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racconto

di (21/07/2005 - 19:33)

matteo gennari

la strana preghiera

1.

A Bahia, sul lungomare di Bahia, passeggiava Marcia mia, in compagnia di suo marito. Erano lì per il loro viaggio di nozze. Lei aveva appositamente detto al marito “Andiamo a Bahia che ci è andato anche Matteo.  Matteo sì, il mio amante italiano, non te lo ricordi? Te ne ho già parlato. A lui Bahia, il lungomare di Bahia piaceva tanto e lui aveva un animo così sensibile e così poetico, possiamo fidarci delle sue sensazioni ”.

Ed in effetti io amai profondamente il lungomare di Bahia. Perché era lungo, lunghissimo. Sterminato, non terminava mai. Perché era selvaggio. Perché su quel lungomare avevo pianto le lacrime più amare per Marcia mia e non lo sapeva nessuno. Non partecipai a quel viaggio di nozze, ma lo immaginai troppe volte e mi fece male tutte le volte, tutte le volte, una per una. Potevo immaginare un discorso, un concetto espresso dall’uno o dall’altro e sentivo dolore. Quante lacrime piansi, solo perché immaginavo. Poi finii di immaginare, rimasi con la certezza che il peggio che potevo immaginare non raggiungeva il peggio che poteva succedere e il peggio che poteva succedere non era che Marcia mia e il maritino scopassero, copulassero, facessero all’amore. Il peggio era che lei gli dicesse sei tu il mio uomo, mentre ero convinto di essere io il suo uomo e di averglielo dimostrato a sufficienza ma la sufficienza in amore non esiste, non esistono voti, esiste solo l’incoerenza che se la sfrutti ti salva, se ci combatti contro ti uccide.

Quel lungomare però mi piacque veramente. E ora lo ricordo come una delle meraviglie che ho veduto nella mia breve esistenza. Le increspature dell’acqua. Le rocce appena affioranti. Il sale che ti accappona la pelle e la vorrebbe solo accarezzare, ma in Brasile non esistono mezze misure.

Su quel lungomare tornerò un giorno, lo giuro, e se non sarò in grado di reggere l’infedeltà, e da buon italiano mai sarò in grado, potrei essere capace di sopravvalutare la bellezza e di farmi incantare dal paesaggio come un giorno mi feci incantare dai seni rinsecchiti e dal culo gonfio di Marcia mia. L’essere che ora più rimpiango di non avere qui al mio fianco a condividere la precarietà economica e sociale eccetera eccetera, che sto vivendo. Detto questo ci sarebbe da raccontare una storia. Non so se sono in grado ma posso provare. L’importante è abbandonare tutto e abbandonarsi al turbinio del vento e delle onde che sul lungomare mi attanagliavano piacevolmente e che, da dove sto scrivendo, ad anni luce di distanza, piacevolmente mi lusingano il ricordo. Anche se ora sono lontano. E una persona seria al posto mio si preoccuperebbe di sistemare la propria vita. Io invece mi accontento del caos. Perché nel caos in fondo, stretto fra i denti dico tutto questo, ma le cose in un modo o nell’altro vanno dette, nel caos in fondo mi trovo bene.

 

2.

A Bahia può succedere di tutto. Può succedere che incontri la prostituta più bella della tua vita e dopo poco la vorresti sposare. Può succedere che incontri una semplice prostituta a cui non sai dire di no e tiri fuori i cinquanta reais più quindici di motel, e vai a farci l’amore. Può succedere che vedi qualcuno che fa la capoeira e ti sembra una cosa straordinaria perché in Europa non hai mai sentito parlare di capoeira e allora ti iscrivi alla scuola bahiana e poi torni a Milano, in Italia, e sei uno che la capoeira un po’ l’ha imparata e non smetterà più di ballarla, danzarla, praticarla. Oppure può succedere che ti derubano di tutto perché sei transitato dietro il Forte, e tutti ti avevano detto che lì era pericoloso ma tu ci sei transitato lo stesso e in quel caso quasi te lo sei meritato, ma la coltellata in faccia l’avresti evitata veramente, sì, l’avresti evitata. A me successe solo di immaginare cose che era meglio non immaginare. Che rimanga in mente, impresso, questo: che il lungomare di Bahia è sterminato. E mille racconti volgono al termine o stanno principiando su quel lungomare. E nessuno può immaginare quanti siano. Forse solo Dio se esistesse potrebbe. E attraversando quel lungomare, con infinita pazienza e forza nelle gambe, ti viene quasi in mente che Dio potrebbe esistere e che la vita, anche se sei cornuto, anche se ti senti un po’ un fallito, e che la vita in fondo è bella come il mare che si frange sugli scogli e i pescatori escono con la fiocina e fuoriescono dalle onde con il pesce pronto per essere tagliato e dato in pasto ai turisti che mangiano tutto e non capiscono un cazzo. E su quel lungomare, tra le infinite possibilità, ce ne deve essere una più concreta.

