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Archivio Novembre 2005

IL ROMANZO DEL VENTUNESIMO SECOLO

di (30/11/2005 - 18:44)

Come sarà il romanzo del ventunesimo secolo? Davide Bregola ha avviato una discussione sul suo blog con questa lettera. Gli interventi pubblicati fino ad ora si trovano cliccando qui:http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html

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una poesia

di (30/11/2005 - 10:38)

PAOLO FICHERA
tratta da Lo speziale (edizioni LietoColle, 2005)
la luce dimentica la carne
e il sapore che si dà
spesi in svilimento di preghiere;
il bambino: “stammi vicino
ora che viene sera e la luce
sfrontata immacola il pensiero”.
Ha bruciato le rose per fare
della vita un lembo che bastasse,
una tana da uccello, una piazza
civile; sai è altro, puoi altro:
nulla è innocente, mano stringe
mano ed è privilegio, caduta in colpa:
la rosa che baci era morta,
alito antico, la rosa
che baci moriva in palpebre e
carezze spese in ultimi sogni;
vittima e sorella, le vene
danzano in aspre sentenze?
Sii il limite esausto, pelle cupa,
e cenere di rosa che ancora brucia
 
discussione sulla poesia di Paolo Fichera su liberinversi

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segnalo

di (29/11/2005 - 17:37)

NICOLA LAGIOIABabbo Natale. Dove si racconta come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario

Babbo Natale. Dove si racconta come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario

Babbo Natale così come lo conosciamo noi - vestito rosso a bande bianche, fisico corpulento, aspetto gioviale e rassicurante - è un'invenzione della Coca-Cola. Nel 1931, per aggirare una legge che proibiva l'utilizzo di immagini pubblicitarie in cui bambini bevevano la Coca-Cola a causa del suo contenuto di caffeina, la multinazionale decise di utilizzare Santa Claus come testimonial. Così, una nuova icona-pop veniva immessa nei circuiti della comunicazione distruggendo tutte le sue precedenti incarnazioni. Questo libro, raccontando in parallelo la storia di Santa Claus e della Coca-Cola utilizza il breaking-point del loro incontro per spiegare come il sistema delle multinazionali sia capace di colonizzare il nostro immaginario.

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segnalo

di (29/11/2005 - 17:34)

 
Annunciati il 22 novembre a Dublino i 132 prefinalisti dell’undicesima edizione dell’Impac Dublin Award, il premio letterario internazionale più ricco al mondo: al libro vincitore vanno infatti 100.000 euro. Ma non è questa l’unica caratteristica speciale del premio.
Innanzitutto, ad avanzare le candidature sono oltre cento tra le maggiore biblioteche pubbliche di tutto il mondo. L’Italia, a quel che ho avuto modo di verificare, è presente almeno dall’edizione 2004, con le biblioteche nazionali centrali di Roma (2006) e Firenze (2004, 2005 e 2006) e la Vittorio Emanuele III di Napoli (2004). Ogni biblioteca può candidare ogni anno fino a tre romanzi, esclusivamente sulla base di un «alto merito letterario».
In secondo luogo, sono ammessi sia i romanzi scritti originariamente in inglese (per l’edizione 2006, dovevano essere stati pubblicati per la prima volta tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2004) sia quelli tradotti in inglese (sempre per la stessa edizione, dovevano essere stati pubblicati per la prima volta in lingua originale tra il primo gennaio 2000 e il 31 gennaio 2004, e per la prima volta in inglese tra il primo gennaio e il 31 dicembre 2004), e nel caso in cui il vincitore sia un libro in traduzione (come già avvenuto nel 1997, 1998, 2002, 2003 e 2004) il premio viene ripartito tra l’autore (75.000 euro) e il traduttore (25.000 euro).
Nell’edizione 2006, dei 132 romanzi prefinalisti quelli in traduzione sono 31, in rappresentanza di 15 lingue. Per l’Italia i titoli in lizza sono quattro: 100 Strokes of the Brush Before Bed (Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire) di Melissa P., traduzione di Lawrence Venuti; The Ballad of the Low Lifes (La ballata delle canaglie) di Enrico Remmert, traduzione di Aubrey Botsford; Don’t Move (Non ti muovere) di Margaret Mazzantini, traduzione di John Cullen; Day After Day (Un giorno dopo l’altro) di Carlo Lucarelli, traduzione di Oonagh Stransky. Nel 2005 e 2004, invece, eravamo stati rappresentati rispettivamente da I’m Not Scared (Io non ho paura)di Niccolò Ammaniti, traduzione di Jonathan Hunt, e Baudolino (Baudolino) di Umberto Eco, traduzione di William Weaver.
A concludere il tutto, segnalo che i finalisti dell’edizione 2006 (scelti da una giuria così composta: Percival Everett, Jane Koustas, Mary O’Donnell, Andrew O’Hagan, Paolo Ruffilli, più il presidente non votante Eugene Sullivan) saranno annunciati il prossimo 5 aprile, e il vincitore il 14 giugno. Qui, infine, l’elenco di tutti i precedenti vincitori del ricco premio.

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una poesia

di (25/11/2005 - 11:40)

Guru

Allen Ginsberg. Photo by Cynthia MacAdams, copyright © 2000

È la luna che scompare
Sono le stelle che si nascondono non io
È la città che svanisce, io resto
con le mie scarpe dimenticate
e la mia calza invisibile
È il richiamo di una campana

Allen Ginsberg

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segnalo

di (24/11/2005 - 17:35)

copertina32.jpeg

Il numero 32 di Nuovi Argomenti (ottobre-dicembre 2005) sarà in tutte le librerie a partire dal 29 novembre.


“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore…” Con queste parole sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974, Pier Paolo Pasolini rivendicò l’importanza capitale di uno scrittore, la potenza che ha la letteratura di raccontare quello che i giornali, le inchieste giudiziarie, gli immediati processi storici non possono fare.

Dopo trent’anni la sua rivista non dedica requiem e commemorazioni, ma qualcosa di diverso. Una sezione di giovani autori chiamata IO SO.

Roberto Saviano, Helena Janeczeck, Alessandro Leogrande, Marco di Porto, Osvaldo Capraro, Davide Bregola e Babsi Jones affrontano 7 diversi problemi con piglio “corsaro”: i nuovi avventurieri dell’economia italiana, il multiculturalismo ai tempi del terrorismo, la criminalità organizzata e l’uso dei minori, l’antisemitismo di sinistra, la pedofilia nella Chiesa cattolica, lo stragismo vent’anni dopo, la percezione della guerra nei Balcani…

Nuovi Argomenti propone anche I nitidi “trulli” di Alberobello di Pier Paolo Pasolini,un articolo mai apparso in volume e individuato nel fondo del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux.

Il numero è completato da pezzi di Alessandro Piperno, Leonardo Colombati, Lorenzo Pavolini, Massimo Onofri, Flavio Santi e tanti altri…


Da Io so e ho le prove di Roberto Saviano

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove…

SOMMARIO

DIARIO di Enzo Siciliano

INEDITO di Pier Paolo Pasolini, I “nitidi” trulli di Alberobello

IO SO
Roberto Saviano, Io so e ho le prove
Helena Janeczek, Umma di Gallarate
Alessandro Leogrande, Ragazzi di mafia
Marco Di Porto, Cromosomi di sinistra
Osvaldo Capraro, Cavalli a San Pietro
Davide Bregola, Se le porte della percezione fossero pulite tutte le cose sembrerebbero finite
Babsi Jones, Cantico del dopoguerra nei Balcani

RIVISTA
Angelo Ferracuti e Ennio Brilli, Storie dell’altro mondo
Carlo Carabba, Rassegna dell’ultima poesia italiana
Eugenio De Signoribus, Poesie
Leonardo Colombati, La “cattolicissima” Spagna
Guido Mazzoni, Dearborn Bridge
6 poeti francesi della modernità (Viton, Houquard, Portugal, Tarkos, Dubois, Suchère)
Rossano Astremo, Bodini e le struggenti inchieste
Alessandro Piperno, E se tutte le famiglie fossero infelici?
Lorenzo Pavolini, A casa di Rahis
Matteo Fantuzzi, Ode al Lexotan
Riccardo D’Anna,Iron Man
Flavio Santi, Moravia lettore di Stendhal
Massimo Onofri, Ottiero Ottieri all’assalto
Angelika Riganatou, Itinerari per runner contemplativi
Anna Maria Sciascia, Accanto a un uomo straordinario
Gabriella Palli Baroni, da Attilio Bertolucci ad Alberto Bellocchio
Franco Buffoni, PPP e la sua inchiesta

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l'anno luce project

di (24/11/2005 - 17:25)

GIUSEPPE GENNA

L'ANNO LUCE (estratto)

