buone feste

Per una decina di giorni questo blog chiude i battenti. Riaprirà il 2 gennaio, ma questa mattina ho inserito un po’ di cose interessanti per gli affezionati lettori. Torno nella casetta in campagna di Grottaglie dei miei genitori e porto con me un po’ di libri, “Vietato obbedire” di Concetto Vecchio, che ricostruisce la storia della Facoltà di Sociologia di Trento, “Sacra Corona Unita” di Mariano Longo, entrambi interessanti sottotracce di una “cosa lunga” su cui sto lavorando, poi “Poesie politiche” di Pietro Berra, un testo sul quale tornerò, “Poesie” di Bertolt Brecht, “Entropia e altri racconti” del maestro Thomas Pynchon, e poi un dattiloscritto di una scrittrice della quale sentiremo parlare nel 2006 dal titolo provvisorio di “Il correttore”. A Grottaglie mi aspettano, inoltre, “L’onda del porto” di Emanuele Trevi e “L’oratorio della peste” di Raffaele Gorgoni.
Sereno Natale.
il romanzo italiano dell'anno secondo me
estratto da LA RAGAZZA CHE NON ERA LEI
“You ever have that feeling where you don’t know if you’re awake or still dreaming?”Al risveglio da un sonno inquieto in una stanza d’albergo di una città dello Stato dimenticata da Dio dove fabbricavano merda, Laika Orbit si domandò se l’uomo che dormiva al suo fianco non si fosse trasformato per caso in un mostruoso alieno. A onor del vero, nulla l’autorizzava a pensare a mutamenti di alcun genere. Il mondo intorno a lei era ancora quello che ci si poteva aspettare da un nuovo giorno di questa nostra epoca senza senso. Era il mondo delle cose avvilenti, che sono poi le cose normali di sempre, quelle che cambiano solo per volgere al peggio o diventare più assurde. Era il mondo in cui Laika non si era mai sentita a casa. Per sua fortuna il mugolio elettrico del climatizzatore copriva quasi del tutto il rumore immondo che giungeva da fuori. Era ormai l’alba, infatti, l’ora di dar da mangiare alle macchine. Negli stomaci vuoti degli escrementifici ai margini della città le sostanze chimiche avevano cominciato ad agitarsi emettendo un gorgoglio disumano. Forse gli abitanti di Cloaca Maxima c’erano abituati, ma lei no. Era una forestiera e in quanto tale aveva il sacrosanto diritto di trovare schifoso il fatto di essere svegliata da un ammasso di macchine che hanno fame. Distesa sul letto, Laika fissava uno strano segno sul soffitto che le era balzato agli occhi la sera prima. Avrebbe potuto essere qualunque cosa: una comunissima crepa, un filamento di ragnatela abbandonata dal suo ragno molti anni addietro, una traccia di sporco, un segno del destino. Non le fregava niente di cosa fosse in realtà quello stupido segno e quindi lo fissava con lo sguardo fisso di chi guarda senza vedere. Ciò che in effetti fissava era il dubbio che l’aveva colta al risveglio. Ma non solo. Fissava anche l’inquietudine che le aveva agitato il sonno.
La vita può rivelarsi particolarmente difficile quando passi le tue giornate ad ascoltare le storie da matto di un genio dei numeri che si è bevuto il cervello, uno che calcola tutto. Se poi tu, che con lo squinternato in questione ci dormi tutti i giorni e tutti i giorni ci mangi, ci parli, ci giri in macchina per le strade polverose di questo Stato immenso e desolato e ci fai tutte quelle altre cose, più stupide e meno stupide, che in genere si fanno con qualcuno quando ci si sta insieme, se poi tu – poi – quelle storie da matto le prendi anche sul serio, se ti metti in testa che sono l’unica possibilità che hai per tentare di fare ritorno a casa, alla realtà cui senti di appartenere ma della quale sembra non ci sia traccia nel mondo intorno a te, be’ non è che puoi proprio dire che non hai niente di cui lamentarti. Ora Laika ha distolto lo sguardo dallo stupido segno sul soffitto pur sapendo che presto o tardi ci ributterà l’occhio un’altra volta. Guardate. Gli occhi di Laika stanno per cadere sul corpo dell’uomo che dorme al suo fianco, ma non appena lo farà si volterà all’istante dall’altra parte perché si sentirà assalire da una specie di conato di vomito che le toglierà il respiro. Ecco, avete visto?
Ora Laika cerca di calmarsi, di ragionare. Non ha colpa di nulla, pensa. Ed è proprio così, non può accusarlo di nulla. Intendiamoci, a lei piacerebbe tanto essere nella condizione di poterlo accusare di averla messa in quel casino. Ma non può. Se davvero è stato lui la causa di tutto – cosa che lui non ha mai davvero negato – Laika non è più in grado di dirlo. Ciò che lui le ha fatto e come lo ha fatto, se l’è dimenticato.
Tuttavia non lo incolpa. Ha cominciato a odiarlo per questo e per altro ancora, ma non lo incolpa. È vero che in più di un’occasione gli ha urlato in faccia con le lacrime agli occhi: “Tu mi hai tolto la vita, la sola che avessi mai avuto”. Ma ciò non significa che lei lo incolpi veramente. Lei spera che ci sia una ragione per accusarlo. Spera, tutto qua. E lo spera perché se c’è un motivo, se davvero è stato lui a scaraventarla nel mondo irreale di questa nostra epoca senza senso, allora lui conosce pure la strada per riportarla a casa.
“Non c’è nessuna strada del genere,” le dice però sempre lui. Al che lei ricomincia a piangere e urlare. Spesso lo picchia anche. Lo picchia alla maniera delle donne che si vedevano un tempo nei film ad alto tasso emotivo, agitando i pugni a casaccio come certi pupazzi meccanici suonatori di tamburo.
Gli ha anche tirato dietro uno svariato numero di oggetti, mancandolo tutte le volte.
La verità è che non intende fargli del male. La verità è che lo picchia a quel modo e gli tira dietro gli oggetti sbagliando la mira solo per fargli capire quanto si senta impotente per via del mondo che è intorno a lei. E non si sente solo impotente ma anche inerme e un sacco di altre cose. Indifesa, inerme, infelice e poi che altro? Ah sì, infreddolita. Non di rado si sente come infreddolita. Infreddolita dentro, cioè.
Comunque dopo che ha finito di urlare, piangere e picchiare e tirare oggetti, Laika è solita accasciarsi sul pavimento o sul letto raggomitolandosi in se stessa e tremando tutta, singhiozzando e ripetendo con voce da bambina impaurita: “La sola vita che abbia mai avuto. La sola vita che abbia mai avuto”. A un certo punto si interrompe, ci pensa su e riprende: “La sola vita che abbia mai avuto”. Può andare avanti per delle ore quando le prende così.Bluuuuu-ue Moon
[blue moon blue moon]
You saw me standing alone
[blue moon blue moon]La carta alle pareti della stanza d’albergo della città dello Stato dove fabbricavano merda aveva il tono di giallo pallido più deprimente di tutto l’universo, un colore che si trova in molte stanze d’albergo. Di fronte al letto c’era un mobile in formica stile Depressione dell’Infelicissimo Secolo. Sopra il mobile, il televisore spento. Sopra il letto, appesa alla parete, una stampa d’epoca degli escrementifici di Cloaca. Ai lati del letto, due comodini disperati. Sopra i comodini, lampade più disperate dei comodini, con paralume sbilenco. Poi c’era la porta del bagno. E la porta che dava sul corridoio. Poi una sedia che si sentiva sola. Un armadio a muro pieno di angoscia. E naturalmente il segno sul soffitto. Lo stupido segno che poteva essere una crepa nel soffitto o una ragnatela. Lo sapeva, cristo. Le era tornato in mente il dubbio che l’aveva colta al risveglio. Quella sensazione di panico. Aveva ancora la testa girata da un lato. E gli occhi chiusi. Aveva fatto la panoramica della stanza a memoria. Era una cosa che faceva spesso. Pensare a occhi chiusi le faceva paura. La faceva sentire più sola, più in balia dell’universo. Così, ogni qualvolta le veniva voglia di starsene con gli occhi chiusi, faceva a memoria l’inventario di ciò che la circondava ma che non vedeva. Sperava in quel modo di non essere assalita da pensieri che le avrebbero dilaniato il cuore a forza di morsi. Voleva un po’ di serenità. Non tantissima serenità, ovvio. Soltanto un po’. Diciamo che se pensava di ammazzarsi o prendere a pugni il letto o lanciare la lampada col paralume sbilenco contro il televisore spento, magari rimandava la cosa a un altro momento. Girò il capo e aprì gli occhi. Le si parò davanti la vista del proprio corpo, disteso supino sul letto. Era nuda, a parte la maglietta psichedelica coi frattali fluorescenti. Ammirò le proprie gambe. Le teneva dritte e leggermente divaricate. Quanto a quello non poteva davvero lamentarsi, aveva delle belle gambe. Il pensiero le mise allegria e fece tic tac coi piedi. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Era questo che intendeva con fare tic tac coi piedi: farli oscillare come i tergicristalli di una macchina. Si domandò se fosse un suo modo di trastullarsi di quando era bambina, fare tic tac coi piedi. Probabilmente sì. Sentiva che era così. Cielo, quanto bene voleva alla bambina che era stata e della quale non serbava più memoria. Si carezzò l’interno delle cosce pensando a lei, fantasticando su come si chiamava, dove viveva, quale scuola frequentava. Si chiedeva se per caso teneva un diario o se c’era un ragazzino di cui si era segretamente innamorata.In pratica fantasticava sul nulla. Avrebbe potuto immaginare qualunque cosa le fosse venuta in mente, perché non sapeva più niente di quella bambina che era stata, così come non sapeva più niente di se stessa dal giorno che aveva incontrato lui, l’alieno che dormiva al suo fianco, l’uomo che parlava senza vocali e calcolava tutto, colui che le aveva cancellato la vita. Continuò ad accarezzarsi le gambe, ma in modo diverso. Per cercare conforto, coccolarsi. Quel poco di allegria era svanito del tutto. Si toccò la pancia. Si sentiva strana da un paio di giorni. Cercò di ricordare quanto tempo era passato dall’ultima volta che le erano venute, ma aveva perso il conto. Che modo di vivere è questo?, pensò. Sempre in giro. Una notte in un albergo, quella dopo in un altro. Mai più di due giorni nella stessa città. Si perde il senso del tempo, così. Avessi almeno un’idea della geografia di questo Stato. Non so, sapessi quanto è grande forse riuscirei a farmi uno schema mentale dei nostri spostamenti, e magari anche a tenere il conto dei giorni.
