neomassimalismo in piazza

Chi sono i neomassimalisti (definizione del cazzo, direte: lo penso anche io, macome chiamarli)? Sono autori che vivono la scrittura come pulsione patologica, che passano gli anni migliori della loro vita chinati tra le sudate carte a comporre "il grande romanzo italiano", coscienti della loro aprioristica sconfitta, che danno alle stampe "mappazze" di minimo trecento pagine fitte fitte cercando di creare non un mondo possibile, ma tutti i mondi possibili. Opere mondo, quindi, non minestroni, ma coraggiose operazioni di scrittura onnivora, totale, carnale, massimalista. Fuori i nomi? Nuovi Argomenti nel dicembre 2004 ha dedicato ampio spazio a questi autori, con un fascicola dal titolo QUESTO NON è UN ROMANZO. Nel 2005 sono usciti PERCEBER di Leonardo Colombati, NEUROPA di Gianluca Gigliozzi, LA MACINATRICE di Massimiliano Parente, TUTTO QUELLO CHE POSSO di Giordano Meacci (Ma noi aspettiamo il suo romanzo). Senza dimenticare la furia espressiva di Antonio Moresco che, nel 2001, con il rpimo volume dei CANTI DEL CAOS, ha precorso i tempi. A mio parere, naturalmente. Altri neomassimalisti?Due di questi sono in giro in questo giorni. Per chi si trovasse in zona:
2ottobre 2005, ore 19,30
Lecce
ex convento dei teatini
presentazione del libro "Tutto quello che posso"(minimum fax) di Giordano Meacci
partecipano:
Giordano Meacci-autore del libro
Rossano Astremo -giornalista e scrittore
4ottobre 2005, ore 21,30
L'Aquila
Caffè Polar, via Santa Giusta 20
Presentazione del libro "Neuropa" (Poema epicomico in prosa; Luca Pensa Editore, Lecce) di Gianluca Gigliozzi
Partecipano:
Gianluca Gigliozzi - Autore di Neuropa
Angelo De Nicola - Giornalista e scrittore
Alessandro Sevi - attore
fenomeno web dell'anno
da L'Unità, martedì 27 settembre 2005, pag.21
"VMO", GLI SCRITTORI DIVISI TRA IL MALE E IL BENE
Un blog "surrealista" di due cagliaritani mette alla berlina il sistema-letteratura e diventa un successo in rete. Gli autori "colpiti" un po' stanno al gioco e un po' si offendono
di Wu Ming
Saga comunitaria scritta sotto gli occhi di chi legge, vorticare di personaggi veri, falsi e reinventati: scrittori, critici, giornalisti, blogger, oscuri dirigenti laburisti maltesi (?!)... Lingua sfrenata e vertiginosa, sgrammaticature sapienti, jazz improvvisato da cantori sardi. Fra un tormentone e l'altro pare un salto nel buio, eppure... Non una parola è messa a caso, ogni elemento è pervertito in modo sottile o spudorato, così da produrre spiazzamenti. Parole o intere frasi ripetute ad nauseam, e ogni ricorrenza è un grado di diluizione finché il senso è filtrato alla minima dose. Omeopatia. Geremiadi e panegirici respirano di una punteggiatura deviante ("Grande!!!,!!!!").
Forma e contenuto sono "due tagli della stessa sostanza", quindi la grafica è all'altezza, anzi, alla bassezza: testo e illustrazioni si scontrano, producono scintille che incendiano la pagina di colori chiassosi e accostamenti emetici. Il paratesto (titoli, note, link) è un insieme di dettagli incongrui, davvero incongrui, tanto da spiccare e divenire memorabile. E' il sogno surrealista: l'ombrello e la macchina da cucire si incontrano sul tavolo operatorio. Non si è mai vista, una satira così (perché di satira si tratta), e il bello è che può essere fruita al di fuori del contesto, senza conoscere nessun personaggio. Si gode del flusso di parole a un livello primitivo, di esaltazione infantile: DADA! CACA! PIPI'! PUPU'! RESTAURAZIONE!.
Tutto questo su un blog definito da alcuni "il fenomeno web dell'anno". Si chiama "VMO", iniziali di uno dei due (presunti) tenutari, Vincenzo Maria Ostuni. L'altro è Basile Pesaro Borgna. Si dichiarano coppia gay di web designer cagliaritani. Fanno continui riferimenti a una misteriosa "web agency" e a lavori per Tiscali e altri grandi committenti, ma l'HTML di VMO è ultra-dilettantesco, lurido di errori.
"Vincenzo" e "Basile" dividono il mondo letterario in due eserciti, l'un contro l'altro armati, e chiunque non si schieri è un nemico. Il Bene e il Male, Ahuramazdah e Ahriman. Compaiono sul web nella primavera scorsa, ergendosi a difesa pasdaranica di un pugno di critici e scrittori e scagliando invettive devastanti - ma sottoargomentate - contro i loro pretesi "nemici". Tra i Buoni vanno citati gli animatori del convegno contro la "Restaurazione culturale" alla scorsa Fiera del Libro di Torino: Carla Benedetti (a cui s'accompagna una sorta di attributo omerico, "la ragazza"), Tiziano Scarpa ("che noi stimiamo TANTISSIMO"), Antonio Moresco (da antologia il titolo dopo gli ultimi referendum: "Ancora una volta l'Italia non segue Moresco!") e altri. La schiera dei Cattivi è invece vastissima, praticamente chiunque abbia un successo di vendite: si va da Valerio Massimo Manfredi a Giorgio Faletti (definito "genocida culturale", aderendo con zelo a una sorta di fatwah apparsa sul blog Nazione Indiana) a Giuseppe Genna, da Gianrico Carofiglio a ... Wu Ming. Questi ultimi, ehm, sono indicati come ghost-writer di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, teoria del complotto già proposta da cronisti culturali di scarsa levatura.
Sul fondo roccioso di tale neo-zoroastrismo, i due edificano una teoria cospirativa sulla blogosfera italiana e stendono vaneggianti lettere aperte ai loro idoli, in cui chiedono pubbliche prese di posizione su problemi che paiono enormi soltanto a loro. Destinatario più in voga negli ultimi giorni: l'editore romano Sergio Fanucci, "immenso editore anti-restaurativo". Nel mentre, però, ci dicono di sé, ci raccontano le loro speranze e difficoltà quotidiane, le gioie e i dolori, e lodano gli "amici carissimi per sempre" in giro per il mondo.
VMO è uno dei blog più frequentati della rete. A seguire le loro peripezie accorrono migliaia di visitatori. Nel periodo luglio-settembre VMO ha sfiorato i ventimila contatti.
Il più recente cavallo di battaglia è l'omaggio/parodia al dialetto neo-molisano usato da Tiziano Scarpa nel suo poema civile Groppi d'amore nella scuraglia (Einaudi). Vincenzo e Basile, ospiti a Malta del loro amico Anton Caracci (menzionato di continuo, una vera ossessione), hanno composto una poesia, Franza o Spagna, scritta in un grammelot meridionale, apologia de "li scritturi antirestaurativi" dal punto di vista di un critico militante (presumibilmente: Carla Benedetti). Alcuni versi, fra i tanti citabili: "E li litturi / [...] / se liggono Faletti / se fanno cumplici / d'un ginocidio / lu stillicidio / de pulizzieschi / libbri grutteschi / restaurazziune / disillusiune / lu populu cugghiune ."
Dopo gli equivoci iniziali (pare che alcuni elogiati abbiano scritto a Vincenzo e Basile per ringraziarli), si è capito che vero oggetto della satira è la scorciatoia intellettuale del "nientismo" ("non c'è più niente di buono ormai"), con la variante del "quasi-nientismo" ("non c'è più niente di buono ormai, a parte me che sono un genio, e pure i miei amici non sono male"). Ne abbiamo fin sopra le orecchie. In Italia, oggi, mostrarsi apocalittici è una strategia per rimanere integrati. Dire che è finito tutto ("fine del romanzo", "fine della letteratura" etc.) o quasi (perché resiste un "manipulo di eroi" che "cumbatteno lu cancro de lu best seller") serve ad avere spazio su giornali e riviste, mantenere posizioni nell'accademia, riaffermare un potere vieppiù minacciato dai cambiamenti. Questi anni sono saturi di lamentazioni, anatemi, nostalgie del bel tempo che fu ("Li granni scritturi / lu Pasulinu / 'ndove so' fernuti, / quali distino?"). Decani e sotto-decani della critica hanno abdicato alla loro funzione - capire il mondo studiando i modi di raccontarlo - e hanno messo il cuore in freezer. L'unica risposta sensata è una pernacchia. VMO è vento che soffia tra lingua e labbra, è il cachinno che - in una società sana - dovrebbe seguire la lezioncina del trombone di turno.
Inoltre, come ha scritto un commentatore su un blog: "C’è poesia [in questa operazione] e c’è affetto per la letteratura e chi se ne occupa con passione. Se Basile e Vincenzo non esistono, comunque chi li ha chiamati al mondo vuole loro un po’ di bene, si vede, si legge."
Alcuni scrittori e critici, chiamati in causa da VMO come appartenenti a questa o quella fazione, hanno deciso di stare al gioco, linkando il blog ai loro siti o addirittura lasciando commenti (un aficionado è il giallista Gianni Biondillo). Altri hanno rivolto a VMO reprimende un po' biliose. Altri ancora hanno scelto il silenzio. Tutti, ma proprio tutti, si chiedono chi ci sia dietro. E' quasi sicuro che si tratti di uno o più addetti ai lavori, giornalisti o funzionari di case editrici. A tratti, pare di percepire un tocco femminile. Comunque sia, Vincenzo e Basile proseguono imperterriti, annunciando ogni giorno un nuovo scoop. Grande!!!!!,!!!!
http://vmo.splinder.com
tra i poeti di PAROLA PLURALE#3