"Hai i piedi grandi. Mi repellono. E' perché sei vecchia. Guàrdati le cosce: cadono. Il tuo punto debole sono le cosce. Soffri di ritenzione. Sei vecchia. La tua broda mi disgusta. Credevi fosse facile stare con me?"
"Sei crudele".
"Sono giusto. La tua infatuazione è psicopatologia. La tua è un'infatuazione. Secerni brodaglia. Sei scaduta. Guàrdati, guarda come sei scaduta".
"Sono innamorata. Non è infatuazione. Non è fatuo".
"Non rischieresti nulla. E hai i piedi troppo grandi. Perché me?"
"Sto già rischiando. E' un reato, questo".
"L'infatuazione è sempre un reato. Temi la giurisprudenza. La dice lunga sulla tua infatuazione. Ti appoggi al rischio perché sei vecchia, non hai più niente da inventare. Passiamo queste ore a parlare. Non me ne frega un cazzo".
Lei si alza. Avverte il peso sordo delle sue cosce. "Sei giovane, ma non sei nuovo. Sei vecchio. Sei la reincarnazione di un'anima non saggia, ma antica. Sei imprigionato nel corpo adolescente".
"E' scopare con i tuoi figli?"
"Cosa?"
"Il fascino, dico. Scopi con me perché sono un surrogato del figlio che non hai avuto".
"Non so perché scopo con te. E' necessario. Sei profondo".
"Dopo i quarant'anni si cerca la profondità?"
"E' sbagliato. Si cerca la necessità. Era così tanto tempo che non sentivo la necessità. Tremo quando ti devo incontrare fuori. Il tempo ha un punto di fuga, il momento in cui ti incontro".
"Sono uno psicofarmaco. Gerovital".
"No, sei tu a essere necessario. Mi dimentico di me. Non accadeva da tanto. Non è mai accaduto. Mi scordo di me, finalmente il peso evapora, la stretta si allenta. La calotta evapora, la testa si snebbia. La necessità è benefica, esclude le tue responsabilità".
"Pensi a scoparmi quando sei in classe?"
"Sì".
"Come fai a rimanere impassibile?"
"Non lo so".
"Non sono profondo. Non sono necessario. E' lo stare male. E' il fatto che sono stato sempre male. Sono stati gli psicofarmaci. Avevo tredici anni. Non potevo sopportarli. Mi seccavano la lingua, non c'era più salivazione, il sonno era duro e insensato, avevo come una pietra sulla lingua. E' stato dopo il tentativo di suicidio".
La parola "suicidio" imporrebbe una pausa, un silenzio. Lei non ne è capace, non ne è responsabile, è necessitata. "Non sono mai arrivata a tanto".
"Lo avresti sempre voluto. E' questione di coraggio. Tutti avrebbero sempre voluto. C'è ipocrisia nel non ammetterlo. Se lo sono figuràti tutti, almeno una volta, il proprio suicidio. Una volta vale sempre. Questo è Hellraising".
"Cos'è Hellraising?"
"Non hai presente? Un horror. Ma vecchio, non della mia generazione. Fa paura. Si scatena l'inferno in terra. Da un cubo di Rubik di legno si spalanca una porta, escono demoni punitori. Sono vestiti di nero, essenziali. Scenografici ma non eccessivi. Il più celebre è pelato, il volto bianco, chiodi confitti all'incrocio di meridiani e paralleli sul volto. Memorabile".
"Pensi che sia l'inferno?"
"Il corpo è innaturale, ridicolo, eccessivo. E' un'escrescenza che non mi appartiene. Cosa ci faccio qui? Cos'è quest'aggregato di lardo e calcio? Tubi digerenti che espellono merda. Non mangiamo: vomitiamo al contrario. Il benessere fisico è una chimera, una consolazione, un sollievo momentaneo. Non è la nostra natura. E' come avere il male di testa sempre e dire che è naturale. E' intollerabile e non c'è senso. Nessuno mi capisce".
"Tu capisci gli altri?".
"Vorrei non essere cosciente dell'isolamento. Cosa ci sto a fare qui? Mia madre, mio padre. Gli altri. Sono insensati. Sono estranei. Non ho chiesto di nascere. A un certo punto è come se mi fossi svegliato, mi raccontano che questo è mio padre, quasta è mia madre, ho questo nome, si vive così. E' un brutto film. Cosa ho davvero a che fare io con questo? Certe crisi di ansia, per me, sono spiegabili solo in questo modo. L'ansia è insopportabile. Panico notturno. Vedo stelline nel buio, fotemi. Prendo gli psicofarmaci. Mi scopo una donna vecchia. A volte resistere è impossibile. Gli altri sono ipocriti, lo sanno che è così".
"Sei pessimista. Hai tutta la vita davanti".
"Lo dici come se fosse un premio, prescindi da te nel dirlo. Se ti chiedessi di lasciare tutto?"
"Io sto già lasciando tutto. Mi è chiaro che sto lasciando tutto".
"Anche tuo marito?"
"Scopri, per esempio, che questa cosa fondamentale, questa cosa immensa che pensavi che fosse l'amore - non è così. E' marginale. Pensavi di avere trovato il centro, ti sei illusa, ti scopri ai margini. Lì la velocità centrifuga è fortissima, non puoi più prescinderne. Sei relegata ai margini, costretta a starci. Tutto diventa estraneo. Tutto è prescindibile. E' accaduto gradualmente, così gradualmente che quando te ne rendi conto è un risveglio dolorosissimo. Però non sono mai arrivata a tanto. Il suicidio, dico".
"E' un fallimento".
"No. E' la norma. Ti chiedi cosa devi aspettare, cosa stai aspettando. Cosa vale per te. Cosa vuoi davvero. Speri di dimenticartene. Confidi in eventi abrasivi".
"Come me".
"Non so se è così. Non so se tu sei una cancellatura semplicemente".
"Non c'è futuro per noi. Lo sai e fai finta. Per te dovrebbe essere più accettabile. Per me no: ho più anni davanti. Ho più anni di te. Migliaia di anni più di te. Sei disgustosa".
"Non è detto che non ci sia futuro. Le cose accadono. Il tempo accade. Il mondo accade. Siamo qui e ora, io e te. Non lo senti?". Poi, avvicinandosi: "Sei bellissimo. Rimani così per sempre". Nella luce di taglio, nell'atmosfera quieta, nel disagio espresso, irreale.
"No. Non sento niente. Vattene per favore".

 

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tratto dal numero 18 di musicaos

di (24/11/2005 - 10:47)

Elisabetta Liguori

Tempo di smettere

Copyright 2003 - FotoArt@GMX.CH

Questa donna non ama le gonne. Lo si può intuire dalle pieghe che di solito si formano sui rettangoli rigidi di lana fredda intorno alle sue gambe, o da come si liscia il ventre stretto dalla zip sul lato, una due volte, sì che scompaia la curva, la malagrazia, le grinze; si liscia anche i fianchi; passa e ripassa con il palmo della mano e stende le pieghe, tira giù, poi muove un po’ le gambe, ma le pieghe ritornano a far suonare la fisarmonica della sua insoddisfazione nello specchio lungo e stretto dell’ascensore che porta al settimo. Dall’avvocato, solitamente.
Ma questa è la volta che succede qualcosa.
Quando entra in studio, la donna con la gonna dice buonasera ad un corridoio, alle quattro riviste in abbonamento sparse sul divano per l’attesa dei clienti, agli ombrelli nel portaombrelli, alla boccia delle liquirizie acquistate, anche loro, per riempire le attese dei pochi senza gastrite, ma con l’ansia da quesito giuridico; dice buonasera al tappeto persiano, al poster di Kandinskij che frastorna l’urgenza cromatica dei clienti. La donna pensa che potrebbe essere tranquillamente lo studio di un dentista quello in cui è entrata. A parte l’odore, l’attesa è la medesima.
Ma questa è la volta che succede qualcosa. Non succede mai nulla di rilevante, ma questa è la volta buona.
Quando si spinge più dentro, una sala è dentro l’altra come in una mastrioska, ci sono sette praticanti a testa bassa intorno al tavolo ovale, gli avvocati, quelli veri per iscrizione all’albo, sono invece in altre stanze; le kenzie fusto dritto si insinuano tra una testa e l’altra dei ragazzi che studiano; in un vano a parte il segretario anziano risponde al telefono. Il pomeriggio che declina dietro le vetrate fa pensare ad una giornata breve, ma unica. Viene voglia di fare in fretta. Gli altri presenti sono categorici nel loro silenzio inerte, nei loro grazie mille, come sta, la prego, sia gentile, mi perdoni, lei dice, lei crede. Meccanici davanti all’avvocato capo, quello che, a giorni, regala alle sue creature l’illusione che lo svezzamento professionale sia ormai prossimo. Il fruscio di carta velina e l’odore dolce della liquirizia le fa venire voglia di avere addosso un tailleur di migliore fattura per offrirsi più salda al suo futuro prossimo. In fretta però, ché sia rapido ed indolore. Per questo ha bisogno di compiere ogni santo giorno gli stessi movimenti rapidi e riconoscerli.
Ma questa è la volta che succede qualcosa.

