estremamente

ANTONIO VENEZIANI (1952)
è considerato tra i più rapresentativi autori della scuola "romana" che va da Pier Paolo Pasolini a Dario Bellezza, da Amelia Rosselli a Renzo Paris. Tra le sue opere, Torbida innocenza (Barbablù), Fototessere del delirio urbano (Il Segna.le), Sudore e asfalto (Stampa Alternativa). Per Castelvecchi ha pubblicato, insieme a Riccardo Reim, il libro I Mignotti. Nel ‘98 ha pubblicato con l’editore Catelvecchi Brown Sugar.
1
Inserite le albe;
frantumate le congiunzioni;
dilaniati i verbi futuri;
la mia giornata è :
una somma di agonie.
Schiacciato, sulla strada,
trascoloro verso inarrestabili,
declini. Randagio pedino
plausibili silenzi. Il mio fiato finisce
dove inizia la tua ombra.
(7 gennaio 1998)
2
L’ultima violenza,
grande violazione
al nostro codice privato,
è quel bugiardo
e viscido: "A presto".
E’ solo un frammento
del discorso.
Un risvolto di pietra
piega, appena,
il riflesso della soglia.
D’ora in avanti
non riuscirò più
a pormi sulle ginocchia
della meraviglia
tu conosci il motivo.
(17 gennaio 1998)
3
Sulle curve del mondo
transitano radenti compiutezze.
Scrivo questo diario
perché s’attenui l’indulgenza.
Le parole sono odori specifici
da conservare e da nascondere,
nelle tasche dell’anima.
Oltre il muro di cartapesta
c’è sempre un angelo,
scostante e riottoso,
ma non arrossisce più
fino alle labbra.
(3 febbraio 1998)
4
Se eliminassi
anche il sudore,
dalle mie giornate
senza compagnia,
ma prive di malumore,
avrei aperto un varco
all’ultimo approdo.
Ma tu torni ad incurvare
l’ombra del sangue.
(23 febbraio 1998)
5
Regina ubriaca
di questa solitudine,
senza appello,
smentisco qualsiasi ironia.
Quando morirò
queste piccole carte
conservale,
tanto,
non potrebbero alimentare alcun fuoco.
(25 febbraio 1998)
un'altra senza abituarsi

l'esordio di un poeta
(livio grasso è uno dei più grandi talentuosi musicisti italiani. ventisei anni, della provincia di taranto suona chitarra classica da un tempo imprecisato. mi ha inviato alcuni testi poetici che mi hanno colpito. ve ne propongo uno, sicuro che sentiremo ancora la sua voce. r.a.)

livio grasso
VISTOSA
Correvo nell’imbuto del respiro pieno
smuovendo polveri di parole e tosse
quando la musica si riversò radiosa nel boato
rosso dei papaveri distesi
improvviso come la galassia di perle
che trabocca l’incanto notturno
oltre l’orlo dei tuoi occhi
d’acqua.
Mi ubriaca l’argento opalescente
delle bellezze effimere
vibranti e violente come volti sconvolti
nell’uragano.
Così la tua assenza si incastonò
irridente
nel vieto volo d’Icaro
nelle mie ali tronfie e trafitte
dalle lune diafane dei seni
infisse nella memoria sorda.
Lancia d’alabastro
tu sei vistosa, assioma
vestito della porpora distratta
di Salomone.
Ma rivedrò più belle la mie ali sfavillare
di papaveri pensosi e bianchi, lucenti
gigli di campo.
carlotto
Intervista all'autore di Niente, più niente al mondo, il 5 agosto ad Ostuni
Carlotto, tra drammi familiari e degenerazioni televisive

di Rossano Astremo
"Un'emozione chiamata libro", rassegna interamente dedicata alla letteratura, organizzata ad Ostuni dalla giornalista Anna Maria Mori, ospita il 5 agosto Massimo Carlotto, uno dei principali scrittori italiani di romanzi noir , autore del recente Niente, più niente al mondo, edito dalla casa editrice e/o. Il nome di Carlotto è legato non solo alla sua esperienza di scrittore, ma anche ad uno dei più controversi casi legali della storia italiana. Il 20 ottobre 1976 Carlotto, a quel tempo membro di un movimento della sinistra extraparlamentare, trovò il corpo di Margherita Magella, brutalmente accoltellata. Invece di andare direttamente alla polizia, tentò di salvarla, macchiandosi gli abiti di sangue. La giustizia italiana non credette alla sua versione dei fatti, fu incarcerato e processato. Poco prima della fine del processo di appello, il suo avvocato gli consigliò di fuggire. Iniziò così una lunga latitanza, che lo portò prima a Parigi e poi in Messico. La rete di solidarietà fu bruscamente rotta da un avvocato messicano che lo tradì. Carlotto fu arrestato e torturato in Messico prima di essere rimpatriato, malgrado il fatto che il mandato di cattura internazionale non fosse mai stato emesso. Dopo ulteriori processi, errori, cambiamenti nella legislazione italiana, fu condannato. Nell'aprile 1993 il Presidente della Repubblica gli concesse la Grazia. Finalmente libero, Carlotto iniziò a scrivere. Il suo primo libro, Il fuggiasco, è un'autobiografia, storia lucida e dura della latitanza e della fine della sua vicenda giudiziaria. Iniziò poi la serie dell'Alligatore, un ex cantante di blues, ex galeotto, ora una sorta di investigatore privato che, come il suo autore, ha sete di verità e giustizia. Questi romanzi hanno avuto un buon successo in Italia e sono stati recentemente tradotti in francese ed in tedesco. Abbiamo intervistato Massimo Carlotto, a pochi giorni della sua presenza ad Ostuni.
Carlotto, nel suo ultimo libro, Niente, più niente al mondo, lei abbandona il genere noir che l'ha reso tanto famoso, per affrontare la storia di una famiglia italiana toccata da drammatici eventi...
"Sì, Niente, più niente al mondo trae ispirazione da una storia realmente accaduta a Torino. È la voce di una madre a parlare. Una donna disperata cotretta dopo il licenziamento del marito dalla fabbrica a mutarsi in colf. La figlia, poi, diviene la possibilità di riscatto. Il riscatto significa che la figlia deve avere successo, deve portare fama e proprietà . A dominare lo spazio del monologo è la TV, l'assoluta divinità che tutto decreta e tutto riesce ad ordinare".
Dalle sue pagine, infatti, emerge un chiaro atto di accusa nei confronti della televisone italiana di oggi. A suo parere non ci sono attualmente le condizioni per un cambio di rotta della nostra TV?
"Guardi, a mio parere, la televisone di oggi non è affatto educativa. La logica del buttarsi a capofitto nel mondo dello spettacolo per ottenere successo facile, senza possedere alcun tipo di qualità , mi sembra possa considerarsi una situazione non certamente positiva. D'altro canto l'esistenza di programmi quali i reality e tutte le degenerazioni che ad esso sono connesse è dovuta alla necessità di proporre facilmente un sacco di prodotti tramite la pubblicità .
Nessuna possibilità per un ritorno della TV di qualità ?
Credo molto in una TV di qualità che non sia noiosa. Necessario sarebbe imporre agli sponsor prodotti diversi. Perché, mi sembra scontato, che è impossibile togliere pubblicità alla televisione.
Al di là di questa sua parentesi, lei rimane uno scrittore di genere. Oltre ai noir, anche i romanzi gialli, legal thriller e fantastici stanno spopolando in Italia. Ci sono delle ragioni legate a logiche di marketing editoriale o il romanzo di genere è oggi il miglior strumento narrativo che gli scrittori hanno a disposizione?
"Io penso che il successo del noir sia legato alla sua capacità di raccontare la realtà italiana, con tutte le sue piaghe ataviche, i suoi misteri irrisolti, i suoi drammi sconcertanti. I lettori sono profondamente attratti da questi filoni, perché da un lato sono storie accattivanti e piene di suspanse, dall'altro sono strumenti d'indagine che aiutano a comprendere la realtà che viviamo. D'altro canto, non possiamo negare che ci siano anche ragioni legate al marketing editoriale. Il noir vende, pubblichiamo noir. Con la conseguente diminuizione della resa qualitativa dei testi che non fa bene alla letteratura".
La sua prossima fatica letteraria?
"Il mio prossimo libro uscirà il 6 settembre. Il titolo è Nord Est, pubblicato sempre da e/o, e l'ho scritto assieme allosceneggiatore Marco Videtta. Un romanzo sulla crisi economica che ha investito il Nord Est".
edward bunker is dead
(notizia letta stamane. è morto edward bunker. per ricordarlo un estratto tratto da educazione di una canaglia_r.a.)