Si girò verso il comodino, aprì il cassetto e tirò fuori la Bibbia. In qualunque albergo o motel dello Stato ti capitasse di dormire sapevi che nel comodino accanto al letto avresti trovato una Bibbia con la copertina in similpelle e il tono più scuro di marrone che si potesse immaginare. Era una presenza che le dava una specie di sicurezza. Almeno una cosa, una soltanto, in quel mondo di merda aveva accettato di stare al posto suo in tutti i posti. La Bibbia nel cassetto. Certo, se ci pensava doveva riconoscere che anche altre cose accettavano di stare sempre al loro posto in tutti i posti. Il televisore, per esempio, aveva accettato di stare sempre spento davanti al letto. Ma con la Bibbia era diverso. A chi fregherà mai qualcosa delle Bibbie nei cassetti dei motel? Nessuno si lamenta con il portiere perché nel cassetto della sua stanza non c’è la Bibbia oppure perché è sporca o ha le pagine strappate o ci hanno scarabocchiato sopra disegni osceni. Le avessero bruciate tutte, se ne sarebbe accorto qualcuno? Nemmeno a lei fregava niente. La maggior parte delle volte apriva il cassetto solo per vedere se c’era. Era un gesto simile a quello di molti bambini che prima di andare a dormire guardano sotto il letto per vedere se c’è un mostro. Perfino la radio del karma diceva sempre che è bene evitare di fare i conti senza il drago, soprattutto se ci dormi accanto. Così faceva lei: apriva, guardava e richiudeva. Apriva il cassetto, guardava se c’era la Bibbia e lo richiudeva. Certe volte, però, capitava che allungasse una mano e l’afferrasse. Più che altro era per le Bibbie. Se ne stavano da brave nei loro cassetti di tutti i motel dello Stato. Mai che qualcuno si sognasse di prenderle in mano. Non dico leggerle, solo prenderle in mano. Un piccolo gesto di gratitudine per il fatto di stare sempre al loro posto. Se lo meritavano, no? Chi è che accetta di stare sempre al suo posto in questa nostra epoca senza senso, a parte le Bibbie e i televisori spenti? Gli interruttori della luce, forse. Il bagno nei ristoranti. E poi? Alcune rare volte, quando era di umore particolarmente indifeso e infreddolito come oggi, Laika si spingeva fino al punto di leggere una pagina a caso. Strofinò il volume sulla coperta per togliere lo strato di polvere che lo ricopriva. Ecco un’altra cosa che stava sempre al suo posto: la polvere. Stronzissima polvere di questo Stato di merda. Non la sopportava. Inoltre non era esatto dire che fosse sempre al posto suo. Perché come si fa a dire che una cosa sta al posto suo quando sta dappertutto? Posto suo, un cazzo. Dappertutto non è un posto. Dappertutto è dappertutto.
Lui ripeteva sempre che un posto non è nulla, neppure semplice spazio, a meno che nel suo cuore non ci sia un numero.
“Allora devono avere scambiato la polvere per un numero”, ribatteva sempre Laika con amarezza, ma nell’intimo pensava che lui avesse ragione, che la polvere fosse lì per un motivo preciso che non era però quello di mandarti in orbita se per caso la mangiavi.
Lui diceva che la polvere era lì al posto della polizia per spiare la gente e controllarla. In effetti lo dicevano tutti in quel mondo di pazzi. Non di rado anche a lei capitava di sentirsi gli occhi della polvere addosso. Gli occhi, sì. Perché quella polvere sembrava ti guardasse per quanta ce n’era.
Forse, col tempo, sarebbe giunta ad accettare tante cose, magari anche il fatto di non avere più un passato. Ma la sensazione della polvere che ti guarda, no. A quello non si sarebbe mai abituata.
Una volta aveva avuto un incubo terribile. Aveva sognato che migliaia di granelli le si erano infilati tra le gambe mentre dormiva. Migliaia di sudici occhi polverosi che le spiavano l’intimità.
Si era svegliata urlando e aveva cominciato a strofinarsi con un lembo del lenzuolo. “Ce li ho dentro”, ripeteva. “Mi sono entrati dentro migliaia di quei cosi”.
“Ql cs?” le aveva chiesto lui senza aprire gli occhi.
“Come quali cosi? Stanno dappertutto e mi chiedi pure quali cosi?” disse lei scuotendo la testa e continuando a strofinarsi con il lenzuolo.
“Plvr, nn cs”.
“Polvere, cosi. Che differenza fa? Ce li ho dentro, cazzo. Ce li ho dentro”.
“Dntr dv?”
“Dentro nella fica, stronzo. Ecco dove”. Andò e si fece una doccia.
Tornò a letto solo dopo essersi calmata. Lui non si era mosso di un millimetro. Sempre sprofondato nei suoi sonni pieni di numeri.
“È stato un sogno terribile”, gli disse. Voleva essere coccolata.
Lui bofonchiò qualcosa di incomprensibile.
“Erano dentro di me e mi guardavano tutta”, disse ancora con un filo di voce. “Ho avuto paura”.
“Ptv bnssm nn ssr n sgn”.
“Cosa?” gli domandò guardandolo male. “Non puoi provare a parlare come tutte le persone normali, una volta tanto?”
“Voglio dire, visto che la polvere è dappertutto perché dovrebbe essere stato soltanto un sogno? Se è dappertutto è molto probabile che ce l’hai anche lì dentro”.
“Probabile?”
“È una questione di logica elementare”.
“Ma vaffanculo”, aveva detto Laika, e nel dirlo si era girata di scatto dall’altra parte tirandosi dietro la coperta.
Il ricordo di quell’episodio la spinse a posare ancora lo sguardo su di lui. Perché non capisci le cose più semplici?, pensò carezzando la copertina della Bibbia.
Sfiorò con le dita il cordino segnalibro e ciò la spinse ad aprire il volume.
“E allora i figli di Israele partirono da Ramses verso Sukkot, e si accamparono in Etam, ai limiti del deserto. E partirono da Etam e traversarono il mare verso il deserto; e camminarono per tre giorni nel deserto e si accamparono a Mara. E partirono da Mara e arrivarono a Elim, e si accamparono presso il Mar Rosso”.
Rosso come la polvere, pensò Laika.
Riprese a leggere. “E partirono dal Mar Rosso e si accamparono a Dafca. E partirono da Dafca e si accamparono ad Alush. E partirono da Alush e si accamparono a Refidim, ma laggiù non c’era acqua da bere per il popolo”.
Non era quello che facevano anche loro, partire da un motel per accamparsi in un altro? Non attraversavano anche loro le strade deserte dello Stato affondando sempre più nel mare rosso della polvere che si stendeva su tutto? Era forse vita, quella?
Per lei no. Non più, almeno.
È vero che era stata lei ad accettare, ma se avesse saputo cosa intendeva lui con “fuggire” avrebbe detto no. Si sarebbe tenuta la sua vita, per quanto squallida e deprimente potesse essere.
Rilesse l’ultima frase. “Ma laggiù non c’era acqua da bere per il popolo”. Chiuse la Bibbia e la lanciò contro il muro con tutta la forza che aveva. Fece un bel botto. Per poco non centrò il televisore.
“Cos’è stato?” domandò lui aprendo gli occhi per un brevissimo istante.
“Niente. Torna a dormire”, disse lei e sospirò.
Lui sembrò davvero riaddormentarsi. Poi, con un mugugno da oltretomba, le chiese ancora: “Cs st-t?”
“Niente, ti ho detto. Era solo la Bibbia”. Senza voltarsi a guardarlo, gli passò una mano tra i capelli.
Lui fece uno di quei versi strani che si fanno nel dormiveglia.
“Torna a dormire, per favore”, lo implorò con voce strozzata. “Torna a dormire”.
Sembrò darle ascolto perché il suo respiro regolare e profondo avvolse la stanza. Il rumore del climatizzatore sembrava essere stato inghiottito dal respiro di lui. Per sentirlo ti dovevi concentrare.
Non è buffo come spariscono i rumori, a volte? Spariscono continuando a fare rumore.
Lei si voltò su un fianco dando le spalle all’uomo, si morse forte le labbra, schiacciò la testa contro il cuscino e pianse.
No che non è buffo. Non è buffo neanche un po’.Without a dream in my heart
[blue moon blue moon]
Without a love of my own
[blue moon blue moon]
da La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio (Einaudi Stile Libero, Torino, 2005)
tratto da vertigine 6_politicamente scorretto
CHI E' QUEL SIGNORE VESTITO DI BIANCO VICINO A BOB DYLAN?

