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Archivio Ottobre 2005

christian intervista mariangela

di (28/10/2005 - 11:52)

Mariangela Gualtieri

Non – splendore rock
Concerto per funamboli poetici

intervista a cura di Christian Sinicco



Sulle pareti della chiesa dell’ex-convento una serie industriale di sagome umane nere su sfondo giallo di Luigi Sacilotto, acide, che nel dettaglio non sono altro che segmenti ondulati a formare una figura come tessuta. Al posto dell’altare il palco, le casse e gli strumenti musicali. Quindi il pubblico, soprattutto giovani e… Non - splendore rock.                                         

Ci si trova di fronte uno spettacolo cangiante come potrebbe definirlo e “non” la drammaturga e poeta, testo e voce, Mariangela Gualtieri: una contaminazione tra diversi ambiti di ricerca, il cui successo diviene dalla semplicità delle soluzioni adottate dal regista Cesare Ronconi.
In principio c’è del rock - gli Aidoru: Mirko Abbondanza, basso e canto; Michele Bertoni, chitarra; Diego Sapignoli, batteria; Dario Giovannini, chitarra, fisarmonica e canto - usciti fuori da sonorità progressive, che evocherebbero i Radiohead se non fosse per delle sfumature tribali.
Quasi adattando la musica ai costumi del Parsifal (Teatro Valdoca, 1999), vestiti dunque da pazzi e armati di strumenti musicali decisamente metallici, gli Aidoru si accompagnano a Mariangela Gualtieri, che per il trucco e per i gesti sottili di un dolcissimo mimo ricorda la dea indù di Nirvana di Salvatores, l’atmosfera dorata e rituale di qualche chiesa d’oriente e per l’uso del megafono un meraviglioso essere mediatico disturbatore delle nostre illusioni quotidiane: già da questi dettagli nasce l’impressione di stare in un medioevo, ma senza perdere la ragione del nostro tempo.
Dietro il palco nell’abside, proiettate, immagini di un celeste affumicato tratte dalla pellicola in bianco e nero “Lampi sul Messico” (1933, apocrifo montato da Sol Lesser sul materiale di ÝQue viva Mexico!) di Sergej M. Ejzenštejn, film che avrebbe dovuto narrare l’infelice vicenda di un giovane peone e in parallelo indagare la storia del Messico, alla scoperta della sua “antropologia” e “sociologia” dalle tradizioni precolombiane sopravissute.

È evidente che Cesare Ronconi abbia diretto questo spettacolo a partire da elementi frutto di un’astrazione dal reale, seguendo magistralmente la propria istintuale visionarietà: i quattro Aidoru al centro del palco, la figura incarnata dalla Gualtieri - osservando dal pubblico - sulla destra, il film di Ejzenštejn a dare sfondo, sono elementi che hanno la propria indipendenza nel non mimetizzare alcuna realtà.
E, una volta partita la musica, da subito si avvertono sbilanciamenti, perdite di equilibrio, improvvisa visione di forme, come se ci ritrovassimo di fronte un sogno e la logica fosse asimmetrica, come se questi elementi avessero la possibilità, da un momento all’altro, di acquisire significati diversi…
Questa è peraltro anche una delle caratteristiche della formatività della Gualtieri, che in poesia approfondisce l’attimo nel senso, donando alle parole fluidità, vita propria, come se si potesse tessere un fiume nella nascita e nella scomparsa di un’onda sola.

Una caratteristica del gruppo romagnolo è, inoltre, quel passare da un sound ad un altro, dal suono punk all’acustico, con estrema rapidità; eppure i movimenti di questi musici, ad esempio quando costretti a cambiare strumento, sono di un’armonia quasi a simulare lentezza, aspetto che si ritrova in tutta la gestualità della Gualtieri e che sottolinea il lavoro di approfondimento dell’attore.
E il film di Ejzenštejn?
Cesare Ronconi, vagando prima dello spettacolo nel convento come se fosse la presenza/assenza di uno spirito indigeno, potrebbe ben affermare di rispondere solo a “domande che non hanno risposta”.

Christian Sinicco (CS): Nel 1983 nasce a Cesena il Teatro Valdoca ad opera di Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri. Più di vent’anni di attività e innumerevoli spettacoli, e un’attenzione particolare alla parola poetica – il Teatro ha lavorato con autori quali Mario Luzi, Franco Loi, Franco Fortini, Milo De Angelis, Maurizio Cucchi. Quali relazioni il fare poesia dona al fare teatro? Quali relazioni nella trasmissione della poesia intervengono nella cornice predisposta per il teatro?

Mariangela Gualtieri (MG): Vorrei innanzitutto precisare che i poeti che lei ha nominato hanno partecipato ad un laboratorio che abbiamo fatto: questo è stato il rapporto che abbiamo avuto con loro.
Poesia e teatro: credo che la poesia abbia bisogno di essere detta, di uscire dalla pagina scritta; di essere detta di fronte ad una comunità, una coralità di persone, che la ascoltano. In un certo modo è come dentro un rito, mentre tutti noi la leggiamo silenziosamente. Il teatro poi ha bisogno di parole vive, vertiginose, come sono quelle della poesia. Questo perché il cinema ed altri mezzi raccontano meglio del teatro, e quindi a lui spetta questa forza della parola poetica.

