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De.licio.us
Archivio Giugno 2005

di (30/06/2005 - 18:03)

Il Libro Possibile

Il 27 giugno 2005 è stato presentato ai giornalisti il Festival “…il libro possibile…”, che si terrà dal 30 giugno al 3 luglio a Polignano a Mare (Ba).

Portare il libro in piazza, per strada, a portata di tutti, in una cornice suggestiva a Polignano a Mare.
Scoprire posti insoliti per valorizzare le bellezze naturali del nostro territorio.Offrire non solo mare e buona cucina ma anche cultura. Catturare l’attenzione di turisti abbronzati dal sole della Puglia con incontri con autori, narratori, poeti, giornalisti, per conversare e raccontare…storie. Storie per ridere e per riflettere su temi scottanti come TV, censura e politica con la vena ironica di Dario Vergassola e la critica pungente di Marco Travaglio.
Storie d’oltremare con Younis Tawfik e Mauro Di Domenico, storie di guerra e di dittatura, che vanno dall’ Iraq di Saddam al Cile di Pinochet.
Ma anche del Mediterraneo, del Sud del mondo attraverso il racconto di Rosario Tornesello, per capire con Gino Di Mitri che la pizzica e il tarantismo non sono solo tradizioni popolari ma vere e proprie forme di cultura. Un viaggio con Progetto Terrae di letture, musiche ed immagini alla scoperta delle radici comuni che abbracciano la nostra regione e tutte le terre del mare nostrum. Storie di giovani e sui giovani, con Federico Moccia, che ha saputo dare voce ai loro sentimenti e ai loro disagi: il suo libro “Tre metri sopra il cielo” è il più amato degli adolescenti. Ma proprio i giovani saranno i protagonisti assoluti di performance letterarie e musicali, di scritture sperimentali, in uno spazio animato e coordinato da Manila Benedetto, che ospiterà: Stefano Massaron, Angela Buccella, Elisabetta Pendola, Gianluca Gigliozzi, Leo Palmisano, Antonio Lanera, Manuela Ardingo, Tiziano Serra, Angelo Petrelli e tanti altri. Le inquietudini della nuova generazione, dei trentenni alla ricerca di se stessi, nelle parole di Marco Drago, autore di “Zolle”, curatore di una rivista di giovani narratori e conduttore radiofonico.
Storie della beat generation, raccolte dalla tradizione orale, in un viaggio che parte dalla Sicilia arriva in Svezia per tornare a Milano sullo sfondo degli anni ’60 con Marco Philopat e Caterina Grimaldi.
Senza dimenticare i bambini: Paolo Comentale con il suo pupazzo Guastaggiusta intratterrà i più piccoli.
Al centro dell’attenzione anche storie di chi…”dimagrisce pubblicando” con Antonio Stornaiolo, e storie raccontate in una insolita gara di poesia da chi si mette in gioco e si offre generosamente ad un pubblico imprevedibile nelle reazioni con la seconda edizione del Poetry Slam.
Ci sarà spazio anche per le storie locali, con la partecipazione di poeti e narratori del luogo, e per cercare di capire come ridare dignità alla nostra Puglia, mettendo insieme “Le tessere e il mosaico” con Gianfranco Viesti.
Le prospettive economiche e di riordino ambientale saranno al centro di un dibattito sul Piano Spiagge con Assessori e Consiglieri della Regione, della Provincia, e dei Comuni.
Ma chi ha fatto la storia del cinema italiano chiuderà il festival. Con Pippo Mezzapesa vincitore del David di Donatello 2004 per il miglior corto, Ermanno Olmi racconterà la sua esperienza di regista e di scrittore che ha attraversato momenti importanti della seconda metà del Novecento. Il festival quindi animerà tutto il centro storico con i suoi negozi, caffè, ristoranti, balconate e vicoli in un clima festoso e reso ancor più accogliente dagli interventi teatrali e musicali. Dalla chitarra a fiato di Antonio Onorato, musicista di fama internazionale alle suggestioni melodiche degli Omega Tre, alle affascinanti atmosfere del tango argentino, rivisitato con incursioni jazz dai Nuevo Tango Ensamble, per finire con ritmi afro-brasiliani del gruppo di percussionisti Bandita.