- Sei sposata tu, mi pare. –
L’uomo, il segretario anziano dell’avvocato, non si fa mai i fatti suoi ed entra a gamba tesa. Sì, la donna è sposata; saranno pure fatti suoi. Perché gli avvocati di quaranta anni non possono avere un marito? E magari dei figli? fatti suoi e basta. Lei parla di figli solo con chi ce l’ha, per non farsi dei nemici. Il segretario pure ha un figlio. Si sta laureando questo figlio unico e dalle descrizioni del padre sembra un predestinato. No, non è un fatto di soldi o di ruoli: cosa vuoi che sia in segretario in uno studio legale? I desideri dei padri partoriscono comunque giganti ad ogni passo. Semmai confondendo le carte in gioco, ma partoriscono sempre. Fanno fantascienza ed hanno fretta anche loro. Così i certificati da fare per l’università, le lunghe file per ottenerli, e tutte le fotocopie, le fa lei, la donna con la gonna, che a giorni sembra più stretta. Che stia ingrassando? Quand’anche. Non si può mica dire di no ai giganti. Va bene, sì, va bene, li fa lei questi certificati per il gigante, anche se dopo non vorrebbe svelarlo a nessuno e se ne torna in studio con le tasche piene di marche da bollo e diritti di copia scollati, che intende riciclare per penitenza con colla e lingua anche per ore, se necessario. Si vergogna di aver fatto questa cortesia al segretario. Non ha voglia di raccontare niente a nessuno. Questo sì: è un dolore concreto. Lei pensa: meglio un dolore concreto, misurabile, che un dolore astratto ed irriconoscibile, ma se avesse voglia di raccontarlo, sarebbe diverso. Diverrebbe utile, ma invece niente. Anche aver voglia di ascoltare, stupirsi magari, sarebbe positivo. L’avvocato, lui parla, parla, parla, come tanti parla, ma non sa farsi ascoltare. Non è un buon segno, per un avvocato. Che sia colpa della professione che fa? Tutti gli avvocati vogliono farsi ascoltare; ci sono quelli che hanno bisogno di altri avvocati per riuscirci. Per questo nel suo studio si compongono e di sfaldano di continuo nuclei provvisori di avvocati in mutuo soccorso, e, tra questi, ci sono quelli più forti, quelli disperati, quelli sparuti, o gli ottimisti. La donna in fondo non è poi così disperata: ha smesso di lasciar credere al suo avvocato che lei lo stia a sentire. Lei ha smesso e lui se ne è accorto. Così non le passa più nessun cliente da mesi e lei non riesce a trovare la sua cuccia sociale. A sentirsi parte di un progetto comune da raccontare. S’annoia. Ha un marito e dei figli: sono fatti solo suoi. Una minoranza ininfluente.
- Vieni al telefono solo un minuto, per cortesia. Mio figlio vuole una cosa. Forse tu sai cosa vuole. Vedi tu, per gentilezza. –
Dio mio, un’altra gentilezza per il segretario? Il figlio del segretario ha la voce vicina vicina. Ha solo 22 anni.
- Sììì? Sono io. Tuo padre mi diceva…uhm, sì. -
- Sì, preparo concorsi. Anzi preparavo, adesso non…–
- Tutti quelli che ci sono. –
- Sul Galli. L’ultima edizione. No, non frequento corsi per ora. Ma ne ho frequentati tanti in passato.–
- Ho studiato sul Mantovani per il penale. –
- Io te lo consiglio, poi però non so…se… –
- No, i quattro volumi del Bianca per il civile. –
- Faccio da sola. –
- Ah, ti manca solo Scienze delle Finanze? Ah, bravo. E poi la tesi, su cosa la dai? Ah! –
- Il Professor Abbraccio a Bari? lo conosco anch’io-
- No,… non personalmente. Ma… -
- I libri? -
- Tutti questi che ti ho detto? –
- Sì. -
- Prego. Figurati. –
Il gigante non vuole fare l’avvocato. L’ha detto chiaramente al telefono. Lo va dicendo anche suo padre e non lo dice come fosse uno spreco. Lui pensa che il gigante sia destinato ad altro e che l’avvocato una testa come quella di suo figlio non se la merita affatto. Non se la merita quella voce.
Poi un giorno quella voce suona al citofono dell’avvocato.
Quel giorno la donna ha i pantaloni blu, ché sapeva di dover restar in studio. Nessuno l’avrebbe vista in giro, fuori dalla mastrioska immobiliare. Così credeva almeno. Non si guarda nella specchiera nel corridoio e va a rispondere. Non è preparata. C’è quel caldo ormonale improvviso e grasso, che la costringe a togliere la giacca e il fard opacizzante non ce la fa più a nascondere le macchie post gravidanza stampigliate sulla pelle della fronte.
La voce dice SALGO.
Sale un ragazzetto nero con una maglietta. Il gigante non sarà più di 1,70. Una voce e l’altra. Sa di cosa parlare. Le parole danno forma alle cose, alle ombre nelle stanze. Dal corridoio ad altri ambienti. Si muovono. Lei tesse la storia della donna laureata, moglie e madre, inserita nel mondo del lavoro, bella storia; è lei, sì, lei; tesse delle civettuole incertezze, giusto qualche accenno al passato e poi lascia che una certa musica, il suono lento delle voci, sottolinei e modelli questa creta preziosa. Futuro, futuro, futuro. E’ gradevole non sapere di cosa si va blaterando. Ci si sente strambamente più intelligenti nell’andare a braccio, senza gonna e senza giacca. Ma non c’è gara: la parole di lui hanno lo zaino pieno di futuro; come pidocchi sulla testa di lei, s’attaccano ovunque. Si moltiplicano a vista d’occhio. Veloci. Più veloci di lei. Per giunta, il ragazzetto ce l’ha per davvero lo zaino, non è tanto per dire. Ed è pieno di cose che lei vorrebbe poter vedere. Cose che lo ingigantiscono. Capita per caso che lei desideri essere lui, e lui pure. Non sapevano di desiderarlo già prima di quel pomeriggio; non hanno inventato nulla che già non ci fosse, in fondo. Non sapevano di aver avuto entrambi tempo sufficiente, benché diverso, per desiderare, né di averlo speso per arrivare fino a qui, ché il tempo a disposizione, quando ripeti gesti identici a se stessi ogni santo giorno, sembra più breve e disonesto.
Comincia sempre così, come per sanatoria.

All’inizio quei due si fanno delle balorde telefonate. Nessuno apparentemente sa nulla dell’altro teatrante. Dopo poco fingono di avere gli stessi gusti cinematografici. Il cinema è un inganno. Come nelle commedie di Billy Wilder, c’è sempre una musica essenziale e superflua, un’orchestrina tzigana che ti insegue ovunque per contratto, persino in una sauna, un esempio come un altro, se hai per caso voglia di farne una. La donna ha l’impressione di aver sbagliato strada; la segnaletica è univoca in questo senso, e lei sembra aspettare solo il momento buono, quello più facile, per far manovra, curva a gomito, speriamo bene, e ritornare indietro. Ci sarà un svincolo opportuno prima o poi? Ci sarà? Il cinema incanta. Il cinema racconta ogni volta la stessa storia, la regia è inevitabile quanto necessaria, la sceneggiatura sempre più familiare: riporta a lei che se ne sta dentro una specie di pioggia fitta, accanto da un ragazzetto alto 1,70 con la faccia malrasata e gli occhi nerissimi, con qui ciuffi di capelli stopposi come in un cartone giapponese, che muove la sua testa morbida e scura, veloce, velocissimo verso di lei. Ha un odore forte. Una cosa le spiace davvero: non può più mettere quei completi gonnagiaccagrigia che aveva comprato. Questo solo le spiace. Camuffarsi. Il ragazzetto, forse, neppure può mettere quelle sue magliette con il collo deforme. Hanno sbagliato strada. E’ un autunno indiscreto, senza meta. Eccolo il senso di certi vagiti.

Il ragazzetto sa come accompagnarla. Sa dove. Da quando è laureato, ha preso il vizio di venire in studio e di chiamarla da una stanza all’altra: le fa uno squillo sulla linea interna e poi chiude. Oppure lo fa con la voce: pronuncia il suo nome elevando il tono, lei si muove subito; dal punto in cui si trova, lei va; quando le giunge la voce, si muove, arriva da lui, si guardano e lui ride. Solo questo. Poi riprendono le attività interrotte per quel breve segnale di vita. Il nome di lei è breve come uno squillo, per sfortuna ben si adatta al gioco. A vederlo, quel gigante smorfioso che citofona ogni giorno, chi avrebbe mai immaginato? Ma tra lui ed un altro gigante non c’è differenza alcuna. Sono le parole ed il tempo che contano. Il gigante è un gran orchestrante: modula suoni netti ed identici, ad intervalli regolari; funziona preciso come per il cane di Pavlov. Lascia una eco lunghissima. Il suo è il tempo della fame e della saliva che cola. Sembra lì per caso, eppure non si può guardare. A volte c’è in studio il suo respiro rumoroso, mastodontico, quello di qualcuno che prima non c’era ed ora riempie lo spazio. Lei sa d’essere pensata, d’essere immaginata, d’essere vista. Quando lui c’è, lei è guardata. E si vede. Finalmente di nuovo di vede. Si sente persino ingombrante. Visibile ovunque. Può guardare la sua ombra spettinata, a volte un po’ curva, che si muove sui muri, sull’asfalto, cambiando ritmo, e pensare che quell’ombra sia gradevole. Può immaginare altre parole che seguano il senso di quelle che ha sentito pronunciare per lei. Può credere di generare bellezza. Gli individui sono il veicolo dei racconti. Si muovono, finalmente si muovono! Il gigante parla, e, per lei che ascolta, è come scoprire di essere ammalata e di aver bisogno di aiuto. Si abbandona a questa nuova possibile cura. Si chiede: ma che donna sono io, ché basta un ragazzetto? Che donna sono, che donne siamo? Ma è un’idea che dura solo un attimo. E poi la donna si muove in avanti, splendidamente rapida e corporea.
Il gigante le legge libri, anche solo le parla di libri possibili. Ha tirato fuori una specie di bicicletta. Va dicendo che nei libri c’è lei. Fanno sempre così i corteggiatori più giovani, porca miseria: leggono libri e poi li raccontano e il libro si ferma. La donna sa che fanno così i corteggiatori, ma pensa di poter essere abbastanza furba. Ascolta.
Un pomeriggio sono seduti ad un tavolino rotondo, all’aperto. Lei non torna a casa per pranzo quel giorno, ma si ripete: è un’eccezione. Sono uno di fronte all’altra e c’è un tendone bianco sulle loro teste, che fa ombra. Lui ha il suo solito zaino rosso. E chiede: ma tu non hai l’impressione di avere il mondo ai tuoi piedi? Lei risponde di sì e si guarda le scarpe. Guarda che io non ti sto mica corteggiando. La voce, come lo squillo, sostituisce il pensiero. Tu sei un capolavoro. Sa che gli uomini su questo non cambiano: fanno squilli. Sa che le donne di questo invece ci campano. Tutte. Nessuno specchio è rotto per sempre, prima o poi i pezzi si ricompongono, per poi frantumarsi ancora, e via così, si ricomincia.
Ricorda di avere un marito, pensa a lui di continuo, ma non ai suoi figli; pensa ad un marito e ad una specie di programma. Pensa che quindici anni prima suo marito non era diverso dal gigante di oggi. Pensa che il marito ed il gigante hanno due facce e due corpi orrendamente simili. Neppure il progetto è diverso. Pensa di aver dimenticato troppo in fretta. Pensa che il tempo sia il nemico. E i libri pure. E se ciò non fosse vero, se cioè il tempo, come il cinema, fosse solo un inganno, allora sarebbe un guaio: allora la colpa sarebbe solo sua.
Nello zaino il ragazzetto ha portato dei libri anche stavolta. Lei legge ed ingrassa come ad ingurgitare cucchiaiate di panna montata. Lui le dice che sono quelli sono i libri che le serviranno per sopravvivere ora che lui non ci sarà per un po’. Devo decidere dove andare. Si è giovani quando si può decidere. Si interroga anche su questo la donna avvocato: si può decidere? Forse un tempo, ma adesso non più. Adesso è diverso, gigante! Non c’è posto in cui migrare. Con una laurea in giurisprudenza, se non si vuol fare l’avvocato, cosa si può fare? Cosa c’è da decidere? Non ritrova intorno a lei nessun gesto che rassomigli ad una scelta.