CS: Loi, in un’intervista, afferma che il teatro si trova in difficoltà per l’assenza di libertà: più che assenza di libertà espressiva definirei l’attuale situazione come “tentata omologazione a prodotti di intrattenimento” che non ripensano il teatro e quindi non fanno teatro. Come il Teatro Valdoca ha ripensato il teatro?

MG: Partiamo sempre da un’urgenza, da una necessità nostra, che è la garanzia che non andrai a confezionare un prodotto che si aggiunge a tutti gli altri. Le caratteristiche di questa urgenza sono anche presenti in tutti i nostri attori: il dire, la bellezza, la forza, il contagio, sono aspetti che non centrano con la civiltà dello spettacolo e del consumo.

CS: La riflessione sulla società entra nel lavoro del Teatro Valdoca? Come?

MG: Ci entra sicuramente, ma il nostro non è un teatro che si occupa del sociale, dei problemi del sociale; ci entra come pietà per l’uomo contemporaneo e come desiderio di dire una parola benefica, che sia esortativa, che possa chiarificare.

CS: Non – splendore rock è il titolo dello spettacolo. La negazione alle volte è un modo per affermare qualcosa, per far giungere indirettamente un messaggio; oppure è la difficoltà e allo stesso tempo il suo superamento, o il nodo che scioglie il messaggio. Quale la funzione data alla negazione nella sua esperienza artistica?

MG: La forza del “non” credo nasca dal fatto che siamo in un’epoca di saturazione: tutti avvertiamo il forte accanimento che investe tutto il visibile, l’azione forte che sollecita tutti i campi, tutte le sfere dell’umano, che sono sature. Tutto questo pieno… A me viene voglia di togliere, di dire dei “non”, come “non essere”, “non volere”, “non”, “non”…

CS: Il sodalizio fra la musica e la poesia di Mariangela Gualtieri? Questa sera lo spettacolo è di musica rock e di parola poetica. Cosa unisce la musica e la poesia, questi due mondi?

MG: È proprio Cesare Ronconi che sposa, in genere, musica e teatro. In questo caso tutto è nato da un incontro felice tra me e gli Aidoru e la loro musica, e la voglia di portare la poesia ad un pubblico giovane, un pubblico che abitualmente non entra nella categoria degli abbonati al teatro.

CS: Gli spettacoli del Teatro Valdoca sono ricchi di speranza, che reagisce al nichilismo e al pessimismo. Esiste uno spazio oltre queste categorie filosofiche dove fede, speranza, e se vogliamo la possibilità di realizzare delle utopie pur piccole, si concretizzano?

MG: Credo non ci sia speranza senza un ideale di trascendente: al di fuori di questo non c’è alcuna speranza. Sono anche d’accordo con i nichilisti nel riconoscere che “Dio è morto”, e trovo liberante molto questa morte: il dio che mi avevano insegnato era veramente tetro. Tuttavia credo fermamente nell’anima e nella vita dell’anima, e la speranza nella mia scrittura nasce da questo. Al di fuori di una fede nella trascendenza non vedrei alcuna speranza.

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di (28/10/2005 - 11:17)

Nuovo ed esaustivo lavoro del critico salentino Nicola Carducci

Scrittori salentini, un patrimonio da riscoprire

di Rossano Astremo

 

 

“Scrittori salentini, tra coscienza del passato e letteratura”(Pensa Editore) di Nicola Carducci sarà presentato questa sera alle ore 18 presso il Sedile di Piazza Sant’Oronzo, all’interno della Festa dell’Unità

 

La critica letteraria ha in sé un limite, che è il limite della conoscenza stessa di chi la pratica. Per quanto il critico possa essere colto e attento, difficilmente potrà mai eguagliare con le sue letture il mondo possibile al quale fa riferimento l’autore oggetto del suo studio. Il critico, quindi, dovrà compiere parte dell’analisi, lasciandola aperta a successivi contributi. Fatta questa premessa, ciò che viene presto a galla, leggendo il corposo testo di Nicola Carducci, “Scrittori salentini, tra coscienza del passato e letteratura” (Pensa Editore), è la completezza massimale ed enciclopedica del sapere dello studioso salentino, contraddicendo in parte il limite sopraccitato del lavoro del critico, che ci consegna un testo fondamentale per una lettura analitica e puntuale del Novecento letterario salentino e non solo. Infatti, gli autori verso i quali Carducci rivolge la propria attenzione sono tra i più rappresentativi della temperie culturale e storica del Mezzogiorno prevalentemente salentino, distinti in tre stagioni: dell’utopia, nel segno della repubblica partenopea del 1799; del dissenso antifascista esplicito o clandestino, fra le due guerre; della riscossa e della rinascita, a liberazione avvenuta. Ed ecco, quindi, l’attenta analisi dell’opera di Francesco Antonio Astore, sempre in bilico tra impegno letterario e spirito rivoluzionario, della poesia del giacobino del Sud Ignazio Ciaia, e ancora una lettura delle componenti autobiografiche e delle suggestioni letterarie presenti in “Un popolo di formiche” di Tommaso Fiore, e una riflessione corposa sul tema ossessivo della “cospirazione provinciale” presente anche nella esigua, ma disarmante produzione narrativa di Vittorio Bodini. Continuando il percorso critico intrapreso da Carducci, possiamo soffermarci ancora sull’impegno meridionalista presente nella poesia di Vittore Fiore, sulla narrativa dello scrittore di Carmiano Salvatore Paolo, sull’angosciato e angosciante solipsismo della poesia di Ercole Ugo D’Andrea, sul male di vivere che aleggia nei versi del poeta Enzo Panareo, senza tralasciare lo splendido saggio volto ad illuminare le audacie espressionistico-sperimentali dello scrittore di Caprarica Antonio Verri. Un percorso critico esaustivo, ma anche atipico, se si considera l’esclusione di nomi eccellenti della letteratura ed in particolare della poesia salentina del Novecento, quali Girolamo Comi, Salvatore Toma e Claudia Ruggeri. È assente anche Vittorio Pagano, ma al poeta leccese Nicola Carducci ha dedicato un ampio studio dal titolo “Vittorio Pagano: L’intellettuale e il poeta”, pubblicato lo scorso anno. “Scrittori salentini” è un testo dal quale non si può prescindere se si vuole avere un quadro esaustivo di alcune delle figure che più di ogni altro hanno segnato la temperie culturale di questa terra.