Arrivederci dunque a Polignano a Mare, dal 30 giugno al 3 luglio, per il festival “…il libro possibile…” organizzato dall’ Associazione i Presidi del Libro: presidio del libro di Castellana (Associazione Artes), Presidio del libro Cartesio (Liceo scientifico Cartesio, Comuni di Capurso, Cellamare, Triggiano e Valenzano, CRSEC Ba /13), Presidio del libro di Polignano (Palazzo Pino Pascali). Con il patrocinio della Regione Puglia, Provincia di Bari e Comune di Polignano e con la collaborazione della Pro Loco, della Accademia Unika e di JazzItalia.



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medicine show

di (30/06/2005 - 17:29)

è uscito il numero di giugno di medicine show. qui copiato e incollato un pezzo di mario desiati che si scaglia (sacrosantamente) contro la pizzica!

 

Contro la pizzica

 

IL FOLKLORE IMBASTARDITO

DALLE MODE CIALTRONE

 

di mario desiati

 

Basta, per carità, basta con la Pizzica. Non ne possiamo più. È possibile che un pugliese deve subire in ogni consesso pubblico questa umiliazione? Ogni torrida estate, ogni refolo di bella stagione significa feste etniche, sedani bagnati e vino sfuso di cattiva qualità, un paio di tamburelli e una fisarmonica, le grida di qualche esagitato: “E Balla la pizzica, balla la pizzica tu che sei pugliese” indicandomi con il dito, il battito ritmico delle mani a seguire una musica distonica e i fianchi esposti a un tremore senza sprezzo del ridicolo.

Centri sociali, piazze e sagre paesane, istituti di cultura, associazioni di volontari e sale da ballo. È la moda del momento, del lustro, del decennio. Come il tango negli anni Ottanta e il latino americano nei Novanta adesso è l’ora della Pizzica, di Santu Roccu e Santu Paulu, dell’uomo che si avvicina e la donna che si allontana, della Luna otrantina cantata in bergamasco. Altro che Ernesto de Martino, altro che i suoi splendidi studi su quello che rappresentavano i morsi delle tarantole e del significato allegorico di quel ballo. Il ritorno alle origini, la ribellione all’immanentismo e alla piemontesizzazione forzata. Altro che l’esordio singolare di un regista evocativo come Edoardo Winspeare. Una dimensione onirica di una danza che aveva origini antichissime.

La Pizzica è sfuggita agli studiosi e ai suoi amanti. Adesso tutto è nelle mani di queste stronze con le gonne lunghe, le cavigliere, i sandali e piedi sporchi che si mettono a insegnare una danza bastarda, un misto tra la tarantella salernitana e i suoni maranza di Coccoluto. Ecco serate su misura, uguali a se stesse da Milano fino a Santa Maria di Leuca, sudicioni ubriachi con magliette di musica metallara più adatti a un rave che all’antichissimo rito, le stronze suddette avvolte in sacchi di iuta che sventolano drappi rossi come se fossero a una corrida a o allo stadio. Bottiglie di pessimo vino fatto con la polvere spacciato per Negroamaro e primitivo di Manduria in feste autogestite, musicisti (sic!) che non suonerebbero neanche nella banda di Pintopitò diventanti maestri del tamburello, ciarlatani che aprono corsi di pizzica in palestre per fighetti nei centri metropolitani e universitari a 50 euro l’ora, studenti salentini fuorisede, fuoricorso di dozzine d’esami che campano di vecchie babbione che vogliono “fare la pizzica”.

Una patina folcloristica che avvolge un’antichissima tradizione, imbastardita dalla mania cialtrona tutta italiana e tutta piccolo borghese di piegare al suo trito divertimento il suono incalzante di una fisarmonica, l’espressione dilaniata di una donna, questa volta vera, come le tarantolate raccontate da de Martino, le foto di Franco Pinna e Pablo Volta, le pellicole di Edoardo Winspeare, invece travolte dal gusto cialtrone del nostro paese di dilettanti.