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tra i poeti di PAROLA PLURALE#2
la parola tesse
la bocca che la parla
la beve fino a farla
essere
*
la ragazza dei cedri
disposta e dorme.
è all’orlo della galleria
lì aspetta -
anche il tempo ha cavo e bordo - non si spiega, le
punte dei capelli dicono
terra, e quasi sente ha - in sogno -
le ragioni degli strati
del sogno, fraying in the cloth -
e che oltre
il rialzo della strada, lato,
dove poi cominciano casetta campanile
i bossi le miliari militari
candide e cani e l’idea dell’area
protetta gli orsi le
verticali, irte, l’intero (in vero) (in vitro)
ha una curvatura ovvero non
inizia, non è iniziato, non
c’è - dice -
creazione, ma solo l’arco - ripreso
daccapo e più
piegato critico a sguardo
chiusa, cripta
che alla fine fonda, lo fonda, eppure o perciò
non rimargina
*
qualsiasi cosa vista
un fotogramma salta
- non sta lì di questo
il vero ma una morte
sì
*
sembra come la mattina molto freddo e presto il molto
alto incubo di Firenze, la stia
che suona ritto legno, l’odore di piallato,
ricci di stagno staffile e segatura che ha nella
notte assorbito orina passaggio e tempo ai corniciai
al rientrare quadro e cubo delle strade
portoni a svellere, catene, nere, vicolo del Leone,
l’arco e dietro il fabbro, quasi su piazza
Tasso, il battilano che trascina il carro
dei ballini di cemento, fumando gelo
schiacciata la ghiandola dio nell’oro i molari
che danno il marcio al vetro quando bevono
olio e le figure delle donne anche minute
che passano e credono che ai loro
profili basti stare muti per salvarsi
dal pensiero
…
*
piangeva amarissimo
i fogli barrati a verticali
le fourmillement de tous les embryons
respirazione: alveoli: sterco
dicendo ossigeno «at last»
le spiegazioni lasciate ai successivi
circa morendo
*
aperto il pacco, il regalo minore,
la lama ha spezzato e saputo
svellere svelta due grani di derma
disattivato, ma sotto la curva di sangue non ha
perso la sua occasione.
così nel plico è entrato il rosso
una piccola cifra, una piccola presa
del palazzo stemmato,
tutto minato così
tutto sommato
tra i poeti di PAROLA PLURALE#1

casto sviluppo: e lo stato è incerto.
. il pensiero l'ha adombrata in parte:
. una carne separata dal posto. In cui
. un'insegna di persona giovane, esclusa
. e tanto superata oltre, e il fervore
. e la fretta e la crescita, perché si cresce, e tu cresci!.
. rinominandola, è buona quella scrittura
. progressiva. Quella è erma e, infantile,
. si vede più isolata. Quella è prosa
. certa, non superiore. Quella, marina, è vista azzurra
. e luminosa in Liguria. la povertà colpisce
. diversamente, e consolarla è umano.
. lo stato non è certo: Ma sì m'abbaglia.
. le cerveau l'adombrerà, non contemporanea:
. una carne si distanzia, può, dal suo vero.
. Centauro, sorridendo: "Tutto è santo".
.
fondamentale
Parola plurale
Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli

A cura di Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli, Paolo Zublena
LUCA SOSSELLA EDITORE; Prezzo: euro 20,00 - Pagine: 1182 - ISBN: 88-87995-91-5
Da sempre la scrittura in versi è parte importante del nostro immaginario, ma da troppo tempo mancava una raccolta della produzione più recente che fosse estesa e, insieme, affidabile.
Negli ultimi trent'anni non sono mancate antologie autorevoli, ma hanno tralasciato le ultime generazioni di poeti; al contrario delle antologie "di tendenza", che sono però programmatiche e talvolta settarie.
Troppo arduo, per un singolo, abbracciare il vastissimo raggio della produzione attuale.
Perciò questa antologia si propone all'insegna della pluralità: tanto degli autori, quanto di chi li seleziona.
Non più un umorale Minosse, ma un individuo partecipe di una comunità; portatore di una responsabilità singolare e collettiva.
Plurale come i lettori ai quali il libro s'indirizza.
Otto giovani critici (nati tra il 1966 e il 1973) si sono spartiti 64 autori, nati tra il 1945 e il 1975, firmando – oltre agli ampi "cappelli" a ciascun autore – otto diverse introduzioni dedicate a esaminare aspetti e problemi presentati da un corpus vario quanto vasto, che occupa più di mille pagine.
Il volume è aperto da un quadro storico e concluso da un'esaustiva bibliografia.
presentazione dell'antologia in contemporanea nelle librerie Feltrinelli a Genova, Padova, Bologna e Napoli
non si tocca
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imperdibile
Presidi del Libro, Libreria Icaro, a.c. Fondo Verri
Comune di Lecce – Provincia di Lecce
Gran Bazar 2005
scritture - esperienze - culture
[5.a edizione]