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appuntamenti

di (27/10/2005 - 12:24)

venerdì 28 ottobre

Piazza Sant'Oronzo - Lecce

Festa provinciale dell'Unità

Ore 18.00_ Sedile
Maurizio Nocera e Rossano Astremo presentano:
Scrittori salentini tra coscienza del passato e letteratura di Nicola Carducci [Pensa editore]

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necrofori pasoliniani?

di (27/10/2005 - 12:19)

Nicola Lagioia

Lettera

Rubare un pugno di scintille lambendo le scorregge di qualche Zeus accigliato, staccare con lo scalpello dell’ostinazione pochi frammenti di sapienza e guano dal monumento intitolato ai grandi del passato, calare tutto nel guscio umindo della propria bottega e mettersi al lavoro infilandosi la cera nelle orecchie pur di sottrarsi al frastuono condominiale, al lamento degli orfani e delle prefiche che le divinità di turno (Calvino, Moravia, Pasolini e compagnia cantante) producono grazie a una grandiosa, fisiologica capacità di lasciare a guardia della propria memoria un esercito di necrofori: questo il mio consiglio prometerico recapitato in busta aperta a un giovane scrittore. Io, che ho mille eredità da dissipare ma non mi sento orfano e prefica proprio di nessuno (non ne avrei tra l’altro neanche il tempo, considerato il modo in cui il presente cerca continuamente di rovinarmi addosso) fatico a vivere in un posto come Roma: un ricettacolo di ectoplasmi e di Madame Blavastky vestite a lutto, convinte tra l’altro di possedere il tavolino a tre piedi più bello del reame. Per cui, mi infastidiscono questi giorni di celebrazione pasoliniana: mi tengo stretto Accattone e Le ceneri di Gramsci ma getto un deciso colpo di spugna sul Pasolini da memorial day, quello vestito da calciatore, da cowboy, da chierichetto, da angelo dell’Apocalisse, da marchettaro – impegnato tra l’altro come sono (neanche "la fame di corpi senz’anima" ce l’avesse avuta solo lui!) a monitorare le sagome ultraterrene della Cristoforo Colombo per riprendermi da qualche salvifica delusione sentimentale – l’amore in bocca: 30 euro. Allo stesso modo, mi annoiano le lamentele sul presunto silenzio caduto su Moravia, complice il debole polso dei giovani scrittori italiani, troppo impegnati a masturbarsi a ritmo di rock sull’ultimo DeLillo per reggere la fiaccola della memoria. Complice, tra l’altro, lo stesso Pasolini, che da vera serpe in seno starebbe rubando la scena al fratello maggiore in un’imbarazzante guerra tra cadaveri. Ed ora, un piccolo momento edificante: noi scrittori delle ultime generazioni, che abbiamo amato La Noia e Gli Indifferenti, che abbiamo acceso la nostra passione civile usando il carburante del Romanzo delle stragi, che abbiamo visto in televisione (cento volte!) Pasolini insieme a Ezra Pound, Moravia al funerale di Pasolini, Calvino a discutere dei manoscritti rifiutati all’Einaudi, vorremmo che tutto questo si trasformasse in una vera eredità. Ma per godersi un’eredità bisogna prima elaborare il lutto. Quante volte invece, appena giunto a Roma, senza un lavoro ma con grandi speranze, mi è capitato di imbattermi in quello che sulla carta avrei eletto a fratello maggiore se non a padre (uno scrittore, un gallerista, un critico militante nato prima dei Cinquanta…), se non fosse stato che, dopo le presentazioni, questo crollava puntualmente tra le mie braccia in un pianto dirotto: "Ah, Moravia! Ah, Pasolini! Ah, Schifano! La sera andavamo a via Veneto…". E che palle! pensavo io quando, invitato a prendere un cordiale a casa del fratello maggiore istantaneamente ripudiato, questi mi indicava con un debole gesto del braccio i suoi mobili art déco cercando di convincermi che lì, una volta, era tutta borgata. Mi tengo stretto La noia, appunto, ma me ne sbatto che nei Meridiani ci sia Camilleri e Moravia invece no. Questo fa parte di un momento celebrativo che noi delle ultime generazioni, impegnati a salvarci la pelle, non dovremmo poterci permettere. Tra l’altro i semidei di cui sopra, per questioni anagrafiche, io non li ho mai incontrati, non ho mai discusso con loro dei fatti d’Ungheria davanti a una bottiglia di vino né ci sono andato a mignotte: di conseguenza non c’è nemmeno il pensiero dell’amico perduto a costringermi verso un amore che non sia solo quello letterario. Se poi il problema è che, rispondendo alle solite domandine insulse sul gioco della torre proposte dai quotidiani, il nome di Moravia ultimamente non è mai venuto fuori, io non ci posso fare niente. Stesso discorso per Calvino e Pasolini. Ai Racconti romani preferisco il Mar delle blatte, al Sentiero dei nidi di ragno preferisco Una questione privata, a Petrolio preferisco di gran lunga il Pasticciaccio, la Diceria dell’untore, le Sodomie in corpo 11, ma non per questo ho il tempo né la voglia di far firmare petizioni per un memorial day intitolato a Bufalino. Tutto quello che un giovane scrittore di romanzi deve fare è affondare i dentini nel marmo delle statue, succhiare il sangue dei grandi del passato se ne ha forza, prendere quello che gli serve e gettare via il resto, in silenzio ma con passione, pervicacia, persino con cinismo. I semidei in questione, riconoscendo in questa pratica crudeltà e disperazione in tutto simile alla loro, non potranno non sorridere benevoli. Fine della lettera.