 

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l'oggetto

di (30/06/2005 - 11:32)

la copertina di Neuropa, di Gianluca Gigliozzi

questa sera ore 19,30

libreria Apuliae Lecce

 

 

 

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noi ci saremo

di (27/06/2005 - 18:27)

cassano murge, 8-9-10 luglio 2005

www.officinedelsud.org

(luciano pagano)                                                                                                           (rossano astremo)

NOTTI DI POESIA
Festival della Cultura Poetica
Suggestioni e teatralità. La poesia moderna sembra muoversi lungo queste linee. E "Notti di Poesia - Festival della Cultura Poetica", che si svolgerà a Cassano delle Murge (Ba) dall'8 al 10 luglio 2005 e giunto quest'anno alla sua terza edizione, ha voluto provare a capire di più e meglio quali sono le caratteristiche della poesia degli anni Duemila, ospitandone alcuni fra i protagonisti. Lontani dai riflettori, dalle prime linee dei mass-media vippati e gossip-dipendenti ma anche da un mondo della cultura troppo accademico e chiuso fra le proprie granitiche certezze, quasi sempre legate al passato.
Dopo una doverosa apertura dedicata a Franco Fortini a poco più di dieci anni dalla morte, eccoli, allora, alcuni dei poeti di oggi: il barese Gianni Miniello - che al Festival presenterà la sua ultima opera "Ci vuole fegato ad avere cuore" -; i lucani Giovanni Rosiello e Michele Martinelli, ricercatori eccelsi del verso esatto così come di una poesia che sia anche contestazione e riscatto sociale; i giovani leccesi Rossano Astremo e Luciano Pagano che sfruttano appieno le nuove tecnologie e i loro strumenti (internet, i blog, l'editoria elettronica) per sperimentare in un mondo senza più frontiere.

Il teatro, poi, almeno quello che attrici e attori vivono come tale, trasformatrice della realtà ma che ad essa sempre ritorna.

"Notti di Poesia" ha quest'anno il privilegio di tenere a battesimo un gruppo di artisti giovanissimi, quasi tutti alla prima esperienza, guidati da Marco de Virgilio, Giulia Caporusso e Angela Susca, tutti con significative esperienze teatrali alle spalle e con tanta voglia di "mettere in piazza la poesia", di dare ai versi la corposità di un gesto, drammatizzando situazioni e sensazioni. Ne è scaturito un lavoro da apprezzare in tutte e tre le serate del Festival, basato sulle liriche di Pessoa, Ben Joullon e Merini e intitolati "Accorpa-menti".

Altra "perla" dell'edizione di quest'anno del Festival - si tratta di una anteprima nazionale, visto che la messa in scena girerà l'Italia - il lavoro "Un padre passaporto" basato sulle poesie di Zaccaria Gallo e curato da Umberto Binetti.

Ma i reading non sono certo finiti: dalle poesie di "Ritratto di Donna" a cura di Lucia Siciliano, già attrice e ora brillante scrittrice di teatro; a quelle erotiche così come sono state concepite nei secoli scorsi dagli poeti italiani, in una selezione curata dall'attore Peppino Paciolla; ai "versi in musica" di Lucio Battisti.

Durante il Festival esporrà le sue opere la pittrice Silvana Mastrangelo, presso la Sala Espositiva del Palazzo Miani-Perotti. E' sua, fra l'altro, l'immagine ufficiale del Festival di quest'anno.

"Notti di Poesia" è una iniziativa dell'Associazione di promozione sociale e culturale OFFICINE DEL SUD realizzata in collaborazione con la Pro Loco di Cassano delle Murge, "La Murgianella", le librerie "Stella" di Acquaviva delle Fonti e "Equilibri" di Santeramo in Colle nonché con il patrocinio del Comune di Cassano. Il Festival - quest'anno più che mai - è stato reso possibile grazie alla sensibilità di alcune aziende cassanesi che hanno ancora una volta creduto nella cultura e nella promozione artistica e che non finiremo mai di ringraziare.