Alla donna non importa più nulla dello studio legale. Lo ha capito da un giorno e mezzo, precisamente dalla mattina in cui aspettava in udienza che fosse sentito un teste. L’intera giornata per un teste senza ricordi, da interrogare sui fatti di sei anni prima. Non ha sentito alcun emozione di rilievo a riguardo, salvo lo spasmo fastidioso causato dalla montblanc, avuta in dono il giorno della laurea, rimasta all’improvviso senza il suo specifico inchiostro nero. Ha capito, ma non l’ha detto a nessuno, neppure al gigante. Il gigante che ne sa? Il gigante ha un solo difetto. È giovane. Eppure è un fatto: una donna ha sempre un pensiero gentile per la gioventù. Specie la propria. Anche senza volerlo, finisce per parlarne, per girarci intorno. Tra donne si fa. La giovinezza è nei discorsi di tutte le donne. Si tratta di una parola a volte lunga e stretta come un corridoio: non ci entrano dentro tutti i ritardi, gli inciampi. Se sei giovane davvero, però, se cioè non è un momento, ma una qualità, è un guaio; non si guarisce. Finisce che, per sempre, quello che t’incanta e t’attrae è soltanto la brevità, l’intuizione, l’errore. La donna in meditazione, quando si ferma per un attimo, pensa di non aver vissuto fino ad oggi, di non averlo guardato per intero il suo corridoio; di non essersi concentrata abbastanza sul singolo momento d’oro, ché ci deve pur essere stato, ché c’è per tutti, quindi anche per lei, e che questa distrazione, non resterà un fatto senza conseguenze; sembra, infatti, che il tempo l’abbia indotta in contraddizione, e questo non va bene per niente: la rivuole indietro la sua giusta parentesi tra ieri e domani. E vuole non aver più voglia di sentirsi come il mondo la vuole: vecchia ed organicamente in attesa.
Il gigante ha le sue cose da giovane da fare. Fatti suoi. Quel che conta è che se ne è andato ed ha lasciato lo studio vuoto. C’è ancora suo padre lì, che lavora tranquillo come al solito: per i padri i propri figli non sono mai l’AngeloAzzurro. E’ vuoto lo studio, eppure c’è ancora l’avvocato che bofonchia sotto il riflettore giallo della sua lampada da tavolo; c’è la sua collaboratrice più fidata che fa le ore piccole ed ha un computer tutto per lei, perché scrive più in fretta di chiunque altro e non solo; ci sono altri due personaggi simili, ma di minor rilievo, che leggono riviste, e, infine, ci sono i praticanti con i loro manuali già sottolineati con l’evidenziatore fucsia. Cosa può farsene adesso dei suoi completini grigi appesi nell’armadio; neppure la Caritas la vuole quella roba così pretenziosa.
Deve dirlo a suo marito che ha avuto un’intuizione! E’ giunta l’ora. Gli scriverà una lettera e aspetterà che sia sera in casa per liberarsene, aspetterà la sintesi delle ore ventidue. Comincerà a scrivere una lettera in cui raccontare che donna è lei. Senza limiti al disgusto. Scrive una lettera in cui il confine si sposta in avanti ad ogni parola. Scrive una lettera pericolosa che racconta di una strada sbagliata imboccata per caso, una lettera monca che non accenna al corpo di un altro, ché corpo non c’è, ma che nonostante tutto dal corpo di un uomo è agitata. Una lettera da avvocato. Così scrive una lettera odiosa che non spedisce, ché farsi amare comunque le è necessario. Che ci vuoi fare: il corpo ed il suo bisogno vince! Lei sa quale è la verità: sa di desiderare solo il suo corpo, non quello di altri. Solo il suo. Le fa schifo il corpo di tutti, tranne il suo. Per questo non si veste più: si mette un pigiama felpato. I suoi figli mangiano chili di uova della Kinder. La grande, in particolare, ha una foresta di bulbi rossi in testa, crespi, spessi come corda, enormi riempiono la vista quando la mattina c’è da rimetterli in ordine, sono come quelli del padre, identici, da pettinare a lungo e con determinazione, senza potersi distrarre. Da comporre in trecce, perché si arrendano. Una gran guerra in cui nulla può essere affidato al caso. E’ come mettere le dita tra i geni del proprio destino, rovistare in vecchi cassetti, trovarci formiche che hanno fatto i nidi. La donna usa molto il telefono, restando in pigiama, e nasconde le mani, una dentro l’altra, quando qualcuno che la ama o vorrebbe amarla le chiede i suoi prossimi progetti. Ha delle amiche che dicono: anch’io, anch’io. Sembra una maratona. Le amiche le dipingono quadri orrendi di gente senza sesso. Di case bianche e normali, di carcasse che sbiancano al sole. C’è la più bella di tutte, quella matta, che vuole lasciar la famiglia; quando lo racconta alla donna sua amica, che dopo mesi va a trovarla, lo fa restando, frettolosa e vaga, sulla porta, senza muoversi in nessuna direzione, né fuori, né dentro. Il marito di quella le vede bisbigliare, sa che stanno parlando di lui, sa che ha un nemico, anzi più nemiche, in casa e non può farci nulla. Tutto si riduce ad un pensiero di resa impronunciabile, ad un suono gutturale, seguito da un movimento breve della testa. Prima non era così. Lei dice mi dispiace e il giorno dopo si rimette il pigiama.
La memoria della donna intanto fa salti strani per colpa di subdole interferenze. Guarda un po’: basta non esserci più, anche per poco, nei luoghi di sempre, che già questi cambiano come non avevano mai fatto prima. In studio neppure il segretario è stupito della sua assenza. I suoi pochi clienti hanno trovato altri referenti. Meno male. Forse sono pure più soddisfatti. Di certo lo è la tipa con la figlia di dieci anni, che inventava bugie come castelli di carte; forse anche quella strana situazione troverà rimedio con l’aiuto di qualcun altro. Questa tipa aveva bisogno di un avvocato bravo per ottenere dal marito, da cui era separata da anni, un assegno più consistente che le consentisse di rivolgersi ad uno psichiatra per la figlia bugiarda. Peccato: quelle bugie erano meravigliose. Dannose e splendide. Una volta la ragazzina aveva detto di essere stata spinta dai compagni di scuola giù per le scale, di essersi fatta male e di essere stata portata in braccio fino in ospedale da un maestro aitante e che lì l’avevano curata. Tutto falso, tanti dettagli d’amore e cura assolutamente falsi. Non si poteva negare che le sue fossero delle richieste d’aiuto; l’avrebbe capito un imbecille, ma ciò non escludeva che fossero delle invenzioni autorevoli. E che non sarebbero durate in eterno. Non esistono maestri aiutanti che ti prendano in braccio lungo una scalinata, crede la donna. Non ne è certa, ma teme che non esistano. In generale, non ci sono maestri capaci di prendersi cura come fanno certe bugie. Né a scuola, né altrove. A questo punto, qualcun’altro avrebbe agito al suo posto nell’interesse di quella bambina, non lei.
Non potendo far altro, lei adesso odia le donne. Cambia l’oggetto del suo odio come cambierebbe le scarpe ai piedi. Passa da una donna all’altra. Da quando il gigante laureato si è allontanato, odia per davvero tutte le donne che immagina abitino il mondo: non è più necessario fingere. Odia le donne, una o l’altra, ed il tempo che le costringe a muoversi in fretta. E soprattutto quelle che dicono io non ho bisogno di nessuno. Bugiarde! Bugiarde tutte! Odia i progetti delle donne, pensati ogni volta come unici. Questo è il tempo perfetto per odiare. Viene così bene, viene così naturale adesso.