Lecce, ex Convento dei Teatini / 29, 30 settembre - 1, 2 ottobre
Il programma
Il via è giovedì 29 settembre, alle ore 18.30. Per sostanziare la dedica della quinta edizione a Rina Durante – l’autrice de La Malapianta, de Gli amorosi sensi, di Tutto il teatro a malandrino - libri persi, meravigliosi ed introvabili - Gran Bazar apre le ‘sue presentazioni’ con l’ultimo libro che Antonio Errico ha pubblicato per i tipi di QuìSalento, “Salento con scritture”. Un testo che raccoglie, tra passato e presente, dei delicati bozzetti critici sui facitori della tradizione letteraria salentina. Errico ne parlerà con Aldo D’Antico - fondatore a Parabita dell’Archivio Storico e delle edizioni il Laboratorio - e Massimo Melillo - giornalista del Quotidiano di Lecce - testimonianze di un operare che nel tempo ha costruito incontri e tessiture di senso, dando sostanza e vigore al Salento contemporaneo, alla sua qualità culturale.
Alle ore 19.30 Carlo Salvemini presenta lo scrittore Osvaldo Capraro con “Né padri né figli”, edizioni e/o. Capraro è nato a Losanna nel 1963 da genitori emigrati. E’ stato impiegato in fabbrica, cappellano in carcere, disoccupato, venditore di saponette, educatore in comunità per minori. Da qualche anno vive a Monopoli dove insegna. Il suo è un ‘noir mediterraneo’, da una parte la guerra tra i clan della Sacra Corona Unita, gli agguati, gli omicidi; dall’altra l’Operazione primavera e l’illusione di una Puglia normalizzata mediante l’uso della forza militare. Il racconto dell’ iniziazione criminale di un sedicenne che sognava di diventare un campione di calcio, Mino, obbligato a costruirsi la vita con i mezzi avariati che la Storia degli adulti gli ha lasciato a disposizione.
Alle ore 20.00 primo appuntamento del ciclo dedicato a ‘l’arte della cura’ con la presentazione al pubblico del progetto di diffusione del libro e di promozione della lettura in contesti di disagio psichico “Librarsi”. Intervengono l’editore Grazia Manni e il Dott. Gianfranco Antonucci direttore del Centro di psichiatria e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza che - insieme ai Centri di Salute Mentale di Lecce, Calimera, Carmiano, Galatina, San Cesario, Squinzano, Nardò e il Centro per la cura e la ricerca sui disturbi del comportamento alimentare, tutte strutture del Dipartimento di Salute Mentale dell’ Azienda Sanitaria Locale Le/1 - aderisce all’iniziativa, accogliendo autori, scritture, pubbliche letture e confronti critici interagendo con le agenzie culturali e sociali attive sul territorio.
Alle ore 21.00, Luca Spagnolo, presenta il suo “A Sud di Dio” (Luca Pensa editore). Un opera prima, scritta in bilico tra pura espressione poetica e dialogo teatrale. Un flusso di interrogazioni che svelano un singolare tracciato biografico che osa il confronto con l’oscurità del possibile, del probabile e dell’imprevisto.
Alle ore 22.00 recital di chiusura della prima giornata del Gran Bazar con Poemusica dal libro di Lino Angiuli, “Un giorno l’altro” (Ed. Aragno). Con Lino Angiuli, la voce di Lino Di Turi, e i suoni di Gianni Lenoci. La poesia Angiuli la pensa come “ un raschio luminoso, sul volto opaco del gran buio” e ‘organizza’ un controcanto, adottando un’antropologia essenziale, frequentando le periferie linguistiche e una religiosità primitiva e laica, distillando l’amore attraverso il sogno e la letteratura: materie prime dell’attiva costruzione di un’altra visione del mondo, alla ricerca di una via d’uscita dalla crisi dei vigenti modelli culturali.
Venerdì 30 settembre, seconda giornata del Gran bazar. Antonio Errico alle ore 18.30 presenta Giuse Alemanno, autore manduriano di “Terra nera, romanzo perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia” (Stampa Alternativa), il suo primo romanzo. Ancora un giovane il protagonista, ma d’un'altra epoca: “ mi chiamano Nino. A volte non pronunciano neanche il mio nome. Basta un cenno di ciglia ricce, uno sguardo basso, un risucchio d’aria. Quello sono io”. Un ‘cafone’ di Puglia che ad ogni costo vuole farsi ‘padrone’ della sua vita. Una narrazione che ci offre la visione, spesso violenta, d’un sottoproletariato agrario, in eterna lotta contro la soggezione e la miseria che si fa politico e combattente tra necessità di ‘classe’ e desiderio individuale..
Per lo spazio dedicato a ‘l’arte della cura’ alle ore 19.00 Eliana Forcignanò e la Dott. Caterina Renna , presentano “L’Osservatore in cammino” periodico dell’ArtLab, un iniziativa dell’Associazione Salomè, di Big Sur e del Fondo Verri a sostegno della giovane creatività. L’Osservatore è una rivista densa di senso e di ricerca, dedicata in questo numero alla visita che alcune giovani redattrici hanno compiuto presso la Tinaia, il laboratorio di arti espressive dell’Ospedale psichiatrico San Salvi di Firenze. Un immersione in quella che forse erroneamente Jean Dubuffet ha definito negli anni cinquanta ‘Art Brut’. “Arte modesta! che spesso ignora di chiamarsi arte. L’arte degli alienati mentali mossi dal bisogno di esternare le ‘feste’ che si svolgono nel loro spirito”. Un cammino lungo che ha trovato altri testimoni, altre sapienze per farsi pensiero liberante.
Alle ore 19.30 Giovanni Invitto e Silvia Cazzato presentano “Parlami d’amore Mariù – Cultura, società, costume nella canzone italiana” (Manni Editori). Una ricostruzione della memoria collettiva musicale della prima metà del Novecento italiano. La canzone collettore di emozioni, di condivisione, di leggerezza e di impegno. Lo ricorda Dario Fo, in un intervista contenuta nel libro, raccontando il proprio rapporto con la canzone e con l’impegno musicale e culturale di Enzo Jannacci.
Alle ore 20.00 per ‘l’arte della cura’ una prima riflessione teorica sulla condizione contemporanea del vivere. La prof. Maria Mancarella, docente di sociologia della famiglia presso l’Università di Lecce presenta Anna Oliveiro Ferraris autrice per Rizzoli di “Dai figli non si divorzia”. La famiglia valore, la famiglia e la sua crisi, la famiglia e le sue nuove forme. Dibattito centrale oggi in Italia dove le separazioni sono in continuo aumento: un matrimonio su quattro finisce con una separazione e nella metà dei casi è coinvolto almeno un figlio minorenne. Anna Oliveiro Ferraris, una delle più note studiose italiane di psicologia infantile, affronta il tema dal punto di vista di chi subisce la rottura. Attraverso il racconto delle esperienze di figli adulti di coppie divise, offre una panoramica delle fasi e delle modalità del processo di separazione.
Alle ore 22.00, in chiusura di serata, Vittorino Curci presenta il suo “La stanchezza della specie”, (Edizioni Lieto Colle), in un recital dove da solista si esibirà con il suo inseparabile sax. Il poeta di Noci, tra le voci più autentiche e vitali della poesia pugliese con quest’opera “ci consegna una realtà squarciata e infetta, in una lingua mai sproporzionata che ‘squaderna’ il contemporaneo. E’ al sud che Curci guarda, al sud che è stato e che tutt’ora è: “ prendiamo atto di quel che succede là, fuori, mai più ambizioni e vestiti bianchi… a volte anche noi ci rassegnamo al peggio, riconosciamo il tatto, il passo, la lezione sui tempi, l’inabissarsi, in una terra nera, questo no, non si può tacere”.
Sabato 1 ottobre alle ore 10.30, Omaggio a Franco Basaglia, un maestro dell’arte della cura, dell’integrazione sociale e culturale dei ‘matti’, l’artefice di quella rivoluzione che porta il nome di ‘Legge 180’. Ospite Maria Grazia Giannichedda – sociologa, da sempre vicina allo psichiatra veneziano, direttore della Fondazione a lui intitolata – presenta “L’utopia della realtà” (Einaudi) . Come scrive Franca Ongaro nella nota introduttiva, si tratta di una scelta di saggi “fatta seguendo i passaggi dell’evoluzione teorico-pratica di quella che per Franco Basaglia è stata l’impresa d’una vita”. La sua lingua diretta, semplice, le sue interrogazioni che sempre altre ne aprivano, la sua necessità di confrontarsi con l’altro, sono le qualità d’un medico-intellettuale che interamente s’è dato nella missione di tutelare la sofferenza, di liberarla nel tentativo di trovare vie d’espressione e di vita vera. Con Maria Grazia Giannichedda, il Dott. Francesco Margari (ricercatore clinica psichiatrica del’Università di Bari), la Dott.ssa Giovanna Del Giudice (psichiatra, DSM-Asl caserta/2), la Dott.ssa Maria Antonietta Minafra (psicologa del CSM di Lecce), la Dott.ssa Caterina Renna (psichiatra del DSM Lecce).
Alle ore 18.30, ‘L’estasi e la trance’, un incontro che unisce due libri e molte esperienze diverse. L’estasi è quella di San Giuseppe da Copertino, protagonista di un intenso libro “L’Olio della conversione” (Besa Editrice) di Luigi Caricato. Un’appassionata biografia del Santo dei Voli, che bene si contestualizza in questa edizione del Gran Bazar, che vuol parlare di Sud e di disagio. Giuseppe è emblema di questa doppia condizione, meridionale e matto, bifolco ed inquieto. E’ santo, ma prima è stato l’idiota da deridere, il visionario da isolare, il vegente pericoloso, il mistico ingombrante d’una chiesa non sempre buona con lui. La trance è quella degli artisiti che Vincenzo Ampolo e Luisella Carretta hanno raccolto nel libro “Dissociazione e creatività. La transe dell’artista”, ed. Campanotto Rifili. Con gli autori Maurizio Nocera per un analisi dei meccanismi che ispirano l’atto creativo, il desiderio di trovare la propria lingua per dirsi attraverso l’opera, l’arte che comunica col mondo.
Alle ore 19.30 il debutto delle edizioni de ‘I libri di Icaro’con le due pubblicazioni dedicate al cinema.Vincenzo Camerino, con “Le utopie del cinema e del sud”, e Anna Bidetti, con “Lawrence Olivier, l’impeccabile recitante”, una monografia dedicata all’attore inglese che più d’ogni altro ha rappresentato la capacità del farsi protagonista unico ed irripetibile mantenendo l’unicità dell’atto teatrale, l’irripetibilità recitativa anche di fronte alla macchina da presa. Spettatrice registrante e testimoniale. Il libro di Vincenzo Camerino affronta le questioni aperte del cinema a Sud, d’un operare mai realmente accudito da Film commission mai veramente efficaci, in uno scenario dove il desiderio creativo continuamente germoglia e infiora senza contando soltanto sulla propria capacità di adattamento e di sopravvivenza.
Alle ore 22.00 un recital collettivo con le voci de ‘i nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni’ presentati da Giuseppe Goffredo e Michelangelo Zizzi e accolti nell’antologia “Poeti circus”.
Domenica 2 ottobre alle ore 18.30 Rossano Astremo presenta Giordano Meacci, “Tutto quello che posso” (minimum fax), un mix straordinario di fantasia, passione civile ed invenzione letteraria. Racconti che leggendoli si ride, ci si indigna e si rimane sorpresi dall’incredibile capacità affabulatoria dell’autore. Una novità Meacci, nel panorama della letteratura italiana, fa sintesi di letture mescolando Orwell a Benni, correndo sul filo di spericolate invenzioni narrative con personaggi che hanno nomi ‘importanti’ - Mozart, Wittgenstein, Hitler – ma anche umili mansioni e ruoli di potere compromessi dal ‘poco’ contemporaneo.
Alle ore 19.00 Luciano Pagano poeta e curatore del sito letterario Musicaos e il poeta Elio Coriano presentano la “rivista di letteratura invisibile Tabula Rasa” numero 4 (Besa Editrice). In questo quarto numero uno spaccato narrativo che vede impegnati come redattori e cercatori di talenti un nuovo nucleo operativo con Tommaso De Lorenzis e i redattori della rivista “Frame” (Besa Editrice) che a Bologna accoglie il ‘migliore pensiero’ di giovani intellettuali ‘migranti’ sulla linea Salento – Emilia, oltre che Lorenzo Velle, Mauro Marino e lo stesso Luciano Pagano, in questo numero trovano inoltre pubblicazione 6 racconti ospitati su Inciquid, la rivista de iQuindici.
Alle ore 20.00 per ‘l’arte della cura’ la giornalista Carla Petrachi presenta Ivana Castoldi autrice di “Figli per sempre” (Feltrinelli). Varcata la soglia dell’età adulta, i figli cresciuti si raccontano ai genitori per dare voce al travaglio emotivo che ha accompagnato il processo della loro emancipazione. Le mancanze subite, le delusioni, l’eccessiva protezione, la durezza dei divieti. Un libro sull’adolescenza assolutamente nuovo sia nel racconto sia nel montaggio dei documenti.
Alle ore 21.30, omaggio a Rina Durante, la raccontano Gino Santoro (Direttore dello Stams dell’Università di Lecce) e Massimo Melillo giornalista del Quotidiano. Amici e sodali, con Caterina Gerardi - che presenta “Come farò a diventare un mito”, un film documento realizzato attraverso un emozionante mix di immagini private - della scrittrice di Melendugno, levatrice di ‘leggerezze’ che hanno fondato la riscoperta e la riappropriazione della cultura popolare in Terra d’Otranto, amica e ‘segretaria’ dei grandi scrittori salentini quando giovanissima sognava di scrivere ‘il grande libro’, attenta e sensibile nell’accogliere visioni e storie, amorevole e accudente verso il Salento e la sua natura.
Alle ore 22.00 recital di chiusura con “Baghdad Baghdad” di Giuseppe Goffredo. Un opera corale di teatro-poesia che coinvolge i musicisti Giorgia Santoro, Adolfo La Volpe, Giuseppe Amatulli, Pietro Notarnicola a sostenere le voci di Giuseppe Goffredo e Barbara Cupertino, in un set che tesse una drammaturgia fitta di visioni. il viaggio inizia all’alba, tocca il dolore e la miseria della antica terra di Ur ferita dall’oltraggio. Voci, suoni, pensieri portati da una parola poetica e da un intensità sonora che danno forma e margine alla disperazione e alla follia che conduce alla guerra. L’arte che resiste all’orrore che ricostruisce le ragioni umane della necessità di pace.
Le mostre
Naviganti periodico del Centro Diurno del DSM – Ausl/Le1
Big Sur Artshowcase presenta Me:mo, 12 appunti illustrati da Efrem Barrotta
Laboratori
a.c.Fondo Verri, EDISU Lecce presentano: La Vita Attiva, la poesia nel teatro contemporaneo
Le visioni
Uno spazio del Gran Bazar sarà dedicato alle produzioni video e a film che toccano i temi propri di questa quinta edizione. Lo spazio sarà a cura de l’ Archivio del Cinema del Reale di Big Sur.
In visione:
giovedì 29 settembre
- Radio La Colifata, un film di Valentina Monti e Mirta Morrone, Italia 2004 e
- Nella prospettiva della chiusura lampo, un film di Paolo Pisanelli, Big Sur - Italia 1998.
sabato 1 ottobre
-“I grandi della scienza del XX secolo.Franco Basaglia” di Enrico Agapito e Maria Grazia Giannichedda, Rai Educational
- Elegia del reduce (dittico ispanico a cinque pretese) di Carlo Michele Schirinzi,
info:
Mauro Marino_3333841113 – 0832304522 / e.mail:mmmotus@tiscali.it
Valentina Sansò_3289412237 / e.mail:valentinasanso@libero.it
Libreria Icaro (Francesco Fiorentino)_0832241559
incontro pubblico