 

3.

Ballavamo come pazzi. Io, Fabio, mio compagno di viaggio, Tainara, sua innamorata, Mirco, puttaniere foggiano, Simone, altro puttaniere foggiano. Travolti dal Pagogi che a me non faceva impazzire. Forse è questo l’evento più concreto ma credo di no.

 

4.

Cambiamo scenario. In fondo in quei luoghi è da un po’ che non ci sono e nonostante la mia memoria ritorni tutto il giorno tutti i giorni, anche se non proprio tutto il giorno, diciamo tre quattro ore al giorno, nonostante la mia memoria ritorni proviamo a inventare qui, nella piovosa Milano, nella città nebbiosa e triste, come scriveva Verga.

Milano centro, allora. Cinque del pomeriggio di un 12, 13 ottobre. Così buio che pare praticamente notte. Un arabo di non si può determinare quale paese corre sulla piazza del Duomo urlando parole tipo- Attenti che sta crollando, attenti che sta crollando! -. In pochi lo capiscono, quelli che lo capiscono si voltano verso il Duomo senza pensare all’impossibilità del crollo del Duomo. Ed in effetti non è il Duomo che sta crollando, ma un’impalcatura posta sul lato opposto della piazza, un’impalcatura che ricopriva un’insegna pubblicitaria e che probabilmente serviva per un restauro, l’impalcatura cade. Tonfo sordo. Un turista spagnolo che stava difendendosi dall’acqua e dal buio viene colpito in pieno volto e muore stramazzando al suolo. Uno spettacolo orribile quello del suo cranio in mille pezzi. Sul selciato. E la pioggia lava in fretta via il sangue, i passanti che più che altro sono impiegati degli uffici circostanti, i passanti si avvicinano curiosi. Come avrebbero fatto i passanti di tutto il mondo. Crocicchio attorno al corpo. Si tratta di uno spagnolo, ma potrebbe essere anche un italiano. Sui cinquanta. Sportivamente vestito, una spilla del Real Madrid sulla giacca jeans, una macchina fotografica distrutta come il cranio suo ormai in terra. Nessuno degli astanti ha il coraggio di pensare che in fondo la vita è bella lo stesso. C’è troppo buio troppa pioggia per pensare che sono cose che capitano. Che è normale che qualcuno muoia e che qualcuno viva e che la sfortuna o il destino abbiano colpito questo povero turista, ma che un giorno la stessa sfortuna lo stesso destino potranno colpire ognuno di noi. Nessuno può nemmeno immaginare pensieri di questi tipo. Tutti pensiamo alla disgrazia che ha colpito il poveretto che è stato ucciso dal caso. Tutti pensiamo anche che se i familiari del poveretto citeranno in tribunale il Comune di Milano ecco che sì, riceveranno un sacco di soldi.

Intanto piove e fa freddo. Arriva l’ambulanza, arrivano i vigili, arriva anche una macchina della polizia. Io mi allontano, con me la mia sigaretta, il pacchetto di cartine, la bottiglietta di whisky che mi porto sempre dietro per combattere la solitudine e il freddo. Per un attimo per più attimi penso al poveretto e non penso al lungomare di Bahia, alla bella Marcia che si è sposata, all’energia dei brasiliani delle brasiliane, non penso alla samba, al fatto che vorrei provare a viverci dieci anni in quei luoghi prima di esprimere un giudizio, al fatto che lì mi sentivo meno solo, per un attimo dimentico tutto questo. E penso al poveraccio con la spilla del Real Madrid sulla giacca jeans, che è stato travolto da un’impalcatura. E la sua vita è terminata con la frattura del cranio, sul selciato del Duomo di Milano. E chissà chi era e chissà dove andava. E come tutti penso anche che i suoi parenti riceveranno molto denaro dal Comune di Milano che a sua volta farà saltare qualche testa della ditta cui ha ceduto l’appalto, e probabilmente l’uomo che ha fissato per ultimo o che aveva l’incarico di fissare l’impalcatura per ultimo sarà il primo a saltare e il primo ad appellarsi al cattivo tempo, alla pioggia e alla nebbia.