Attenzione. Le parole potrebbero diventare veloci come il pensiero. Arriverà un giorno in cui lo saranno, la donna ne è certa. Accadrà e saranno guai per tutti. Non si saprà neppure da dove vengono. La velocità sarà tale da trasformarle, da tradire il senso originario, moltiplicandolo come avviene per le cellule cancerogene. Saranno capaci di stordire chiunque. Un rischio terribile. I pensieri diverranno instabili. Nessuno le vedrà arrivare: saranno già qua. Non varranno più nulla forse, non avranno proprietari, ma renderanno il mondo irriconoscibile nel giro di un solo secondo. Tutti ne diverranno insaziabili, anche se non sarà più necessario pronunciarne a quintali per vivere; sarà il loro viaggiare rapido, l’andata e il ritorno, il ricordo vago e confuso causato dalla repentinità a renderle sufficienti.
Nell’attesa la donna fa piccole scelte di nessuna importanza, legge molto, cerca parole in ogni possibile contenitore e poi le trattiene come riesce. Ha venduto la macchina per di più. Per potersi concentrare su obiettivi più importanti.
Poi succede qualcosa. Ad un certo punto, senza avvertire, il gigante ha scritto una cartolina. La cartolina, con un po’ di parole sulle spalle, ci ha messo qualche giorno per arrivare. Ma è arrivata alla fine. C’era scritto: ma tu quanti anni credi di avere? Dai, bella, se mi dai tempo, torno. Lo dico io a tutti. Tu non devi fare niente. Non devi neppure raccontare bugie.
Per colpa di quella cartolina la donna ha desiderato comprare una nuova macchina. Non rivuole quella che ha venduto da poco, ma una nuova. Lamiere e motore e ruote e sedili ed un vano portaoggetti e quell’odore di pelle trapuntata che va via dopo mesi. Per via di quella cartolina, esce prestissimo alla mattina e butta l’occhio nei bar che aprono, che svuotano l’ingombro della notte scendendo le sedie dai tavoli. Ha ripreso a frequentare lo studio. Adesso ci sono due nuovi praticanti. Sono così giovani. Si è presentata a loro con il suo nome per esteso, senza usare diminutivi. Che strano: credeva di essere in posizione di rincalzo, così in ritardo da non vedere gli altri in gara; invece ha scoperto di essere lei in testa e solitaria.
La donna scrive a mano le copertine dei fascicoli da poco assegnati a lei. Sono cinque i suoi nuovi clienti.
Per i ritrovati impegni la donna è lievemente distratta: non sente che il segretario anziano parla ogni giorno al telefono con suo figlio, non sente che gli dice che gli darà tutti i soldi che servono per un appartamento a Milano; non sente che parlano di vender cara la pelle, di leggi del marketing, di corsi di lingua tedesca e diritto commerciale; non sente che il padre ha la voce rotta quando gli chiede se almeno si vedranno a Natale. Non sa che non si vedranno. Ci sono città che succhiano giovani laureati come caramelle e non lasciano nulla per i parenti stretti.
La donna adesso torna a casa la sera che sono quasi le ore ventidue e le sembra tardissimo. Ha messo una baby sitter. Cammina a piedi - un’auto nuova costa un pozzo, quindi o l’auto o la baby sitter - e di sera per strada, ritornando a casa, incontra donne di cui non sa nulla. Non sa nulla neppure della baby sitter. S’incrociano a stento. Al tardi in tv danno un programma sui libri: non c’è una grande scenografia, una poltrona, un pianoforte, una scrivania a volte, poche luci; c’è un uomo che legge a voce alta ed ha le maniche della camicia bianca rimboccate come fosse un lavoro faticoso il suo. Lei conosce quella fatica: fingere di credere che i libri siano corpi. Per vivere. Chissà quanto ci guadagna quell’uomo a leggere la sera in tv. A distanza, si sente parte del progetto, un unico articolato progetto. Lei sa. Non ne perde una puntata. Lei sa.
A conti fatti, riceve in tutto un paio di cartoline, poi stop. Parlano la sua lingua e non sembra una lingua ridicola. Ci sono cartoline ridicole, ma non quelle che riceve lei. Le sue cartoline si prendono cura. Riceve cartoline che non le sembrano ridicole e a novembre farà un viaggio con suo marito ed i figli. Ha voglia di prendere un treno e guardare fuori il paesaggio che cambia senza scosse, che scivola come sotto ipnosi. Ci sono viaggi che restituiscono lentezza. Di solito c’è un treno di mezzo. I treni hanno lo stesso pensiero latente dei notturni di chopin, quelli che sentiva spesso prima di sposarsi. Vuole mettere in connessione chopin con il treno, i luoghi con i suoni, le facce con le parole, il tempo con la fortuna. Vuole essere lenta. E avere dei segreti, come sempre è stato.
Non è ancora questo il tempo per smettere.

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sulla mia poesia

di (23/11/2005 - 11:16)

Sul blog LIBERINVERSI si parla della mia poesia. Ringrazio Massimo Orgiazzi per avermi ospitato

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MUSICAOS

di (23/11/2005 - 10:37)

WWW.MUSICAOS.IT
il numero 18 di Musicaos.it "momenti critici letterari" è online.
1. In questo numero sono ospitati testi di:
NARRATIVA Elisabetta Liguori, Pasquale Iannucci, Rossano Astremo, Maria Zimotti, Beatrice Protino, Silla Hicks, Paolo Polvani, Vito Lubelli.
POESIA Manila Benedetto, Oronzo Liuzzi, Stefano Donno, Cristina Raso, Davide D'Elia, Biagio Liberti, Luigi Massari, Lia D'Arcangelo.
 
2. In questo numero sono ospitati interventi di:
Luciano Pagano su 1527. I lanzichenecchi a Roma di Andrea Moneti - Stefano Donno su Isabella Santacroce, "Lovers" e "Dark Demonia" - Harry G. Frankfurt. Stronzate (un saggio filosofico) - Rossano Astremo su "L'anno luce" di Giuseppe Genna - Fabrizio Corselli "Il Silenzio di Lacoonte", tra Estetica e Mito: il dolore come dimensione oggettiva del comporre - Francesco Sasso Leitmotiv. Appunti dal mio bunker - Erminia Daeder La casa muta e il possibile equilibrio "Una terra per Siran" di Manuela Avakian - Andrea Aufieri "Croce senza amore" di Einrich Böll - Beatrice Protino "Genio e follia. Vincent Van Gogh" - Luigi Levante "John Carpenter".
 
3. Da oggi, su Musicaos.it, è possibile scaricare in formato PDF "Brindisi e cipressi", raccolta di versi scritta da Marina Pizzi, ecco qui uno stralcio preso dalla postfazione, scritta da Stefano Donno.

"La parola poetica della Pizzi, pur nella sua dimensione evocativa ed anarchica, perora ed appaga una ricerca di senso attingibile dall'antroposemiotica emergente dallo statuto delle cose, epperò riformata e risolta in una weltanschauung della coscienza poetante. La quale nel disordine babelico e ultracaotico del mondo (" (...) Oggi l'Internet è mio Padre/ padre, padre qualsiasi/ (qualunque è ormai oltre al superfluo)" (20).; " (...) Il benessere è un'invenzione/ un inganno dei media/ delle sfingi senza costrutto" (21) ), scopre un destino in perenne instabilità, destinalmente funambolico, in bilico come direbbe Franco Battiato tra sesso e castità . Una cosa possiamo dirla con certezza: quella della Pizzi è una poesia dalla rara bellezza, che gode dell'abilità di questa poetessa nel continuo risemantizzare, frantumare l'ordo verborum tradizionale, e soprattutto in grado di condensare il corpo poetico in un sistema dello Scacco, della Morte, dell'Effimero, del Degrado, dell'Ossessivo, dell'Ingiusto."

I nostri lettori, grazie a "Sconforti di consorte" e non solo, conoscono la sua voce, una scrittura che affronta le sfaccettature e le densità del fenomeno, con acutezza di spirito; una poetessa, Marina Pizzi, dalla rara forza e statura. Una voce che si leva sul deserto e la miseria imposti alla vita di ogni giorno, senza retorica e lusinghe un'analisi poetica e spietata delle ultime cose.

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estratto

di (22/11/2005 - 11:57)

EMANUELE TREVI

L'ONDA DEL PORTO

LATERZA_CONTROMANO

 



"Dormivo vestito, e spesso non mi toglievo nemmeno la sciarpa e le scarpe. Guardavo la tv con il cappotto. Non mi facevo scappare nessuna opportunità di uscire da casa per spostarmi in un ambiente più caldo. Partecipavo assiduamente a inaugurazioni di mostre di artisti contemporanei, feste di compleanno, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, cene di lavoro. Tutte le opportunità di stringere relazioni umane ed arricchire lo spirito offerte da una grande città, ma considerate ed apprezzate da un punto di vista strettamente termico. Purché confortata da un ambiente ben caldo, avrei preso parte volentieri anche a una veglia funebre. Se per caso conoscevo una ragazza, badando a nascondere la mia sospetta ansietà, cercavo di informarmi il più possibile sul suo impianto di riscaldamento. Autonomo? Centralizzato? Nessun problema, in questo periodo dell’anno? La pioggia scomponeva le decorazioni di Natale in una miriade di prismi giallastri e azzurrini, frantumi di un benessere di altri mondi sparpagliati nella desolazione della notte. La processione degli esperti al capezzale della mia caldaia proseguiva ininterrotta. Chiedevano una scala, e iniziavano ad armeggiare con aria perplessa, scuotendo la testa ed evitando (così almeno mi sembrava) di incrociare il mio sguardo preoccupato. La caldaia era nuova, non mancavano di constatare, e inoltre – affermazione questa decisamente paradossale, eppure, sotto un certo profilo, incontestabile – funzionava perfettamente. Ed era vero: una volta avviata e regolata, iniziava a ronfare come un gattone castrato, spandendo per la casa un primo velo di tepore. Ma dopo una ventina di minuti, ecco che si rifiutava di esistere: all’improvviso, e senza spiegazioni. La piccola spia rossa, la Stella dello Sconforto, ritornava a brillare fiocamente, mentre l’ultima vibrazione degli ingranaggi veniva riassorbita e si perdeva nel silenzio disperato del cortile condominiale.