FESTA DEI LETTORI
24 SETTEMBRE. ore 21
READING di
Ilaria Seclì e Rossano Astremo
San Donato di Lecce presso il bar Agorà
come nessuno
"Patmos"

Sono sotto choc
è giunto fino a Patmos sentore
di ciò che annusano i cappellani
i morti erano tutti dai cinquanta ai settanta
la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo
che Dio, per istruire i suoi servi
- sulle cose che devono ben presto accadere -
ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo
al proprio servo Giovanni.
Ci sono là marcite; e molti pioppi. Venendo da là
vestivano di grigio e marrone; la roba pesante,
che fuma nelle osterie con le latrine all’aperto.
Poca creanza, farsi ritrovare così,
da parte di quei galantuomini non ancora del tutto romanizzati,
e sì che tutti i barocci erano spariti da un pezzo!
Ma gli usati corpi, non di monaci,
perché cattolici erano cattolici, ma s’erano sposati, fornicando
la loro parte; insomma, giusto perché dei nipotini oggi piangessero.
Solo un suicidio porterà sulle tracce del responsabile di tal pianto. (1)
Lombardi al Governo! Tra voi e il paese c’è un abisso.
È la vostra banalità che lo scava (le «e» strette
son niente confronto al lessico; che umile dialetto non è;
lo fosse!)
E chi è sotto choc ride con gli occhi di Antonioni
Il quale attesta come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo
e anche Pasolini ride,
tutto quello che ha veduto,
mentre Moravia è distratto, beato chi legge,
e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia.
Che ne piangano le loro famiglie; io ne parlo da letterato.
Oppongo al cordoglio un certo manierismo.
Di tradizioni recenti son piene le Sette Chiesuole.
Canoni e tropi a disposizione rimpiazzano le commozioni;
e basta deciderlo, l’umore necessario è pronto
con tutti i suoi caratteri
(di difesa dietro il lessico, esso, eslege, desueto)
chi è al potere altresì ha le sue figure
entro cui comodamente sostituire al logos il nulla;
dietro una cattedra, un tavolo da lavoro,
col doppiopetto: perché il tempo è lontano.
Così si consola la morte, e chi ha la cattiva creanza
di farsi piangere; ridotto a tronconi: cosa inammissibile
in un uomo serio, che si occupa di agricoltura!
Come poi se fossimo nel ‘44.
Io sono l’Alfa e l’Omega, colui che è, che era e che viene; l’Onnipotente;
fidando su ciò, l’onorevole Rumor, Pocopotente
ma Potente, comunque,
si dissocia dai telespettatori dei bar
e parla ai piccoli borghesi in famiglia che si saziano
di indignazione del tutto lessicalmente estranea al popolo.
Attilio Valè: presente!
52 anni, abitava a Mairano di Noviglio.
Era separato da otto anni dalla moglie;
era un bell’uomo alto circa un metro e ottanta:
commerciava in bestiame
Io, Giovanni, vostro fratello,
che partecipa con voi alla stessa tribolazione
al regno e alla perseveranza di Gesù,
mi trovai relegato nell’isola chiamata Patmos
a causa del Vangelo di Dio e delle testimonianze che rendevo a Gesù.
L’Autorità dello Stato moderato non contempla la realtà dei sensali.
Pietro Dendena (presente!) 45 anni,
abitava a Lodi in un nuovo edificio di Via Italia 11
con la moglie Luisa Corbellini, la figlia Franca, 17 anni,
che frequenta il corso di segretariato d’azienda,
e il figlio Paolo, 10 anni, alunno di quinta elementare.
Di professione mediatore,
frequentava regolarmente il mercato di Piazza Fontana
non mi meraviglierei da letterato schizoide
che comparisse tale e quale in un olio del Prado
né che avesse un debole per l’Inter;
ci son portichetti a Lodi, tetramente settentrionali -
contro un cielo buio, con nuvole basse -
micragna dei tempi degli Antenati, odor di vacche!
L’è il dì di mort (tutti presenti).
Quanto a Paolo Gerli, 77 anni (presente)
ci son portichetti a Lodi a sesto acuto,
e le piccole osterie micragnose sanno di vestiti bagnati
riscaldati dalla stufa
abitava con la moglie in un bellissimo palazzo di Via Savaré, 1,
dove si era trasferito nel 1954
possidente di non pochi terreni agricoli,
curava in proprio il commercio dei prodotti della sua terra.
I vicini di casa, loro,
lo ricordano come un signore gioviale e esuberante.
Usava regolarmente la bicicletta.
Aveva avuto dal matrimonio tre figlie tutte sposate.
Or, ecco, fui rapito in estasi, nel giorno del Signore
e udii dietro a me una voce potente, come di tromba
Eugenio Corsini, 55 anni, presente!
abitava dall’epoca delle nozze in Via Procopio 8,
padre di due figli ormai sposati,
commerciava in olii lubrificanti per macchine agricole.
La moglie non aveva smesso di lavorare.
Non si cantarono serenate in quel 1940;
dal 1940 si era lavorato giudiziosamente, a casa a far la calza.
Si erano frequentate scuole in vista di futuri risparmi;
niente grilli per la testa, che nessuno avesse niente da ridire;
la Morale come una cosa passata di donna in donna;
poco riso negli occhi, e gran risate al momento giusto: a Natale.
Io mi voltai per vedere la voce che parlava
e appena voltato vidi sette candelabri d’oro
Carlo Luigi Perego, 74 anni, risiedeva a Usmate Velate
e in mezzo ai candelabri Uno che assomigliava al Figlio dell’Uomo
in Via Stazione 21
vestito di una lunga veste
lascia la moglie e due figli sposati
che hanno proseguito la sua attività di assicuratore
e cinto d’una fascia d’oro sul petto
Era venuto a Milano per rivedere i vecchi amici
e per sbrigare alcune faccende relative all’attività dei figli
Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana
i suoi piedi erano simili a rame ardente arroventato in una fornace
(così disse chi li raccolse sotto il bancone)
Aveva presieduto, in qualità di coraggioso combattente del ‘15-18
la locale sezione dell’associazione dei combattenti. Presente!
Carlo Garavaglia, 67 anni, presente!
Alla morte della moglie era andato a abitare con la figlia sposata
la sua voce era come il rumore delle grandi acque
a Corsico in Via XX Settembre 19.
Nella destra teneva sette stelle.
Era stato macellaio
dalla sua bocca usciva un’acuta spada a due tagli
percepiva attualmente una pensione di 18 mila lire.
La sua faccia era come il sole.
Tentava di realizzare qualche guadagno extra facendo il mediatore.
Carlo Gaiani, presente, 57 anni,
abitava con la moglie alla cascina Salesiana
Era perito agrario
ed aveva condotto con successo l’azienda agricola
che conduceva come affittuario, fino ad alcuni anni addietro.
Ora l’azienda era in decadenza.
Lavorava personalmente la terra con un solo lavorante.
Si era recato alla Banca dell’Agricoltura
per concludere la vendita delle ultime 14 vacche.
Saragat taccio, ma ne parla l’«Observer». (2)
Oreste Sangalli, 49 anni: «Presente!»
affittuario della cascina Ronchetto in via Merula 13 a Milano
mettiamo la sordina alla tromba di quell’Uno
lascia la moglie e due ragazzi, Franco di 13 e Claudio di 11
fare d’ogni erba un fascio degli estremisti
si era recato al mercato di Piazza Fontana
va bene per i giornali indipendenti (dalla Verità)
come tutti i venerdì in compagnia di Luigi Meloni
ma un presidente della Repubblica!
Si erano momentaneamente lasciati a Porta Ticinese
Non si può predicare moderazione
e si erano dati appuntamento a Piazza Fontana
in un paese dove è appunto la moderazione che va male
Hanno trovato entrambi la morte
e dove non si può essere moderati senza essere banali
poco dopo essersi ritrovati.
Luigi Meloni, 57 anni presente:
commerciante di bestiame abitava a Corsico in Via Cavour
con la moglie e il figlio Mario, studente di 18 anni.
Possiede qualche piccola proprietà immobiliare.
Era venuto a Milano con la vettura del Sangalli.
E quando l’ebbi veduto io caddi ai suoi piedi come morto.
Ma egli pose sopra di me la sua destra e disse:
Non temere, io sono il Primo e l’Ultimo.
Io sono il Medio, parvero dire Rumor e i suoi colleghi.
Non si può essere medi, qui, senza essere privi d’immaginazione.
Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente.
Giulio China, 57 anni, presente!!
Era uno dei più importanti commercianti di bestiame di Novara,
ove possedeva due cascine. Lascia la moglie e due figlie sposate.
Ho subìto la morte, ma ecco, ora vivo nei secoli dei secoli
(a differenza di Giulio China)
e tengo le chiavi della morte e dell’inferno.
Mario Pasi, cinquant’anni: presente,
abitava con la moglie in un bell’appartamento di Via Mercalli 16.
Ah antichi portichetti a sesto acuto, grigi, scrostati,
sotto cui l’ombra è così fredda che par di essere in Germania