Ci sono stati almeno due clamorosi errori, in questa storia. Primo, mi sono riprodotto. Secondo, si è riprodotta anche mia figlia. Un paio di sbagli veramente grossi. Hai capito, piccolo coglione? Adesso porta un po' di rispetto al nonno, e smetti di giocare col telecomando del catetere. Va bene, è un catetere sofisticato, intelligentissimo, io gli sono affezionato, gli parlo, l'ho chiamato Bruce, ma se a va in tilt la cosa non è mica molto bella. Allora, vieni qua, stupido nano, che ti racconto un po' di storie. Prima di tutto, scusa se te lo dico, in quella scuola che ha scelto tua madre vi stanno facendo diventare ignoranti come zucche. Guarda in faccia il nonno. Guardami in faccia. Quanto credi che sia vecchio, io?
No, davvero, è una domanda seria. Visto che mi hai appena chiesto se ho conosciuto Gesù, i Beatles e Giovanni Paolo II, quanti anni credi che abbia, esattamente, io? Perché i Beatles li ho mancati di poco, d'accordo, ma Gesù, se è esistito, è morto millenovecentoquarant'anni prima che io nascessi. Fai te, guarda che belle cose che t'insegnano. Vieni proprio su bene, in quella scuola.
Giovanni Paolo II, dunque, com'è che lo chiami tu? Il Papa Santo? Ah, be', quello, sì, in un certo senso l'ho conosciuto. Era un mio contemporaneo. Una volta l'ho anche visto in carne e ossa.
Stai calmo. Cos'è tutta questa eccitazione? Mica camminava sull'acqua o viaggiava su un'arca di luce. Aveva una Papamobile. La chiamavano così.
Insomma, sì, una volta mi è passato vicino sulla Papamobile. Vuoi che ti racconti tutto? Smetti di giocare con quel telecomando, allora, stai buono tre secondi, e ti racconto tutto.
Dunque, era la fine degli anni novanta, e il Papa doveva venire a Bologna per non so quale cavolo di motivo. C'era un concerto in suo onore, in un posto che si chiamava il Centro Agroalimentare.
Io e i miei amici, di andare al concerto per il Papa, non ci pensavamo neanche. Una giornata intera tra frotte esaltate di Papaboys? Piuttosto saremmo emigrati. Piuttosto ci saremmo tappati in casa, con le tapparelle abbassate e le porte chiuse a doppia mandata.
Solo, al concerto era stato invitato anche Bob Dylan.
Forse l'avevano invitato perché Knockin' on heaven's door era la canzone ufficiale dell'evento, o del Giubileo, o della Conferenza Episcopale, o quel cavolo che era. Non importa. Nel sentire il nome di Bob Dylan, io e miei amici avevamo esitato.
Bob Dylan! Il nostro mito! Nella nostra città!
C'erano stati lunghi dibattiti tra noi. Perdersi Bob Dylan o sopportare i Papaboys? Bob Dylan avrebbe cantato solo tre canzoni, peraltro. Avremmo dovuto sopportare tutto quel caravanserraglio per sentire tre misere canzoni.
E poi si era discusso di questioni etiche. Bob Dylan che andava a rendere omaggio al Papa?, diceva qualcuno di noi, Ma non si vergogna?, e io che dicevo Ma guarda che Bob Dylan non è mica cattolico, è ebreo, per lui rendere omaggio al Papa è come rendere omaggio, chessò, al Dalai Lama, e un altro che diceva Macché ebreo, si è convertito ai Cristiani Rinati, ti ricordi quegli album da fondamentalisti a fine anni settanta tipo Saved?, e io, Sì, si era convertito ma poi è tornato alle origini, hai presente Neighbourhood Bully?, e un altro Allora è un genio, a farsi pagare un miliardo dalla chiesa cattolica per cantare tre canzoni.
Insomma...
Mi stai guardando in modo stranissimo, sai? Vuoi che parli del Papa più che dei nostri tormenti interiori? Stai calmo. Ci arrivo.
Insomma, dicevo, eravamo andati.
Di quella giornata ricordo varie cose, pochissime belle. Tipo che c'era un gran caldo e un sacco di gente. Che i Papaboys erano insopportabili, ma che peggio di loro erano gli esaltati religiosi di mezza età. Quelli con la faccia da caposcout. Tremendi. Orribili. Già dopo due ore odiavamo tutte le duecentomila persone intorno a noi.
Quand'era arrivata la Papamobile, i Papaboys si erano messi a strillare, a sventolare dei fazzoletti, e a intonare il nome del Papa con un coretto da stadio tipo Gio-van-ni-Pao-lo.
Io? No, io non cantavo e non sventolavo fazzoletti. Io, mentre passava la Batmobile, mangiavo un panino.
Queste facce che fai ogni tanto sono insopportabili, sai, piccolo scemo? Mangiavo un panino, sì. Capita. Avevo fame. Dovevo nutrirmi con le carni bianchicce dei Papaboys, secondo te? Dovevo digiunare in attesa dell'apparizione della Papamobile?
Insomma, il Papa era salito sul palco, si era messo di lato a seguire il concerto e in attesa di Bob Dylan avevamo dovuto sopportare tutta la trafila dei cantanti in adorazione del tuo mito, il Santo, quello. Poi, finalmente era arrivato Lui. Il mio, di mito. Bob Dylan. Che aveva attaccato Knockin' on heaven's door.
I Papaboys avevano provato a cantargli dietro, visto che la canzone era l'inno ufficiale eccetera eccetera, ma Dylan aveva cambiato gli accenti e i fraseggi e la cadenza, così che nessuno era minimamente riuscito a stargli dietro. Per fortuna. E un caposcout quarantenne pelato e con la barba alle mie spalle aveva detto Ma è ubriaco, sentite come sta cantando!
Iio, con i nervi provati dalla lunga attesa e dalle cattive compagnie, avevo seriamente meditato di tendergli un agguato nelle toilette del Centro Agroalimentare.
Poi...
Che dici?
Com'era vestito?
Mah, aveva il costume di scena stile western, il cappello Stetson...
Perché fai quella faccia?
Andava sempre in scena così, in quel periodo.
Ah, volevi sapere com'era vestito il Papa?
Mah, di bianco, immagino. Con quel copricapo in testa, quello, come si chiama, quello tondo. Io guardavo Dylan, mica lui. Che ne so, di com'era vestito il Papa?
Ti ho detto di non fare quella faccia, sant'iddio. Cerca di mettertelo in testa: nella mia vita, Bob Dylan è stato infinitamente più importante del Papa. Di qualunque Papa.
Oooh. L'ho detto.
Non sei mica svenuto, vero? Stai bene?
Poi chi lo spiega, a tua madre? Stai bene, vero?
Comunque, Dylan aveva cantato una versione lunghissima e lentissima di A Hard Rain's a-Gonna Fall. Tanto lunga e trascinata che il caposcout si era convinto definitivamente di avere a che fare con un ubriaco, che metà dei Papaboys avevano iniziato a guardarsi intorno sconcertati e l'altra metà si era tappata le orecchie con le mani, che il Papa si era assopito, e aveva deciso di non voler avere più niente a che fare con quella storia. Allora, prima di andarsene, aveva fatto un discorso interminabile sui talenti e sul soffio dello spirito, mi pare. Di quel discorso avevo ascoltato tre parole, impegnato com'ero a decifrare l'espressione di Dylan dopo l'interruzione.
Poi Dylan si era tolto il cappello ed era andato a salutare il Papa, rischiando pure d'inciampare in mondovisione. E alla fine era riuscito a cantare Forever Young, finalmente, prima di andarsene anche lui. A quel punto, naturalmente, ce n'eravamo andati pure noi.
Sì, tutto qua.
Che volevi che ti dicessi? Che fino a quel giorno ero zoppo, poi il Papa mi ha toccato e da allora cammino? Io ero andato là solo per vedere Bob Dylan, come dovresti aver intuito. Quindici anni prima che Dylan scomparisse in una misteriosa esplosione, naturalmente. Anche se io sono convinto che sia ancora vivo da qualche parte, e che si mantenga giovane artificialmente, così che...
Se mi ricordo di quand'è morto il Papa?
Sì che me lo ricordo, certamente.
Si sarebbe dovuto giocare Bologna-Inter, quel giorno.
Ti senti bene? Sei diventato cianotico.
Dicevo, era sabato, si sarebbe dovuto giocare l'anticipo Bologna-Inter. Eravamo tutti convinti che il Bologna avrebbe vinto agevolmente, io e i miei amici. L'Inter era piena di infortunati, i suoi giocatori sudamericani erano appena tornati dalle nazionali e avevano addosso il fuso orario, insomma, eravamo tutti convinti di vincere, quel giorno. Solo, visto che le condizioni del Papa si stavano aggravando di ora in ora, la partita era stata rinviata.
Preventivamente.
Col Papa ancora vivo.
Avevamo giocato una settimana dopo. Con gli infortunati dell'Inter di nuovo in campo, e i sudamericani senza più problemi di fuso orario. E avevamo perso.
Come cosa c'entra? Quell'anno il Bologna è andato in serie B. Con un punto in più, anche un solo punto, non sarebbe andato in serie B. Sarebbe bastato giocare contro l'Inter quel sabato pomeriggio...
Ma che hai da guardarmi così? Che vuoi? Non capisci? La mia scala di valori è un po' diversa da quella di tua madre, sai? Qualunque terzino dai piedi a banana, qualunque mediano con i ceppi alle caviglie, qualunque riserva che abbia vestito la maglia del Bologna per dieci minuti, nella mia vita ha comunque avuto più importanza del Papa. Anche il cast di Friends, per me, ha avuto più importanza del Papa.
Ooh.
Mi sono sfogato.
Aspetta, dove vai?, aspetta, facciamo un patto.
Mettiamo che non dici niente a tua madre di questa conversazione, va bene? Mi sono un po' lasciato trasportare, quella non la prende mica tanto bene, è capace di riprogrammare la scheda madre del mio bypass, è una serpe, tua madre...
Facciamo che non le dici niente, promesso?, non le dici niente, e io ti racconto di quando ho incrociato un certo senatore in una piazza di Roma. Sì, quello gobbo che poi hanno fatto santo.
Va bene?
Ciao.
Non dire niente, eh?
Visto che mi tocca fare, Bruce, con una figlia del genere? Fortuna che ho sempre te con cui parlare.
Vero che avremmo vinto, quel giorno, con l'Inter?
Vero che Bob Dylan è ancora vivo?
tratto da vertigine 6_politicamente scorretto
LORO
Version 0.9.2