 

5.

Ancora a Milano. Cominciano le indagini. Io osservo tutto da lontano, con il mio whisky in mano, tutto osservo. A Milano sono diventato praticamente un barbone. Quello che mi differenzia da un barbone è che ho qualche soldo e che mi vesto bene. Diciamo che ho lo spirito dell’appartato. Me ne sto in un angolo a tirare le mie conclusioni. Arrivata la polizia, arrivati i vigili e l’ambulanza sono cominciate le indagini. Viene incaricato l’ispettore Tuttoilmondo, distretto zona Centro. Si viene a sapere che lo spagnolo di nome Rodrigo Hernandez è un noto uomo d’affari. Di Barcellona. Sposato con due figli, amante del vino rosso e dei videogames. Io lo vengo a sapere grazie a un amica che lavora nel distretto e mi riserva le notizie riservate, anche perché conscia che non le rivelerei a nessuno al mondo, me le tengo per me, per soddisfare la mia curiosità. C’è il sospetto, per un lungo periodo di tempo, c’è il sospetto di omicidio. Un uomo d’affari, a Milano, città che appare pulita e tranquilla ma che invece è molto pericolosa. Ma l’esecutore del misfatto, l’uomo cioè che, è accertato, ha fissato i chiodi che tenevano l’impalcatura al cartellone pubblicitario, quell’uomo è difficilmente sospettabile. Mimmo Calogero, napoletano, sei figli, tre a Milano tre a Napoli, due mogli, una a Milano e una a Napoli. Parla a fatica l’italiano, risulta incensurato, sta cercando di pagarsi un mutuo, può però essere stato pagato da qualcuno, ci può essere un mandante. Senza ulteriori prove Mimmo viene scarcerato. Poi io smetto di interessarmi al caso, dico alla mia amica “Se sai qualcos’altro, fammelo sapere”, la mia amica dice “Ok, Matteo, non ti preoccupare, sarà fatto”. Non la invito fuori a cena ma mi riservo di invitarla fuori un giorno.

 

6.

Intanto il lungomare di Bahia assomiglia sempre meno al lungomare di Milano. Il lungomare di Milano può essere identificato col Naviglio. La zona migliore di Milano se non fosse pei locali dai costi proibitivi. Mai conosciuta neanche per caso una donna sul lungomare di Milano. Conosciute con una facilità impressionante più di trecento donne tra brasiliane e turiste sul lungomare di Bahia.

Mi incontro sul lungomare di Milano con quella mia amica che lavora per il distretto di polizia milanese, zona Centro.

“Ti ho chiamato perché sapevo che ti avrebbe interessato il proseguo di quella storia. Tu hai tanti difetti ma sei un cacciatore di storie, e questo è un pregio”

“Grazie Mariella” replico con un po’ di soddisfazione.

“L’ispettore Tuttoilmondo” mi dice accavallando le gambe e facendomi pensare che in fondo anche le italiane non sono poi tanto male, soprattutto se all’aria da verginelle sostituiscono quella da gatte lascive, “ha scoperto che Mimmo Calogero, circa sedici anni fa, dimorava in Spagna. E questo ha cambiato il corso delle indagini, perché il Calogero non solo dimorava in Spagna, ma lavorava anche per un rivenditore di vini. E indovina chi è il rivenditore di vini?”

“L’Hernandez?”

“No. Suo padre. Il padre dell’Hernandez. Non si è trovato un movente, però la cosa sembra molto strana. Due le possibili conseguenze: o si tratta di una terribile e incredibile fatalità, per cui il Calogero senza nulla sapere finisce il turno di lavoro fissando male le ultime viti che avrebbero potuto salvare la vita all’Hernandez. O il Calogero, sapendo che l’Hernandez di lì sarebbe passato, appositamente compie male il suo dovere, si apposta dietro l’impalcatura e la fa crollare sull’Hernandez. Che ne dici?”