e i negozietti di mercerie stringono il cuore, e ancor più
se vi si vendono anche caramelle, in scatole di cartone
Ma ci son anche palazzi di metallo e vetro
che danno sui parchi
Non aveva figli. Geometra,
si era dedicato all’ amministrazione di fondi e stabili.
Era stato ufficiale di cavalleria.
Scrivi dunque le cose che hai vedute,
e le presenti e quelle che verranno dopo di esse:
l’Italia è in crisi, e la stessa crisi che soffro io
(inadattabilità alle nuove operazioni bancarie)
la soffrono alla loro bestial maniera i fascisti:
le ultime 14 vacche! Le ultime 14 vacche!
Ecco il senso misterioso delle sette stelle;
ché se sette erano magre, le altre sette erano ancor grassottelle.
Carlo Silva, 71 anni, abitava in Corso Lodi 108,
con la moglie e un figlio, impiegato alla «Dubied».
Aveva un secondo figlio sposato.
Aveva fatto il mediatore per tutta la vita
ma una lieve forma di paralisi lo aveva costretto
a muoversi con l’ausilio di un bastone.
Percepiva una esigua pensione, ma non aveva rinunciato
a recarsi ogni venerdì al settimanale convegno coi vecchi colleghi.
Bisogna andare da loro, stupidi come vipere, e dir loro:
Siamo fratelli: possediamo le ultime quattordici vacche:
la nostra azienda è in rovina,
lavoriamo con le nostre mani la terra
aiutati da un solo lavorante.
Non siamo più in grado di abitare in questo Paese
che se ne va per le strade nuove della storia
che hai veduto nella mia destra
e dei sette candelabri d’oro;
Gerolamo Papetti, 79 anni,
abitava alla cascina Ghisolfa di Rho
di cui era proprietario.
Aveva perso la moglie alcuni anni addietro.
Lascia tre figli, uno dei quali, Giocondo,
lo aveva accompagnato a Milano
ed è rimasto ferito in seguito allo scoppio.
Le sette stelle sono i sette Angeli delle sette Chiese
e i sette candelabri sono le sette Chiese.
Beh, non ho intenzione di scrivere l’intero Apocalisse:
ormai basta solo progettarlo;
e così le idee, basta enunciarle: realizzarle è superfluo.
In piena epoca industriale,
coltiviamo dunque la terra con le nostre mani, e un solo lavorante
Andremo dunque presto a vendere le nostre ultime 14 vacche
ai Vicini nel 1970 avanti Cristo.
No, davvero non si può,
l’ecolalie neanche notarili
vomitate su noi dai nostri coetanei al Governo
sono intollerabili. Caro Moravia, caro Antonioni,
andiamo di là.
Poi venni a casa.
La porta che dava sul corridoio della camera di mia madre
era aperta: da ciò arguii la sua inquietudine.
Essa ha ottant’anni, l’età di Gerolamo Papetti:
e penso a ciò che deve ancora soffrire.
Da letterato che fa della letteratura
dichiaro la mia solidarietà a «Potere Operaio»
e a tutti gli altri groupuscules di estrema sinistra,
Saragat non doveva fare un fascio di quell’erba:
e dunque sugli scudi Tolin.
Le sette Chiese sono su di noi, le zozze.
Scende la notte dello choc: il Naviglio va sottoterra
Tu ti suiciderai
se avevi tutto da guadagnare e nulla da perdere (3)
e quindi non sei un fascista di sinistra, che, poverino,
coi suoi ideali estremistici ora così tragicamente frustrati,
è divenuto mio caro fratello, e vorrei abbracciarlo forte;
tu ti ucciderai, fascista pazzo,
e il tuo suicidio non servirà ad altro
che a dare una disgraziata traccia alla Polizia.
In attesa di essere vendute, queste nostre ultime 14 vacche
pascolano crepuscolari a Patmos
dove ci si limita a scrivere, dell’Apocalisse, il solo prologo.
Ma approfondiamo
(che altro non si fa a Patmos,
senza giungere mai a conclusioni diverse da quelle previste,
il deprimente disprezzo per la borghesia, ivi compresi
i morti di cui sopra, tutti onorabilmente vissuti infino alla fine)
proseguendo, proseguendo eroicamente,
dopo aver steso un velo sulla sconfitta dei giovani
A Efeso a Pergamo a Smirne a Tiatira a Sardi a Filadelfia e a Laodicea
vivono i lettori che disprezzano i buoni sentimenti
e sanno, sanno bene del binomio Autorità-Banalità,
ma ciò non esclude che anche tra loro
i buoni sentimenti siano poi del tutto screditati, anzi, anzi!
Ma le conclusioni di ogni approfondimento sono prevedibili, ripeto.
L’ultimo odor di stalla e di farina
e la stoffa che fuma nelle osterie con la latrina all’aperto
dove va gente che se la intende sull’onorabilità
e vi fa del razzismo romanico
unisce intellettuali di sinistra e fascisti a un unico culto
in via di estinzione: allontanando nel cosmo il punto di vista (4)
essi appaiono tutti raccolti a imprecare allo stesso tabernacolo;
la porta della storia è una Porta Stretta
infilarsi dentro costa una spaventosa fatica
c’è chi rinuncia e dà in giro il culo
e chi non ci rinuncia, ma male, e tiri fuori il cric dal portabagagli,
e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità;
ma son tutti là, davanti a quella Porta.
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(1) Questi versi sono stati scritti tra il 13 e il 14 dicembre; prima che si sapesse del suicidio dell’anarchico Pinelli.
(2) Ricordo di nuovo al lettore che questi versi sono stati scritti solo il giorno dopo i fatti di cui si parla.
(3) Prevedendo in questi versi un suicidio, pensavo, con assurda ingenuità, che il colpevole che si sarebbe suicidato sarebbe stato un fascista.
(4) Come nella Commedia pappo coesiste notoriamente con pulcro.
[da Pier Paolo Pasolini, Bestemmia, Garzanti 1993 - Già in "Nuovi argomenti", dicembre 1969]
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Nota 1
Nel titolo è richiamata l’Apocalisse: nella tradizione cristiana, quelli dell’Apocalisse sono gli scritti, canonici o apocrifi, che contengono le rivelazioni (secondo l'etimologia greca apokalypsis, rivelazione), relative al destino finale dell'umanità, fatte da Gesù Cristo al suo servo Giovanni. L’Apocalisse è l'ultima parte del Nuovo Testamento, tradizionalmente attribuita all'apostolo Giovanni. Comprende sette lettere, indirizzate a sette chiese dell'Asia minore, in cui sono esposte le visioni avute da Giovanni nell'isola di Patmos. Il numero è simbolico, perché rappresenta tutte le chiese, con le loro eresie e deviazioni morali. Ogni lettera ha un'impostazione analoga: Cristo è sempre in scena (ora con 7 stelle nella destra e posto tra 7 candelabri d'oro, ora con un libro dai 7 sigilli nella mano) per giudicare le comunità e promettere loro la vittoria su Satana.
L'autore, alla fine del I secolo, intendeva incoraggiare le comunità a resistere alle persecuzioni imperiali e rafforzare la fede dei lettori, mostrando loro che il regno di Dio, già cominciato, stava per infrangere l'ultima e potente resistenza del diavolo, nemico sconfitto. L'Apocalisse profetizzava quindi il piano salvifico di Dio, la vittoria della chiesa e l'annientamento finale dei suoi nemici con una simbologia drammatica di numeri, colori e bestie enormi (caratteristica è la bestia con sette teste e dieci corna che viene dal mare a rappresentare il potere romano invasore). Il cristianesimo orientale fu avverso per molto tempo a questo genere apocalittico, mentre l'occidente lo accolse con grande fortuna cercando nel misterioso simbolismo delle visioni e del linguaggio figurato i segni profetici della storia cristiana.
Nota 2
12 dicembre 1969: un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 17 morti e 86 feriti. Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra. Il primo ad essere convocato è Giuseppe Pinelli, chiamato in questura lo stesso giorno dell’esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, alcuna imputazione eppure non viene rilasciato. Ad interrogarlo è il commissario Luigi Calabresi il quale guida l’inchiesta sulla strage.
Giuseppe Pinelli: ferroviere anarchico. Fermato poche ore dopo la strage del 12 dicembre 1969 a piazza Fontana, Pinelli viene interrogato per tre giorni e alla sera del terzo giorno viene trovato morto nel cortile della questura, dopo essere precipitato dalla finestra della stanza dell'interrogatorio che si trovava al quarto piano. La versione ufficiale parla di suicidio, gli inquirenti cercarono di far credere che Pinelli si fosse tolto a vita perché coinvolto nell'attentato.
All’epoca, il democristiano Mariano Rumor era presidente del consiglio di un governo monocolore democristiano; il socialdemocratico Giuseppe Saragat era presidente della repubblica.
recensione
Quella morte non accidentale di un poeta.
di Enzo Verrengia, La Gazzetta del Mezzogiorno