Recluso nel penitenziario di Folsom
di Edward Bunker
A trenta chilometri a est di Sacramento, nel ventre della regione della Corsa all'oro, Folsom copre un'area di centottanta ettari anche se il settore circoscritto dalla cinta muraria è più piccolo. Ci sono soltanto tre muri. Il quarto muro è in fondo a un cortile creato spianando una collina, e in realtà è una gola in cui gorgoglia e spumeggia l'American River. Un detenuto imbecille una volta si trasformò in un sottomarino umano, con tanto di tubo respiratorio e tasche zavorrate, ma sopravvalutò la sua spinta di galleggiamento, e finì sul fondo annegando. Le possibilità di raggiungere il fiume sono minime, perché il cortile inferiore è recintato da due barriere di rete metallica sormontate da filo spinato, ed è dominato da torrette di osservazione munite di mitragliatrice. Un prigioniero sottoposto a misure di massima sicurezza non è autorizzato ad avvicinarsi al cortile inferiore. Se si spinge fin lì, l'aspettano un'altra torretta di osservazione e un'altra recinzione di rete metallica sormontata da filo spinato.
La campagna circostante fu completamente spogliata all'epoca della frenetica Corsa all'oro, un disastro ecologico ante litteram dal quale non si è mai completamente ripresa. L'unica vista che si gode dal penitenziario è il territorio che si apre di là dal fiume: colline basse cosparse di arbusti bruciati dal sole che offrono la loro piccola eruzione di verde per due settimane in primavera, prima di riprendere il loro aspetto abituale, un paesaggio triste e spoglio. Nel 1864, quando il posto fu proposto per la costruzione di una prigione, un medico provò a esprimere qualche riserva: il sito non era molto salubre. Quel parere convinse gli organi legislativi a deliberare la costruzione dell'istituto di pena. Nel 1880, un numero sufficiente di edifici era stato ormai ultimato, e il penitenziario era pronto a ricevere i primi ospiti. I detenuti furono messi a lavorare, e spettò a loro tagliare il granito che ancora oggi caratterizza l'architettura incoerente del penitenziario, talmente strana che si vedono enormi blocchi di granito fondersi senza giunture con la colata di cemento nello stesso muro. Strana simbiosi.
La storia di Folsom è brutale e imbrattata di sangue. Camicie di forza, pane e acqua e sospensione per i pollici erano punizioni normali, che si sono protratte fin nel ventesimo secolo inoltrato. Le impiccagioni erano frequenti. Novantuno uomini furono giustiziati sulla forca di Folsom prima che la California passasse alla camera a gas, usata per la prima volta a San Quentin.
Folsom ha conosciuto evasioni finite nel sangue: la più importante, avvenuta nel 1903, fu capeggiata da "Red Shirt" Gordon, la Camicia Rossa, così chiamato perché quel colore rendeva gli irriducibili facilmente individuabili dalle guardie appostate sulle torrette di osservazione. Alla testa di una dozzina di prigionieri, irruppe nell'Ufficio del Capitano, accoltellando a morte una guardia che tentava di fermarli. Il gruppo di Gordon prese parecchie persone in ostaggio, tra le quali il direttore e suo nipote, il capitano e due secondini. Uscendo dal penitenziario, si fermarono nell'armeria e prelevarono un arsenale intero. Raggiunta l'aperta campagna, alcuni evasi si staccarono dal resto della banda e si fecero catturare. Una squadra di volontari, che si era formata tempestivamente e contava nelle sue file anche alcuni membri della milizia, riacciuffò il grosso dei fuggitivi, che si rifiutarono di arrendersi. Due soldati della guardia nazionale restarono uccisi, e molti cittadini furono feriti. I fuggitivi lasciarono un morto per terra. Gli altri riuscirono a scappare. Sei di loro non vennero mai catturati. Di quelli che furono ripresi, due furono impiccati, e gli altri rilasciati, dopo aver scontato la pena, per poi diventare cittadini esemplari.
Il giorno più sanguinoso nella storia di Folsom fu il Giorno del Ringraziamento del 1927. Armati di un revolver e di coltelli, sei detenuti progettarono di impadronirsi di un settore interno contiguo all'edificio dell' amministrazione e di sequestrare il direttore. Fecero irruzione nella prima zona, ma non riuscirono a trovare una chiave che era d'importanza cruciale per il buon esito del loro piano. Frustrati, tornarono sui loro passi e cercarono di passare per un altro cancello, che non dava all'esterno del penitenziario, ma si apriva su un settore meno sorvegliato. Un agente di custodia li vide sopraggiungere e in fretta e furia chiuse il cancello. Si beccò una pallottola nella gamba. Un secondo proiettile lo mancò, ma uccise un detenuto addetto al cancello. Gli evasi, ormai pazzi furiosi, erano intrappolati nella prigione interna. Si precipitarono nella sala di ricreazione, dove un migliaio di detenuti stava guardando un film, l'ultimo offerto in visione prima di Mr Smith va a Washington, una dozzina di anni più tardi. Massacrarono una guardia che stava sulla porta, presero nuovi ostaggi e cercarono di confondersi tra la massa dei presenti. I soldati della milizia, armati di mitraglie, giunsero da Sacramento. Seguì un assedio durato trentasei ore. Dieci prigionieri restarono uccisi e una mezza dozzina feriti prima che i desperados si arrendessero. Furono processati in tempi brevi e impiccati.
La loro esecuzione non funzionò da deterrente. Dieci anni dopo, un altro gruppo tentò di usare il direttore come biglietto di viaggio verso la libertà. Era una domenica, e il direttore Larkin conduceva gli interrogatori nell'Ufficio del Capitano. Una lunga fila di detenuti attendeva all'esterno, dietro una barriera di filo di ferro, sotto quella che oggi è la Torretta di Guardia N° 16. Sette degli uomini in attesa erano armati di coltelli, e non avevano in mente soltanto un colloquio con il direttore. Uno di loro era già evaso dal penitenziario del Kansas. Un altro scontava una pena per aver introdotto a San Quentin un certo numero di pistole, che erano state usate per sequestrare la commissione della condizionale al completo.
Non appena il cancello si aprì per lasciar uscire altri prigionieri, i sette lo varcarono usando la forza. La loro audacia impedì alle guardie sulle torrette di osservazione di vedere ciò che accadeva sotto i loro occhi. I detenuti fecero presto a ridurre all'impotenza il direttore Larkin e il capitano Ryan detto il Porco, nomignolo inevitabile, tanto se l'era meritato. Un paio di detenuti volevano accoltellare Ryan, ma il capo li dissuase. Un nodo scorsoio di filo di ferro fu passato intorno al collo del direttore. Due guardie, armate delle loro "mazze" con la punta di piombo, si lanciarono nel tentativo di liberare i due uomini. Furono accoltellate e respinte. Una morì.
A ranghi serrati, tenendo il direttore e il capitano al centro del gruppo, i prigionieri uscirono. Il direttore ordinò alla guardia sulla torretta di osservazione più vicina di lanciargli un fucile. Le guardie si tenevano a distanza, incapaci di muoversi. Una guardia appostata su un'altra torretta giocò il tutto per tutto e premette il grilletto. Fece fuori due detenuti con due colpi. Le guardie sulle altre torrette presero a sparare, mentre i restanti prigionieri, presi dal panico, incominciarono a pugnalare gli ostaggi da ogni parte, finché altre guardie si precipitarono e li sopraffecero a colpi di mazza. Il direttore Larkin morì in seguito alle ferite. I detenuti sopravvissuti ai colpi di fucile fecero la serata d'apertura della camera a gas. Bill Ryan sopravvisse, ed era ancora il vicedirettore di Folsom al momento del mio ingresso nel penitenziario.
Questo olocausto indusse gli organi legislativi a votare una legge che impediva ai detenuti di tentare la fuga contando sul sequestro di persone prese in ostaggio. La legge impediva agli agenti di custodia di obbedire agli ordini di chicchessia, a cominciare dal direttore. Nel 1961, una compagnia corale giunse a Folsom per offrire una rappresentazione nella cappella del penitenziario. Tra i coristi c'erano parecchie giovani donne. Furono prese in ostaggio da tre detenuti, che io conoscevo molto bene. Un detenuto si era intromesso ed era stato accoltellato a morte (fu insignito di un perdono postumo). Ma i cancelli di Folsom rimasero chiusi, e a nessuno venne in mente di aprirli. Tutti i detenuti conoscono la legge e sanno che sarà applicata. È una delle prime cose che viene loro insegnata quando mettono piede nel penitenziario.
Fonte: tratto dal libro di Edward Bunker "Educazione di una canaglia" (Education of a Felon) pubblicato in italiano da Einaudi (2002).
appuntamento
Belli freschi!!!

sabato 30 luglio 2005
dalle ore 20.30 fino all'ora tarda
presso la LIBRERIA IN PIAZZA DEL POPOLO a OTRANTO
leggeranno:
Luciano Pagano, Stefano Donno, Rossano Astremo,
Elisabetta Liguori,
Vito Antonio Conte, Pietro Berra,Tiziano Serra,
Giovanni Santese, Gioia Perrone,
racconto
matteo gennari
la strana preghiera