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vertigine 6_politicamente scorretto

di (26/10/2005 - 18:19)

 

 

 

 

 

 

 

 

LUCIANO PAGANO

IL GIARDINO DI FUOCO

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palle

di (25/10/2005 - 11:31)

Intervista ad Alessandro Leogrande, curatore del libro “Il pallone è tondo”

Calcio, metafora della vita

di Rossano Astremo

E' da qualche giorno nelle librerie “Il pallone è tondo” (L’ancora del mediterraneo, euro 13,50 pag. 236), antologia di testi curata dallo scrittore tarantino Alessandro Leogrande. Un libro che parla di calcio, lo sport più amato, più ricco, più seguito, più narrato, mettendone in luce gli aspetti più nascosti, più oscuri e che più fanno riflettere. All’interno sono presenti testi di Marco Ansaldo, Maurizzio Braucci, Pasquale Coccia, Andrea Di Caro, Matteo di Gesù, Giancarlo Dotto, Goffredo Fofi, Stefano Laffi, Marco Martinelli, Gianni Mura, Sandro Onofri, Luca Rastello, Corrado Sannucci, Roberto Saviano, Paolo Sollier, Mauro Valeri e Sandro Veronesi. La Puglia non è solamente rappresentata da Leogrande, ma anche dalla scrittrice tarantina Orrnella Bellucci, con un testo dal titolo “Tooti e Ilary, le nozze del secolo”, e da Carmelo Bene, del quale è presesente con uno scritto dal titolo “Azzerare il calcio azzerare se stessi”, che fa parte di una serie di dichiarazioni sul calcio e sull’Italia, raccolte da Giuliano Capecelatro sull’Unità durante i mondiali del 94.

Alessandro, come è nata l’idea di curare “Il pallone è tondo”? Non credi che si parli e si scriva di calcio sin troppo?

“Come tutti i libri, l’idea viene un po’ per caso. Di calcio si scrive e si parla molto, ma in genere sono poche le analisi capaci di profondità. Il problema d’analizzare, credo, non è quanto il calcio ci piace, quanto siamo tifosi o quanto il calcio possa essere una metafora della vita. Il problema è un altro: constatare la calcistizzazione del nostro orizzonte culturale. Il premier-presidente del Milan è solo la punta dell’iceberg di un sistema politico-calcistico-culturale in cui i modi della politica sono trasmigrati nel calcio e quelli del calcio nella politica. Il calcio è economia, è cultura, è televisione, è modello di vita, pervasivo, asfissiante, logorroico. Si dirà: è stato sempre così, fin da quando Mussolini fece di tutto per far vincere alla nazionale i mondiali del 34”.

Come è strutturato il libro?