Thriller fantapolitico in Italia? Si può. Questo, dopo tutto, è il Paese dove i Borgia intrigavano al veleno e Alberigo da Barbiano nel '300 fondava la San Giorgio, prima compagnia di ventura della penisola, forte di 7000 uomini. E oggi? Per inventare trame che incrinano la barriera tra realtà e speculazione non servono i sottomarini di Tom Clancy e i retroscena diplomatici di John Le Carré. Tenuto conto che vengono dall'estero ad ambientare quei bei best-seller come Angeli e Demoni di Dan Brown. Basta attingere al repertorio plumbeo dell'inverno senza fine che è alle spalle e, per molti versi, raggela ancora il presente.
Come fa Giovanni Heidemberg in Ho ucciso un poeta. Un romanzo che coniuga in maniera labirintica l'omicidio di Pasolini e l'incubo attuale del terrore che attanagli l'Occidente. Passando per l'epoca che Marco Tullio Giordana ha definito con un titolo proprio pasoliniano, La meglio Gioventù.
Il protagonista più elusivo di uno spettro, si chiama Giovanni Heidemberg e lavora per l'intelligence americano. Ma ha anche un manoscritto da proporre all'editore Deville, ex militante della lotta armata e tutt'altro che ben disposto verso qualcuno che è sempre stato nell'altro schieramento. Soltanto che il testo diabolico offertogli lo tenta moltissimo. Perché contiene una disamina accurata e verificabile di persone e fatti ormai radicati nella memoria delle generazioni appena trascorse.
"Anonimo assassino" si firma l'autore del viaggio retrospettivo lungo l'arco, appunto, di una meglio gioventù che comincia subito dopo la seconda guerra mondiale e giunge allo scenario impazzito del XXI secolo.
Pier Giorgio Giorgini è la trasparente controfigura di Pasolini, colpevole di intuizioni che potrebbero ridare a una società provinciale e mediterranea il respiro dell'Europa avanzata. L'"Anonimo assassino", inoltre, è innamorato del Poeta, che lo respinge. L'omicidio viene collegato a quello, sempre maturato fra omosessuali, di un critico d'arte fiorentino, che nel romanzo avviene prima, rimescolando le carte dei veri avvenimenti.
È una giostra piena di specchi, quella sulla quale si imbarca il lettore che vuole arrivare al fondo del precorso narrativo. L'omicidio di Giorgini-Pasolini, infatti, si lega ai maneggi di una borghesia che non rinuncia mai ai ruoli di primo piano, passando dalla Resistenza alla lotta armata e poi ai traffici di sostanze chimiche cui sono interessati i nuovi terroristi della rete mondiale.
Heidemberg sembra il mefistofelico Monsieur Voland del Maestro e Margherita di Bulgakov. È onnipresente, oscillano dalla finzione del manoscritto alle imprese che compie dal vero, infiltrandosi tra i fondamentalismi. E l'omicidio di Giorgini-Pasolini acquista lo spessore della Grande Catarsi, l'esplosione primordiale di una violenza che tocca il culmine nell'immagine fumante di Ground Zero.
Resta da chiedersi chi sia la persona che firma Ho ucciso un poeta con lo stesso nome del protagonista, Giovanni Heidemberg.
Sul risvolto di copertina è scritto che l'autore "vuole mantenere il più assoluto riservo". L'ufficio stampa della casa editrice non tradisce questa consegna. Allora ci si può esercitare nelle ipotesi. Che sia un "addetto ai lavori"? E di quale settore? I servizi segreti? L'editoria? La critica letteraria? O tutto questo assieme, come per gli inglesi Greene e Durrell, citati nel romanzo? Un thriller nel thriller, che rende quasi ineluttabile la lettura di questo libro
in prosa
(questa cosa che vi faccio leggere appartiene ad un romanzo abortito, concepito nell'agosto 2004. 40 cartelle scritte nella casa dei miei genitori in tre afose giornate. vi ho già postato un altro pezzo un po' di tempo fa chiamato polveri. l'ho ripreso in mano, più che altro dietro consiglio di una persona alla quale l'ho fatto leggere. l'idea era quella di lavorare sulla dissoluzione di una famiglia piccolo borghese. chissà, forse un giorno terminerò la storia. o forse no. visto che sto lavorando ad altro. lentamente.)
polveri#2
rossano astremo