1.
A Bahia, sul lungomare di Bahia, passeggiava Marcia mia, in compagnia di suo marito. Erano lì per il loro viaggio di nozze. Lei aveva appositamente detto al marito “Andiamo a Bahia che ci è andato anche Matteo. Matteo sì, il mio amante italiano, non te lo ricordi? Te ne ho già parlato. A lui Bahia, il lungomare di Bahia piaceva tanto e lui aveva un animo così sensibile e così poetico, possiamo fidarci delle sue sensazioni ”.
Ed in effetti io amai profondamente il lungomare di Bahia. Perché era lungo, lunghissimo. Sterminato, non terminava mai. Perché era selvaggio. Perché su quel lungomare avevo pianto le lacrime più amare per Marcia mia e non lo sapeva nessuno. Non partecipai a quel viaggio di nozze, ma lo immaginai troppe volte e mi fece male tutte le volte, tutte le volte, una per una. Potevo immaginare un discorso, un concetto espresso dall’uno o dall’altro e sentivo dolore. Quante lacrime piansi, solo perché immaginavo. Poi finii di immaginare, rimasi con la certezza che il peggio che potevo immaginare non raggiungeva il peggio che poteva succedere e il peggio che poteva succedere non era che Marcia mia e il maritino scopassero, copulassero, facessero all’amore. Il peggio era che lei gli dicesse sei tu il mio uomo, mentre ero convinto di essere io il suo uomo e di averglielo dimostrato a sufficienza ma la sufficienza in amore non esiste, non esistono voti, esiste solo l’incoerenza che se la sfrutti ti salva, se ci combatti contro ti uccide.
Quel lungomare però mi piacque veramente. E ora lo ricordo come una delle meraviglie che ho veduto nella mia breve esistenza. Le increspature dell’acqua. Le rocce appena affioranti. Il sale che ti accappona la pelle e la vorrebbe solo accarezzare, ma in Brasile non esistono mezze misure.
Su quel lungomare tornerò un giorno, lo giuro, e se non sarò in grado di reggere l’infedeltà, e da buon italiano mai sarò in grado, potrei essere capace di sopravvalutare la bellezza e di farmi incantare dal paesaggio come un giorno mi feci incantare dai seni rinsecchiti e dal culo gonfio di Marcia mia. L’essere che ora più rimpiango di non avere qui al mio fianco a condividere la precarietà economica e sociale eccetera eccetera, che sto vivendo. Detto questo ci sarebbe da raccontare una storia. Non so se sono in grado ma posso provare. L’importante è abbandonare tutto e abbandonarsi al turbinio del vento e delle onde che sul lungomare mi attanagliavano piacevolmente e che, da dove sto scrivendo, ad anni luce di distanza, piacevolmente mi lusingano il ricordo. Anche se ora sono lontano. E una persona seria al posto mio si preoccuperebbe di sistemare la propria vita. Io invece mi accontento del caos. Perché nel caos in fondo, stretto fra i denti dico tutto questo, ma le cose in un modo o nell’altro vanno dette, nel caos in fondo mi trovo bene.
2.
A Bahia può succedere di tutto. Può succedere che incontri la prostituta più bella della tua vita e dopo poco la vorresti sposare. Può succedere che incontri una semplice prostituta a cui non sai dire di no e tiri fuori i cinquanta reais più quindici di motel, e vai a farci l’amore. Può succedere che vedi qualcuno che fa la capoeira e ti sembra una cosa straordinaria perché in Europa non hai mai sentito parlare di capoeira e allora ti iscrivi alla scuola bahiana e poi torni a Milano, in Italia, e sei uno che la capoeira un po’ l’ha imparata e non smetterà più di ballarla, danzarla, praticarla. Oppure può succedere che ti derubano di tutto perché sei transitato dietro il Forte, e tutti ti avevano detto che lì era pericoloso ma tu ci sei transitato lo stesso e in quel caso quasi te lo sei meritato, ma la coltellata in faccia l’avresti evitata veramente, sì, l’avresti evitata. A me successe solo di immaginare cose che era meglio non immaginare. Che rimanga in mente, impresso, questo: che il lungomare di Bahia è sterminato. E mille racconti volgono al termine o stanno principiando su quel lungomare. E nessuno può immaginare quanti siano. Forse solo Dio se esistesse potrebbe. E attraversando quel lungomare, con infinita pazienza e forza nelle gambe, ti viene quasi in mente che Dio potrebbe esistere e che la vita, anche se sei cornuto, anche se ti senti un po’ un fallito, e che la vita in fondo è bella come il mare che si frange sugli scogli e i pescatori escono con la fiocina e fuoriescono dalle onde con il pesce pronto per essere tagliato e dato in pasto ai turisti che mangiano tutto e non capiscono un cazzo. E su quel lungomare, tra le infinite possibilità, ce ne deve essere una più concreta.
3.
Ballavamo come pazzi. Io, Fabio, mio compagno di viaggio, Tainara, sua innamorata, Mirco, puttaniere foggiano, Simone, altro puttaniere foggiano. Travolti dal Pagogi che a me non faceva impazzire. Forse è questo l’evento più concreto ma credo di no.
4.
Cambiamo scenario. In fondo in quei luoghi è da un po’ che non ci sono e nonostante la mia memoria ritorni tutto il giorno tutti i giorni, anche se non proprio tutto il giorno, diciamo tre quattro ore al giorno, nonostante la mia memoria ritorni proviamo a inventare qui, nella piovosa Milano, nella città nebbiosa e triste, come scriveva Verga.
Milano centro, allora. Cinque del pomeriggio di un 12, 13 ottobre. Così buio che pare praticamente notte. Un arabo di non si può determinare quale paese corre sulla piazza del Duomo urlando parole tipo- Attenti che sta crollando, attenti che sta crollando! -. In pochi lo capiscono, quelli che lo capiscono si voltano verso il Duomo senza pensare all’impossibilità del crollo del Duomo. Ed in effetti non è il Duomo che sta crollando, ma un’impalcatura posta sul lato opposto della piazza, un’impalcatura che ricopriva un’insegna pubblicitaria e che probabilmente serviva per un restauro, l’impalcatura cade. Tonfo sordo. Un turista spagnolo che stava difendendosi dall’acqua e dal buio viene colpito in pieno volto e muore stramazzando al suolo. Uno spettacolo orribile quello del suo cranio in mille pezzi. Sul selciato. E la pioggia lava in fretta via il sangue, i passanti che più che altro sono impiegati degli uffici circostanti, i passanti si avvicinano curiosi. Come avrebbero fatto i passanti di tutto il mondo. Crocicchio attorno al corpo. Si tratta di uno spagnolo, ma potrebbe essere anche un italiano. Sui cinquanta. Sportivamente vestito, una spilla del Real Madrid sulla giacca jeans, una macchina fotografica distrutta come il cranio suo ormai in terra. Nessuno degli astanti ha il coraggio di pensare che in fondo la vita è bella lo stesso. C’è troppo buio troppa pioggia per pensare che sono cose che capitano. Che è normale che qualcuno muoia e che qualcuno viva e che la sfortuna o il destino abbiano colpito questo povero turista, ma che un giorno la stessa sfortuna lo stesso destino potranno colpire ognuno di noi. Nessuno può nemmeno immaginare pensieri di questi tipo. Tutti pensiamo alla disgrazia che ha colpito il poveretto che è stato ucciso dal caso. Tutti pensiamo anche che se i familiari del poveretto citeranno in tribunale il Comune di Milano ecco che sì, riceveranno un sacco di soldi.
Intanto piove e fa freddo. Arriva l’ambulanza, arrivano i vigili, arriva anche una macchina della polizia. Io mi allontano, con me la mia sigaretta, il pacchetto di cartine, la bottiglietta di whisky che mi porto sempre dietro per combattere la solitudine e il freddo. Per un attimo per più attimi penso al poveretto e non penso al lungomare di Bahia, alla bella Marcia che si è sposata, all’energia dei brasiliani delle brasiliane, non penso alla samba, al fatto che vorrei provare a viverci dieci anni in quei luoghi prima di esprimere un giudizio, al fatto che lì mi sentivo meno solo, per un attimo dimentico tutto questo. E penso al poveraccio con la spilla del Real Madrid sulla giacca jeans, che è stato travolto da un’impalcatura. E la sua vita è terminata con la frattura del cranio, sul selciato del Duomo di Milano. E chissà chi era e chissà dove andava. E come tutti penso anche che i suoi parenti riceveranno molto denaro dal Comune di Milano che a sua volta farà saltare qualche testa della ditta cui ha ceduto l’appalto, e probabilmente l’uomo che ha fissato per ultimo o che aveva l’incarico di fissare l’impalcatura per ultimo sarà il primo a saltare e il primo ad appellarsi al cattivo tempo, alla pioggia e alla nebbia.
5.
Ancora a Milano. Cominciano le indagini. Io osservo tutto da lontano, con il mio whisky in mano, tutto osservo. A Milano sono diventato praticamente un barbone. Quello che mi differenzia da un barbone è che ho qualche soldo e che mi vesto bene. Diciamo che ho lo spirito dell’appartato. Me ne sto in un angolo a tirare le mie conclusioni. Arrivata la polizia, arrivati i vigili e l’ambulanza sono cominciate le indagini. Viene incaricato l’ispettore Tuttoilmondo, distretto zona Centro. Si viene a sapere che lo spagnolo di nome Rodrigo Hernandez è un noto uomo d’affari. Di Barcellona. Sposato con due figli, amante del vino rosso e dei videogames. Io lo vengo a sapere grazie a un amica che lavora nel distretto e mi riserva le notizie riservate, anche perché conscia che non le rivelerei a nessuno al mondo, me le tengo per me, per soddisfare la mia curiosità. C’è il sospetto, per un lungo periodo di tempo, c’è il sospetto di omicidio. Un uomo d’affari, a Milano, città che appare pulita e tranquilla ma che invece è molto pericolosa. Ma l’esecutore del misfatto, l’uomo cioè che, è accertato, ha fissato i chiodi che tenevano l’impalcatura al cartellone pubblicitario, quell’uomo è difficilmente sospettabile. Mimmo Calogero, napoletano, sei figli, tre a Milano tre a Napoli, due mogli, una a Milano e una a Napoli. Parla a fatica l’italiano, risulta incensurato, sta cercando di pagarsi un mutuo, può però essere stato pagato da qualcuno, ci può essere un mandante. Senza ulteriori prove Mimmo viene scarcerato. Poi io smetto di interessarmi al caso, dico alla mia amica “Se sai qualcos’altro, fammelo sapere”, la mia amica dice “Ok, Matteo, non ti preoccupare, sarà fatto”. Non la invito fuori a cena ma mi riservo di invitarla fuori un giorno.
6.
Intanto il lungomare di Bahia assomiglia sempre meno al lungomare di Milano. Il lungomare di Milano può essere identificato col Naviglio. La zona migliore di Milano se non fosse pei locali dai costi proibitivi. Mai conosciuta neanche per caso una donna sul lungomare di Milano. Conosciute con una facilità impressionante più di trecento donne tra brasiliane e turiste sul lungomare di Bahia.
Mi incontro sul lungomare di Milano con quella mia amica che lavora per il distretto di polizia milanese, zona Centro.
“Ti ho chiamato perché sapevo che ti avrebbe interessato il proseguo di quella storia. Tu hai tanti difetti ma sei un cacciatore di storie, e questo è un pregio”
“Grazie Mariella” replico con un po’ di soddisfazione.
“L’ispettore Tuttoilmondo” mi dice accavallando le gambe e facendomi pensare che in fondo anche le italiane non sono poi tanto male, soprattutto se all’aria da verginelle sostituiscono quella da gatte lascive, “ha scoperto che Mimmo Calogero, circa sedici anni fa, dimorava in Spagna. E questo ha cambiato il corso delle indagini, perché il Calogero non solo dimorava in Spagna, ma lavorava anche per un rivenditore di vini. E indovina chi è il rivenditore di vini?”
“L’Hernandez?”
“No. Suo padre. Il padre dell’Hernandez. Non si è trovato un movente, però la cosa sembra molto strana. Due le possibili conseguenze: o si tratta di una terribile e incredibile fatalità, per cui il Calogero senza nulla sapere finisce il turno di lavoro fissando male le ultime viti che avrebbero potuto salvare la vita all’Hernandez. O il Calogero, sapendo che l’Hernandez di lì sarebbe passato, appositamente compie male il suo dovere, si apposta dietro l’impalcatura e la fa crollare sull’Hernandez. Che ne dici?”
“Dico che mi è venuta voglia di fare all’amore con te o se preferisci anche semplicemente di scoparti”
“A te Matteo il Brasile ti ha fatto male al cervello”.
E con questa risposta da perfetta italiana e da perfetta milanese, ecco che la mia amica mi ricorda una volta per tutte che sono tornato nel belpaese, ma attenzione, non è detto che questo rifiuto sia categorico. Potrebbe esserlo come non esserlo. Comunque è come se Mariella mi abbia dato il “Bentornato in patria”.
7.
Dieci giorni dopo mi aggiro nuovamente, imbottito di whiskey, per le vie del centro. Con in mente la bella brasiliana che non si è sposata con me. Incontro Mariella quasi per caso davanti alla Virgin. Le metto la lingua in bocca. Lei ci sta. L’accompagno a casa sua, quasi io fossi il sobrio e lei l’ubriaca. A casa sua, facciamo assieme una doccia bollente, le bacio intanto ogni singola parte del suo magro corpo, magro come quello di una modella su di una passerella. La porto sul letto, la stendo nel letto, mi stendo nel letto accanto a lei, mi accingo finalmente a penetrarla e ad avere un rapporto sessuale con lei ma sul più bello Mariella si gira dall’altra parte. Che cosa avrà? Mi chiedo. Non riesco a rispondermi, allora glielo chiedo.
“Non me la sento. Ancora penso al mio ex, che ora vive a Budapest con una zingara. Mi sento ancora legata a lui”: Al che io mi alzo dal letto, torno sotto la doccia, ho finalmente la sensazione di aver smaltito la sbronza, torno in camera, Mariella mi chiede Dove vai?, non le rispondo. Infilo la porta e in un batter d’occhio mi ritrovo in zona Porta Romana, senza macchina, né soldi per il biglietto del tram o della metropolitana. E non ho voglia né forza di chiedere i soldi ai passanti incravattati. Cosa fare quindi?
Ingurgito una forte sorsata di whiskey che mi fa perdere quella sensazione di sobrietà e lucidità che ormai non riesco più a reggere, chiudo gli occhi e per un attimo ancora in una remota zona del mio cervello si fa viva sana e vegeta l’immagine del lungomare dell’immenso lungomare di Bahia, e dei pescatori che con una fiocina a pochi metri dalla riva pescavano un pesce lungo un metro e lo vendevano ai turisti, che tutto mangiavano senza capirci più di tanto. Poi apro gli occhi e sono in zona porta Romana, senza un euro. Mariella forse ancora nel letto, affanculo Mariella. Prendo la metrò senza biglietto, raccattando un biglietto usato per terra, piglio poi il pullman senza biglietto. Arrivo finalmente a casa completamente mollo, perché nel frattempo si è anche messo a piovere.
8.
Qualche giorno dopo mi arriva un’offerta di lavoro. Possibile supplenza in un collegio cattolico. Sorelle di Maria l’addolarata o Sorelle addolorate di Maria. Hanno un disperato bisogno di un laureato in lettere e io la laurea ce l’ho. Subito consiglio di classe. Parla Madre Annamaria, la preside. Parla poi la sua vice, che la chiama Madre. “Quest’anno tutti concentrati sullo scambio reciproco. Ci sono alcuni studenti che vengono isolati. Non deve accadere più”. Tutti d’accordo.
Alcune professoresse sono suore, alcune molto carine ma con scritto in faccia “ Se mi vuoi devi sposarmi”. Sarà vero o è soltanto un’impressione mia malata?
“Se Matteo accetta abbiamo risolto il problema del corpo insegnanti”. Mi dicono che devo sostituire Suor Marta che sta male. “Ma per quanto starà male suor Marta? “Un mese, un mese e mezzo al massimo”. Accetto l’incarico. Devo cominciare l’indomani.
La notizia si diffonde tra la parte benestante della mia famiglia. “Matteo ha trovato un mese di supplenza. Ce la può fare. Ce la può fare a mantenere un lavoro, a fare un lavoro normale”. Ma sono solo otto ore settimanali. E per raggiungere la scuola devo fare trenta chilometri al giorno. E non ho i soldi per pagarmi un affitto più vicino. Mi danno spesso la prima e la quinta ora. Ma io accetto, anche se prima delle lezioni si deve recitare il padre nostro. Anche se non credo in Dio, almeno non qui in Italia. Accetto perché devo accettare. E il primo giorno di lezione parlo di Dante Alighieri. E dico che Dante in Dio credeva ma che con la sua opera si è esaurito il medioevo e che nella sua opera Dio è talmente il centro di tutto che poi non la sarà più. Probabilmente dico una stronzata. Il secondo giorno non vado al lavoro perché mi sveglio troppo ubriaco. Il terzo giorno mi licenzio.
La notizia si diffonde nella parte benestante della mia famiglia. E si dice che Matteo non ce la farà mai a mantenere un lavoro qualsiasi. Si dice che non è capace. E che è anche alcolizzato. Io mi sento tranquillo e mi trovo lavoro grazie alla mia amica Mariella in uno squallido call center che mi impegna meno il cervello che è troppo impegnato a immaginare come sarebbe la mia vita sul lungomare di Bahia, tra i pescatori e i chioschi di italiani che hanno avuto le palle di lasciare questo lungomare di Milano che incute tristezze nebbiose. Mariella intanto non me la scopo perché non ci sta, perché non vuole, perché probabilmente non le piaccio. E Marcia mia sul lungomare di Bahia starà flirtando con qualcuno?
9.
Mimmo Calogero è scagionato. Hernandez è ufficialmente morto per colpa del destino. Mariella tutto mi ha riferito e mi ha detto Perché non scrivi un racconto su di me che la mia vita è così disordinata che starebbe bene tra le pagine di un libro? Io il racconto non glielo scrivo. E dopo otto ore nel call center mi sto accingendo a togliermi le calze che sanno di mattonella incatramata e a stendermi nel letto. Un altro giorno è andato e con il whiskey prometto starò più attento. Reciterò da solo le mie preghiere e prima o poi anche questa notte mi addormenterò. Marcia mia, pace all’anima tua e all’animaccia mia. Che Dio perdoni i nostri peccati e, che esista o che non esista, mi faccia tornare al più presto da te. Amen.
10.
Ma può forse finire così un racconto?
Per chiudere in bellezza potrei raccontare un aneddoto. Il lungomare di Bahia…squilla il telefono….”Sì pronto. Mariella, sì, tutto bene, stavo scrivendo il racconto su di te. Sì, sei la protagonista assoluta, la principessa, la migliore essenza, sei il personaggio attorno al quale ruota tutta una storia un poco erotica e un poco poliziesca. Sì, è un racconto di costume, è uno splendido racconto di costume, i personaggi sono tutti in maschera, sì, diventerà un bestseller, e sarà accompagnato ai fantastici scrittori noir nostrani che tanto hanno da dire…Che dici? Mi sto dando delle arie…. Ma non sei contenta di essere la protagonista?.. Sei contenta ma dici che preferiresti che io fossi una persona diversa…E come mi vorresti? Vorresti che io fossi un impiegato di banca? No. Un maestro di sci dal fisico perfetto? Va bene, Mariella, ma se io fossi un maestro di sci dal fisico perfetto mi sposeresti? No? Perché no? Perché anche in quel caso ci sarebbe qualcosa che non funzionerebbe…va bene Mariella, buonanotte Mariella.. ci vediamo domani…sì, domani prendo lezioni di sci, sul Monte Stella a Milano, sì alle otto del mattino, prima del call center vado a prenotare le lezioni di sci….buona notte…stammi bene….”
Allora cosa stavo scrivendo? Sul lungomare di Bahia, camminava Marcia mia e io sto qui a Milano…Signore, se ci sei abbi pietà di noi… squilla il cellulare…ancora Mariella…”Perchè non scrivo del caso dell’Hernandez? Già fatto Mariella…Si. Sei davvero tu la protagonista, sei la migliore, la più bella in assoluto. Domani fuori a cena? Va bene Mariella, domani ti porto fuori a cena….Offri tu?… Hai ragione, non sono un cavaliere, allora ognuno paga per sé.”
Domani esco con Mariella. Prima otto ore nel call center. E se voglio impazzire sul serio mi presento anche al Monte Stella a chiedere se mi danno lezioni di sci. Ci sto provando, ci sto provando, ci sto provando.
copyleft
Giap#10, VIa serie - Speciale copyleft estate 2005 - 20 luglio 2005