“Si tratta di un libro a più voci che, attraverso vari punti di vista e vari registri (letterario, saggistico, giornalistico, l’invettiva, l’intervista) si è posto come obiettivo quello di disarticolare il Moloch. Non c’è fiction: anche i pezzi più propriamente narrativi, quelli di Roberto Saviano e Sandro Veronesi parlano di cose reali, del paese. Il libro è diviso in tre parti: la grande corruzione; territori; ritratti. Nella “grande corruzione” ci sono pezzi d’analisi del sistema calcio, sulla lobby nella lega e sulla costante copertura di ogni scandalo (Di Caro). Sulla tratta dei baby calciatori (Coccia) e su come i neri hanno cambiato il calcio scontrandosi con il razzismo (Valeri). Su come il calcio corrompe l’infanzia (Veronesi). In “territori”, Sannucci, Braucci, Onofri, Di Gesù e Ansaldo analizzano il tifo e, soprattutto i primi tre, il mondo degli ultrà. Ovviamente su un tema così controverso ognuno ha la sua opinione, ma personalmente credo che gli ultrà siano feccia ben pagata e perfettamente inserita nel sistema distorto del calcio. Che, come dice Sannucci, certi discorsi sulla ribellione che esprime una curva sono ormai datati, vanno alla ricerca di un esotismo un po’ retrò, quando invece il mondo ultrà propone “valori” reazionari, maschilisti, se non proprio fascisti. Certo, diranno i benpensanti, ci sono le eccezioni. Ma le eccezioni confermano le regole, no? Nella terza sezione, “ritratti”, si parla di calciatori (di come sono cambiati antropologicamente e socialmente, da Riva a Totti passando per Ronaldo e Maradona), di allenatori (Fofi intervista Zeman, Martinelli intervista Delio Rossi), di cameraman di Sky (la vera architrave del calcio odierno)”.

Tutti testi scritti per l’occasione?

“Alcuni erano già usciti: Veronesi su “Nuovi Argomenti”, Onofri sull’ “Unità”, Fofi su “Rigore”, Mura su “Repubblica”, lo scritto di Paolo Sollier, calciatore degli anni settanta, è tratto da un suo libro ormai introvabile. Tutti gli altri sono scritti per l’occasione. La scelta dei nomi segue un percorso di eterogeneità, ma anche di comunanza: sguardo lucido sul calcio, e poca poesia”.

Da “Il pallone è tondo” sembra emergere con chiarezza una visione davvero negativa, quasi di crisi irreversibile, del calcio odierno...

“Credo che il calcio viva una crisi profonda. Non parlo solo dei conti truccati, del doping, della posizione di monopolio di Milan e Juve. Credo che si è realizzata una profonda scissione dalla realtà, che il calcio paradossalmente occupi la vita, lo schermo, lo sguardo, nel momento in cui è totalmente distante dalla vita. Le scuole calcio per bambini sono luoghi di corruzione morale, di esortazione alle bravate e alla sopraffazione. I giocatori sono ragazzoni consumati da un sistema spietato senza che vi si oppongano. Il gioco è mutato, la bellezza viene meno, brocchi colossali sono venduti come campioni. Il problema è che all’orizzonte non ci sono figure in grado di opporsi dall’interno, o che possano essere fonte di dissidenza per il solo fatto di esserci (questo era il caso di Maradona). Il calcio di oggi è Galliani e Moggi, d’accordo. Ma i calciatori sono fotomodelli o icone da playstation. Gli allenatori come Zeman sono pochissimi, così i giornalisti non cortigiani, o comunque in grado sottrarsi al tran tran del sistema”.

Non c‘è proprio più nulla da fare, a tuo parere?

“Cosa fare? l’unica soluzione ragionevole è quella di tracciare delle linee di resistenza e provarle a difenderle. Concretamente non saprei come, anche perché nel mondo del calcio non ci lavoro. C’è però un lavoro intellettuale: ed è quello di provare a dire le cose chiaramente, evitando le menzogne e i paradossi culturali. Mi sembra l’unico modo di preservare quel poco di buono che ancora c’è nel calcio”.

 

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poesia

di (25/10/2005 - 10:52)

MARINA PIZZI

Incuria d’arco

Stanca a dismisura e per disdetta

acrobata di pietra

bit del pane nero

con le sorprese in preda al primo cacciatore

stormo del niente

fato all’agenda della barca

fetta del pan di nebbia

canzone nemmeno ultima in classifica

karma in stato d’incuria d’arco.

 

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SEGNALO

di (25/10/2005 - 10:29)

MARCO MANCASSOLA

IL VENTISETTESIMO ANNO. Due racconti sul sopravvivere’
con fotografie di Pierantonio Tanzola
Minimum Fax, ottobre 2005, pp. 80, euro 8

dal risvolto del libro:
‘Un giovane uomo coinvolto in un incidente stradale si risveglia nel proprio letto, febbricitante. Il suo corpo è intatto, non ha ferite. È la sua mente a essere lacerata, confusa, misteriosamente divisa tra ricordi contrastanti, come se la memoria di qualcun altro si fosse innestata nella sua.
È questo l’inizio di un coinvolgente percorso emotivo, una storia capace di spingersi nei nostri luoghi oscuri, così intima e intensa da lasciare storditi. Laggiù, nella movimentata adolescenza di Hans, ci sono infatti le esperienze che hanno segnato la sua crescita, la sua maturazione etica e sentimentale, e che ruotano intorno all’esperienza della morte. Anche la storia di Adam e dei suoi gemelli, che entra più tardi nel libro, raccontata da due improbabili narratori in un pub, ruota intorno al tema della scomparsa.
Ricordare, crescere, attraversare il dolore sono azioni che si intrecciano nella vita di un uomo, e a volte coincidono. I due racconti complementari che formano questo libro (tra le quali le immagini enigmatiche di Pierantonio Tanzola si inseriscono come un terzo racconto, frammentato e struggente) ci portano ognuno nell’intimità di un uomo, di una famiglia, di un tempo. Con uno stile che è insieme misterioso e intimo, capace di toccare con precisione millimetrica le sensazioni più nascoste, Marco Mancassola racconta l’esperienza della morte e del sopravvivere nei nostri anni.’