La presenza di mio fratello in quel periodo era fondamentale. I suoi discorsi, seppur logorroici, mi aiutavano a ricucire i vuoti mentali che di frequente si impadronivano di me. Il giorno seguente provai a chiamare Paola e Luce ai loro cellulari, ma erano entrambi spenti. La prima cosa che mi venne in mente fu che forse la madre le aveva costrette a cambiare numero per evitare le torture telefoniche del padre o forse erano solo mie sterili fissazioni.Mi recai nella mia vecchia casa. Ero sicuro, visto l’orario pomeridiano, di trovarle e di poter parlare con loro, senza l’inconveniente di incontrare Federica. Suonai ripetutamente, non una, non due, non tre volte, ma trascorsi alcuni minuti con l’indice premuto contro il campanello, senza ottenere risposta. La casa non era vuota. Dal di fuori proveniva velato il suono di Boys don’t cry dei Cure. Aprii la porta con le chiavi che ancora possedevo. Nel salotto e in cucina nessuna presenza umana, solo libri fuori posto, lattine di birra sparse, tv accesa con le immagini di Arancia Meccanica che scorrevano a velocità doppia. La sensazione che inalavo con sniffate copiose era quella di una festa in atto, di quelle con tutti i particolari inanellati a dovere. Bussai nella stanza di Paola. Nessuna risposta. Ora la musica, all’esterno tiepida, sfiatava a ritmo ben sostenuto nell’aria asciutta delle mura domestiche. Aprii con lentezza. Dentro nessuna figura umana, solo un letto disfatto, ante di armadi aperte, abiti sparsi sulla scrivania, sulle sedie, sulla libreria. Uscii in fretta. Andai a bussare nella stanza di Luce, dalla quale proveniva la voce sottile di Robert Smith. Ancora nessuna risposta. Aprii nuovamente con lentezza. Avanti a me si manifestò, in tutta la sua visione estetica drammatica, il corpo nudo di Luce, la mia secondogenita con gambe ben divaricate su un ragazzo, mentre dettava i ritmi della penetrazione, e mentre con una mano masturbava un altro ragazzo, disposto al loro fianco. Mia figlia era nel vivo di un rapporto a tre. Fui abile nel nascondermi con accortezza. In quel momento la loro attenzione era rivolta altrove. Sottile, mi nascosi dietro la porta, dallo specchio, riflesso, riuscii a vedere il volto di Luce voglioso, perverso, tremendo nella sua decadenza. Un conato di vomito salì in alto dallo stomaco, sino a raggiungere il taglio smembrato della mia bocca. Filai dritto in bagno, entrai con forza, trovai Paola con la testa nel cesso che vomitava, nuda, intravidi la linea sinuosa della sua schiena che scendeva incurvandosi sul suo culo tondo e sodo, sboccai nella vasca da bagno, senza freni, inevitabilmente. Quando Paola si accorse di me, si attaccò alla parete, con le mani d’istinto coprì i suoi seni e il suo pube, aveva due occhi scavati, infossati, dalle labbra tumide le uscivano chiazzati frammenti di vomito. Mi asciugai con un pezzo di carta igienica strappato da un rotolo in fine e, senza spiaccicare parola, andai via.
superbamente gatto
ALFONSO GATTO
versi
Sergio Solmi

Entro la densa lente dell'estate,
nel mattino disteso che già squarciano
lunghi, assonnati e sviscerati i gridi
degli ambulanti, - oh, i bei colori! Giallo
di peperoni, oscure melanzane,
insalate svarianti dal più tenero
verde all'azzurro, rosee carote...
e vesti accese delle donne, e muri
scabri e preziosi, gonfi ippocastani,
acque d'argento e di mercurio, e in alto
il cielo caldo e puro e torreggiante
di tondi cirri, o bel compatto mondo.
Lieto ne testimonia, sul pianeta
Terra, nella città Milano, mentre
vaga, di sé dimentico e di tutto,
lungo le calme vie che si ridestano,
- oggi, addì ventisette Luglio mille
novecento cinquanta - un milanese.
vai nicola!!!
PREMIO NAPOLI

22-25 settembre
La cinquantunesima edizione del Premio Napoli si svolgerà dal 22 al 25 settembre
2005. Le attività organizzate dalla Fondazione e, in particolare, la premiazione
conclusiva dei quattro super-vincitori si svolgeranno a Piazza Dante. Il premio
speciale assegnato dalla Giuria Tecnica sarà conferito a Giuseppe Patroni Griffi.
Quest’anno le terne finaliste sono:
NARRATIVA ITALIANA
Gianni Celati, Fata Morgana, Feltrinelli
Antonio Debenedetti, E fu settembre, Rizzoli
Nicola Lagioia, Occidente per principianti, Einaudi
NARRATIVA STRANIERA
Sandra Cisneros, Caramelo o puro cuento, La Nuova Frontiera
Nuruddin Farah, Legami, Frassinelli
Joseph O’Connor, Dolce libertà. Un irlandese in America, Guanda
SAGGISTICA
Alberto Arbasino, Marescialle e libertini, Adelphi
Luigi Cavalli Sforza, L’evoluzione della cultura, Codice
Roberto Esposito, Bìos. Biopolitica e filosofia, Einaudi
POESIA
Milo de Angelis, Tema dell’addio, Mondadori
Miljenko Jergovic, Hauzmajstor Sulc, il custode della memoria, Libri Scheiwiller
Ryszard Kapuscinski, Taccuino d’appunti, Forum
recensione
“Zio Demostene”, tra le nervature familiari nella ricerca di un tempo esploso
di Rossano Astremo
Lo zio Demostene, ritratto in copertina, disertore, comunista ed esule, con il suo volto scarnificato e tipizzato da un paio di baffi lucidi e ben leccati lungo l’estremità, assomiglia tremendamente al nipote scrittore, a quell’Antonio Moresco che ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità. Della somiglianza non solo fisica ma anche caratteriale tra zio e nipote se ne accorse ben presto la famiglia Moresco: “Però in casa ho sempre sentito parlare e raccontare dello zio Demostene, fin da quando ero piccolo. Era la pecora nera della famiglia e quando anch’io ho cominciato a dare i primi segni di deviazione, tutti mi dicevano per spaventarmi: “Sta’ attento! Farai la fine dello zio Demostene!” Oppure: “Vagabondo come tuo zio Demostene!” quando me ne sono andato via da Mantova e ho cominciato anch’io a fare il vagabondo da una città all’altra e a “rovinarmi con la politica”, e sono cominciati ad arrivare i processi, le denunce, l’arresto, e le notizie finivano anche sul giornale della mia città natale, dove vivevano ancora i miei genitori, e così lo sapevano tutti…”. In quest’ultima fatica letteraria di Antonio Moresco, Zio Demostene. Vita di randagi, edita da Effigie, si passano in rassegna le esistenze ai margini dei familiari più vicini allo scrittore mantovano. Non si rievoca e ricostruisce, quindi, solamente la vita dello zio Demostene, ma anche quella del nonno Antonio, autodidatta esaltato, del padre militare, reduce dalla guerra d’Africa e da un campo di prigionia in India, della madre, ragazza affamata in cerca di un posto da servetta, che bussa alla porta di una villa di nobili presso i quali resterà per tutta la vita, del cugino Ferdinando, abbandonato dalla madre naturale di fronte alla porta dei nonni ed emigrato in Brasile, e di altre vicende familiari accomunate da un destino di randagismo e di diaspora. Con questa rievocazione di un’epoca che non è più, Moresco aggiunge un ulteriore tassello alla costruzione della sua personale ricerca sul tempo narrato, che, a differenza della “Ricerca”di Proust, non si focalizza nel riavvolgere spasmodicamente le fila di un passato (anche se in “Zio Demostene” è il ricordo del passato ha strutturare il tutto) che percuote con ossessione le cervella, ma prende quello stesso tempo e lo fa esplodere, dilatandolo lungo la triade passato-presente-futuro. Essendo una narrazione intima di vicende personali, in lo “Zio Demostene” la scrittura espressionista moreschiana è messa da parte, con la prevalenza di un andamento stilistico più sincopato e meno debordante: “Finisce così questa piccola vicenda dello zio Demostene e di tutti gli altri. Anche loro, come mio padre, come i miei parenti, come me, randagi e reduci di guerre perse e di illusioni tradite. Come anche i nobili, in fondo. Altre cose non le so. Non ho fatto altre indagini per saperle, prima di mettermi a scrivere. Mi sono basato solo su testimonianze sentite direttamente o scritte, o frutto del passaparola tra le generazioni, che si sono fatte così ricordare, nello stesso modo in cui la memoria ha trovato la forma per ricordare e per ricordarsi e per testimoniare e per tramandare”. Un testo insolito questo di Moresco. Una sorta di raccolta di b-side, dove molto spesso riesci a catturare interpretazioni insolite della band che veneri, nell’attesa dell’album che spiazzi veramente. Fuor di metafora, nell’attesa della terza parte dei “Canti del caos”.
ANTONIO MORESCO_ZIO DEMOSTENE