Per Carlo.
Per Marco Beltrami.
0/1. Intervista a Wu Ming sul copyleft - da Blow Up
2. La maglia nera. Uno scambio di opinioni sul copyleft - da One More Blog
3. News dalla Spagna e dall'Italia
4. The Independent, again
0/1---------------begin Speciale Copyleft------------------------------
L'INTERVISTA A BLOW UP
Riportiamo quest'intervista, benché già apparsa su Carmilla
(www.carmillaonline.com), perché l'altra sera abbiamo sentito a Radio 3
una tipa di un noto ente privato/pubblico che diceva fesserie assurde,
attirandosi contro la maledizione di Montezuma, e anche perché, chissà
come mai, in questi giorni la rete è satura (persino più del solito) di
luoghi comuni, stupidaggini e distorsioni a proposito di copyleft e
copyright. Ci è sembrato importante mettere insieme, come ultimo numero
di Giap prima della pausa agostana, un piccolo "Speciale copyleft", per
mettere i puntini sulle i... e pure sulle altre lettere. Questo è il
cappello introduttivo apparso su Carmilla (le iniziali in fondo sono di
Alessandro Canzian):
"Sul numero in edicola della rivista *Blow Up. Rock e altre
contaminazioni* (n.86/87, luglio-agosto 2005, € 5,00) c'è una lunga e
dettagliata intervista di Michele Coralli ai Wu Ming sui temi della
proprietà intellettuale, del copyright e del copyleft. Poiché
nell'industria culturale, e in particolare tra gli editori, continuano a
circolare luoghi comuni e allucinati fraintendimenti (come l'idea che il
download dei libri danneggi le vendite, nonostante gli stessi Wu Ming
siano la prova del contrario), e poiché questa conversazione fa
chiarezza su alcuni punti-chiave, abbiamo deciso di riproporla qui. AC"
***
D. Nelle nostre precedenti interviste sul diritto d'autore nell'epoca
del "copia e incolla" sono scaturiti moltissimi elementi interessanti da
cui potremmo partire in questa nostra conversazione. La più immediata
sensazione è che in molti ambienti, quando si parla di Internet e nuove
tecnologie digitali prevalga ancora un certo nervosismo. È un po' come
se, a fronte di un cambiamento che ha il peso di una rivoluzione
globale, i timori di perdere una posizione più o meno dominante siano i
soli a determinare l'atteggiamento di qualsiasi politica editoriale.
Cos'è che spaventa ancora?
R. Se si parla dell'industria dell'entertainment, spaventa la
consapevolezza di aver perso l'occasione, di essere in plateale ritardo,
aver subito l'innovazione anziché anticiparla, e tutto questo dopo
decenni di retorica e propaganda sul "new", la "next big thing", il
"cutting edge", lo "state-of-the-art". I padroni del vapore
dell'industria culturale temono il nuovo, lo temono visceralmente, ma
non possono ammetterlo, se ne vergognano: temere il nuovo è...
anticapitalistico, è... illiberale! La cultura in cui si sono formati
non contempla nemmeno l'idea del secondo posto, figurarsi l'arrivare
ultimi, con la maglia nera (come quel ciclista degli anni Ottanta,
Gambirasio, dignitosissimo).
Spaventa e angoscia lo scoprirsi su posizioni di retroguardia,
"conservatori", resi vecchi da un cambiamento cognitivo epocale, uno dei
processi di diffusione e socializzazione del sapere più importanti dal
Neolitico ai giorni nostri. Che fare, dunque? Sminuire il nuovo, per poi
criminalizzarlo: "Ma quale cambiamento cognitivo? Ma quale copyleft?
Quale peer-to-peer? Si chiama furto, si chiama frode, si chiama fare i
furbi! Che c'è di nuovo nel furto? Che c'è di epocale nel commettere reati?"
Lorsignori s'erano abituati a profitti *smodati* in condizioni di
primato dei supporti (cd, dvd) e di proprietà esclusiva dei mezzi di
produzione (sale d'incisione, studios, masterizzatori etc.). La parziale
"smaterializzazione" (il flusso di dati conta più dei supporti) e la
democratizzazione del computing (broad band e masterizzatori sono ormai
in tutte le case) li hanno colpiti nel portafogli. Dovranno abituarsi a
profitti "normali", e a produrre e vendere entertainment in un altro
modo. Potevano muoversi prima, cavalcare la tigre fin dall'inizio, ma
non avevano la mentalità giusta, non avevano le informazioni giuste. Il
web esiste e cresce da undici anni, la rete da molto prima, la velocità
delle connessioni è aumentata sempre di più (dal modem a pedali all'isdn
all'adsl alla fibra ottica), questi pagano fior di sondaggisti e uffici
studi per sondare il mercato e l'immaginario, eppure non hanno saputo
leggere la tendenza.
Del resto, i media tradizionali non li hanno aiutati granché: ogni
giorno il sensazionalismo giornalistico dipinge una guernica di
pedofili, pirati, sniffatori di password, clonatori di carte di credito,
e molto di rado si descrivono i mutamenti reali mentre sono in corso. Di
solito, i media arrivano a giochi fatti, e descrivono la situazione
dell'anno prima. C'è molta ignoranza e ottusità anche nella stampa
specializzata, "di settore": qualche mese fa, su un mensile musicale
italiano, un coglioncello definiva il copyleft "libertà di rubare".
D. Secondo voi, come mai fatica a passare l'idea che il download
gratuito sia realmente in grado di favorire le vendite di un prodotto
editoriale, sia esso libro o disco?
R. Hai fatto bene a scrivere "in grado", a esprimere una potenzialità.
La cosa non è per niente automatica. Occorre sbattersi, offrire un
prodotto di qualità, mostrare di crederci, seguire la circolazione del
prodotto e gli effetti che produce, il ritorno d'immagine, la voglia di
conoscere altre opere dell'autore etc. Se la cultura circola, produce
circoli virtuosi. Nel caso del libro, la cosa funziona molto bene, ormai
è dimostrato cifre alla mano, tocca agli altri tentare di smentirci. I
nostri libri continuano a vendere perché c'è un passaparola senza
tregua, alimentato dai download.
Nel caso della musica, serve un cambio di mentalità: il fulcro non è più
il supporto, il grosso dei profitti proverrà sempre meno dalla vendita
del cd. Non stiamo parlando di "cofanetti", box multi-cd con artwork
molto curato e booklet ricchissimi: quelli sono oggetti che vale sempre
la pena comprare, toccare, carezzare. Parliamo del normale
album-nuova-uscita. Il supporto è oggi un accessorio, anche importante,
ma comunque un accessorio. E' *uno* dei modi di far circolare la musica
e il nome di chi l'ha composta; è uno dei modi di consegnare ai flutti
messaggi in bottiglia; è uno dei modi per "fissare" la musica, serbarne
memoria, tramandarla (anche se il cd è un supporto facilmente
deperibile, al contrario di quello che si propagandava quando fu immesso
sul mercato). Ma il vero momento di verifica e di guadagno sarà sempre
di più l'esibizione dal vivo, oltre ai vari utilizzi commerciali
(inclusione in colonne sonore, spot televisivi, jingles radiofonici). Si
badi che questo vale anche per la musica laptop-oriented: uno magari
vende poche copie di un cd, ma poi i locali ti chiamano per fare
"sonorizzazioni", costruire ambienti sonori etc.
D. Lavoro coperativo come propulsore di sviluppo e innovazione. È questa
la sfida di iniziative nate all'ombra dell'idea dell'Open Source come
l'enciclopedia online Wikipedia o delle Creative Commons, le licenze
gratuite create nel nome dello scambio tra autori. Tra queste spinte e
quelle che operano nel senso di una sempre più stretta restrizione del
copyright, come la "legge di Topolino" scritta ad hoc per la Disney dal
Congresso americano, si determina uno scontro vero e proprio, oppure
sono tendenze che alla fine riusciranno a convivere pacificamente?
R. Un aforisma di Woody Allen dice: "Il leone e l'agnello dormiranno
insieme, ma l'agnello dormirà ben poco". La convivenza pacifica è
impossibile, semmai parleremmo di compresenza conflittuale. Sono due
cavalli che tirano in direzioni opposte. Tesi e antitesi produrranno una
lunga serie di sintesi precarie, fino a un risultato più stabile, che
speriamo sia una riforma radicale della legislazione sul copyright. Ma
ci vorranno anni e anni.
D. Nella musica, così come nella letteratura, sembra che una reazione a
certi atteggiamenti protezionistici sia quella di determinare una vera e
propria eruzione di nuovi materiali. Oltre naturalmente alla facilità
dettata dalle nuove tecnologie, si ha l'impressione che come reazione
alla disinvoltura con cui si sguinzagliano gli avvocati per tutelare le
opere sotto tutela, ci sia molta produttività spesso svincolata da
verifiche autocensorie. In altre parole non credete che un esasperato
protezionismo determini esiti opposti, quasi di eccesso di spontaneismo
artistico?
R. Senz'altro. E' sempre stato così. Metti un recinto e darai a qualcuno
l'idea di scavalcarlo. L'atto di scavalcarlo produce una nuova
percezione dello spazio: prima ce n'era uno solo, ora ce ne sono due: il
"di qua" e il "di là". Pura dialettica, l'uno che diventa due.
Dall'unico discende il molteplice. Il controllo produce linee di fuga.
D. Il copyleft è basato in prima istanza su un'onestà intellettuale che
dovrebbe responsabilizzare chi riutilizza dei materiali in modo che
questi non vengano sfruttati per fini di lucro. Non è ingenuo pensare
che io posso copiare tutto, semplicemente promettendo di non guadagnarci
dei soldi?
R. Il copyleft ha come fondamento il copyright. Una dicitura copyleft
non è altro che una dicitura copyright corredata da una lista di
eccezioni al divieto. Il testo è mio perché ne sono l'autore, sta a me
decidere, e decido che se vi va potete riprodurlo e utilizzarlo così e
così... ma non "cosà". Se lo utilizzate cosà, violate il copyright.
Senza il copyright non abbiamo il copyleft, abbiamo il pubblico dominio
di un'opera, chiunque può prenderla e utilizzarla - anche a scopo di
lucro. Succede coi grandi romanzi dell'Ottocento, ormai liberi da
diritti. Chiunque può ripubblicarli, anche con traduzioni frettolose e
scadenti. Con il copyleft non può succedere, perché le condizioni di
utilizzo sono molto chiare. La fiducia è una gran bella cosa, l'onestà
intellettuale è auspicabile che ci sia sempre, ma se viene a mancare, ci
sono i tribunali. Se durante un volteggio cadi dal trapezio, non è male
sapere che sotto c'è la rete.
D. Un atteggiamento "elettronico" o "digitale" è senz'altro più visibile
in un musicista, piuttosto che in uno scrittore. Come pensate che questa
tecnologia, che ha determinato un profondo cambiamento di relazione tra
artefice e manufatto, sia stata in grado di agire sul pensiero creativo
umano? In altre parole siamo semplicemente in una fase che parte da
qualcosa che Walter Benjamin aveva già individuato settant'anni fa o c'è
qualcosa di più?
R. Non crediamo che un atteggiamento digitale oggi sia "meno visibile"
in uno scrittore. Il passaggio dalla Olivetti al word processor, che
poteva dirsi compiuto all'inizio degli anni Novanta, aveva già
rivoluzionato il modo di comporre un testo. La crescita della rete ha
fatto il resto. La "ricorsività" della scrittura (cioè la possibilità di
modificarla infinite volte senza distruggere il supporto provvisorio,
"sbianchettare", cestinare etc.), la fine del "blocco da foglio vuoto",
la funzione taglia-e-incolla, la rapidità con cui puoi spedire il testo
ad altre persone per avere un parere, la facilità con cui si passa dal
file al libro (una volta il dattiloscritto andava ricomposto su una
lastra in caratteri di piombo!), la maggiore interazione tra scrittori e
lettori tramite e-mail, blog, siti dedicati... Tutto questo cambia
radicalmente la psicologia dello scrivere, l'approccio alla parola.
Restituisce allo scrivere la sua dimensione sociale.
D. Quali sono gli artisti che stanno meglio intepretando questa estetica
tecnologica, orientata alla condivisione?
R. Più che di artisti, è interessante parlare di "operazioni".
L'operazione "cd brulé" fatta da Einsturzende Neubauten ed Elio e le
storie tese (alla fine del concerto puoi comprarne subito la
registrazione, a un prezzo contenuto); l'operazione Grey Album di DJ
Dangermouse (e in generale tutta l'estetica del "Bootleg Remix" che
andava di moda qualche anno fa e ora si è trasformata in qualcosa di
indefinibile); l'operazione Beatallica (una parodia creativa che si
afferma e si sviluppa grazie alle risorse della rete); e poi tutti gli
artisti che non hanno paura a mettere la loro musica scaricabile on
line, perché sanno che, se si è intelligenti, si ha tutto da guadagnare.
Per quanto riguarda la scrittura, non parliamo di noi stessi, e ci
"limitiamo" a segnalare la vertiginosa crescita dei blog letterari.
D. Bill Gates ha recentemente affermato che "l'economia mondiale è oggi
più che mai fondata sulla fede nella proprietà intellettuale. Esiste
solo un manipolo di comunisti di nuovo genere che vorrebbero fare piazza
pulita degli incentivi per musicisti videomaker e produttori di
software." Voi vi sentite comunisti?
R. Lasciamo parlare i fatti, al di là delle etichette ideologiche.
2--------------------------
LA MAGLIA NERA
Il blogger Alberto Biraghi, tenutario di One More Blog (www.biraghi.org)
ha linkato l'intervista. La cosa ha generato un... vivace scambio di
opinioni tra tale Michele e WM1. E' stata una buona occasione per dare
più rilievo al lavoro importantissimo degli Elio e le storie tese.
http://www.onemoreblog.org/archives/007028.html
3----------------------------
DALLA SPAGNA
Grazie anche alle "Jornadas Kopyleft" (http://sindominio.net/copyleft/)
che si tengono ogni anno a Madrid e in altre città, in Spagna la
situazione è molto interessante. Qualche tempo fa l'ha fotografata in
due maestose paginate El Pais, l'edizione in inglese che esce in edicola
con l'Herald Tribune, cliccare qui per scaricare il file zippato:
http://www.wumingfoundation.com/english/ht_pais.zip
Una delle realtà editoriali che ha abbracciato senza riserve le licenze
Creative Commons e, lato sensu, la filosofia del copyleft, è la Acuarela
Libros di Madrid (http://acuareladiscos.com/libros/novedades.htm),
emanazione libraria dell'omonima etichetta discografica indipendente.
L'editor è il nostro amico Amador Fernandez-Savater, già curatore
dell'antologia di nostri scritti *Esta revolucion no tiene rostro*
(Acuarela, Madrid 2000). Linkiamo qui un'intervista ad Amador sul
copyleft, apparsa su ABC due giorni fa:
http://www.abc.es/abc/pg050717/prensa/noticias/Catalunya/Catalunya/200507/17/NAC-CAT-204.asp
***
DALL'ITALIA
Alcuni di noi hanno già letto *Scirocco* di Girolamo De Michele (Einaudi
Stile Libero Noir, appena uscito). Altri lo faranno durante l'estate.
*Tre uomini paradossali* ci era piaciuto, ci aveva convinto sia come
libro sia come operazione, ma *Scirocco* è sconquassante. Non ci
aspettavamo un opus magnum di quella portata, un sessantennio di storia
che si piega e si comprime, si sloga le articolazioni e svuota i polmoni
per entrare tutto nello spazio di pochi giorni di un anno apparentemente
poco "topico", il 1998.
Il Dopoguerra, la strategia della tensione, le "trame nere", la Uno
bianca, la guerra in Bosnia, e ogni tanto fanno capolino altri fatti,
scandali minori, persecuzioni giudiziarie... Ne parleremo, ne parleremo
(su "Carta", pare, e sul Nandropausa invernale). Ma perché ne accenniamo
qui?
Perché il testo del libro, essendo in copyleft, è scaricabile gratis
dalla sezione "Biblioteca copyleft" (appunto...) del sito de iQuindici:
http://www.iquindici.org/download.php?list.19
[En passant, a proposito dei nostri "cugini" iQuindici, due settimane fa
su Panorama (!) c'era un servizione su di loro, featuring la recensione
di *Scirocco* a firma di Giancarlo De Cataldo, al cui *Romanzo
criminale* il romanzo di Girolamo deve molto, soprattutto il "respiro".
Oggi, in questo Paese, chiunque voglia fare operazioni ambiziose che
vadano oltre il "genere", non può prescindere da *Romanzo criminale* e
da un altro pugno di libri (a naso, diremmo *Noi saremo tutto* di
Evangelisti e i romanzi di Carlotto senza l'Alligatore).]
[En passant ancora, se sbagliamo ditecelo, ma ci sembra che finora
l'unico editore italiano che abbia deciso di pubblicare tutti i suoi
libri in copyleft e carta riciclata sia Alberto Gaffi: http://www.gaffi.it]
***
Senza spostarci dall'Italia, riteniamo importante sostenere questa
battaglia:
http://www.scarichiamoli.org
4---------------end Speciale Copyleft------------------------------
THE INDEPENDENT, AGAIN
L'11 luglio scorso, per la seconda volta nel giro di due settimane, The
Independent ha pubblicato una recensione entusiastica di *54*, a firma
David Isaacson. Continuano a chiamarci "anarchici", non sappiamo perché,
dev'essere un'usanza inglese. Un testo a cuore tanto leggero pubblicato
a soli quattro giorni dagli attentati del 7/7. In Italia, quattro giorni
dopo un attentato del genere, le pagine culturali sarebbero piene di
articolesse superficiali sulla guerra e sull'Islam scritte da tromboni,
tonnellate di inchiostro per imprimere su carta (non riciclata)
fallacismi e huntingtonismi d'accatto... Pochi giorni prima del 7/7
siamo stati intervistati via e-mail da 3am Magazine
(www.3ammagazine.com). La mattina delle bombe, la persona che ci aveva
spedito le domande si trovava nel Tube e si è cagata addosso. Poche ore
più tardi, ci ha scritto per tutt'altre ragioni ("Nella sezione
Buzzwords del sito chiediamo agli autori quali sono i 5 dischi che
ascoltano di più nell'ultimo periodo, vi andrebbe di..."). Nel Post
Scriptum della mail ha aggiunto: "Al Qaeda non mi ha beccato, oggi". Nel
Post Scriptum. En passant. Lo sappiamo che sembra (e in fondo è) uno
stereotipo, la flemma etc. Ma gli stereotipi non sono menzogne, sono
verità parziali generalizzate indebitamente. Il nostro amico John Eden,
già nel Luther Blissett Project londinese, ha un blog
(www.uncarved.org). Il 7/7, dopo le bombe, ha postato diverse foto. In
una, c'era la folla che si accalcava alla transenna di polizia di fronte
a King's Cross. Un tizio aveva una maglietta con la scritta "BABY, I'M
BORED". Il commento di John: "Your ironic t-shirt is out of fashion as
of 8:50am this morning" :-)
Qui c'è l'originale della recensione dell'Independent:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/54/independent_54_second.htm
E questa è la traduzione:
TUTTI VOGLIONO ESSERE CARY GRANT. PERSINO IL PRESIDENTE TITO...
Wu Ming, che significa "anonimo" in cinese mandarino, è la nuova
incarnazione di Luther Blissett, lo pseudonimo con cui quattro anarchici
italiani hanno firmato il romanzo Q. Col rinforzo di un membro
aggiuntivo, la banda ha prodotto un'altra caleidoscopica epopea,
stavolta sull'anno 1954.
Pierre Capponi, barista e re dei ballerini di Filuzzi di Bologna, decide
di andare in cerca del padre, espatriato politico in Jugoslavia. Durante
quest'impresa, il suo cammino s'incrocia con quelli di personaggi
storici come Lucky Luciano, che sta organizzando il narcotraffico a
Napoli e, con grande stupore di Pierre, Cary Grant.
Tutti vogliono essere Cary Grant, "perfetto prototipo di Homo
Atlanticus". E' qualcosa che unisce il proletariato e la borghesia.
Pierre copia la sua camminata e "il modo di tenere le mani in tasca [è]
quasi perfetto". Archibald Leach, l'attore che divenne Cary Grant,
impersona se stesso. Mentre si infittiscono gli intrighi della guerra
fredda e l'MI6 cerca di spostare la Jugoslavia dalla propria parte, Tito
usa il suo peso politico per chiedere un incontro con l'idolo dello
schermo.
Il focus di questa commedia colta è l'influenza americana sull'Europa,
in particolare sull'Italia. Steve "Cemento" Zollo, un gangster omicida
di New York che lavora per Luciano, prende come proprio tirapiedi
Salvatore Pagano, un ragazzo napoletano. Salvatore ottiene una piccola
parte in "Caccia al ladro", che Hitchcock sta girando a Cannes, e per
tutto il tempo scambia il regista per Winston Churchill.
Un televisore che non funziona perché pieno zeppo di eroina non è una
particolarmente sottile metafora dell'America, ma è portata avanti in
modo magnifico. Il McGuffin Electric Deluxe ha trascorso le prime
settimane della sua "vita" in una casa di Baltimora, dove ha trasmesso
la notizia della morte di Stalin. Ad altri clamorosi scoop segue la
delusione: "Non stava bene coi mobili svedesi". McGuffin è venduto
all'esercito, che lo stanzia nella base militare alleata di Napoli.
Finirà in un bar di Bologna. Quando McGaffin non produce immagini,
riflette i volti di spettatori disillusi.
54 è altrettanto caustico con gli ideologi dello schieramento sovietico.
In un monologo interiore, Tito ricorda la discussione con un
apparatchick secondo cui gli specchi stimolano il "narcisismo
piccolo-borghese". Tito ribatte: "E come li curi i tuoi baffi,
chinandoti sulle pozzanghere?" A Mosca, il capo del neonato KGB escogita
un piano per creare imbarazzo a Tito, facendo leva sulle sue ambizioni
contro-rivoluzionarie incentrate su Cary Grant.
L'onniscienza autoriale, il tono satirico e la veridicità storica
possono sembrare bizzarre, da parte di una band di anarchici. Eppure,
grazie alla natura collettiva della sua voce fluente, Wu Ming sovverte
le tradizionali norme letterarie. A differenza di quegli accademici
strutturalisti e marxisti che hanno prodotto risme di teorie e
speculazioni sulla morte dell'autore solitario, Wu Ming è passato
all'azione.
5-------------------------------
Per quelli che "Ho parlato di Q a un amico danese e mi ha chiesto se è
stato tradotto anche in quella lingua", oppure: "Devo fare un regalo
alla mia amante polacca etc.", oppure: "Il mio amico olandese dice che
non ha trovato etc."
Tutte le informazioni e i link in una sola schermata :-)
http://www.wumingfoundation.com/italiano/storefront.htm
***
...e...continuate a dare un'occhiata al calendario, ogni tanto: gli Yo
Yo Mundi continuano a girare.
http://www.wumingfoundation.com/italiano/calendario.html
divina
CLAUDIA RUGGERI