IL VENTISETTESIMO ANNO: un estratto

IL VENTISETTESIMO ANNO: reading di un brano



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spedizioni

di (25/10/2005 - 10:24)

Oggi verranno effettuate le prime spedizioni di Vertigine 6_Politicamente Scorretto. Prossimo viaggio delle riviste previsto per il 5 novembre.

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VERTIGINE 6_POLITICAMENTE SCORRETTO

di (24/10/2005 - 16:54)

LAURA PUGNO

TRACKS

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SELVAGGI DEL BORNEO

di (24/10/2005 - 11:38)

Venerdì 28 ottobre la premiazione presso il Teatro Studio di Roma

I Selvaggi del Borneo finalisti a Doctorclip

Il clip Il grafologo della città di Nova Yorkdei salentini Selvaggi del Borneo (Giovanni Matteo e Tiziano Serra) è tra i dieci finalisti di DOCtorCLIP, primo festival italiano di videoclip di poesia, nell'ambito di “Romapoesia 2005”. La premiazione dei vincitori avverrà venerdì 28 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica (Teatro Studio) di Roma. Da tempo la poesia intrattiene rapporti con le altre arti, si mescola con loro, si modifica e le modifica in un processo di ibridazione continua che è uno dei segreti della sua longevità ed anche, paradossalmente, di fedeltà alle proprie radici; l’interdisciplinarietà del verso è stata infatti praticata sin dalle prime Avanguardie. La rivoluzione digitale ha poi permesso la diffusione di massa di una serie di tecnologie di registrazione delle immagini e del suono, dando impulso a cortocircuiti tra mondo audiovisivo e poesia e permettendo l’interfacciarsi della poesia con il cinema, la video-arte e i new media. Ora la nuova espressione poetica, capace di determinare l’intimo connubio tra parola e immagini, approda a Roma, dopo Berlino, Barcellona e Chicago. I video inviati sono stati giudicati da una commissione composta da poeti, registi e videoartisti italiani e internazionali (2500 euro in palio per il vincitore) come Daniela Rossi, Nanni Balestrini, Fernando Birri, Luigi Cinque, Maria Ida Gaeta, Alberto Piccinini, Sara Ventroni, Lello Voce e Thomas Wohlfart. Non è un caso che tra i dieci finalisti ci siano i Selvaggi del Borneo, un collettivo di artisti nato nella città di Lecce agli inizi del 2004 che fa della trasversalità delle forme espressive la sua ragion d’essere, attraverso la mescolanza di poesia, musica, grafica, video e performance, il tutto scaricabile gratuitamente da Internet. Una nuova forma di dadaismo in grado di rappresentare creativamente la complessità del nostro tempo.


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poesia

di (24/10/2005 - 10:50)

 FRANCESCO MAROTTA

(natura morta con ciuffi d'erba)

 

                                                                    

 

s’accende si spegne puttana accogliente

per l’orgasmo di dèi senza occhi e respiro – questo cielo

di lumi di

ceri

votivi

di

vite votate a bagliori di tenebra – oggi è festa io

stasera mi uccido   già morto di trucchi sbadigli finzioni

di voce  

              lo schedario trabocca di volti ho perduto

la chiave   declino slabbrate parole correggo un accenno di canto

mi abbasso dai bordi malati   clessidra corrotta

nel bagno nel freddo presenzio un concilio di lampi

la retina

batte qualcosa argille vocali da far cresce erba

                                                                            sul viso

 

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lettori

di (24/10/2005 - 10:39)

ALBERTO ARBASINO

estratto da "FRATELLI D'ITALIA"

"Ma fiction è fiction, scusa: diglielo tu, Faraglione! Così come è buco è buco: ripetiglielo un'altra volta, Brecht! Dolori, dolori, ci vogliono! Una compagna di scuola anche finta, purché brutta e deportata a Auschwitz, ti rende più di cinquanta Savoia Cavalleria veri congelati nel Don! Non piacerai mai né agli ombrelloni né alle scolaresche! Non riuscirai a comprarti neanche un monolocale alla Garbatella".

"Ma non riesco mai a divertirmi, con i perseguitati e i martoriati! Mi arrampico sulle tende, mi attacco ai lampadari, mi prendo a schiaffi dicendomi "cattivo! cattivo!", ma per lo svago e il relax preferisco Piccadilly a Buchenwald".