“Dico che mi è venuta voglia di fare all’amore con te o se preferisci anche semplicemente di scoparti”

“A te Matteo il Brasile ti ha fatto male al cervello”.

E con questa risposta da perfetta italiana e da perfetta milanese, ecco che la mia amica mi ricorda una volta per tutte che sono tornato nel belpaese, ma attenzione, non è detto che questo rifiuto sia categorico. Potrebbe esserlo come non esserlo. Comunque è come se Mariella mi abbia dato il “Bentornato in patria”.

 

 

 

7.                                                                                                                     

Dieci giorni dopo mi aggiro nuovamente, imbottito di whiskey, per le vie del centro. Con in mente la bella brasiliana che non si è sposata con me. Incontro Mariella quasi per caso davanti alla Virgin. Le metto la lingua in bocca. Lei ci sta. L’accompagno a casa sua, quasi io fossi il sobrio e lei l’ubriaca. A casa sua, facciamo assieme una doccia bollente, le bacio intanto ogni singola parte del suo magro corpo, magro come quello di una modella su di una passerella. La porto sul letto, la stendo nel letto, mi stendo nel letto accanto a lei, mi accingo finalmente a penetrarla  e ad avere un rapporto sessuale con lei ma sul più bello Mariella si gira dall’altra parte. Che cosa avrà? Mi chiedo. Non riesco a rispondermi, allora glielo chiedo.

“Non me la sento. Ancora penso al mio ex, che ora vive a Budapest con una zingara. Mi sento ancora legata a lui”: Al che io mi alzo dal letto, torno sotto la doccia, ho finalmente la sensazione di aver smaltito la sbronza, torno in camera, Mariella mi chiede Dove vai?, non le rispondo. Infilo la porta e in un batter d’occhio mi ritrovo in zona Porta Romana, senza macchina, né soldi per il biglietto del tram o della metropolitana. E non ho voglia né forza di chiedere i soldi ai passanti incravattati. Cosa fare quindi?

Ingurgito una forte sorsata di whiskey che mi fa perdere quella sensazione di sobrietà e lucidità che ormai non riesco più a reggere, chiudo gli occhi e per un attimo ancora in una remota zona del mio cervello si fa viva sana e vegeta l’immagine del lungomare dell’immenso lungomare di Bahia, e dei pescatori che con una fiocina a pochi metri dalla riva pescavano un pesce lungo un metro e lo vendevano ai turisti, che tutto mangiavano senza capirci più di tanto. Poi apro gli occhi e sono in zona porta Romana, senza un euro. Mariella forse ancora nel letto, affanculo Mariella. Prendo la metrò senza biglietto, raccattando un biglietto usato per terra, piglio poi il pullman senza biglietto. Arrivo finalmente a casa completamente mollo, perché nel frattempo si è anche messo a piovere.

 

8.

Qualche giorno dopo mi arriva un’offerta di lavoro. Possibile supplenza in un collegio cattolico. Sorelle di Maria l’addolarata o Sorelle addolorate di Maria. Hanno un disperato bisogno di un laureato in lettere e io la laurea ce l’ho. Subito consiglio di classe. Parla Madre Annamaria, la preside. Parla poi la sua vice, che la chiama Madre. “Quest’anno tutti concentrati sullo scambio reciproco. Ci sono alcuni studenti che vengono isolati. Non deve accadere più”. Tutti d’accordo.

Alcune professoresse sono suore, alcune molto carine ma con scritto in faccia “ Se mi vuoi devi sposarmi”. Sarà vero o è soltanto un’impressione mia malata?

“Se Matteo accetta abbiamo risolto il problema del corpo insegnanti”. Mi dicono che devo sostituire Suor Marta che sta male. “Ma per quanto starà male suor Marta? “Un mese, un mese e mezzo al massimo”. Accetto l’incarico. Devo cominciare l’indomani.