il Matto II (morte in allegoria)
Ninive
“Tu ti dai pena per quella pianta di ricino (…) che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: ed io non dovrei avere pietà di Ninive quella grande città…” Giona 4,10
ormai la carta si fa tutta parlare,
ora che è senza meta e pare un caso
la sacca così premuta e fra i colori
così per forza dèsta, bianca; bianca
da respirare profondo in tanta fissazione
di contorni ò spensierato ò grande
inaugurato, amo la festa che porti lontano
amo la tua continua consegna mondana amo
l’idem perduto, la tua destinazione
umana; amo le tue cadute
ben che siano finte, passeggere
e fino che tu saprai dentro i castelli, i giardini
fiorire, altro splendore sai, altra memoria,
altro si splende si strega, si ride, si tira
la tenda e libero si mescola alle carte; ma
i giardini si nascondono con precisione
dove cerchi la larva del tuo femminino e l’arresto
l’appartenenza inevitabile
all’Immagine all’inevitabile distensione
delle terre trascorse delle altre ancora
da nominare chiamarle una poli l’altra tutte
le terre perfette alla mente afferrata
di nomi che smodano scadono che portano
alla memoria o la stravagano.
(crescono ricini presso ninive
ecco, vedi, come sviene)
*
piangere i nostri morti
Presentazione all’interno di “Cinema del Reale” del nuovo libro di Mirko Grasso
Stendalì, canti e immagini della morte nella Grecià salentina
di Rossano Astremo