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tre di tre

di (27/06/2005 - 18:17)

Rossano Astremo

Lo scrittore contemporaneo nelle trame-rizoma del precariato lavorativo (3)

 

Oltre alla pubblicazione di romanzi che affrontano la tematica del lavoro precario, consideriamo due testi antologici. Il primo è Teoria e tecnica dell’artista di merda, edito dalla Valter Casini di Roma. È un’antologia curata da Claudio Morici, al cui interno presenta una sezione dal titolo inequivocabile di L’artista di merda fa il doppio lavoro (Il secondo è in omaggio). Se abbandoniamo la pratica della narrativa, per abbracciare il filone della ricerca-inchiesta, da leggere assolutamente è il testo Precariopoli, volume collettaneo edito da Manifestolibri, un libro che raccoglie alcune inchieste sui ricercatori dell’Università, operai di Melfi, dipendenti dell’aeroporto di Fiumicino e autoferrotranvieri. Concludiamo con il romanzo di Giuseppe Caruso, Chi ha ucciso Silvio Berlusconi, edito da Ponte alle Grazie. È  una storia come ce ne sono tante in Italia, almeno all’inizio, in un posto che potrebbe essere ovunque ma che è a Milano. Ettore Saleri ha 25 anni e si è appena laureato in Storia. I suoi genitori, mamma casalinga, papà in pensione, hanno già trasformato la gioia in preoccupazione per il suo futuro. In effetti, il “mercato” di un laureato in Storia è molto, molto basso. Ettore, se da una parte sente forte questa stessa preoccupazione, dall’altra la stempera un po’ con l’idea che avrebbe preso qualsiasi lavoro gli si presentasse. Quando si sente particolarmente giù, va a trovare Max, amico del papà, ma ormai molto di più amico suo. Max ha un passato da sindacalista di sinistra, anche se adesso la sua vita volge ad un certo declino più psicologico che fisico. La difficoltà di Ettore nel cercar lavoro, i colloqui nell’agenzia interinale, i lavoretti di data entry, sono perfettamente reali, anzi, mi ci sono pienamente trovato avendo fatto più o meno lo stesso iter. Una sera, Ettore e Bruno, altro suo amico squattrinato,  sono al centro sociale vicino casa. Incontrano Allegra. Ettore è un po’ innamorato di Allegra, da quando la conobbe, a Genova durante il G8. Allegra è una ragazza particolare, tanto dolce quanto lunatica, abbastanza impegnata politicamente, studentessa in Statale, e iniziano a frequentarsi ed amarsi, anzi per Ettore Allegra è la valvola di sfogo, visti i lavoretti, che fa, alcuni dei quasi faticosi e pagati in nero, per Ettore Allegra e la consolazione quando improvvisamente il padre muore. Ad un certo punto, però, Allegra lo lascia senza un perché. E per Ettore è una botta senza precedenti tanto che si convince che lei l’abbia lasciato per un altro. E si mette a seguirla. E scopre che ogni tanto va in case sconosciute, in genere alla periferia di Milano, dalla quale esce accompagnata sempre da persone diverse. E quando finalmente i due tornano insieme perché separati proprio non possono stare lui prima con sgomento ma poi sempre più accondiscendente e convinto scopre che Allegra fa parte del “Gruppo Rosso Combattente”, un gruppo eversivo di estrema sinistra che, bandita la violenza verso le persone vuole comunque farsi notare per dire all’Italia che la stagione della protesta “alternativa” non è terminata. Senza anticipare il finale, una premessa è d’obbligo. Il romanzo di Caruso non caldeggia affatto l’uccisione di Silvio Berlusconi, ma è solo una provocazione, una specie di “evento simbolico”. Silvio Berlusconi in questo romanzo, e non solo, rappresenta il simbolo del malessere reale in cui versano i giovani, che non trovano lavoro e devono quasi prostituirsi alle agenzie di lavoro interinale, senza diritti, e quando trovano pidocchiose occupazioni, massacranti e sottopagati. Berlusconi è simbolo di una classe dirigente che, in nome della esasperata flessibilità (perché così a loro fa più comodo), toglie ai giovani il futuro. Caruso è scrittore-metonimia che dimostra a lettere cubitali come la narrativa, ma, la letteratura tutta,  nell’era topica del berlusconismo-sistema di potere criptico, caldeggi fortemente la tematica della recrudescenza del conflitto sociale e del lavoro. La caduta del Governo/Azienda diretta da Mister Trapianto Bis, che avverrà nel maggio 2006,  quali novità apporterà nei solchi sfarinati della nuova narrativa?