prima
lo seguono nel chiarore del retrobottega
sicuri del fatto loro gli fanno persino discorsi pratici
su quanto potrebbe restare in piedi del suo futuro
cosa che pare a lui non frega
vuoi per l’eventualità di certi strascichi
sia per l’onesto lavorare al pozzo dei pensieri
oltre l’estremo limite di ogni costanza
per questo sembra li guardi con indifferenza
quasi non li senta parlare del come o dei perché
solo contempla in funzione di se stesso
la consistenza del cosa era davanti al cosa è
mentre nuovamente la parola perde di significato e nesso
intermedia
ammirano lo strato secondario della luce
quella piega meridiana che strappa forme dal paesaggio
riducendole a fondale necessario
qui andrebbe fatto lo sforzo si dicono
qui non poco oltre
fermando il tempo nell’istante imposto alla natura
e l’uno capisce la parolina la formuletta magica
composta dalla metà a se stesso identica
allora con gli occhi immagina il boato avvenire
prendere forma prima dell’orizzonte
senz’altro bisogno di sapere
terza
soppesano i campi
il modo in cui si sformano e reagiscono alla polvere che li preme
verso il sottile scroscio di benzina
con la freddezza di chi sopravanza il tempo
le sue regole decise altrove
l’attimo dopo bruciano la terra
il seme su cui cammina questa loro stessa vita
raccolta attorno a parvenze di idee ma ripulita
così da essere coltivata palmo a palmo con parole cretine
fin dove è lecito immaginare ci sia spazio
fin dove credono continui il pensiero non comune
per fare quanto va fatto e distruggere la grazia
quarta
si sfalda sotto le scarpe l’osso dell’animale
grigio scuro il suo apparato digerente appare come
polvere irta di schegge sconosciute
che a fatica altri potrebbero interpretare
con quel futuro immediato da ora inadempiente
bruciato completamente il cranio
riposa poco distante dal resto del mondo
e ride coi suoi canini messi davanti
retorico pensano prima di addentrarsi
a controllare sul terreno la bontà
del lavoro compiuto da bravi artigiani
alla sua metà l’uno indica
la via già vista nelle rughe delle mani
attratti dal solco
passano di qua
estratto
(Ecco l'inizio di un reportage narrativo scritto su San Giovanni Rotondo. Ringrazio Cristiano de Majo che mi ha dato l'idea. Il testo fa parte di un progetto collettivo sul quale vi terrò aggiornati)
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Rossano Astremo
Appunti dell’osceno nello spazio-feticcio di San Giovanni Rotondo
La strada è tortuosa, si snoda lungo frazioni d’asfalto ardue, in pendenza massima. L’autobus procede a velocità ridotta, una cinquantina di donne e uomini in coro, all’unisono, recitano il rosario, seguendo il vociare amplificato di una anziana obesa in prima fila. Destinazione San Giovanni Rotondo, in pellegrinaggio, tutti devoti di Padre Pio. Mia nonna fissa la sua stampella da poco acquistata. Starà sicuramente pensando al nonno, al suo malore, disteso sulla sua brandina fetida dell’ospedale di Taranto, agonizzante, che aspetta la morte, divorato da un tumore al fegato. Anni di abuso alcolico non vengono perdonati a nessuno. La nonna è in viaggio, racchiusa in preghiera. Chi possiede una fede smisurata è dotato di dosi supplementari di speranza, che tira fuori negli attimi della disperazione più assoluta. Io sono al suo fianco. L’accompagno. Mia madre ha promesso che al mio ritorno verrò adeguatamente ricompensato. Ho ventisei anni. Ho una laurea. Faccio piccoli lavori saltuari, collaboro con un quotidiano locale, correggo bozze per una casa editrice che pubblica libri di storia locale, scrivo tesi di laurea per scansafatiche che hanno bisogno di uno straccio di carta per continuare a gozzovigliare, immersi nel loro benessere ereditato. Accumulare denaro in ogni modo. Cercare di arrivare alla fine del mese. Questa è la mia ossessione quotidiana. Siamo quasi giunti a destinazione. Un’anziana signora, seduta affianco a noi, vomita liquidi gialli in una busta di plastica. La fitta successione delle curve agita gli stomaci meno resistenti. Il brusio delle preghiere recitate in loop si confonde con i singulti feroci della donna agonizzante, con il volto racchiuso in una busta trasparente che lascia intravedere la consistenza delle sostanze accumulate al suo interno. La nonna sembra non accorgersi di nulla. Dietro gli occhiali dalle lenti spesse, le sue palpebre, scagliate verso il basso, oscurano la visuale circostante. Siamo quasi arrivati. Padre Pio devi aiutare mia nonna! Riesci ad annusare la sua disperazione?
la settimana sbianca

Su www.volontarifermalunga.splinder.com , neonata associazione culturale di Grottaglie, il programma di "La settimana (s)bianca", che si svolgerà dal 25 al 30 dicembre. 6 giorni di controcultura: Mostra di pittura, Concerti, DJset, Cinema, Teatro e poesia.
Ci sono anch'io.
Giovedì 29 Dicembre 2005.
Castello Episcopio h. 18.30 – Reading
"Oltre lo zero" di Rossano Astremo. Performance poetico-sonora.
Rossano Astremo, giovane scrittore grottagliese è il curatore del periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine (vertigine.clarence.com). Su una base di musica elettronica, l’autore eseguirà un reading poetico dei suoi lavori.
tre versi

Di tutto il male che c'è ne sniffo un grammo a colazione.
S'inoltra lungo le arterie, s'incurva e lucido s'innerva.
Quale fiocco di neve scatena la valanga?
r.a.
una poesia

Paola Malavasi
INVITEREMO CHI VUOI
Ci daremo appuntamento nel presente del pesco.
Potremo chiamare chi vuoi e raccontare le storie che mancano.
Non ci sarà il fosso a separarci dall’estate e sarà subito l’ora.
Nessuna lente scura riga il profilo del presente.
La lingua antica attraversa anche occhi azzurri
che portano in campagna il mare, così
se si spegne la luce sarà una luna salata a illuminare il cielo
e dalle parole nasceranno i nostri figli, ruscelli naturali.
Non ci saranno segni, non più del solito.
Una di noi consulterà la riva delle lacrime e le foglie che vi navigano.
Con una ciabatta sformata cancelli il porto.
Quando scompare la tempesta, la deriva è terra, è ogni deriva.
Niente più ci trafigge e c’è chi entra e chi ritorna.
Messaggi, nel folto delle nubi, messaggeri
nel segno di un prodigio, voci del campo,
il mattino dei mattini, nelle insonnie e nelle veglie,
piaga e metro del tempo,
invita chi vuoi sotto il presente del pesco,
già soffia il vento sulle foglie.
minimum fax 2006
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Ed ecco un trailer del piano editoriale 2006 di minimum fax. | |
una poesia
ANDREA INGLESE
Favola dell’entrata in combattimento
Entrare nel combattimento.
Ci vorranno giorni. Preparativi. Fogli bianchi e matite
temperate. Colpi di telefono. Malesseri.
Ci vorranno mani da combattimento.
Diverse da queste, per migliori prese,
a sangue, per trattenere i tremiti, le scosse,
trasmetterle poi ad altri, tramandare.
Con altre mani sarà più facile
colpire, arrampicarsi, rompersi le unghie.
Mani aderenti di ragno. Che al primo tocco
si spellano. Mani sbucciate come frutti.
Ci vogliono liquidi e giustizia e riposo
per calmare i dorsi scorticati, le nocche
ferite.
(Non useremo guanti, né mantelli.
Sputeremo sui buchi nel palmo,
affinché le piaghe non si facciano
croniche stimmate. Puliremo
via sangue e saliva sul rovescio
del cappotto.)
Il graffio del gatto ci fa paura.
Anche il freddo. La pioggia battente.
una poesia
BERTOLT BRECHT
DA LEGGERE IL MATTINO E LA SERA

Quello che amo
mi ha detto
che ha bisogno di me.
Per questo
ho cura di me stessa
guardo dove cammino e
temo che ogni goccia di pioggia
mi possa uccidere.
tempo di classifiche
Ecco i dieci libri di narrativa italiana che in questo 2005 mi son piaciuti di più. In rigoroso ordine di preferenze, con la certezza di aver dimenticato qualche pezzo per strada.

1. Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei (Einaudi)
2. Giuseppe Genna, L’anno luce (Marco Tropea Editore)
3. Leonardo Colombati, Perceber (Sironi)
4. Girolamo De Michele, Scirocco (Einaudi)
5. Gianluca Gigliozzi, Neuropa (Luca Pensa Editore)
6. Giordano Meacci, Tutto quello che posso (minimum fax)
7. Massimiliano Parente, La Macinatrice (peQuod)
8. Antonio Moresco, Lo sbrego, (Bur-Holden Maps)
sempre utile
"La tecnica dello scrittore in tredici tesi" di Walter Benjamin

I. Chi intende procedere alla stesura di un'opera di vasto respiro si dia buon tempo e, al termine della fatica giornaliera, si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.
II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.
III. Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana. Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l'accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepito di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l'orecchio interiore, quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé persino i rumori discordanti.
IV. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carta, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.
V. Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, e tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri.
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l'ispirazione ed essa l'attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un'intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
VII. Non smettere mai di scrivere perché non ti viene più in mente nulla. E' un imperativo dell'onore letterario interrompersi solo quando c'è da rispettare una scadenza (un pasto, un appuntamento) o quando l'opera è terminata.
VIII. Occupa una stasi dell'ispirazione con l'ordinata ricopiatura del già scritto. L'intuizione ne sarà
risvegliata.
IX. Nulla dies sine linea: sì, però qualche settimana.
X. Non considerare mai perfetta un'opera che non t'abbia tenuto una volta a tavolino dalla sera fino a giorno fatto.
XI. La conclusione dell'opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.
XII. Gradi della composizione: pensiero, stile, scrittura. Il senso della bella copia è che in questa fase l'attenzione va ormai soltanto alla calligrafia. Il pensiero uccide l'ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.
XIII. L'opera è la maschera mortuaria dell'idea.
da "Strada a senso unico", 1928 (trad. it. Einaudi, 1983)
estratto
Wu Ming Breed's Hill, 17 Giugno 1775 Racconto. I° prolegomeno al nuovo romanzo,dicembre 2005 V
presentazione
Presentazione sabato 17 dicembre presso l’Art Lab di Maglie
Santese & Amato: due voci per un libro

“Accendimi – Come d’incanto dionisiaco”, questo il titolo del libro di poesia scritto da Giovanni Santese e Veronica Amato, edito dalla Luca Pensa Editore, che verrà presentato sabato 17 dicembre alle ore 20 presso l’Art Lab (Ex Conceria Lamarque) di Maglie. La genesi del libro risale allo scorso anno, quando nel novembre del 2004 Santese vinse il poetry slam, competizione poetica a suon di versi con giuria selezionata tra il pubblico presente, svoltosi all’interno della Città del Libro di Campi Salentina. Premio previsto la pubblicazione del libro. Giovanni Santese, autore nel 2004 del suo libro d’esordio, “Amore lavati che ti porto a ballare”, ha deciso di condividere la gioia della pubblicazione con Veronica Amato, giovane poetessa salentina che attualmente vive a Bologna. Il testo è diviso in tre sezioni. La prima ospita i versi dell’Amato. La sua è una poesia nella quale quale l’io lirico si fa corpo invasivo (“Finché dura questo gioco, / posso incastrarmi le mani ed osservare. / Studiare le mie unghie, / i peluzzi delle dita. / Posso con gli occhi / leccare il volto della gente che passa”), una poesia in divenire, un cantiere aperto che cerca perfezioni, in cui non mancano picchi ad alto voltaggio lirico (“Morii in un attimo / e fu un secondo infinito / fosse stato per me non te lo avrei detto. / Non a te”). Nella seconda sezione spazio ai versi di Giovanni Santese, che con cinismo e ironia, già presenti nel suo libro precedente, attacca i poteri forti dell’establishment politico e cultarale, raggiungendo gli esiti migliori nella risacrittura del “Fate fogli di poesia, poeti” dello scrittore di Caprarica Antonio Verri (“Fate fogli di poesia poeti, / scrivete le vostre poesia, / non sprecate parole prezzolate, / cercatele fra la gente povera semplice umile”). Il libro si chiude con una terza sezione “sperimentale”, che raccoglie liriche scritte da entrambi gli autori, attraverso un costante scambio di email. Un libro atipico e originale, che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogna, l’importanza e la necessità in letteratura della condivisione di visioni ed emozioni. La serata si concluderà con l’esibizione del gruppo “I Selvaggi del Borneo”.
il reality secondo meacci#2
Giordano Meacci
“The ®Heaven”