Sarà presentato mercoledì 20 luglio, nel corso della prima serata di “Cinema del Reale”, presso il Chiostro dei Domenicani di Galatone, il libro Stendalì. Canti e immagini della morte nella Grecìa salentina di Mirko Grasso, con introduzione di Goffredo Fofi, edito dalla casa editrice Kurumuny. Stendalì altro non è che il titolo di un documentario firmato dalla regista Cecilia Mangini, ripubblicato in dvd e in vendita unitamente al testo, girato a Martano nel 1960, che registra l’antichissimo rito del pianto funebre, la cui funzione è quello di arginare il dolore disgregatore della morte. Grasso, nel suo lavoro, dà vita ad una ricostruzione attenta del documentario italiano del secondo dopoguerra, tra politica, impegno civile e letteratura, soffermandosi successivamente su tutti quei registi che hanno fatto della Puglia il terreno prediletto delle loro indagini, ed in particolar modo considerando il cinema di Cecilia Mangini e la sua visione del Salento espressa nel documentario girato a Martano. Stendalì, nel dialetto della Grecìa salentina “suonano ancora”, ritrae un lamento funebre contadino, rendendo su pellicola l’istituto del pianto rituale che affonda le radici in origini antichissime ed è sopravvissuto nel Salento sino ai primi anni Sessanta del secolo appena trascorso. Stendalì nasce immediatamente dopo Morte e pianto rituale di Ernesto de Martino. Dice la Mangini in un’intervista rilasciata all’autore e presente nel testo: “Siamo stati letteralmente affascinati dal concetto demartiniano che il fenomeno magico si forma nella richiesta della protezione contro la potenza del negativo nella vita quotidiana; il pianto rituale ci intrigava per la sua sopravvivenza trimillenaria come difesa estrema di se stessi; la scoperta delle coordinate etnologiche del nostro Mezzogiorno è stato un coup de foudre, che poi si è tramutato in amore a lungo termine”. Il testo delle lamentazioni salentine, cantato dalle donne di Stendalì e interpretato nel filmato dall’attrice Lilla Brignone, viene tradotto da Pier Paolo Pisolini che coglie e mette in evidenza la struttura “a piramide” dei canti di morte. Nel canto di Pisolini, infatti, è presente una tensione che sale gradualmente e che si sposa perfettamente con un montaggio serrato delle immagini. Pisolini metabolizza, in una personale opera di riscrittura del materiale, quel sentimento autenticamente popolare e umano che traspare dai volti dei protagonisti del filmato. Dopo l’attenta analisi del contenuto specifico di Stendalì, con la messa in evidenza del legame filiale con l’opera di Ernesto de Martino, resa possibile dalla corposa intervista alla regista, il testo si conclude con breve saggio di Gianluca Sciannameo sulle tematiche fondamentali dei cosiddetti “registi demartiniani” (oltre alla Mangini, Michele Gandin, Luigi Di Gianni, Lino Del Fra, Gianfranco Mingozzi e Giuseppe Ferrara) e con un’esaustiva appendice filmografica e bibliografica. Nel corso della serata interverranno, oltre all’autore del testo e alla regista del documentario, il critico Goffredo Fofi, l’editore Luigi Chiriatti e il regista Paolo Pisanelli.
incontri
Il Comune di Nardò
presenta
Teste di girasole
Elisabetta Liguori incontra Antonio Pascale 23 luglio
Rossano Astremo incontra Giulio Mozzi 7 agosto
Francesco Lanzo incontra Paolo Nori 18 agosto
Graziano Dell´Anna incontra Diego De Silva 24 agosto
Incursioni sonore:
Simone Borgia duo
direzione artistica: livio romano
Gli incontri si terranno tutti in p.zza delle Erbe alle ore 21.00
intervista
Intervista a Nicola Lagioia, uno dei quattro componenti del collettivo di scrittori Babette Factory autore di “2005 dopo Cristo”
Chi volete che sia il prossimo?
di Rossano Astremo