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due di tre

di (27/06/2005 - 18:15)

Rossano Astremo

Lo scrittore contemporaneo nelle trame-rizoma del precariato lavorativo (2)

Pensiamo poi a Nicola Rubino è entrato in fabbrica dello scrittore di Altamura Francesco Dezio, uscito con Feltrinelli. Ecco una breve e simpatica biografia dell’autore presente nel romanzo: “Sono nato nel 1970 nella città del pane e dei salotti (ma potrebbe diventare presto anche la città del carboncello o della salsiccia tagliata a punta di coltello – diciamo a periodi). Il 24, il giorno di Gesubbambino, nasco, erompo sulla scena. Il mio esordio letterario risale al 1998 in un’antologia similtondelliana che si chiama Sporco al sole, racconti del Sud estremo. Il mio racconto viene definito una sorta di Trainspotting. Poi finisce il periodo di disoccupazione e frequento un corso di formazione quale operatore alle macchine C.N.C. (controlli numerici), seguito da uno stage di mesi due. E poi la Grande Fabbrica. E poi ancora Disoccupazione. Mentre accade tutto questo partorisco abbozzi di storie – una deriva ontologica degli accadimenti. Anche piuttosto rabbiosa. Scrivo negli orari più impensati. Di solito a fine turno, quando i ricordi sono ancora freschi. Mi levo il sonno dagli occhi e scrivo. Anche durante le pause di lavoro. Osservo e scrivo. Loro parlano e io scrivo. Mi comandano, mi sfottono, ci litigo, mi minacciano, mi licenziano – io scrivo. Scrivo tutto. Loro hanno abusato di me due anni a formazione. Io abuserò di loro in eterno, punto e basta. È così che si fanno i buoni libri, almeno quelli che piacciono a me.” Quello di Dezio è un romanzo-reportage, dal carattere spiccatamente autobiografico, che mette crudamente in evidenza le condizioni di lavoro dilanianti dell’operaio nella società postindustriale. Nicola Rubino, alter-ego di Dezio, è un trentenne operaio pugliese, il quale, dopo mesi e mesi alla continua ricerca di una chimera chiamata lavoro, ha finalmente la sua occasione. Una multinazionale, “leader nel settore” della produzione dei motori diesel, lo ha assunto con un contratto di formazione. Un futuro garantito e tutelato dal mitico posto fisso lo aspetta come un miraggio al termine del periodo di prova. In mezzo, ci sono sei mesi di lavoro infernale: ritmi di produzione pazzeschi sotto il ricatto continuo del licenziamento, le vessazioni dei capi, l’incomprensione dei colleghi. Nicola, del resto, è quel che si dice una testa calda, svelto di mani e di parola: praticamente ingestibile. Però osserva e registra tutto, lasciandoci assistere alla messa in scena di sogni e frustrazioni della classe operaia precarizzata in luoghi e momenti topici del lavoro in fabbrica: davanti alle macchine, durante la pausa-caffè, in mensa. Il tutto filtrato da una “ironia solforica” talmente vitale e genuina da restare costantemente al di qua dell’ideologia. La fabbrica, oggi come negli anni sessanta, quando erano scrittori come Parise, Volponi e Testori a raccontarci la grande industria del Nord, è ancora un mostro capace di stritolare le risorse umane attraverso un meccanismo perfetto di consumazione del corpo e di annullamento della volontà. "La fabbrica si prende tutto", divorando perfino lo spazio narrativo. Non c’è quasi nulla nel romanzo che accada fuori dai suoi cancelli. Sono passati venticinque anni da Tuta blu del barese Tommaso Di Ciaula, pubblicato nel '78 nella collana “Franchi narratori” della stessa Feltrinelli, e in Puglia, nuovamente, con Nicola Rubino è entrato in fabbrica, il mito operaista è messo al bando dalla bassezza della denuncia di uno sfruttamento senza vergogna. Nicola Rubino è entrato in fabbrica è un romanzo “politicamente scorretto”, che mette a nudo le ferite dell’attuale Governo italiano, capace solo a risolvere le questioni che s’impigliano nello spazio ristretto del suo ombelico, ignorando l’inferno feroce della realtà sociale che attorno si agita. O inoltratevi nella lettura di Cordiali Saluti di Andrea Bajani, edito da Einaudi, nel quale il protagonista compone lettere di licenziamento, piene però di “sensibilità, empatia, cordialità, fermezza e attenzione al prossimo”. Di commiato in commiato, l’anonima voce narrante vede la sua carriera progredire in parallelo con la malattia che ha colpito il suo predecessore. E così mentre i suoi sentimenti (imbarazzo, affetto, solidarietà e dispiacere) diventano policy aziendale, il protagonista si rivolge al mondo di fuori per cercare la verità di queste emozioni. Ha dichiarato Bajani in un’intervista: “Il mondo dell’azienda, con la retorica motivazionale che gli è connessa, è una sorta di scatola nera in cui i nomi delle cose non sono più collegati alle cose… L’azienda vuole che i suoi collaboratori siano felici, e allora organizza per loro crociere, scampagnate, i panettoni sulla scrivania per Natale, i brindisi per santificare gravidanze di collaboratrici che fatalmente perderanno il lavoro. Non esiste compassione possibile semplicemente perché l’azienda si propone come universo totalmente sostitutivo. Ti propone uno scambio mefistofelico: rinuncia alla tua vita, alla tua famiglia e a tutto il resto penseremo noi”. E, perché no, il Massimo Carlotto di Niente, più niente al mondo (edizioni e/o), nel quale è la voce di una madre a parlare, tra le buste della spesa, i soprammobili comprati in edicola nelle infinite collezioni delle riviste, una donna disperata costretta dopo il licenziamento del marito dalla fabbrica a mutarsi in colf, in concorrenza perenne con le slave. Ha scritto Roberto Saviano, recensendo questo testo: “Carlotto è riuscito in questo capolavoro a celebrare la quotidiana morte dell’anima”.