«Taluni esperti hanno prospettato l’ipotesi che la parola koala possa voler dire ‘che non beve’, e, anche se l’interpretazione è inesatta, resta il fatto che l’animale, in effetti, non beve. Il koala non beve letteralmente mai; se si decide a farlo, l’allevatore sa di possedere un animale moribondo. Ogni volta che si è visto un koala bere dell’acqua, lo si è trovato morto dopo qualche giorno».
Ivi, p. 473
Alla fine della prima settimana c’era stata un’eliminazione in massa di cinquanta differenti credi religiosi. Ventidue soltanto tra quelli indiani, incagliatisi in una lotta fratricida tra culti che aveva visto trionfare dalla riva ipocrita dell’attesa le altre religioni. “Escluso di lusso a sorpresa”, s’era lasciato scappare il presentatore: Edward Luttwak, ben lieto di accollarsi la responsabilità del programma in séguito alla richiesta esplicita di Gendre – e però comunque endemicamente incapace di garantire una pur minima imparzialità di facciata. “Escluso di lusso a sorpresa”, aveva mormorato a cinque continenti e a oltre tre miliardi e mezzo di contatti il volto contrito di Luttwak, “il reverendo Simmons della Bible Church”. Simmons era rimasto vittima di uno scontro infrasettimanale con Mesbah Yadzi. Fiero sostenitore di Bush e convinto che l’imam iraniano (suo vicino di bungalow per improvvida decisione autoriale) avrebbe di lì a poco attentato alla sua vita di fronte a due terzi del pianeta, il reverendo texano si era nottetempo dedicato all’inchiodatura della porta dell’imam, in modo da escluderlo – a sua detta – dalle “attività dialogiche del mattino dopo” e costringerlo al ritiro per “inadempienza contrattuale”. Immediatamente scovato dalle telecamere 765 e 437, il reverendo Simmons aveva giustificato il suo operato come “tattica dialogica preventiva”, replicando alle rimostranze della produzione: “non è espressamente scritto nel regolamento del programma che uno dei leader non possa inchiodare dall’esterno la porta di un bungalow”. Così, la decisione era stata demandata al pubblico, che aveva giustiziato il reverendo Simmons con un invio schiacciante di sms dall’Iran e dall’Arabia Saudita. Tanto che, dopo un breve periodo di “congelamento riflessivo” nella sua personale sfera trasparente sospesa, Simmons era stato allontanato definitivamente da “The ®Heaven”. Per tutta la settimana il tempo dei santi leader era stato battuto dal ritmo incessante del verbo televisivo; con l’eccezione del contrattempo simmonsiano e di due episodi “piuttosto incresciosi”. Nel corso della terza giornata, il reverendo Moon era riuscito in un solo colpo nell’eliminazione imprevista di Videvànt e di Henriette Bourdon, la portavoce di Scientology. Accortosi immediatamente della scintilla scoccata tra i due, li aveva convinti a sposarsi in diretta secondo il proprio rito; con conseguente abbandono delle due rispettive filosofie e lo sfogo in diretta di Videvànt, che ammise pubblicamente di non avere mai creduto “davvero che i peli corporei fossero antenne interplanetarie per comunicare con gli elhoim”. E il quinto giorno: quando – rispondendo a una domanda degli spettatori “estratta a sorte” dal computer tra tutte quelle arrivate per posta elettronica – si consumarono le fughe volontarie dal programma di Alce Rissoso, capo spirituale sioux, e del pope Alessio II. «Perché così tanti tra voi portano ridicoli cappelli?», era la domanda di Ikiru Shozu, Kyoto, Giappone. Immediatamente tradotta in varie lingue attraverso l’elaboratissima rete di microfoni-auricolari di cui i leader erano forniti, la domanda di Ikiru Shozu trovò una prima risposta per bocca di Alce Rissoso. “Lo facciamo per essere degni di Wakan-Tanka”. Subito rimbalzato in lingua russa, il nome di Wakan-Tanka aveva fatto sbuffare di riso Alessio II, irritando oltremodo il capo sioux, che venne frenato prima del gesto inconsulto che stava per compiere dal corpo in caduta di Luttwak. Con inevitabile lancio rituale del microfono e abbandono disgustato. Non pensando all’inevitabilità della traduzione, Sua Santità Benedetto XVI s’era lasciato sfuggire, in latino, “proprio tu ti permetti di ridere, con quel catafalco in testa”: innescando così una reazione nervosa di Alessio II: grida, insulti, rinnovo e ratifica orale dell’antico scisma, dimissioni dal programma: sue e di tutto il suo guardaroba. Episodi incresciosi, davvero: ma nulla che la produzione non fosse in grado di sanare. Gli abbandoni violenti erano previsti sin dall’inizio: ed erano tutti al servizio degli indici d’ascolto, come da preventivo illuminato. Ascolti che definire solo record era, davvero, una bestemmia.
«Un’altra cosa che il koala non fa mai è quella di sudare. […] Poiché non suda, il koala dà sempre l’impressione di una pulizia straordinaria; non manda quel particolare odore che hanno i cani bagnati, ma ha invece un dolce profumo, anche se talora assai intenso, di olio d’eucalipto».
Ivi, p. 473
Il 6 luglio 2008, però, a dieci giorni dall’inizio di “The ®Heaven”, una notizia scosse prima l’Australia poi il mondo intero, costringendo il popolo globalizzato dei telespettatori a un brusco cambio di canale. Quel giorno di luglio cominciò – o, perlomeno: da quel momento ci si rese conto di quello che stava accadendo – la Grande migrazione di massa dei Koala. Come fossero stati attratti da un richiamo speciale e inequivocabile, Koala del Nord e Koala del Sud si raccolsero prima in due gruppi distinti (uno nel Territorio Settentrionale, presso Halls Creek; l’altro nel Nuovo Galles del Sud, nei dintorni di Cunnamulla) e poi cominciarono insieme il loro esodo magico e – all’apparenza – inspiegabile: puntando, da direzioni più o meno opposte, verso lo stesso obiettivo finale: il vertice di un triangolo rovesciato approssimativamente indicabile nella Grande Baia Australiana. Il set di “The ®Heaven” era esattamente in linea con il cammino intrapreso dal gruppo meridionale. Gli zoologi di tutto il mondo cominciarono le loro analisi del fenomeno sbraitando contro l’inquinamento, il riscaldamento dovuto all’effetto serra, “il progressivo disinteresse per le piante di eucalipto” – unico cibo dei koala. Ci si concentrò su mappature della flora vecchie di decenni, per studiare la distribuzione dei boschi di eucalipto e confrontarla con i rilevamenti fotografici satellitari più recenti. E mentre gli scienziati discutevano, le televisioni del pianeta accelerarono i trasferimenti in loco di troupe, reporter agguerriti, anchormen increduli: tutto per documentare quell’inverosimile marcia forzata di centinaia di migliaia di koala. Un doppio corteo che da sud-sudest e da nord-nordovest si dirigeva a tappe forzate – venne calcolata una velocità inverosimile di spostamento, per dei koala – verso l’ultimo mare meridionale d’Australia. La disposizione dei koala era identica in tutte e due le sfilate: un doppio cordone di esemplari maschi adulti non permetteva l’avvicinamento di nessuno, da una parte e dall’altra del corteo: e se cameramen o aborigeni dubbiosi si accostavano troppo, nugoli sparsi di servizio d’ordine passavano da uno stato di apparente maratona distratta a repentini – e corali – versi singhiozzanti di avviso; enormi nasi neri puntati e, a quattro a quattro, le unghie delle zampe anteriori mostrate agli invasori con identici gesti stizziti d’avvertimento. Al centro del corteo, le femmine con i cuccioli avvinghiati sulla schiena, i maschi giovani, gruppi di adulti con – incredibile a dirsi, inspiegabile per gli stessi zoologi – minuscole fascine di rami di eucalipto trasportate tra i denti come fossero rose di ballerini di tango. Perché (e fu questo, anche, a intrigare gli spettatori di tutto il mondo) si capì che, di là da qualsiasi plausibilità preconcetta, i koala stavano migrando portandosi scorte di cibo con sé. Per giorni, nonostante gli elicotteri vorticanti lungo il percorso, i cortei di appoggio dei turisti e degli inviati – a debita distanza – da una parte e dall’altra dei camminatori, il mondo intero si limitò a osservare, incantato, l’inaspettata meraviglia di questo prodigio, mentre centinaia di migliaia di koala passavano attraverso piste polverose, tratti di deserto, mainstreet di villaggi di lamiera e fango: un piccolo popolo peloso in marcia che lasciava dietro di sé una scia profumata di eucalipto. Nell’Occidente dei media, vi fu chi paragonò questa lunga marcia alla pista luminosa dei fantasmi, in Ghostbusters, costretta all’adunanza sulla terrazza di Zull. Alcuni editorialisti cercarono assonanze metaforiche tra i koala e Gandhi; o Mao; vi fu chi scomodò Pirenne e l’ingresso dei barbari nel sud Europa. Ma di là da qualsiasi tentativo di razionalizzazione, ciò che costrinse miliardi di persone a seguire le immagini in diretta gestite dallo zoo land channel fu quel rigore triste e assorto che si coglieva nel viaggio instancabile dei koala: quella determinazione inesausta che stregò il pianeta e lo convinse a trattenere il fiato, in attesa. La produzione di “The ®Heaven” capì, già dai primi giorni, che i koala sarebbero passati attraverso il set – mantenendo inalterato quel passo di marcia – entro due settimane. E che gli ascolti del programma erano precipitati verso il basso con l’evidenza fumosa e inarrestabile di un grattacielo che crolla. Il Reality era praticamente concluso, e Bernard Gindre pensò esclusivamente a come arginare la catastrofe da abbandono. Oltre alla Vera Fede, per la vct c’era il problema del rapporto tra costi di produzione e contratti di “cessione diritti” non ancora stipulati. La vox christi rischiava una raucedine permanente, se non si fosse corsi ai ripari per tempo. E così il neo-tychoon francese decretò un accanimento terapeutico fino all’arrivo del corteo; e poi l’eutanasia di un’evacuazione forzata, in diretta: il cui record di ascolti gli venne garantito da un patto stipulato con lo zoo land channel, che – previo accordo di fusione con la neonata vct-tv – accettò di cedere 24 ore di esclusiva al fedelissimo Gindre. Il mondo avrebbe assistito al passaggio dei koala attraverso “The ®Heaven” ormai evacuato. Il popolo peloso a quattro zampe sulle carte di Ibn Battuta.
«Poiché il koala si nutre unicamente di foglie di eucaliptus e talora di corteccia giovane, il suo apparato intestinale è assai sviluppato e la natura ha ritenuto, a quanto sembra,che un intestino di lunghezza normale non avrebbe potuto eseguire il difficile compito di estrarre dalle foglie nutrimento a sufficienza. Per questa ragione il koala è munito della più lunga appendice intestinale del regno animale […]».
Ivi, p. 474
Sono andati via in elicottero, in jeep, in pullman attrezzatissimi e condizionati. Ognuno con la propria sporta indispensabile “d’emergenza”: perché, per dare un’impressione di catastrofismo morbido, l’evacuazione dei leader religiosi dal set è stata rappresentata come “improvvisa” e “dovuta a motivi di sicurezza preventiva”. Nel vedere Sua Santità Benedetto aspirare la sua Pall Mall in primo piano, salendo sulla papamobile, il rabbino Yona Metzger ha sorriso. Dallo scranno moscovita del suo salotto, Alessio II si è passato le mani sulla barba con una carezza di rivalsa. All’espressione indignata di Mesbah Yadzi, Kim Simmons ha risposto dal Texas con un accenno mugugnato di godblessammèrica. Stanno arrivando. Le telecamere fisse inquadrano la pianura e rendono ottusamente conto del corteo che supera la linea di confine tra l’Australia e “The ®Heaven”. Ogni tanto lo sguardo di alcuni koala si sposta sul set intorno, colpito da qualche particolare incatalogabile: ma sempre con la stesso stupore interrogativo con cui, durante la marcia, si sono rivolti ai nasi camusi di aborigeni sull’attenti, a qualche lamiera ondulata che brillava al sole, al movimento confuso e leggero dei rotolacampo; non c’è un fremito aggiunto, nella loro meraviglia indagatrice: tutto continua a essere solo mondo che si muove. La telecamera 131 indugia sul primissimo piano di un cucciolo di koala, proprio mentre quel punto del corteo passa davanti alla prima linea di gru con le bolle sospese. Ed è ora che una bestemmia in inglese avvolge il silenzio ovattato della cabina di regia, a Perth. Le sfere trasparenti sono state poggiate delicatamente a terra attraverso un comando generale di abbassamento-gru, prima dell’evacuazione. Ma, incredibilmente, ci si è dimenticati di avvisare Sua Santità Tensin Gyatso; che infatti – la telecamera 132 lo inquadra, mentre l’onda d’urto dello stupore produce un’ola sonora di oooh in tre miliardi e mezzo di spettatori – sta seraficamente meditando, a occhi chiusi, seduto, all’interno della sua bolla privata. Dal corteo che sfila si stacca un giovane koala, passa attraverso il cordone degli adulti e si avvicina alla sfera del quattordicesimo Dalai Lama. Mentre a Perth uomini maledicono uomini per la decisione di gestire la regia via satellite, il koala ticchetta con le unghie della zampa sulla parete trasparente. Tensin Gyatso non se ne accorge, e continua il suo cammino interiore verso trascendenze insindacabili. Ma ecco che – deviazione dal noto verso l’ignoto etologico dei marsupiali – il koala struscia, delicatamente, il proprio enorme naso sulla parete della sfera. Ed è per quel fruscio, probabilmente, che Sua Santità apre gli occhi, si distrae dalla meditazione; e si trova davanti il muso ewokiano e inconfondibile del koala. Tende la mano, sorridendo, in direzione del naso nero che gli si muove davanti, oscillando. Il koala ripete lo stesso gesto; e poggia la sua zampa sul plexiglass, in corrispondenza del palmo schiacciato di Sua Santità. Dall’impianto di aerazione interno alla bolla trasparente, a Tensin Gyatso arriva un profumo di eucalipto che, per un istante, un secondo eterno e velocissimo, gli ricorda l’infanzia della sua terra perduta. Ma neanche lui saprebbe spiegarsi perché.
il reality secondo meacci#1
Giordano Meacci
“The ®Heaven”