Tra quei filmetti amatoriali trasformati dal destino in servizi televisivi in diretta sul maremoto, i telegiornali ne facevano spesso vedere uno molto meno drammatico degli altri. Credo che provenisse da Patong, in Tailandia, una cittadina dell’isola di Phuket famosa per i bar affollati da centinaia di puttane, tutte giovani e in genere bellissime. Proprio in questa cittadina di desolante squallore, pochi mesi appena prima del disastro, avevo fatto amicizia con uno strano tipo dell’Italia del nord, non ricordo più se trentino o friulano, che aveva rilevato un ristorante proprio in centro, con annesse una decina di stanze da affittare a ore o a notti. Questo tizio, veramente molto simpatico, aveva avuto qualche guaio con il fisco in Italia, a seguito di non so quali attività imprenditoriali. Aveva divorziato dalla moglie («una stronza di Rovigo»), aveva speso i suoi ultimi risparmi nel ristorante, nella corruzione di qualche funzionario, nell’assunzione di un cuoco bravo a fare le pizze. Si era risposato presto con una puttana di lì, ben lieta di gestire un ristorante e il giro collaterale di traffici legato alle stanzette da affittare. Era una donna di una bellezza prodigiosa, coperta di gioielli e con i lineamenti duri e perfetti, come quelli delle dee dell’arte khmer, madri e regine severe e vendicative dai fianchi stretti e i seni rotondi. Ci teneva a dire che prima di sposare l’italiano faceva la hostess, ma era il suo unico tallone d’Achille. Insieme, ci raccontò il tizio, lui e la sua nuova moglie facevano un vero e proprio santo mestiere, quello di rimediare ragazze abbastanza pulite e una stanza decente agli italiani che passavano dal loro ristorante. Perché soprattutto gli anziani, il preservativo non c’è verso che lo usino. E tu come lo sai che una ragazza è pulita, gli avevo chiesto. È una cosa che si capisce, mi ha risposto tranquillamente il tipo. Ma il guaio peggiore non è l’igiene, te lo assicuro, è che quando sono anziani, e soli, si innamorano fatalmente, e cominciano a spendere tantissimi soldi in regali: orecchini, orologi, braccialetti d’oro... Mentre parlava, mi aveva indicato con un lievissimo cenno della testa un tavolo in fondo al locale, occupato da un signore dai capelli candidi, sulla sessantina, che coi suoi occhi grigi e acquosi contemplava la sua compagna, una brunetta di nemmeno vent’anni con due tette grandi e perfette sostenute da un leggerissimo top di seta scura. Lei addentava con gusto un’enorme pizza capricciosa, traboccante di peperoni e cipolle, mentre lui, sorseggiando una bottiglietta di vino bianco, la guardava sottomesso, stupefatto, estatico. Una storia triste, mi aveva detto il tizio, avrà già speso duemila dollari di regali... Perché triste, non è detto, avevo pensato tornando al mio albergo, poco a nord di Patong, che dì lì a poche settimane si sarebbe trasformato in un cumulo di macerie, seppelliti e distrutti per sempre anche gli orrendi quadri di batik che adornavano le stanze, tramonti tropicali in giallo, indaco e verde squillante. Non è detto che sia triste la storia di quel vecchio bavoso, il patetico Vedovo Veneziano, come l’avevo ribattezzato (il padrone del locale mi aveva detto che aveva un’autorimessa a Mestre). Non è affatto triste che la vita possa finire così, a bocca aperta, in adorazione, nell’intensità di un amore disperato."

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orgia

di (22/11/2005 - 10:29)

Omaggio della compagnia bolognese Teatri di vita a Pier Paolo Pasolini. Dal 22 al 25 novembre.

Quattro giorni con Orgia

Continuano le iniziative volte ad omaggiare Pier Paolo Pasolini a trent’anni dalla sua scomparsa. La compagnia bolognese Teatri di vita mette in scena, dal 22 al 25 novembre, presso i Cantieri Teatrali Koreja, lo spettacolo Orgia, diretto da Andrea Adriatico, tratto dal dramma scritto da Pasolini nel 1968. Poco conosciuta l’opera teatrale di Pasolini, autore non solo di Orgia, ma anche di Bestia da stile, Pilade, Calderon, Affabulazione, Porcile e Friuli.  Pasolini teorizzò il “teatro di Parola” in un suo intervento apparso nel 1968 su “Nuovi Argomenti” dal titolo “Manifesto per un nuovo teatro”.  Il “teatro di Parola” si proponeva di rinunciare all'intero apparato del teatro “naturalistico” - scenografie, costumi, musiche, azione scenica - per rimettere al centro come cuore pulsante la parola, ormai elusa nella chiacchiera o nell'urlo. Pasolini non nascondeva di rifarsi esplicitamente “con candore neofitico”, alla tragedia greca, “il teatro della democrazia ateniese”, eclissando l'intera tradizione del teatro borghese. Orgia è un dramma teatrale in un prologo e sei episodi. Pasolini ne diresse la prima presso il Teatro Stabile di Torino, ma la rappresentazione raccolse derisione, o nel migliore dei casi indifferenza, di pubblico e critica. Il poeta dichiarò: “Un’esperienza sbagliata per colpa mia perché ho tentato, appunto, di raggiungere con il teatro quel famoso decentramento che scavalcasse gli obblighi, ovvero le direzioni obbligate della cultura di massa. Ma per questo bisognerebbe decidere di dedicarsi al teatro, come dei pionieri, per tutta la vita, oppure è meglio rinunciare. Ho intuito che al teatro bisognava dedicarcisi una vita, altrimenti non vuol dire nulla”. Orgia è la  tragedia pasoliniana più astratta e forse la più emozionante e poetica. È un’orgia di parole, di passioni, di ricordi, che travolgono i due protagonisti, un Uomo e una Donna che si torturano a vicenda come in un sacrificio rituale. Ma è anche la denuncia dello sradicamento di una società lanciata verso un abbagliante e infido progresso. Sono proprio quelle radici di “un passato felice che ha prodotto persone infelici” a portare verso la fine i due protagonisti, schiacciati dalla memoria di un tempo perduto e sincero. Fino a una conclusione che conduce inesorabilmente verso una prevedibile sconfitta, che però assume genialmente i caratteri di una rivoluzione. La rivoluzione del Diverso, ultima incarnazione possibile per resistere, inutilmente, all'omologazione, alla nuova barbarie che avanza. Lo spettacolo è una vera e propria esperienza di intenso contatto ravvicinato con la poesia di Pasolini e con la sua disperata denuncia di una società incapace di comprendere il proprio passato e quindi il proprio futuro. A ridare vita alle parole aspre e dolci, logiche e visionarie di Pasolini sono tre attori in una coraggiosa interpretazione: Francesca Ballico (la Donna), Maurizio Patella (l'Uomo) e Rossella Dassu (la Ragazza). . Nella giornata del 22 novembre lo spettacolo sarà preceduto, a partire dalle ore 18,  da un dibattito sulla figura di Peir Paolo Pasolini, nel quale interverranno Nichi Vendola, Giovanni Pellegrino e Nico Naldini.  Lo spettacolo è a posti limitati ed è sconsigliato ai minori di 18 anni. Sipario ore 20.45. Ingresso 10 euro. Ridotto under 25 e over 60 7 euro. Cantieri Teatrali Koreja 0832.24.2000 .

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VERTIGINE 6_POLITICAMENTE SCORRETTO_ESTRATTO

di (22/11/2005 - 10:11)

Flavio Santi

Breve confessione di un terrorista potenziale e provvisiorio

 

Come la lettera rubata di Poe, forse a dirlo chiaramente si rimane più nascosti e si rischia meno. A metterlo sotto il naso di tutti. Comunque senza giri di parole posso dire di avere partecipato a un piano per eliminare il presidente del governo signor Silvio Berlusconi. In me il lato oscuro e quello raziocinante convivono a fatica, come due boxeur incarogniti, mi sento anarchico nelle ossa ma riconosco la necessità di uno stato, di alcune strutture che reggano la macchina sociale. Forse le riconosco perché so quanto sia facile passare il guado e spaccare tutto. Non so fino a che punto sia vera la storia che i Sant vengono dall’est ed erano zingari o che, sta di fatto che io mi sono sempre sentito del sangue slavo nelle vene, sangue di gente bellicosa, incazzata col mondo, il sangue grumoso degli ustascia, di Gavrilo Princip il regicida di Sarajevo. Una parola e un concetto che amo molto è dissipare, dissipazione, dissipamento. Che è un disperde ma con coscienza, con una tetra allegria. Comunque questa oscillazione alla fine mi ha portato a cercare di conoscere qualcuno o qualcosa che potesse soddisfare il mio desiderio di uccidere quell’uomo. Possibile che a Milano non ci siano delle cellule, magari piccole, piccolissime, che non stiano pensando a qualcosa del genere, mi dicevo quando capitavo là per andare al cinema o al ristorante indiano. E quando seduti davanti a un pollo tandori ben rosolato e profumato, gli amici mi chiedevano “Si può sapere a cosa pensi?”, allora staccavo l’interruttore e cercavo di non pensare più a commando scelti che fanno irruzione ad Arcore, entrano nel megasalone, rovesciano il tavolo di marmo, catturano il Berluska, gli puntano la pistola alla tempia e con un solo colpo fanno schizzare parti della pregiatissima materia grigia del premier su un piatto di ostriche del Morbihan. Ma mi restava per tutta la serata quella sensazione, che qualcosa o qualcuno stesse lavorando proprio in quel momento a quel piano di eliminazione cruenta, e che anzi telepaticamente stesse comunicando con me. Solo che io non conoscevo ancora il codice di decriptazione. Nei romanzi a questo punto si dovrebbe dire “ma quel codice non tardò a concretizzarsi...”, invece nella realtà quel codice tardò molto a concretizzarsi, e io passai mesi e mesi a farneticare, a imprecare e invocare un qualche segno, un indizio. Alla luce del sole non c’era niente che ci assomigliasse neppure lontanamente: i centri sociali erano diventati praticamente delle oppierie, dove la responsabilità civile a forza di farsi di marjuana o di popper era diventata più sottile di una cartina per le canne. I gruppi marxisti-leninisti, manco a parlarne: la rivoluzione si va a fare con le cravatte? I ragazzini che portavano le magliette con quel superfusto della guerriglia di Che Guevara non sapevano nemmeno chi era. Il codice si concretizzò un pomeriggio di aprile dello scorso anno, quando nell’atrio dell’università incrociai il senegalese che vendeva i libri delle Edizioni dell’Arco. Era molto incazzato. Parlava velocemente in un suo dialetto africanoide, scuotendo le mascelle e lanciando sputi grandi come grani di pepe.

“Ahmed che c’è?”

Suoni sconnessi.

“Ahmed, dai, che è successo?”

“Ahmed incazzato”.

“Sì, l’ho capito”.

“Italia paese di merda”.

“Sì, Ahmed, ma perché?”

“Italiani merda” e giù una cascata di rumori in cui l’unica cosa che si distingueva era l’arrotare dei denti superiori sugli inferiori, e ogni tanto ci infilava in mezzo la sua lingua rossissima, che gli sfuggiva come fosse un toro inferocito.

“Italiani merda, merda. Berlusconi merda, ma finito...”