"Passa un sabbatico a Belsen, non perdere tempo con Salisburgo, dammi retta! Il massacro rende! Certo, devi fartelo piacere. Sennò, la gente non ci casca. La gente è perfida, non vedi che facce fanno certi lettori? Non guardi mai dentro le altre macchine ai semafori? Amano le sventure degli altri: mettici dolori, malattie, sciagure, disastri. I lettori sono come i vicini di casa. Credi che siano contenti, quando ti vanno bene le cose? Se la gente è bella e si diverte, la lettrice si arrabbia. Lei vuole provsre l'afflato della sofferenza. Nelle case regnanti, bene l'emofilia, a Hollywood benissimo i tumori, ma qui la gente chiede soprattutto i lager. Non vivere fuori dalla gente. Mettici degli ebrei che soffrono, dammi retta. Devi farti piacere le carneficine e lo sterminio! E' la tua sola possibilità di farti considerare buonissimo! E di sistemarti finalmente in un brll'appartamento. Vero, Faraglione?"

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quasi un anno fa

di (24/10/2005 - 10:23)

(L'11 dicembre del 2004 misi online, grazie all'aiuto degli amici musicaotici, La carne muore. L'idea era quella di sbarazzarsi di una cosa scritta un po' di tempo prima, sulla quale ero convinto in parte sì e in parte no, perché avevo voglia di imbarcarmi in nuove e diverse costruzioni narrative . Tutto quello che è successo in seguito molti di voi lo sanno e diciamo che non è stata una bella pagina della mia vita. Però sono esperienze che ti fanno maturare. Ricevo a quasi un anno di distanza una recensione di Andrea Aufieri che vi posto)

La carne muore di Rossano Astremo, 2004 scaricabile su “musicaos.it”

di Andrea Aufieri

L’esperienza reale, non tanto singolare, di questo romanzo del/sul sud ne rafforza il significato.

E’ davvero difficile acquisire credibilità fuori dal circuito/reame dorato del nord, soprattutto se si percorrono vie alternative, underground e . Se, cioè, il dissenso parte da chi ne ha ben donde, esponente di un <sottoproletariato urbano> (come lo stesso Astremo categorizza) che desideri far sentire la sua voce non potendo per questo impiegare risorse per richieste esose, motivate, chissà, dal fastidio che le pagine di questo romanzo provocano ai benpensanti.

Così, anche se forzato, è comunque significativo che questo tipo di testo sia diffuso in rete, scavalcando a piè pari ogni logica di profitto che strettamente si leghi alla vendita di un libro.

Il giovane autore salentino ci chiede di riflettere se sia possibile fare e vivere della cultura che si propone in Puglia.

Direi che la vicenda stessa della basterebbe a risponderci, ma la realtà che Astremo ci riporta va ben oltre. Si potrebbe desumere che l’élite culturale leccese imponga un certo <apartheid>, anche involontariamente imposto da chi la credibilità l’ha conquistata in (in questo modo s’intende la sarcastica figura di ), ma, ancora, quanto sono state utili quelle figure che hanno raccolto i frutti del loro talento al nord, tornando poi incoronati di lauro qui al sud? Hanno trovato concretezza i loro vagheggiamenti sulla costituzione d’un utopico , se la smentita è rappresentata proprio dal loro peregrinare? Il perpetuarsi di tale stereotipo testimonia la scarsa convinzione con la quale quei progetti vengono portati avanti. Scarsità di risorse umane ed economiche, assenza di volontà politica. E’ evidente che Astremo, empiricamente, conosce il più fragile dei nervi dolenti della cultura meridiana e vi picchia con veemenza.

La questione viene supportata da una forte tensione narrativa procurata da uno stile lucido, anche nell’esplorare la disperante alienazione cui l’autore di ieri come quello attuale sono relegati.

Così le vicende di Vittore e quelle del suo riscopritore Leo Monsanto, non sono che tragedie umane che negano il fine salvifico molto spesso attribuito a poesia e letteratura, per il semplice fatto d’essere uomini del sud, pur andando inizialmente incontro a quella che dovrebbe essere la strada ideale. La parte migliore del romanzo è senza dubbio quella in cui il lettore Astremo condivide con il protagonista e con gli altri lettori l’intimità quasi erotica con l’imponente opera inedita di Vittore. Notevoli, inoltre,le schegge di ululante, disperata e pura poesia che Astremo/Vittore ci regala con la delicatezza di uno schiaffo lungo l’evolversi dell’intreccio.

La discesa agli inferi del protagonista e delle figure secondarie non è data da quelle che qui sono utilizzate come profezie di morte quali l’alcol, la droga, la pazzia o il dolore: egli si consuma rincorrendo la chimera d’una cultura che possa dimostrarsi , ammalandosene perché alla letteratura la vicenda narrata è indissolubilmente legata ed al rigetto verso il suo operato di quest’ultima la vita di Leo sfumerà.

Degni di nota anche i viaggi dal sapore beat per il salento a conoscere figure sommerse di un’umanità deviata ma coerente.

L’autore di Grottaglie decide poi d’impostare i pensieri dei protagonisti e gran parte delle loro vicende intorno alla dicotomia sesso/amore, con risultati a volte pruriginosi, dove però risulta evidente la linea sottile con un’altra dicotomia forte quale quella follia/morte, tutto simboleggiato dall’amplesso tra Roberta e Leo.

Molteplici insomma le vie che dalla sfociano nella morte piuttosto che nel mare.

Un libro da utilizzare come spunto meditativo prima ancora d’esercitarvi più o meno infondati livori.