Chissà se Berlusconi sa di avere inaugurato un nuovo genere letterario. Infatti il premier, e per essere più precisi, il suo omicidio, sembra ispirare di più la fantasia dei giovani scrittori. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati quattro autori radunatisi sotto l’etichetta Babette Factory, con “2005 dopo Cristo” (Einaudi). Gli autori in questione sono il barese Nicola Lagioia, Christian Raimo, Francesco Pacifico e Francesco Longo. Tutti scrittori cresciuto all’interno della casa editrice romana Minimum Fax. Ma nel tempo c’è stato Andrea Salieri con il suo “L’omicidio Berlusconi” (Edizioni Clandestine), Giuseppe Caruso con “Chi ha ucciso Silvio Berlusconi” (Ponte alle Grazie), Oliviero Beha, “Sono stato io” (Marco Tropea), e Roberto Vacca “Kill?” (Marsilio). Sembra che sia pronta una sceneggiatura per il cinema firmata da Bernardo Carboni intitolata “Shooting Silvio”. Nicola Lagioia, però, è l’unico pugliese della Babette Factory.
Quando e come è nata l'idea di un simile romanzo?
L'idea l'ha avuta Christian Raimo. Voleva scrivere un libro sull'Italia ai tempi di Berlusconi ma non voleva farlo da solo (o non se la sentiva). Allora ha arruolato Francesco Pacifico, poi Francesco Longo, poi me, e tra riunioni preparatorie a casa mia e chiacchierate più informali nei bar del
quartiere san Lorenzo ha dato i primi vagiti il gruppo di lavoro che sarebbe diventato Babette Factory.
Come si è svolto il lavoro di stesura? Ci sono stati momenti di stallo nella fase di scrittura?
All'inizio l'idea era molto più semplice, lineare, meno ellittica. Poi, a furia di confrontarsi con i maestri di questo tipo di romanzi (avevamo molto in mente "Libra" di DeLillo, per esempio) abbiamo provato a osare di più. Ci sono state riunioni periodiche in cui decidevamo, volta per volta, come sarebbe andata avanti la storia. A ognuno veniva affidato un capitolo con licenza, da parte degli altri, di ripassarci su in modo anche impietoso - in tutto questo io avevo più un ruolo di raccordo e armonizzazione che di scrittura vera e propria. Il fatto che ogni autore svedesse spesso le sue pagine stravolte da un altro componente del gruppo ha naturalmente generato un'infinità di scazzi, riconciliazioni, chiarimenti, infiniti litigi sulle sfumature di ogni singolo personaggio. La circostanza che si tratti di una Factory molto turbolenta è stata però anche la forza del libro.
Nella scena del funerale di Berlsuconi lavorate sull'idea del collasso mediatico, che in alcuni tratti riecheggia ciò che è avvenuto con la morte del Papa Giovanni paolo II. Avete scritto quella parte prima o dopo la morte del Pontefice?
La morte di Giovanni Paolo II ci ha sorpreso quando eravamo già in fase di editing avanzato, e soggiornavamo da almeno una settimana nella sede di Stile Libero. Le affinità tra i collassi mediatici (quello reale, e quello immaginato da noi) ci ha messo i brividi. Ma quello che volevamo dal libro non era tanto un'ucronia ma un "2005" alternativo che fosse però anche molto
verosimile.
Mi sembra che 2005 dopo cristo non sia un romanzo contro Berlusconi ma contro l’Iitalia berlusconizzata.In questo primo periodo avete raccolto delle reazioni da parte di uomini politici?
Non è un romanzo contro Berlusconi ma una dichiarazione di odio e amore nei confronti del nostro paese. Dopo il fascismo si discuteva se il Ventennio fosse stata una faccenda riservata a una ristretta oligarchia o non piuttosto "l'autobiografia di una nazione". Propendo per questa seconda ipotesi, e credo che per il "ventennio" berlusconiano si possa dire lo stesso. Simone Baldelli, il coordinatore nazionale di Forza Italia giovani (che nel libro si chiama Simone Chiarelli), si è riconosciuto nel romanzo ed è venuto a una nostra presentazione. Credo fosse perfettamente consapevole che la
cialtronaggine che circonda tutti (o quasi) i protagonisti di "2005 dopo Cristo" è assolutamente trasversale. "Libero", invece, il quotidiano satirico diretto da Feltri ci ha dedicato la prima pagina dandoci degli "intellettuali killer".
Prossimi impegni del collettivo? Avete in mente di continuare a scrivere assieme? Avete sentito i Wu Ming, che della scrittura collettiva sono stati gli indiscutibili padri fondatori?
Per adesso ognuno di noi sta riposandosi dalla fatica e pensando ai fatti propri (dal punto di vista letterario, e non solo). E' ancora presto per concepire un nuovo progetto. Ai Wu Ming abbiamo mandato il libro (solo una copia, purtroppo) ma mi sembra che a loro l'idea che nascano nuovi
collettivi piaccia. Sulla differenza di poetiche: mi sembra ci sia spazio per un confronto interessante.
scirocco
Da poco nelle librerie il secondo romanzo del tarantino Girolamo De Michele
Scirocco, un romanzo noir immenso
Rossano Astremo

L'ultima fatica di Girolamo De Michele, scrittore tarantino, trapiantato per ragioni di lavoro a Ferrara, si intitola Scirocco. Dopo l’esordio lo scorso anno con Tre uomini paradossali, il primo romanzo selezionato da iQuindici, il collettivo di lettori voluto da Wu Ming, anche Scirocco è edito da Einaudi nella collana Stile Libero in copyleft e su carta ecosostenibile. Costa 14,50 euro (in parte devoluti ad Emergency dall'autore e dall'editore) per un malloppone di 594 pagine che possono "spaventare" a prima vista. Lo abbiamo intervistato, a pochi giorni dall’uscita del romanzo in tutte le librerie.
Dopo il successo di Tre uomini paradossali, un secondo romanzo. Ancora un
noir. Rispetto al precedente, Scirocco è un romanzo fiume.Quasi 600 pagine.
Quale la trama?
Settembre 1998: i protagonisti di Tre uomini paradossali si imbattono in una serie di
inquietanti eventi, apparentmente discordi, che sembrano ruotare attorno a
una misteriosa nave-fantasma il cui carico rievoca gli anni della strategia
della tensione. Attorno alla nave e ai nostri "eroi", un verminaio di vecchi
e nuovi figuri: politici doppio-triplo-giochisti, uomini dei servizi,
enigmatici americani, vecchi stragisti in sonno, poliziotti affiliati a una
sorta di gladio nera. Ma anche, dall'altra parte, accanto ai 3 uomini
paradossali e al Togliatti, un giornalista gay, un vecchio prete indomito e
poco ortodosso, un barbone filosofo, e soprattutto la bellissima e ambigua
Lara e l'hacker nichilista Ferodo: due esponenti della generazione cresciuta
negli anni Ottanta, a confronto con la generazione della rivoluzione
mancata. Un western metropolitano, un "Mucchio Selvaggio" padano in cui
amore e odio, guerra e vita, felicità e rancore, cinismo e malinconia si
ribaltano continuamente l'uno nell'altro. E un atto d'amore nei confronti
del Sud e di Taranto, ricostruita amorevolmente per ospitare l'eterogeneo
"Wild Bunch".
Anche Scirocco è pubblicato in copyleft. Ci puoi spiegare le ragioni di una scelta
simile, che, nonostante la sua crescente diffusione (basti pensare non solo ai romanzi dei
Wu Ming, ma anche all'ottimo lavoro della casa editrice romana Gaffi)si
scontra con le logiche del potere detonante del diritto d'auotre?
Tre uomini paradossali è stato scaricato da oltre 1400 lettori gratuitamente, e ciò nonostante
ha venduto 12000 copie: è evidente, è lampante che il copyleft non ostacola
la circolazione dei libri, ma la rilancia. Pensa agli incontri che ho avuto
nelle scuole: senza il copyleft gli studenti sarebbero stati obbligati
all'acquisto. Con quale libertà avrebbero poi letto il libro e interrogato
l'autore? Il copyleft è una bandiera in favore della libera circolazione
delle idee, e il successo di 3UP lo dimostra. Ed è per questo che Scirocco è
giàù da subito scaricabile dal sito de iQuindici (www.iQuindici.org). Con
buona pace di Urbani, di Faletti e della grande editoria.
La letteratura pugliese sta sfornando ottime romanzi negli ultimi anni. Basti pensare
a Raffaele Nigro o Gianrico Carofiglio, o a Nicola La gioia, Mario Desiati, Elio Paoloni.
Si tratta solo di una strana coincidenza o ci sono, a tuo parere, altre
ragioni?
Non mi permetto di entrare in un ambito di giudizio che non mi compete, e
sul quale non ho conoscenze adeguate. Mi limito ad osservare che il caso
sarebbe tutt'al più l'assenza prolungata della Puglia nel panorama culturale
e letterario: una terra talmente ricca di contraddizioni, di contrasti aspri
e sanguigni, di suoni e colori, di carne e sangue non può non esprimersi
anche nel campo della produzione letteraria. Credo sia lecito un paragone
con l'industria enologica, che da alcuni anni è uscita dal limbo dei soliti
2-3 vini per proporsi in modo straordinario con le sue varietà: lo stesso mi
sembra accada con la cultura. C'è solo da sperare che l'angusta realtà
editoriale pugliese non sia da freno a questa rinnovata (in senso
letterario, enologico e anche politico) primavera pugliese.
ancora merda d'autore
tratto da www.bloggers.it/retroguardia

francesco sasso
Un caso di Vertigine
Ho appena terminato di papparmi il periodico di Rossano Astremo. Ma prima voglio fare una premessa. Chi mi conosce sa bene che non è nel mio costume fare "favori" agli scrittori: quando si tratta di letteratura io sono un estremista. Amo troppo la letteratura per sporcarla con ignobili strategie di sante alleanze. In generale, nella mia vita non sopporto le ipocrisie, a maggior ragione in letteratura. Non ho mai fatto né ricevuto favori, e per quel che riguarda il mondo letterario, beh, basta dare un'occhiata alle recensioni sui quotidiani e ai finalisti dei vari premi Pompini d'Italia. Detto questo, ritorno a Vertigine. Ecco come ho ricevuto la rivista. Durante una manifestazione a Polignano a Mare, incontro per la prima volta i due redattori della rivista elettronica con cui collaboro a distanza- via Internet- da un po' di tempo, Musicaos. Con loro c'erano altri collaboratori/poeti. Fra questi c'era Rossano. Dopo le presentazioni, egli apre la sua borsa verde militare (una simile di tela grezza la utilizzavo anch'io quando frequentavo la Facoltà di Lettere) e con un gesto semplice e tacito mi porge la sua rivista. Tutto qui! Un semplice gesto, gratuito, alla vecchia maniera. Avete presente una volta, quando la gente credeva realmente in ciò che faceva e non pensava all'aspetto remunerativo del proprio operare? Bene, Rossano fece questo. Nessuna parola, un solo gesto. Dico grazie, do una veloce occhiata all'oggetto misterioso e lo metto da parte. Dopo una settimana inizio a far scorrere le pagine dell'oggetto misterioso e m'inietto subito una buona dose di siero antincazzamento. Sono allergico alla maggior parte dei prodotti letterari che inciampano tra le mie mani, stufo della falsità e dell'approssimazione cui la letteratura è soggetta e viziata. Leggo l'editoriale. Leggo i nomi che hanno sviluppato i testi scritti. Nomi importanti, di qualità. Spero di non incontrare scarti d'autore, mi dico. Leggo. Bene, posso affermare di essere uscito dalla lettura di Vertigine con la pancia mezza piena ma con il palato deliziato. Come metafora vi porgo quella del ristorante di lusso. Che vi danno lì dentro? Piatti delicati e fini, ma in dosi minime. Bene, Vertigine è questo. L'autoprodottuzzione della rivista è la causa delle dosi minime, ovvero è gioco forza rientrare nelle spese e più pagine significa maggiori costi. Perché non aiutare Vertigine, cari editori pugliesi? Nell'unico numero in mio possesso, dall'espressivo titolo MERDA D'AUTORE, ho letto racconti d'autori pugliesi "espatriati" e di altri ancora in loco. Vuoi mettere la prosa a fuochi d'artificio di un Lagioia; o le scintille scoppiettanti di un Morici, o lo stile squilibrato e coinvolgente di un Serra, o la prosa lineare con improvvise bolle esplosive in superficie di un Zampetta; e poi Benedetto, Wu Ming 1, Lucchi, Pincio, Pacifico, Donno, Desiati e Pagano... amen (E' troppo chiedermi una formula per tutti, dovrei pensarci per altri trenta secondi...). E in più i disegni stilizzati in simbiosi con il corpo narrativo (tranne una doppia ripetizione GULP!). E allora mi rileggo l'editoriale e cerco di scovare una risposta alla definizione "rivista di merda". Forse è dovuto al costume di alcuni editori (o chi per loro) di nettarsi il deretano con le riviste letterarie? Forse gli stessi hanno scoperto che pulirsi il didietro con le riviste patinate è svantaggioso, nel senso che l'escremento scivola e si rischia di lordarsi ancora di più? In questo caso sono pienamente d'accordo con loro: Vertigine è una rivista di merda. |
vertigine 06