ANTONIO MORESCO
Estratto da ZIO DEMOSTENE. VITA DI RANDAGI, Effigie Edizioni
Io non so che cosa ci sia in quella casa, cosa ci aleggi attorno, perché tutte le volte che andavo, che dovevo andare anche solo per qualche giorno a Mason, stavo sempre male. Cominciavo a stare male mentre ero ancora nel tratto dell’autostrada Val d’Astico, più mi avvicinavo e più stavo male, a volte anche improvvisamente, un momento prima stavo bene e un momento dopo mi venivano di colpo emicranie, cefalee oftalmiche che mi annebbiavano la vista, vomito, nausea. “Che cosa ci sarà mai in quella casa?” mi chiedevo. “In quale cerchio e in quale nucleo nevralgico sarà collocata, per determinare in me simili reazioni? Che cosa mi trasmette, ancora da lontano, per scatenare nel mio organismo una simile sofferenza?”. Così un giorno, mentre stavo male e mi domandavo queste cose, mi è venuto in mente di scrivere un racconto intitolato La buca, partendo proprio da quella buca di latrina fredda, puzzolente, nerissima che c’era prima dell’orto. Dove si andava a fare i bisogni e dove sono andati a fare i loro bisogni prima di me anche i miei nonni, mio padre, i suoi fratelli, anche lo zio Demostene, lasciando cadere là dentro, sospesi nell’aria e piegati sulle ginocchia, i loro escrementi usciti ancora caldi dai loro corpi e poi inghiottiti dalle viscere della terra come tutti gli escrementi morti usciti dagli uomini morti e dalle donne morte nel corso del tempo.
in ricordo

PAOLA MALAVASI
IN PISTA
Quanti i minuti della storia, quanti i sassi della terra,
tanti uomini avevano ballato davanti all’orchestra
di alberi e fiumi, accesi fuochi e battaglie, palazzi
alti regnavano nell’aria come ponti, però mai fino al cielo.
Quando sono salita in pista io
affondava il piede di un uomo sulla luna,
c’era la guerra fredda mentre eravamo così vivi.
Alcuni giorni sono fissi nella linea leggera della vita,
mi illudo solo per me.
Ero nel gruppo delle donne, stretta in un lento
a un giovane di allora, mentre si scioglieva un confine
di cemento in Europa, poi in una notte ferma
arrivò mio figlio in un raddoppio improvviso.
Ho visto tempi che spezzano il sorriso, gioie calde:
le piogge non sono per la nostra pelle
e certi ghiacci ci attaccano direttamente.
Torri crollavano come separazioni,
ma chi li costruì sull’acqua per portarli al cielo?
E bambini inghiottiti dal mattino.
I segni brillano, fotografie dell’alba che tocco con le dita
qualcuno li ha versati di nascosto nel mio cuore.
Il giorno in cui il mio viso accennò oscenità al tempo
non mi sembrò poco. Più fecero gli addii che spaccano i ricordi
i volti, così cari nella nuvola incerta della folla.
A volte non ballo, penso.
Penso alle ragazze con in serbo parole che ho già detto
alle imprese che vogliono annerire il cielo e l’anima e i fiori.
Esco dalla pista e mi metto nell’aria delle piante
che danzano al vento, placate, smosse
dalla pioggia, mentre lasciano messaggi con le foglie.
L’albero mi dà occhi di legno, gli uccelli
insegnano il canto solitario di chi non vuole pubblico.
Lontani dalla pista guardiamo i bambini,
spuntati da squarci di donna, sputati dal buio.
I figli del nuovo millennio, dico, i figli dell’occidente.
Ma gli alberi, gonfiati dal vento, li sento,
ridono se dico millennio, se dico occidente
ridono perché sanno che in autunno, già in autunno,
perderanno le foglie.
segnalo
PIERFRANCESCO MAJORINO
DOPO I LAMPI NVENGONO GLI ABETI (peQuod)

"Ho tutti gli anni delmondo... Compiuti di colpo e insieme... colpiti di colpo e insieme".
Ecco un esordio narrativo finalmente fulmineo, finalmente scatenato, finalmente disinibito. La confessione che il detenuto Riccardo Filippucci, detto Jason, fa alla psicologa Pinardi prima del suo ennesimo processo d'accusa rivela la mente di un uomo costretto a scavare nei meandri della propria memoria in un estenuante corpo a corpo tra i ricordi immersi nella coscienza costringendolo a un'unica via d'uscita: la morte imposta a chi non riesce più a trovare le fila di un'anima persa alla ricerca di una verità inesistente. Dopo i lampi vengono gli abeti è un romanzo di iniziazione in un'epoca che manifesta i sintomi tragici della Fame chimica, è la voce di un protagonista che racconta tutte le possibili voci del mondo, è una detection story alla rovescia che contamina La 25ma ora e I soliti sospetti, Stand by me e Drugstore cowboy secondo lo stile delle confessioni criminali di un mondo complesso e stratificato, è una scrittura che corrobora le più perverse e vitali fantasie. Branchi umani e gorghi emotivi, intrighi e avventure fantasy, un umorismo che strappa i cieli con forza e senso panico della natura, sono la strumentazione per emettere con forza l'urlo soffocato di una generazione che non è per nulla perduta, come tanta narrativa italiana ha sostenuto e continua a sostenere, è una storia di storie dove carcere, famiglia, lavoro, amore, sesso, morte lottano per appropriarsi dei nostri riconoscimenti, è un diario scomodo e impenitente. Ci rappresenta tutti! Chiunque si riconoscerà in quest'agonismo furioso che Pierfrancesco Majorino è riuscito a comprimere nelle pagine stellari che avete in mano.
da non perdere
Perceber, La macinatrice, Neuropa: una lettura sinottica

[...] L’oggetto di questo scritto sono tre romanzi italiani pubblicati nel corso del 2005. Si tratta del romanzo Perceber (Milano, Sironi) di Leonardo Colombati, di La macinatrice (Ancona, peQuod) di Massimiliano Parente e infine di Neuropa (Lecce, Luca Pensa editore) di Gianluca Gigliozzi. Cosa accomuna questi tre romanzi? Il fatto di essere, secondo la definizione di Franco Moretti, Opere mondo, almeno a nostro modo di vedere. La cosa singolare è che questo tipo di opera non è tra i più frequentati della nostra prosa, anche se negli ultimi anni se ne è dato qualche esempio: Residui. L’avvento dei nuovi umani di Stefano Massaron (Milano, Addictions, 1998), Canti del caos di Antonio Moresco (di cui si ha una Prima parte, Milano, Feltrinelli, 2001 e una Seconda parte, Milano, Rizzoli, 2003. Si attende, almeno riferendosi al progetto iniziale, una conclusione dal titolo Diario del caos) e infine Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei (Milano, Sironi, 2003). Singolare allora è che se ne pubblichino addirittura tre differenti nel corso dello stesso anno. Di fatto, le opere mondo nella nostra tradizione non mancano, ma erano state finora tutte composte in versi. Indiscutibile opera mondo è infatti la Divina Commedia e così i poemi maggiori della nostra tradizione. Importante apripista prosastico ci sembra invece Il nome della rosa di Umberto Eco (Milano, Bompiani, 1980) , che si arricchisce nel 1983 delle Postille da cui ricaviamo il seguente passaggio: «Scrivere un romanzo è una faccenda cosmologica, come quella raccontata dal Genesi (bisogna pur scegliersi del modelli, diceva Woody Allen)». Proprio tra cosmologia e ironia sarebbe utile ritagliarsi un percorso e poter proseguire. [...]
Leggi tutto il saggio di Gabriele Dadati: "Perceber, La macinatrice, Neuropa: una lettura sinottica", 58K in formato Rtf.







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