«[…] non sono i koala ad assomigliare a orsi di stoffa, bensì gli orsetti di stoffa che somigliano ai koala […] proprio perché il primo orso di stoffa fu confezionato ad imitazione di un koala impagliato. L’artigiano che costruì il primo di questi che sono i giocattoli più diffusi del mondo, e colui che per primo scoperse i koala, hanno avuto lo stesso destino: sono entrambi ignoti».
Da Willy Ley, Dall’Unicorno al Mostro di Loch Ness – Un’escursione nella zoologia romantica, [The Lungfish, The Dodo, and The Unicorn, traduzione dall’inglese di Bruno M. Oddera], Bompiani, 1951, p. 471
Tutti. Arrivati dai luoghi più lontani del pianeta con le loro sante carabattole stipate in valige di coccodrillo, sacche di cuoio piene di amuleti, zaini a tenuta stagna ricolmi di cibi cucinati secondo riti millenari; avvolti da pelli di capra – o finta-capra – firmate Armani o Kenzo, alcuni insaccati nelle loro tuniche, disposti a mostrare più di quanto per altre morali sia umanamente dignitoso mostrare: dita dei piedi – unghie curatissime, colori sgargianti dipinti sul calcare, smalti naturali, fibre preziose e profumate; tutti pronti a lasciarsi guardare, con i lineamenti tesi per lo sforzo di non rivelarsi minimamente accondiscendenti alla volontà di piacere. Abiti immacolati, broccati pesanti, gessati blu siglati da cravatte fantasia su viso rubizzo e capillari, sparsi sul naso come torrenti su una carta topografica a colori: un cosmo variegato di stoffe in movimento e di pelle, gocce di sudore, rughe che si scavano da sé alveoli casuali sulle fronti, capelli svolazzanti nei mulinelli invisibili tra le correnti d’aria. Cuori di palma, ostie consacrate, noci di cocco: solo alcune delle scorte che vengono mentalmente fatte brillare in bisacce pressurizzate, contenitori in lega plastica sperimentale appositamente preparati per «l’occasione». Pieni di carichi e zavorre, tutti si trovano nel gran piazzale alberato in attesa di un annuncio dalla collana di altoparlanti: la voce dall’alto, il coretto in fiamme in grado di segnare l’inizio della loro reclusione spontanea. Sua Santità Benedetto XVI, il figlio migliore di Marktl am Inn, sicuro di non essere visto, tira fuori da una tasca segreta della veste – un pertugio cucito appena al di sotto della manica talare – un pacchetto di Pall Mall e un accendino. La telecamera 229, mossa dalla regia per le prove tecniche senza nastro, inquadra in primissimo piano una schermaglia di chiavi su cui campeggia, in parallelo alla linea liquida del gas, la scritta dorata in hoc signo vinces.
«Il muso del koala sembra improntato a un’eterna espressione di dolce stupore, che si alterna talora a espressioni fuggitive di dignità offesa o di cogitabonda meditazione».
Ivi, p. 474
L’idea era venuta a Bernard Gindre, l’imprenditore francese che nel 2005 aveva reso tangibile (e redditizio), in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù Cattolica a Colonia, il suo sogno di evangelizzazione telefonica: un servizio di sms a richiesta per ricevere, quotidianamente, versetti del vangelo, massime papali, precetti morali e preghiere direttamente sul display dei telefonini. Un’iniziativa che gli aveva poi permesso, negli anni successivi, di creare una società di telecomunicazioni in proprio: la Vox Christi Telecom (con sede sociale in Via della Conciliazione e Rete satellitare privata). Ed era proprio nel corso del consiglio di amministrazione del febbraio 2008 che era saltata fuori la possibilità di espandere gli interessi della VCT “in direzione televisiva”. Un canale satellitare a pagamento il cui atto ufficiale di apertura programmi sarebbe stato salutato dal «Primo Reality Interreligioso a Eliminazione Diretta Telefonica». Gindre, gli occhi spiritati dei santi e degli eretici meno avveduti, le sopracciglia aggrottate betlemmescamente come se al di sopra della traccia desertica e incerta dell’attaccatura dei capelli volteggiasse una stella cometa di cartone e lustrini, aveva rivelato le sue intenzioni a un ristretto gruppo di accoliti entusiasti. Contattare i leader massimi di tutte le religioni del mondo e proporgli una partecipazione “attiva e in diretta” alla discussione necessaria su “quale fosse la religione più vicina alla Verità”: la squadra che, nella finale del Giorno di Giudizio, avrebbe assistito alla Parata dalla Tribuna d’Onore, in prima fila, godendosi l’assolo di tromba con la certezza piena della propria salvezza di serie a. “The ®Heaven”: questo il nome trovato da una stagista dopo nove ore di strenua tempesta cerebrale: il giusto internazionalismo, assonanze letterarie esorcizzate: la possibilità di mettere un sigillo finale – legalmente registrato – sul Vero Paradiso Venturo. Bernard Gindre, colmo di ringraziamenti, l’aveva baciata in fronte sentendosi insieme felice ed esausto. Il luogo deputato venne identificato con l’Australia sudorientale, ai margini del Gran Deserto Vittoria: un immenso studio televisivo a cielo aperto in grado di accogliere e “bonariamente isolare” le anime più sante del globo. Renzo Piano, assoldato dalla VCT, si fece scenografo per un giorno, immaginando uno spazio circolare circondato da bungalow – tempietti di paglia e legno pregiato (tek, ebano intarsiato) – in cui le sacre teste pensanti avrebbero potuto trovare un adeguato accomodamento. All’interno del circolo (un immenso pavimento in plexiglass su cui disegnare ecumeniche riproduzioni delle carte geografiche di Ibn Battuta, “come traccia di storicismo sincretico”), il palco per le disquisizioni mirate, un maxischermo per i collegamenti esterni, decine di sfere trasparenti di “sospensione” – vere e proprie bolle d’isolamento per i concorrenti a rischio di eliminazione, dopo il voto del pubblico; celle sferiche tenute da gru come palle di un albero di Natale sdraiato. Il tutto disseminato ad arte nel cerchio, piccoli mondi ricreati secondo le esigenze di format. La primavera del 2008 era poi servita per colloqui riservati, contatti discreti, proposte ventilate a mezzabocca e progetti schematici di contratti in esclusiva e liberatorie “a offerta libera”. I primi e più entusiasti partecipanti furono Kim Simmons della Bible Church (fiero di mostrare a un pubblico planetario la propria collezione di cravatte verde ramarro e il diploma conferitogli dal Dallas Theological Seminary); e il reverendo Sun Myung Moon (a patto che Gindre gli garantisse una diaria di 200.000 dollari al giorno e, forzando le proprie conoscenze italiane, il rinnovo del contratto con la fiat per la produzione del modello «Siena» in Corea del Nord). Jacques Videvànt, da poco nominato portavoce delle istanze raeliane dallo stesso Claude Vorilhon (spossato dai sempre più frequenti viaggi psichici nel pianeta degli elohim, ormai organizzati a cadenza settimanale), si dichiarò dispostissimo ad accettare l’invito, “purché i soldi offerti alla Chiesa di Rael non fossero meno di quelli dati a Scientology”. Il Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Gyatso, trovò molto buffo il progetto e si dichiarò “onorato di accettare, anche a nome di tutte le sue precedenti incarnazioni”. Per il pope di Mosca Alessio II si trattò solo di verificare la possibilità di un numero sufficiente di armadi per i propri, ineludibili, paramenti sacri e una quota-bagaglio superiore al consueto. Dapprincipio nicchiante e poi definitivamente persuaso, l’ayatollah Mesbah Yadzi vide nel programma un modo come un altro per “combattere il Grande Satana dall’interno”; proponendo tra le righe, in sostanza, il primo caso di Possessione Omeopatica a ritroso nella storia delle religioni monoteistiche. Insomma tutti, chi più chi meno, si sentirono addosso le dita puntate della divinità: ognuno di loro si propose a sé stesso come il campione prescelto, quasi quelle stesse dita nel cielo stessero semplicemente crocchiando per poi trovarsi più dinamiche, al momento giusto, nella scelta telecomandata del canale. Unica defezione – e però di assoluto rilievo – fu quella del rabbino capo d’Israele Yona Metzger, inconciliabilmente refrattario a qualsiasi “messa in scena della fede”. “Forte tra l’altro come sono”, rispose sorridendo allo stesso Gindre che gli aveva telefonato di persona, dopo il terzo rifiuto, “della convinzione di non avere bisogno di raggiungere Adonai e i suoi figli via etere. Visto che, comunque, Lui abita a Gerusalemme. Poco lontano da casa mia”. Ultimo contrattista SS Benedetto, che aveva aspettato le decisioni degli altri concorrenti, prima di un sì definitivo. Sì dogmatico e infallibile che arrivò, alla fine, a pochi giorni dall’inizio della trasmissione, confortato dalla rinuncia preliminare dei fratelli maggiori. Dalla Sua Sacra Stanza frontelago di Castel Gandolfo, l’anima ghignante del vecchio cardinale imbiancato annunciò la sua scelta al fratello, monsignor Georg Ratzinger: l’immancabile famiglia portatile del pontefice. Dalla poltrona papale, il gatto persiano accarezzato con pochi gesti studiati, l’espressione di Adolfo Celi in Thunderball, Sua Santità espirò una lunga nube grigia di cubano, meticolosamente trascelto dalla scorta-regalo offerta al suo predecessore: una fumata risolutrice che mise a dura prova le coronarie stanche di suo fratello Georg. “Accipio Onus”, disse Benedetto, già rivolgendosi a una platea intercontinentale. Frase al tempo stesso storica e privata cui monsignor Ratzinger replicò con un cianotico guttgutt d’intesa.
uscito sul sesto numero di Vertigine, "Politicamente Scorretto"
link