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uno di tre

di (27/06/2005 - 18:12)

Rossano Astremo

Lo scrittore contemporaneo nelle trame-rizoma del precariato lavorativo (1)

 

E se la finzione fosse più fottutamente vera della realtà? Se la scrittura fosse un’arma contundente per porre allo scoperto il sommerso e il sottaciuto di questa società capovolta nella quale, non per nostra volontà, siamo costretti ad agire? Prendete, ad esempio, la confessione di Roberto Saviano in un pezzo apparso su Nazione Indiana dal titolo Scrivere sul fronte meridionale. Lo scrittore casertano è stato interrogato per molte ore dai carabinieri della compagnia di Casal di Principe su mandato della Procura Antimafia di Napoli per alcuni testi comparsi in rete. L’accusa? Quella di sapere troppe cose per essere uno scrittore, quello di aver messo il dito nelle piaghe purulenti del connubio malavitoso tra grande imprenditoria e camorra. Saviano insiste, ripete più volte, “cazzo, io sono uno scrittore, scrivo racconti, la mia è pura finzione”. La risposta che gli viene data, in realtà, è un’altra domanda: “Lei sa dove è nascosto Bernardo Provenzano?”. Mi sembra che stia prendendo sostanza un interessante filone letterario che non riguarda solamente gli scrittori sudisti, ma che possa, a tutti gli effetti, estendersi a tutto lo stivale: quello di una letteratura che si scaglia a muso duro contro un sistema che castra ogni velleità di esistenza  serena, di una letteratura civile che mostra le piaghe pustolose generatesi da anni di becero belusconismo d’accatto. Tra le striature complesse di un sistema editoriale denso di nuove uscite, ci soffermiamo sulle trame variegate di oggetti narrativi che fanno della precariato lavorativo la ragion d’essere del loro essere scagliati nel calderone indigesto del sistema librario nostrano. Considerate Pausa Caffè di Giorgio Falco, pubblicato dalla Sironi, casa editrice milanese che si avvale del nobile lavoro di talent scout di Giulio Mozzi. Il romanzo d’esordio di Falco è un affresco gelido di Milano, città nella quale il lavoro non è più lavoro, dove non c’è più la fabbrica, ma esiste una raffica indistinta di impegni, traffici e desideri. Il romanzo è costituito da una serie di riflessioni, monologhi, microstorie, registrazioni di telefonate, segreterie telefoniche, slogan, passioni. Falco disegna con mano sicura la città che incontriamo ogni giorno al bar, in ufficio, al telefono. Precari, licenziati e licenziandi, pornostar, televisivi di basso livello, blateratori radiofonici, mestieri sfuggenti ad ogni classificazione razionale.Un mondo non sconfitto, ma certamente senza speranze. Ha scritto Aldo Nove parlando di questo romanzo: “Trecentocinquanta pagine di brandelli di mondo lavorativo che diventano brandelli di ego e residui organici di una società sull’orlo di una esplosione. Falco, scrittore mimetico come pochi, racconta la vita dei precari con una scrittura fortissima nella connotazione e precaria a sua volta nell’imporsi un uno stile, piuttosto rapsodico e in grado di coprire, con il linguaggio, tutti gli stilemi, ma anche le forme di vita, di quei lembi di reale in cui si muove o s’arresta il lavoratore precario”.