La notizia si diffonde tra la parte benestante della mia famiglia. “Matteo ha trovato un mese di supplenza. Ce la può fare. Ce la può fare a mantenere un lavoro, a fare un lavoro normale”. Ma sono solo otto ore settimanali. E per raggiungere la scuola devo fare trenta chilometri al giorno. E non ho i soldi per pagarmi un affitto più vicino. Mi danno spesso la prima e la quinta ora. Ma io accetto, anche se prima delle lezioni si deve recitare il padre nostro. Anche se non credo in Dio, almeno non qui in Italia. Accetto perché devo accettare. E il primo giorno di lezione parlo di Dante Alighieri. E dico che Dante in Dio credeva ma che con la sua opera si è esaurito il medioevo e che nella sua opera Dio è talmente il centro di tutto che poi non la sarà più. Probabilmente dico una stronzata. Il secondo giorno non vado al lavoro perché mi sveglio troppo ubriaco. Il terzo giorno mi licenzio.

La notizia si diffonde nella parte benestante della mia famiglia. E si dice che Matteo non ce la farà mai a mantenere un lavoro qualsiasi. Si dice che non è capace. E che è anche alcolizzato. Io mi sento tranquillo e mi trovo lavoro grazie alla mia amica Mariella in uno squallido call center che mi impegna meno il cervello che è troppo impegnato a immaginare come sarebbe la mia vita sul lungomare di Bahia, tra i pescatori e i chioschi di italiani che hanno avuto le palle di lasciare questo lungomare di Milano che incute tristezze nebbiose. Mariella intanto non me la scopo perché non ci sta, perché non vuole, perché probabilmente non le piaccio. E Marcia mia sul lungomare di Bahia starà flirtando con qualcuno?

 

9.

Mimmo Calogero è scagionato. Hernandez è ufficialmente morto per colpa del destino. Mariella tutto mi ha riferito e mi ha detto Perché non scrivi un racconto su di me che la mia vita è così disordinata che starebbe bene tra le pagine di un libro? Io il racconto non glielo scrivo. E dopo otto ore nel call center mi sto accingendo a togliermi le calze che sanno di mattonella incatramata e a stendermi nel letto. Un altro giorno è andato e con il whiskey prometto starò più attento. Reciterò da solo le mie preghiere e prima o poi anche questa notte mi addormenterò. Marcia mia, pace all’anima tua e all’animaccia mia. Che Dio perdoni i nostri peccati e, che esista o che non esista, mi faccia tornare al più presto da te. Amen.

 

10.

Ma può forse finire così un racconto?

Per chiudere in bellezza potrei raccontare un aneddoto. Il lungomare di Bahia…squilla il telefono….”Sì pronto. Mariella, sì, tutto bene, stavo scrivendo il racconto su di te. Sì, sei la protagonista assoluta, la principessa, la migliore essenza, sei il personaggio attorno al quale ruota tutta una storia un poco erotica e un poco poliziesca. Sì, è un racconto di costume, è uno splendido racconto di costume, i personaggi sono tutti in maschera, sì, diventerà un bestseller, e sarà accompagnato ai fantastici scrittori noir nostrani che tanto hanno da dire…Che dici? Mi sto dando delle arie…. Ma non sei contenta di essere la protagonista?.. Sei contenta ma dici che preferiresti  che io fossi una persona diversa…E come mi vorresti? Vorresti che io fossi un impiegato di banca? No. Un maestro di sci dal fisico perfetto? Va bene, Mariella, ma se io fossi un maestro di sci dal fisico perfetto mi sposeresti? No? Perché no? Perché anche in quel caso ci sarebbe qualcosa che non funzionerebbe…va bene Mariella, buonanotte Mariella.. ci vediamo domani…sì, domani prendo lezioni di sci, sul Monte Stella a Milano, sì alle otto del mattino, prima del call center vado a prenotare le lezioni di sci….buona notte…stammi bene….”

Allora cosa stavo scrivendo? Sul lungomare di Bahia, camminava Marcia mia e io sto qui a Milano…Signore, se ci sei abbi pietà di noi… squilla il cellulare…ancora Mariella…”Perchè non scrivo del caso dell’Hernandez? Già fatto Mariella…Si. Sei davvero tu la protagonista, sei la migliore, la più bella in assoluto. Domani fuori a cena? Va bene Mariella, domani ti porto fuori a cena….Offri tu?… Hai ragione, non sono un cavaliere, allora ognuno paga per sé.”

Domani esco con Mariella. Prima otto ore nel call center. E se voglio impazzire sul serio mi presento anche al Monte Stella a chiedere se mi danno lezioni di sci. Ci sto provando, ci sto provando, ci sto provando.

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