Ho dato una rispolveratina ai link. Molti nuovi. Ho eliminato solo un blog, da molto non aggiornato.
estratto
DAVID FOSTER WALLACE
estratto da Infinte Jest
Siedo in un ufficio, circondato da teste a corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell'Università, dei Remington sono appesi alle pareti rivestite di legno, i doppi vetri ci proteggono dal caldo novembrino a ci isolano dai rumori Amministrativi the vengono dall'area reception, dove poco fa siamo stati accolti io, to zio Charles a il Sig. deLint. Sono qui dentro. All'altro lato di un grande tavolo in legno di pino the splende della luce del mezzogiorno dell'Arizona tre facce si sono materializzate sopra giubbotti sportivi leggeri a Windsor a mezze maniche. Sono tre Decani? Ammissione, Affari Accademici a Affari Atletici. Non so attribuire le facce. Credo di sembrare un tipo normale, forse perfino simpatico, anche se mi hanno consigliato di apparire il più normale possibile, e di non provare nemmeno a fare quella the a me parrebbe un'espressione simpatica o un sorriso. Ho deciso di incrociare le gambe come si deve, con attenzione, caviglia sul ginocchio a mani riunite in grembo. Tengo le dita incrociate a mi sembrano diventare una serie di X vista allo specchio. Il resto delle persone presenti nella sala include: il Direttore di Composizione dell'Università, l'allenatore di tennis, il prorettore dell'Accademia, il Sig. A. deLint. C.T è accanto a me; gli altri sono rispettivamente seduto, in piedi, in piedi, alla periferia del mio campo visivo. L'allenatore di tennis giochicchia con degli spiccioli. C'e qualcosa di vagamente digestivo nell'odore della stanza. La suola ad alta trazione della mia Nike regalatami dalla Nike a parallela al mocassino fremente del fratellastro di mia madre, qui nel suo ruolo di Preside, seduto anche lui davanti ai Decani a quella che spero sia la mia destra. Il Decano sulla sinistra, un uomo magro a giallognolo il cui sorriso fisso ha la precarietà delle cose impresse su materiale non cooperativo, fa parte di un tipo di personalità che di recente ho imparato ad apprezzare; a il tipo che, raccontando per me, a me, la mia versione del fatti, allontana la necessità di una qualunque risposta da parte mia. Ha davanti a sé una pila di fogli scritti al computer appena passatigli da un Decano spelacchiato al centro, sta praticamente parlando a quelle pagine, e sorride. "Lei è Harold Incandenza, diciott'anni, conseguirà la maturità di scuola superiore approssimativamente entro un mese da oggi, attualmente frequenta 1'Enfield Tennis Academy di Enfield, nel Massachusetts, il collegio presso cui risiede". Ha degli occhiali da lettura rettangolari, a forma di campo da tennis, con le righe in cima a in fondo. "Lei è, secondo 1'Allenatore White e il Decano, un giocatore di tennis juniores classificato a livello regionale, nazionale e continentale; un potenziale atleta di livello O.N.A.N.C.A.A., una grande promessa. E’ stato contattato dall'Allenatore White attraverso uno scambio di corrispondenza con il qui presente Dott. Tavis a partire dal febbraio di quest'anno". Una volta letta, la pagina in cima alla pila viene metodicamente messa in fondo al mazzo. "Lei vive alla Enfield Tennis Academy dall'eta di sette anni". Sto cercando di capire se posso correre il rischio di grattarmi il lato destro della mascella, dove ho una cisti sebacea.
recensione
Pynchon: nelle spire del Trystero
di Giovanni De Matteo

Quando The Crying of Lot 49 uscì nel 1966, Thomas Pynchon aveva all’attivo una manciata di racconti sparsi su varie riviste e antologie e un romanzo di alienazioni, forze segrete e ricerca: V. Ma fu con questo libro che la sua statura letteraria divenne evidente in tutta la sua grandezza, tanto da essere subito accolto dalla critica come “il miglior romanzo americano del dopoguerra”. Anche a voler restare cauti, è innegabile l’influenza che questo breve romanzo ha esercitato sulla letteratura della seconda metà del Novecento, influenza che si estende dal romanzo postmoderno alla fantascienza, che attraverso le voci di Bruce Sterling, William Gibson, Matt Ruff e Mark Leyner, solo per citare alcuni nomi, non ha mai esitato a riconoscerne l’importanza. Nella loro guida schematica al cyberpunk, Richard Kadrey e Larry McCaffery hanno scritto a proposito: “meno denso e imbevuto di tecnologia del poderoso romanzo scritto in seguito, Gravity’s Rainbow, Lot 49 anticipa tuttavia il cyberpunk nel suo sorprendente impiego di metafore scientifiche, nei suoi ritmi da slam-dance, nel ritratto di un sottobosco esotico di folli alienati, e nelle rapide modulazioni tra la “cultura alta” e il pop underground delle droghe e della cultura mediatica”.
L’incanto del lotto 49 era già stato pubblicato nelle Edizioni e/o nel 1995, e più volte ristampato in versione economica tascabile. Adesso il libro approda nei Tascabili Stile Libero del prestigioso catalogo Einaudi. L’evocativa traduzione di Liana Burgess, lirica e pittoresca come richiedeva l’originale ma un po’ scricchiolante nell’affrontare le pagine a più alta concentrazione scientifica, è stata qui sostituita da una nuova traduzione firmata dal poeta Massimo Bocchiola. Una curiosità: sulla copertina di questa nuova edizione, una più moderna tromba prende il posto del tradizionale corno da postiglione, perdendo per di più la sordina con la quale rappresenta l'emblema del Trystero.
La trama, insolitamente lineare per un’opera lunga di Pynchon, è incentrata sulla figura di Oedipa Maas, ostinata giovane moglie californiana che si vede inaspettatamente incaricata del ruolo di esecutrice testamentaria per un miliardario di sua vecchia conoscenza, Pierce Inverarity. Svolgendo il suo compito di catalogazione patrimoniale, Oedipa s’imbatte in una misteriosa collezione di francobolli, che sembrerebbero dei falsi autentici ma che di sicuro non sono stati emessi da nessun servizio postale ufficiale. Questa scoperta, nella migliore tradizione spionistica, la proietta in una ragnatela di complotti, inseguimenti e tentativi di omicidio. Dietro a questa rete micidiale sembrerebbe esserci il Trystero, un sistema di comunicazione alternativa attraverso il quale milioni di persone di tutto il mondo si scambiano informazioni, riservando alle poste governative le loro bugie. Le origini di questa organizzazione, che a tratti assume i caratteri di una vera e propria entità senziente autonoma, risalgono alle lotte medievali contro il sistema postale dei Thurn und Taxis del Sacro Romano Impero. Col tempo, il Trystero ha abbracciato cause diverse, da quella controrivoluzionaria a quella anarchica, ma continuando sempre ad opporsi al sistema imperiale, ruolo che attualmente si trova ad essere ricoperto dagli Stati Uniti d’America. Nella California solare degli anni Sessanta, Oedipa si trova ad affrontare una trama caotica di complotti, dovendosi confrontare con il dubbio che sia tutta una costruzione della sua mente, un effetto collaterale di un’epoca storica dominata dalla paranoia.
Il romanzo conserva tuttora il fascino immutato e quel senso del mistero che fin dalla sua prima pubblicazione ne hanno fato uno dei più formidabili libri-culto della letteratura contemporanea. Un libro che risente delle ossessioni di un grande maestro della fantascienza, come Philip K. Dick, ma che deve molto anche a un classico dell’Ottocento come Il Postale Inglese di Thomas de Quincey. Un’ottima occasione per scoprire quello che da più parti è additato come il più grande autore vivente, uno scrittore che nelle sue opere è riuscito a fornire uno spaccato credibile delle forze occulte che si nascondono dietro la nostra percezione della storia. Leggete Pynchon, non ve ne pentirete!
L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon (The Crying of Lot 49, 1966), traduzione di Massimo Bocchiola, Einaudi Tascabili Stile Libero, pag. 174, euro 10,50.






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