Non capivo “finito”: era riferito ad Ahmed, agli italiani o a Berlusconi? o a tutti e tre?

Il permesso di soggiorno non era stato rinnovato, ma Ahmed aveva in serbo una sorpresa.

“Vendetta”.

Il bello degli africani è che si aprono con grandissima facilità, come un fiore di orchidea in una serra ipersolarizzata. Ahmed conosceva dei tipi a Osnago, a nord di Milano, oltre Arcore, che stavano progettando qualcosa. Le resistenze di Ahmed erano molto deboli, bastò che gli comprassi tutti i libricini che aveva in mano, erano sei, e per 37 euro e 20 (ogni volumetto costa 6 euro e 20) comprai con i libricini anche il suo segreto. Quei tipi di Osnago erano una cellula autonoma di sette persone, cinque italiani e due islamici che stavano progettando qualcosa contro qualcuno. Lui li conosceva perché Wahid, uno dei due islamici, che aveva conosciuto anni fa al dormitorio di via Calvino a Milano, e con cui allora capitava qualche volta di masturbarsi insieme, questo Wahid poi si era messo con sua sorella Yasmine che lo teneva informato di tutto. Eccoci, mi dissi. Per altri 20 euro (gli ho fatto la spesa per una settimana in pratica) ho avuto il cellulare di uno degli italiani, Poison (era evidentemente un nome in codice): **********. La notte stessa, dopo aver passato una serata in uno stato di eccitazione estrema, verso l’una, faccio il numero. **********. Uno squillo solo, poi una voce. Profonda. Sento la turbina impazzita del mio cuore. Non si presenta, mi chiede solo chi mi ha dato il numero. “Ahmed” dico io. “Bene, domani a Osnago, alle dieci di mattina. Fiat bravo nera. Non un minuto di più”. E stacca. La notte sogno una donna enorme, altissima, avvolta in una cappa nera, una specie di grandissimo cono, assomiglia a Belfagor, il fantasma del Louvre, ha il volto coperto da una maschera d’oro e a un certo punto apre la bocca, ma non escono parole, solo dei fortissimi ticchettii di sveglia, toc toc toc, pesanti e inesorabili. Mi svegli sudato. Le tre. Il buio mi avvolge come una camera iperbarica. Un po’ di vento tiene sveglie anche le tapparelle. Mi riaddormento. Secondo sogno: un uomo magro, sì lo riconosco, è quell’impiegato della biblioteca dal volto quadrato, maglione nero a collo alto, è filonazista, l’ho visto io una volta fare il saluto, adesso marcia per strada con un gruppo di altri vestiti in nero, si sente il rombo cadenzato degli stivali: tum tum tum. Sono sconvolto. Marciano e nessuno dice niente. Anzi gli fanno strada. Tum tum tum. Passo dal sogno al dormiveglia. Ho la sensazione di non aver dormito. Ma sono già le sei e mezzo. Mi devo alzare. Prendo la bici. Arrivo in stazione. Faccio i biglietti. Salgo sul treno. Mezz’ora. Milano. Metro. Porta Garibaldi. Salgo un altro treno. Dieci minuti. Venti minuti. Mezz’ora. Scendo dal treno. Sono a Osnago. Guardo l’orologio: 9 e 24, dieci minuti di ritardo. Prendo un caffè. Mi metto in sala d’aspetto. Mi manca il fiato. Fuori c’è un’aria primaverile. Non c’è tempo per i dubbi. Cancellarli. Dovevo pensarci prima. Eccoci. C’è una normalissima Fiat bravo nera, per non dare nell’occhio. Gli insospettabili, gli insospettabili, mi ripeto nella testa. Se qualcosa verrà, sarà dagli insospettabili, dal tuo vicino di casa, dal postino, da quel ragazzo sorridente amico di tua figlia. Sarà dietro la maschera tranquillizzante dell’anonimato che esploderà qualcosa. Guardatevi dagli insospettabili... Mi mettono in testa la federa di un cuscino. Dieci minuti di spinterogeno, poi sfiata. Si sono fermati. Mi fanno scendere. Mi tolgono il cappuccio. Siamo dentro un capannone. Eccoli, sparsi nell’ampio spazio dell’hangar i sette uomini che passeranno alla storia come coloro che uccisero Berlusconi: tutti maschi, sui quarant’anni, facce normali da impiegati, qualcuno anche ben pettinato, penso che nella vita di tutti i giorni siano persone gentili e anche un po’ fragili. Eccoli, gli insospettabili [pezzo sul muro e i topi]. Hanno nomi epici: Poison, Hateful, Apice, Scheggia, Khomeini, Wahid e Ihab. Per le armi ci si appoggia a gruppi islamici, e qui Wahid e Ihab sono i contatti. Armi che comunque transitano di solito dalla ex Jugoslavia. Il piano è in via di definizione, a loro serve un insospettabile, preferibilmente giovane e incensurato, da collocare in una città come tante, to’ Pavia, soprattutto per smistare o nascondere il materiale. Benissimo. L’incontro dura poco, dieci minuti al massimo. Di nuovo federa in testa. Non ci salutiamo neppure. Percorro quattro, cinque metri, non so, inciampo su una specie di zoccoletto, lo evito, capisco che sto uscendo, sento l’aria nelle mani, risalgo in macchina. Dopo dieci minuti circa, via il cappuccio. Stazione di Osnago. Non ci salutiamo neppure questa volta. Il treno arriva quasi subito, come se si fosse messo d’accordo. C’è una precisione nelle azioni di ogni cosa che è agghiacciante se non fosse casuale. Casuale? Il controllore che mi timbra il biglietto ha uno strano sorriso. Consegnandomi il biglietto mi dice, quasi sussurrando: “Fatto esami?”. Farfuglio qualcosa e ringrazio. Fatto esami? Cazzo significa? Sì, in un certo senso, sì, gli esami della storia. Ma il candidato vero, oh sì cazzo, quello deve ancora presentarsi alla commissione esaminatrice. Aspettando a Milano il treno per Pavia, mi proietto già il film dell’attentato: la macchina del presidente del consiglio tampona una Fiat bravo nera, dalla Fiat scendono quattro uomini in passamontagna, hanno delle mitragliette in mano, ma questa volta non sbaglieranno, mi dico, l’errore è già stato fatto in passato, questa volta sceglieranno bene, e infatti uno dei quattro sfonda il parabrezza col calcio della mitraglietta xxxx, è una giornata di sole, così serena da contrastare con la violenza che si sta consumando. Il signor Berlusconi è senza guardie del corpo, guida il suo autista, che non è armato, è in incognita, sta andando da una supersquillo nei pressi di Olgiate. È da anni che lo fa, in grandissimo segreto, ma finalmente si è saputo. È stato smascherato. Qualcuno è stato pagato per parlare. Macchina tamponata, autista immobilizzato (sugli altri niente violenza, per carità!), lui rannicchiato sul sedile posteriore, tenta di chiamare qualcuno al cellulare. Aprono la portiera, lui farfuglia qualcosa del tipo “Ma insomma, cos’è? Eh, ho capito, dai, siete di “Scherzi a parte”, va bene, va bene”, ma dagli strattoni capisce che no, non è su “Scherzi a parte”, e allora cambia registro: “Non vedi chi sono io, comunista bastardo! quanto vuoi? sì, ti do tutto, quanto vuoi?”. Lo gettano sulla strada a corpo morto. Un solo colpo chirurgico sulla nuca. Addio signor presidente del consiglio. Ero abbastanza soddisfatto della regia, certo ci avremmo lavorato in queste settimane in sala montaggio, ma le scene c’erano tutte e grondavano rabbia e violenza. Ma anche, quello che era essenziale, giustizia.

Finalmente.

Finalmente?

In fondo, mi dicevo tentando di autoconvincermi (la morte non è mai bella, è sempre una bestia nera, una manciata di sale sul cuore), è quello che vogliono molti italiani, li sento cosa dicono negli uffici, nei bar, per strada, cosa sussurrano. Cosa si dicono nell’angolo più nascosto della loro coscienza, in fondo agli occhi, nel ripostiglio più remoto della loro anima, lo dicono, se ne pentono, ma poi se lo ridicono. Che sia un incubo o un sogno a occhi aperti se lo ripassano spesso. Lo so. Sì, lo so ma io chi sono per decidere della vita di un altro uomo? per quanto detestabile, è lecito ucciderlo? sto cedendo, no, devo uscire da questo rovo della coscienza, ma sì, concèntrati, una via d’uscita ci dev’essere. Una soluzione. Ecco: perfino Gesù disse di portare la spada, la guerra, e non la pace. Insomma lo faccio per gli altri, per la comunità, per il paese... Alzai la testa in cerca di una conferma. Nuvole grigie in cielo. Tutto taceva. E tu, passeggero che condividevi il mio stesso binario e forse aspettavi il mio stesso treno, tu che avevi l’aria saggia e serena, che rappresentavi l’opinione comune, la persona incrociata casualmente, tu che avresti fatto? Ma anche tu tacevi inerte…

Mi avrebbero richiamato loro. Ancora oggi aspetto. È passata un’estate, un autunno, e un inverno sta per finire. I primi giorni di marzo lambiscono i nuovi germogli sugli alberi, dopo la pausa invernale la vita sta rinascendo. Fra un po’ il ciliegio fiorirà di nuovo. Ogni volta che squilla il telefono mi dico che è la volta buona, cerco con la forza del pensiero di modificare la curvatura degli eventi, in qualche modo. Mi ripeto “Sì, sì”. Ma all’altro capo della cornetta c’è sempre qualcun’altro, che ingombra, impaccia, occupa immeritevolmente la linea telefonica. Cerco di starci e usarlo il meno possibile e sollecito a fare altrettanto. Uso la scusa delle bollette sempre più care. Niente. Cerco di tenermi informato sui tigì e sui giornali per vedere se magari un gruppo di Osnago o dintorni è stato catturato, se fra gli islamici sospettati di attività terroristiche c’è anche Wahid (ma il cognome non lo so!) e quell’altro, Ihab. Niente. Forse non si sono fidati, certo con la faccia che ho: dovevo togliermi gli occhiali. Non si fidano di quelli con gli occhiali, dovevo immaginarlo. Ma poi per farmi coraggio mi dico: ma no, anzi, quelli con gli occhiali sono più insospettabili ancora. A Osnago a cercarli non ci torno, non erano questi gli accordi, e poi se fossi in prova e loro mi stessero spiando per vedere fino a che punto sono affidabile? ma sì, forse è come se fossi congelato, mi hanno messo nel loro freezer e aspettano l’occasione buona per scongelarmi come fossi mezzo coniglio ghiacciato. A volte li sento anche questi brividi di ghiaccio.