 

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21 ottobre 1975

di (21/10/2005 - 12:04)

Il 21 ottobre 1975 lo scrittore tenne a Lecce il suo ultimo incontro pubblico

Pasolini e la difesa del dialetto

di Rossano Astremo

Il 21 ottobre 1975 Pier Paolo Pasolini partecipò ad un incontro tenutosi a Lecce, nella biblioteca del liceo classico “Palmieri”: da questa situazione nacque il “Volgar’ eloquio”, un testo di linguistica sull’uso e il ruolo del dialetto nella società contemporanea. Nel pomeriggio della stessa giornata Pasolini visitò la minoranza grecanica di Calimera. Un ultimo atto d’amore nei confronti di una regione, la Puglia, alla quale Pasolini fu molto legato. Negli anni ’50, per esempio, Pasolini conobbe la Grecìa salentina, Calimera e Martano in particolare, dove, assieme alla regista Cecilia Mangini, realizzò “Stendalì”, un documentario volto a rappresentare le varie fasi di un lamento funebre contadino. Nel “Vangelo secondo Matteo”, del 1964, si avvalse di numerosi luoghi pugliesi per ricostruire l’arcaicità dei paesaggi di Cristo. Durante le riprese de “Il fiore delle mille e una notte”, siamo negli anni ‘70, Pasolini scelse doppiatori leccesi per rievocare con la parola le sensuali atmosfere orientali generate da un tessuto linguistico meridionale. Fu il professore Gustavo Buratti, linguista rigoroso, a determinare l’ultima visita di Pasolini a Lecce. Insieme al professore Antonio Piromalli, Buratti ebbe l’incarico dal ministero della pubblica istruzione di organizzare a Lecce un corso per docenti delle scuole medie superiori sul tema “Dialetto e Scuola”. Ricorda Buratti: “Pasolini cominciò l’intervento precisando che sarebbe passato subito al dibattito. Come spunto, lesse il monologo finale di un dramma, a quel tempo inedito, che si chiama “Bestia da stile”, una poesia che, in un certo senso, mima i Cantos di Ezra Pound. Ricordo che ci lasciò molto disorientati, perché si rivolgeva ad un giovane fascista, suggerendogli quale avrebbe dovuto essere la vera destra; una “destra sublime” che non avrebbe dovuto assurdamente diventare appannaggio dei fascisti”. Pasolini, in quell’occasione, si soffermò sulla forza omologante dello sviluppo capitalista e sui suoi effetti deleteri sul dialetto che diveniva sempre più contaminato dal lessico industriale e burocratico. La corruzione del dialetto era spia, per lo scrittore, di un infiacchimento generale dello spirito e della forza popolare. Aggiunge Alberto Sobrero, oggi docente di dialettologia italiana alla facoltà di Lingue dell’Ateneo leccese, presente quella mattina presso la biblioteca del “Palmieri”: “Sì, Pasolini era un difensore della lingua del proletariato, contro l’italiano “tecnologico”, che guardava con molta diffidenza. La cosa che non posso dimenticare è la sua grande nettezza nell’esposizione. Nel suo discorso sul “Volgar’ eloquio” Pasolini utilizzzava parole dure e precise”. In quello che fu il suo ultimo vero intervento pubblico, Pasolini ribadiva il concetto di una vera e propria distruzione dell’Italia, da lui paragonata alla situazione venutasi a creare in seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Dieci giorni dopo, l’atroce epilogo della sua intensa esistenza. Il corpo ritrovato martoriato ad Ostia. In quel periodo era impegnato nella stesura di “Petrolio”, romanzo fiume che uscirà postumo. Sugli esecutori materiali e sulle ragioni del suo assassinio i dubbi, a trent’anni di distanza, continuano ad infittirsi.

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vertigine 6_politicamente scorretto

di (20/10/2005 - 16:50)

Per i lettori di Lecce e provincia trovate Vertigine 6_Politicamente Scorretto presso la Libreria Icaro (Via Liborio Romano 23 Lecce). Per tutti gli altri leggete qui

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vertigine 6_politicamente scorretto

di (20/10/2005 - 09:58)

ANDREA INGLESE

IL LUME DEI DIRITTI

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di (18/10/2005 - 10:58)

Per ricevere immediatamenteVERTIGINE 6_POLITICAMENTE SCORRETTO inviare 5 euro in busta chiusa (3 costo della rivista+2 spedizioni postali) a rossano astremo, via madonna di pompei 279, 74023 grottaglie (ta). Per tutte le altre informazioni vivsitare questo blog o scrivere a rossanoastremo@libero.it

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attendo

di (15/10/2005 - 11:19)

E' IN USCITA L'ANTOLOGIA DI POETI

IL VOLO DEL CALABRONE a cura de "Gli Ammutinati"
con:
Dome Bulfaro, Matteo Danieli, Florinda Fusco, Luigi Nacci, Luciano Pagano, Furio Pillan, Christian Sinicco, Sara Ventroni
postafzione di Gabriele Frasca

copertina di Ugo Pierri
In uscita per i tipi della Giulio Perrone Editore a fine ottobre

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osceno/divino

di (14/10/2005 - 18:05)

MARIO BENEDETTI

Che cos'è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos'è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un'oscenità grande.

L'ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

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