Siamo nel corso della lavorazione del sesto numero cartaceo di Vertigine, in uscita a settembre, dal titolo Politicamente Scorretto. Alcune anticipazioni: ci saranno interventi di Flavio Santi, Elio Paoloni, Cristiano De Majo, Erminia Passannanti, Gianluca Morozzi, tra gli altri, in attesa di ulteriori interessanti riflessioni. Questo numero sarà arricchito da interviste e una piccola riflessione del sottoscritto sui romanzi d'oggi: lavoro zero nell'italia berlusconizzata. vi terrò aggiornati.
r.a.
letture
![]()
estate torrida, con mio pc andato a puttane, ma in via di guarigione. Tempo massiccio di letture. sto rileggendo i quattro romanzi di tommaso pincio per un non-saggio che dovrei consegnare a fine luglio per una rivista invisibile (pure troppo). da leggere poi in successione scirocco (einaudi-stile libero noir) di girolamo de michele, eutanasia dela critica (einaudi- vele) di mario lavagetto e l'animismo del linguaggio (edizoni giuseppe laterza) di carlo alberto augieri. e voi che leggete?
14, 15 e 16 luglio

Nei giorni 14, 15 e 16 Luglio, presso l’ex convitto Palmieri, concesso per l’occasione dall’Amministrazione Provinciale in collaborazione con l’assessorato alle Politiche giovanili, si terrà la manifestazione Oronzo! e Irene? Tre giorni per raccontare Lecce e afferrarne il futuro.
Oronzo è la città che tutti vediamo, fatta di palazzi e grandi viali, è la città barocca sempre in vista, costruita da un potere che non ha saputo integrare il passato che soppiantava, ma lo ha oscurato e ha rivolto il suo sguardo verso il nord del mondo.
Irene è la città che guarda ancora a oriente, che prova a uscire dal reticolo sotterraneo in cui fu ricacciata, a riscoprire i suoi luoghi abbandonati, la sua identità ghettizzata e i suoi riti osteggiati. Irene è quella parte di noi che ricerca le sue più remote radici, che guarda ad sud-est con la curiosità e il desiderio di esplorare prospettive negate.
Oronzo! e Irene? è un momento di riflessione collettiva sull’interazione tra lo spazio urbano e i suoi abitanti, nato dalla collaborazione tra un insieme di persone che vedono nella parola città, in primis, il sinonimo di comunità e che condividono la necessità di ragionare ed agire intorno all’idea di partecipazione come pratica politica concreta.
Il contesto ideale in cui sviluppare tali concetti è l’ex Convitto Palmieri, luogo dalla storia ricca di contrasti e da alcuni anni obliato, che si proietta nell’immaginario delle persone che vi stanno lavorando in questi giorni come lo spazio in cui accogliere la creatività e la socialità culturale che attualmente non trovano residenza nella città.
Oronzo! e Irene? promuove lo sviluppo di pratiche politiche, sociali e culturali che si pongono in ascolto di questi sentimenti e di queste istanze. Per tre giorni nell’ex Convitto Palmieri verrà raccontata la città tramite le professionalità dei soggetti che operano nella città e attraverso le esperienze di coloro che la vivono.
La manifestazione ospiterà gli interventi di fotografi registi architetti urbanisti artisti grafici musicisti artigiani attori.
Il momento focale dell’iniziativa sarà costituito dalla tavola rotonda La città che vogliamo, un’occasione conviviale di confronto aperto sulla città, pubblica e privata, trasparente e opaca, accessibile e inaccessibile, plurale e individuale; nonché sulla destinazione da dare al luogo che ci ospita, in cui si sta creando lo spirito e la struttura di quello che sarà, e forse già è, il Cantiere delle Culture di Lecce.
La città che vogliamo si terrà venerdì 15 luglio alle ore 19:30.
Da lunedì 4 luglio all’interno dell’ex Convitto Palmieri si sta lavorando a porte aperte per allestire e progettare la manifestazione, assieme ad alcuni dei soggetti che avevano già aderito e ad altri che sono intervenuti nel frattempo a portare il proprio contributo, in buona parte ideato e realizzato sul luogo.
Tra le collaborazioni sorte in questi giorni vi è quella con il Caffè Egnatia (l’ecomuseo di Cursi è la residenza in cui si chiude il progetto di un anno per lo scambio e l’interazione tra il sud-est europeo e la penisola salentina) con cui verrà realizzato uno scambio attraverso il collegamento video e radiofonico in diretta e tramite il reciproco scambio di esperienze e materiali prodotti all’interno delle due manifestazioni.
TocToc – comitato indipendente itinerante è un’insieme di menti e manualità, di generazioni differenti, che ha creduto nella Puglia migliore e che spera, un giorno, di diventare un comitato indipendente stabile, in una Lecce migliore.
Lecce, 12 luglio 2005.
TocToc – comitato indipendente itinerante
programma
giovedì 14 luglio
> ore 19.00 Parata per la città
> ore 20.30 C-ARTE - performance
> Croque Mule - musica
> Barbara Toma - danza
> DJ set
venerdì 15 luglio
> ore 19.30 tavola quadrata La città che vogliamo
> Ippolito Chiarello recita il Piano Regolatore
> Il Salento e la contemporaneità video di Serbatoio per Collaudi
> Marco Laccone e Luciano Damiani – concerto-performance
> Teatro Blitz - atto di presenza
> Mijikenda cultural troupe – percussionisti e ballerini keniani
> DJ set
sabato 16 luglio
> ore 19.30 Sudivoce vocal ensemble - musica
> Francesca Russo Frammenti di un delirio di potere - teatro
> Zoè, Alessandro Coppola, Jarusc - interventi musicali
> Volo di Notte - teatro musica
> reading di poesia a cura di Musicaos e Vertigine
> Skenè compagnia di teatro danza - performance
> Daniele Coi e Federica Carrieri - performance Ambiente Interattivo
> Jam Session
nella piazzetta antistante bancarelle varie
in collegamento radio e video con il Bar Egnatia dell’Osservatorio Nomade di Cursi
non mollo

cari lettori vertiginosi,
torno a postare qualcosa dopo una pausa dettata da una mia assenza fisica. sabato sono stato a cassano murge, ospite delle officine del sud per notti di poesia 2005, dove ho letto qualche testo in progress della mia raccolta esistenza minima, tutt'ora inedita e incompleta. domenica, assieme a luciano pagano, ho pranzato ad ostuni in una delle peggiori trattorie della città, la locanda dei 7 peccati, non andateci, assolutamente. lunedì sono stato a bari a ritirare la tessera di giornalista pubblicista, che finalmente è arrivata dopo un'attesa snervante. nei prossimi giorni farò un po' di letture in giro, il 16 a lecce, ex convitto palmieri, il 19 a galatina, il 30 a otranto, ma ne parlerò nel corso.
oltre il narrabile
| LONDRA - Una serie di quattro esplosioni ha colpito, questa mattina, metropolitana e bus nel centro di Londra, causando una strage. 33 i morti finora accertati. Secondo Scotland Yard i feriti gravi sono 45: hanno subito amputazioni di arti, ustioni e fratture. I feriti in condizioni non gravi sono circa 300, tra questi anche due italiani, come ha riferito la Farnesina. La polizia britannica ha sollecitato i londinesi a rimanere vigili e ha detto di non essere certa che la serie di attentati sia finita. Gli attentati sono giunti all'indomani della scelta di Londra quale sede delle Olimpiadi del 2012 e mentre, a qualche centinaio di chilometri di distanza a Gleneagles, in Scozia, i grandi della terra sono riuniti per il G8. Pisanu ha detto che gli attentati sarebbero opera di kamikaze e frutto di una lunga preparazione e sicuramente collegati alla celebrazione del G8 a Gleneagles. LA RICOSTRUZIONE DELLA POLIZIA, NESSUN AVVERTIMENTO Quattro esplosioni nell'arco di meno di un'ora, 33 i morti. E' questo il primo bilancio dato da Scotland Yard durante una conferenza stampa. La prima detonazione si è verificata alle 8.51 (9.51 italiane) nei tunnel sotterranei che collegano le stazioni di Aldgate East, Moorgate e Liverpool Street, nel pieno della City. Quattro i morti accertati in questa prima esplosione. Cinque minuti dopo, alle 8.56, è toccata alla Piccadilly Line, con un'esplosione tra le stazioni di King's Cross e Russell Square. Questo l'attacco che finora ha registrato più vittime, 21, secondo le più recenti stime ufficiali. La terza detonazione è avvenuta invece alle 9.17, all'interno della stazione di Edgware Road. L'ordigno esplosivo collocato su un treno è detonato con forza tale da fare un buco nel treno di fianco. Cinque i morti registrati in questo episodio. L'ultima esplosione si è infine verificata sull'autobus numero 30 a Tavistock Place, nei pressi di Russel Square, alle 9.47. La polizia non è ancora in grado di dichiarare con certezza quante siano state le vittime di questa esplosione. "La polizia non ha ricevuto alcun avvertimento o informazione di intelligence su questi attacchi e nessuno ne ha rivendicato la responsabilità ", ha dichiarato Brian Paddick, vice assistente del commissario capo di Scotland Yard. "Al momento non sappiamo se si è trattato di attentatori suicidi o di pacchi bomba lasciati sull'autobus ed in metropolitana", ha precisato Paddick. La fonte ha aggiunto che ci vorrà tempo prima che i trasporti londinesi tornino alla normalità. Solo quando il quadro generale ha cominciato a delinearsi, il capo di Scotland Yard, Ian Blair, ha detto di pensare che le esplosioni a Londra siano un'azione terroristica. "Tracce di esplosivo sono state trovate su uno dei luoghi dove sono avvenute esplosioni, ha detto il capo della polizia di Londra. Uno schema - bombe in metropolitana e su bus - che ricorda quello attuato dalla cellula integralista islamica che colpì i treni carichi di pendolari che stavano raggiungendo le stazioni di Madrid. | |
novità
vittorino curci
la stanchezza della specie (LietoColle Edizioni)

È andata male… per il fatto stesso
di aver voluto sfiorare qualcosa in una città
così grande… un viluppo di anni
fuori prospettiva
guardando nella cavità illune.
La breve storia della sofferenza umana
è scritta in quelle facce ma la terra
che abbiamo conquistato non ci appartiene
i nostri compagni sono morti per nulla.
Sulle strade in salita mi guardo le scarpe.
Cerco di scacciare tutto questo non pensando
al cane che svuota i bicchieri.
No, nessun pentimento… ci si perde
in un punto qualsiasi…
Solo qualche volta, dopo tanti anni,
la tentazione di fuggire.
Da qui il mondo non appare sfavillante.
La memoria futura dei nomi volteggia
sui muri, sequenze gridate come in guerra.
L’alunno è rimasto fermo su un piede.
Siamo arrivati tardi e nessuno ci spiega.
La somiglianza è poco più di un fremito.
Sul crinale avverso un piccolo bar
di provincia con l’insegna al neon
e il cartello SI VENDE.
Culture millenarie muoiono
in uno spavento immane.
C’è qualcuno che ha bisogno di noi?
Dove sono le forbici di Matisse?
Nelle confessioni di un vecchio
la notte non somiglia a niente.








Ultimi commenti