano in immagini fluorescenti, come quelle stampate sulle magliette indossate da figli dei fiori fuori dal sistema, avete presente, quelle complicate geometrie che vorticano su uno sfondo dai colori insopportabili alla vista.
“Tutta colpa di quel pezzo di merda di Giannotti”, pensa Carlo in questo delirio meridiano, e non è che abbia tutti i torti il nostro eroe, se si pensa che proprio il relatore della sua tesi di laurea è il principale artefice del suo viaggio verso la Libreria Babele, dove lo aspetta il signor Walter Menicucci, titolare dell’attività dal lontano 1962, quando il padre, Odoacre Menicucci, colonnello in pensione, decise di assecondare la passione smodata del figlio per la Letteratura investendo parte dei suoi risparmi nell’acquisto del locale sito in via Zanardelli 32, corredandolo di un congruo numero di volumi necessario per l’avvio del regolare corso dei lavori. Più di quarant’anni sono passati da quel 1962 ed è giunta l’ora che il vecchio Walter tiri i remi in barca, ma la questione è più complicata di quello che sembra. Perché Walter Menicucci, tra i librai più stimati dalla città, sicuramente il più preparato e servizievole, non ha lasciato eredi lungo il suo cammino, figlio unico, non sposato, vive i prodromi della vecchiaia con quel senso di solitudine che s’aggrappa alle pareti dello stomaco sfiancando ogni minima pulsione vitale. A questo punto della storia subentra la figura dell’esimio professore Ugo Giannotti, ordinario di Storia della Critica Letteraria presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, il quale dietro la richiesta dell’amico d’infanzia Walter di un “giovane e valido sostituto che possa tenere alto il nome della libreria”, dopo aver sfogliato pigramente gli archivi della sua memoria, ha pensato proprio ad uno dei suoi allievi più meritevoli, laureatosi nel luglio 2004 con una tesi dal titolo “Opere mondo” d’inizio secolo, ad un anno di distanza dal termine degli studi ancora in cerca di un lavoro dignitoso, che periodicamente si affaccia presso lo studio del professore chiedendo se ci sono delle novità “per quel dottorato di ricerca in Italianistica” le cui borse di studio Giannotti promette a tutti i suoi studenti meritevoli e che, puntualmente, vanno a finire nelle tasche degli epigoni del professore Sorrentino. “L’Accademia segue le sue logiche asfittiche di potere. Sorrentino è potente. Io vorrei esserlo”, con questa frase dal vago sapore decadente Giannotti si congeda dai suoi allievi psichicamente provati dopo l’ennesima inculatura, ricordando, però, che il prossimo concorso si svolgerà l’anno seguente e invitando gli inculati a provarci con la stessa caparbietà mostrata in quell’occasione nonostante l’esito negativo, senza abbattersi alle prime difficoltà che la vita pone loro innanzi.
Carlo Tartaglia e Ugo Giannotti, quindi. L’allievo e il professore. Le loro voci vibrano nell’etere, entrambi con i lobi proiettati verso il centro dei loro telefonini cellulari, Giannotti gli spiega che c’è questa interessante prospettiva di lavoro presso la Libreria Babele, gli espone brevemente i termini della situazione, gli ricorda di appuntarsi l’orario dell’appuntamento, “Cristo, Tartaglia non farmi fare figure del cazzo”. L’intersecarsi di voci nell’aria cessa d’improvviso. Carlo rimane in silenzio con il cellulare sospeso tra fianchi e testa, in posizione perpendicolare rispetto al distendersi del braccio. La memoria a volte agisce seguendo percorsi inattesi, aprendo piccole scatole impolverate di immagini oramai fluttuanti in chissà quale angolo organico del cervello, rovesciando d’improvviso sapori stagnanti, appartenenti ad un tempo sbiadito, marcescente, come foto in bianco e nero nascosta per un numero di anni indefinibile nel portafoglio, stretto tra documenti d’identità e banconote mangiucchiate lungo gli angoli. Carlo, ad occhi chiusi, rivede se stesso da piccolo, un pugno di ossa rannicchiate su una poltrona di finta pelle marrone, che fissa la madre distesa sul divano antistante, bella, sensuale, racchiusa nel suo stretto abito nero, un tubo geometricamente perfetto dal quale emergono braccia e gambe di seta, le mani ad avvolgere la cornetta di un telefono grigio, la voce si muove in delicatezza lungo i vuoti d’aria del soggiorno, poggiandosi sulle pareti, un inesausto succedersi di fiori color pastello, carta da parati nauseabonda. Carlo vede i fili del telefono, prolungamento plastico del corpo di carne lucida della madre distesa, e pensa a tutte le voci che ondeggiano in aria. “Le voci vibrano, ci entrano dentro, le onde passano attraverso il corpo”. Le piccole scatole polverose e fluttuanti che sezionano quel meccanismo imperfetto che è la memoria si chiudono con la stessa facilità inattesa con la quale in precedenza si sono dischiuse. Carlo ritorna in possesso del suo piccolo cosmo, il cellulare è ancora lì, sospeso tra fianchi e testa, con un gesto goffo e sommario lo scaglia sul suo letto, accumulo inarticolato di lenzuola, indumenti e carte spaginate. Carlo spera che questa sia la volta buona. Ha una bottiglia di vino in frigo. Per un attimo gli balena l’idea di stapparla e festeggiare il sopraggiungere della buona notizia. Non è sempre stato un suo piccolo sogno quello di poter lavorare in un mondo fatto di libri? Si guarda allo specchio, si sofferma sul quel costrutto improvvisato che sono i suoi capelli, su quegli occhiali troppo grandi per contenere un unico volto, su quella barba disposta asimmetrica lungo il percorso della sua pelle. A completare il riflesso autoritratto nauseabondo un bubbone in imminente fase eruttiva, posto nel centro della sua fronte accigliata. Un’immagine davvero troppo triste per meritare l’apertura di una buona bottiglia di vino rosso. In fondo, non ha ancora la certezza matematica del lavoro.
io so
Molti degli interventi apparsi sul numero 32 di Nuovi Argomenti sono disponibili on line. Ecco un po' di link:
Cantico del dopoguerra nei Balcani di Babsi Jones (Su Unità di crisi con mp3)
Umma di Gallarate di Helena Janeczek
Umma di Gallarate #2 di Helena Janeczek
Se le porte della percezione fossero ripulite tutte le cose sembrerebbero infinite di Davide Bregola
Io so e ho le prove di Roberto Saviano
Ode al Lexotan di Matteo Fantuzzi
Inoltre segnalo questo intervento di Giuseppe Genna su Carmilla e la discussione nata sul blog di Loredana Lipperini.






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