Sarà la storia a resistere alla violenza o la violenza a resistere alla storia?

Flavio Santi è critico, poeta e narratore. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia in lingua e dialetto, tra cui Viticci (Stamperia dell’Arancio, 1998), Rimis te sachete (Marsilio, 2000), Aset (Circolo Culturale di Medino, 2003), Il ragazzo X (Ed. Atelier, 2004). Ha scritto il romanzo Diario di bordo della rosa (peQuod)

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estratto

di (21/11/2005 - 11:50)

I SENSI DELLA BATTAGLIA /Gilles Deleuze


I due momenti del senso, impassibilità e genesi, neutralità e produttività, non possono esser visti l'uno quale apparenza dell'altro. La neutralità, l'impassibilità dell'evento, la sua indifferenza alle determinazioni dell'interno e dell'esterno, dell'individuale e del collettivo, del particolare e del generale, ecc., sono addirittura una costante senza la quale l'evento non avrebbe verità eterna e non potrebbe distinguersi dalle sue effettuazioni temporali. Se la battaglia non è un esempio d'evento come tanti, bensì l'Evento nella sua essenza, è senza dubbio perché essa si effettua in molti modi contemporaneamente, e perché ogni partecipante può coglierla a un livello di effettuazione diverso nel suo presente variabile: cosi nei paragoni ormai classici tra Stendhal, Hugo, Tolstoj, per il modo in cui essi "vedono" la battaglia e la fanno vedere al loro eroe. Ma è soprattutto perché la battaglia sta al di sopra del proprio campo, neutra rispetto a tutte le sue effettuazioni temporanee, neutra e impassibile rispetto ai vincitori e ai vinti, rispetto ai vigliacchi e ai coraggiosi, tanto più terribile, mai presente, sempre futura e già accaduta, potendo essere quindi colta soltanto dalla volontà che essa stessa ispira all'anonimo, volontà che è necessario chiamare "di indifferenza" in un soldato mortale ferito che non è più né coraggioso né vigliacco, e non può più essere né vincitore né vinto, talmente al di là, trovandosi là dove si trova l'Evento, in tal modo partecipe della sua terribile impassibilità. "Dove" è la battaglia? Per questo il soldato si vede fuggire quando fugge, balzare quando balza, determinato a considerare ogni effettuazione temporale dall'alto della verità eterna, dell'evento che si incarna in essa e, purtroppo, anche nella propria carne. È inoltre necessaria una lunga conquista al soldato per giungere in questo al di là del coraggio e della vigliaccheria, a questa presa pura dell'evento mediante un "intuizione volitiva", cioè mediante la volontà che gli fa l'evento, distinta da tutte le intuizioni empiriche che ancora corrispondono a tipi di effettuazione. Perciò il più grande libro sull'evento, sotto questo profilo più grande di Stendhal, Hugo e Tolstoi, è quello di Stephen Crane, The Red Badge of Courage, in cui l'eroe si designa lui stesso anonimamente "il giovane" o "il giovane soldato". È un po' come nelle battaglie di Lewis Carroll in cui un forte rumore, un'immensa nuvola nera e neutra, un corvo assordante, sorvola i combattenti e li separa o li disperde solo per renderli ancora più indistinti. Vi è certamente un dio della guerra ma egli è fra tutti gli dei il più impassibile, il meno permeabile alle preghiere, "impenetrabilità," cielo vuoto, Aiòn.

da "Sulle singolarità", in Logica del senso

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di (21/11/2005 - 11:46)

 Gilles Deleuze

L'abecedario. 3 DVD. Con libro

a cura di Parnet C.
€ 39,00
DeriveApprodi, ISBN: 88-88738-77-0

Nel novembre del 1995, Gilles Deleuze, uno dei filosofi più importanti del Novecento, concesse la sua prima e ultima intervista televisiva, trasmessa integralmente dalla televisione franco-tedesca Arte poco dopo il suo suicidio. Il risultato di questa prima e unica intervista televisiva fu una vera e propria opera filosofica a sé stante, nella quale Gilles Deleuze ripercorre le tappe fondamentali del proprio pensiero e della propria vita. Un abecedario articolato per concetti che inizia con la lettera "A" di "animale" e si conclude con la lettera "Z" di "zigzag". Le otto ore di conversazione sono proposte in 3 DVD, suddivise in 25 concetti chiave ai quali si può accedere per lettera o tramite una lista di argomenti.

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di (21/11/2005 - 11:31)

MASSIMILIANO GOVERNI

PARASSITI

"Il segreto che la scrittura di Governi custodisce consiste proprio nel toccare il dolore e contemporaneamente lasciarlo intatto. Questo libro ha la forza di un romanzo. Un romanzo terribile e allo stesso tempo, proprio per il coraggio con cui affronta il male, pieno di speranza. Un esorcismo, un rito propiziatorio, un sabba imperscrutabile che mette in fuga i demoni anziché attirarli: spaventa il Diavolo"
Sandro Veronesi

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inciquid 8

di (21/11/2005 - 10:11)

E' USCITO L'OTTAVO NUMERO di INCIQUID


iQuindici
www.iQuindici.org

Questo è il link per la rivista:
http://www.iquindici.org/content.php?content.52

Per iscriversi o cancellarsi alla nostra web-zine:
http://www.iquindici.org/mailman/listinfo/inciquid

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una poesia

di (18/11/2005 - 18:45)

isabella.santacroce

Ti parlo, ti straparlo nel mattino dal metallo in gola,
depongo le mani lungo ombre desuete,
mi soffermo sullo zero che ogni calcolo motiva,
mentre il raggio di miele dell'autunno cola tra i tuoi silenzi.
Per l'aria tremula la città si scioglie in delizia,
in continua curvatura tra pioggia e schiarita,
dissesto puro, esitanti microfratture di terreni,
solcature squassate di pelle che nell'unione si sperdono.
Ti parlo, ti straparlo sul lento passo che misura l'istante,
la tua cruda bellezza mi ferisce, negandomi la stasi,
l'accesa carne è la sola voce che divarica le chiuse imposte.

r.a.

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di (18/11/2005 - 18:08)

Lo Zar non è morto. Grande romanzo d'avventure

Lo Zar non è morto. Grande romanzo d'avventuresmall_i_due_zar.JPG

Lo Zar non è morto: il libro scomparso e ritrovato

di Giulio Mozzi

[...] Non so se a voi è mai successo. Gli incontri più importanti della mia vita, sono avvenuti quando meno me li aspettavo. Sono sempre stato colto di sorpresa.
Il 17 novembre 2004, alla Libreria Minerva, vidi un libro che non avevo mai visto. Era abbastanza malconcio, la rilegatura era tenuta insieme con il nastro adesivo. Il titolo era: Lo Zar non è morto. Sotto il titolo c’era scritto: Grande romanzo d’avventure. In cima alla copertina
c’era scritto: I Dieci, e subito sotto erano snocciolati dieci nomi: Antonio Beltramelli, Massimo Bontempelli, Lucio D’Ambra, Alessandro De Stefani, F.T. Marinetti, Fausto M. Martini, Guido Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare G. Viola, Luciano Zuccoli. La data di pubblicazione era il 1929.
Ora: Marinetti e Bontempelli, va bene, ça va sans dire; di D’Ambra Zuccoli Martini avevo letto qualcosa (me li prestava mia prozia maestra, vera donna d’altri tempi); ma chi erano mai Alessandro Varaldo, Alessandro Milanesi o Cesare G. Viola? E cos’era mai quel libro che io, pur essendo un Vero Curioso degli Anni Trenta, non avevo mai visto né sentito nominare?
Lo presi in mano. Lo sfogliai. Pareva proprio un romanzo d’avventure.
Vidi i nomi di luoghi esotici. Personaggi che si chiamavano Orcoff, Zelenin, Karandik, Oceania World. Oceania World? Che razza di libro poteva essere, un libro che aveva dentro un personaggio called Oceania World? [...]

Leggi tutta l'introduzione scritta da giulio mozzi per il romanzo collettivo Lo Zar non è morto

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una poesia

di (18/11/2005 - 18:05)

Vento d'oriente traduce

Nadia Anjuman
Funerali di Nadia Anjuman 7 novembre a Herat


Ricordi di un tenue azzurro
Voi esiliati della montagna dell'oblio!
Perle, nomi addormenti nella palude del silenzio
ricordi soppressi, ricordi di un tenue azzurro
nella memoria della melmosa onda del mare dell'amnesia
Dov'è la limpida corrente dei vostri pensieri?
La mano di quale mercenario depredò la dorata veste del vostro volto?
In questo tifone partoriente d'oppressione
dove è la timoniera luna, l'argentea barca della serenità?
Dopo questo purgatorio che partorisce morte
se il mare si calma
se la nuvola svuota il cuore dai rancori
se la figlia della luna si innamora, donerà sorrisi
se il cuore della montagna si intenerisce, nascerà verde erba
feconderà
Uno dei vostri nomi, in cima alle montagne
diventerà sole?
L'alba dei vostri ricordi
ricordi di un tenue azzurro
per i pesci sfiniti dall'inondazione
impauriti dalla pioggia ed oppressione
diventerà la scoperta della speranza?
Voi, esiliati della montagna dell'oblio!

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