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nuovo quotidiano di puglia

di (27/06/2005 - 12:16)

 

Presentazione del romanzo d’esordio di Gianluca Gigliozzi presso l’Apuliae di Lecce

Neuropa, romanzo che indaga le radici storiche del nostro oscuro presente

di Rossano Astremo

 

 

La pubblicazione di Neuropa, romanzo d’esordio dello scrittore di L’Aquila Gianluca Gigliozzi, con la casa editrice leccese Luca Pensa Editore, si innesta a pieno titolo all’interno di quel particolare filone della narrativa contemporanea che privilegia la degenerazione massimale e onnivora degli intrecci e non la sua scansione minimale (basti considerare Perceber (Sironi, 2005) di Leonardo Colombati e La macinatrice (peQuod, 2005) di Massimiliano Parente). La presentazione ufficiale di Neuropa si terrà giovedì 30 giugno alle 19,30 presso la Libreria Apuliae di Lecce.  Neuropa, poema epicomico in prosa, è un esperimento folle e ambizioso, libro-mondo, che vorrebbe dar corpo alla domanda: è possibile vedere qualcosa del nostro oscuro presente indagando le sue radici storiche? Neuropa, scritto dal 1996 al 2001, e riscritto dall’autore per la sesta volta poco prima di darlo alle stampe, è un romanzo che attraverso l’ipotesi di una follia, quella del protagonista IO, mette in scena la progressiva costituzione psicotica dell’Occidente postilluministico, schiacciato nel cono di luce della ragione e repressivo di ogni ombra. Una volta divenuto folle IO viene internato nell’ospedale di Charenton, celebre perché residenza del Marchese de Sade. L’incontro con de Sade sarà fondamentale per l’evoluzione del protagonista. Il marchese è dedito in quel momento all’allestimento di spettacoli teatrali aventi come protagonisti i malati di mente di Charenton e IO sperimenterà le potenzialità della propria patologia, venendo ad identificarsi scenicamente con una successione di personalità secondarie (su tutte quella di un domenicano peregrinante in terra iberica alla fine del XVII secolo), o cruciali per la formazione del nuovo mondo: da Newton a Diderot, da Marat a Voltaire.  La schizofrenia di IO, però, ha due contesti privilegiati di manifestazione: la Spagna successiva al 1672, di piena decadenza e di poco precedente i conflitti per la successione; e la Parigi rivoluzionaria, nella cui violenza e nei cui ideali le contraddizioni passate e future si inscenano con evidenza.  Neuropa è innanzi tutto un viaggio comico e stravolto nel Seicento e Settecento alle origini del pensiero scientifico e del diritto moderno. Riprende il tema archetipico della ricerca del Padre, della Legge, ma anche quello della sua uccisione, di una liberazione da ogni principio precostituito. Allo stesso tempo è un libro che sbeffeggia una tradizione tutta italiana e libresca: quella dei romanzi storici, con il loro illusionismo coatto, con la loro assurda pretesa di far rivivere mondi perduti per sempre. Sul piano dello stile è una prova di pirotecnica linguistica e di libertà compositiva che ha i suoi numi tutelari in Lawrence Sterne e Jhonatan Swift. Il suo modo può essere definito come cubismo istrionico perché la teatralità barocca e allucinata costituisce il centro generatore della sua visione sempre alterata, sempre tesa verso ciò che non ha ancora forma. Tutte le informazioni sul romanzo e sul suo autore al seguente indirizzo: http://neuropa.splinder.com.

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vincitori e vinti

di (27/06/2005 - 11:22)

Premi: Viareggio a La Capria, De Angelis, Arbasino, Piperno

Sono loro i vincitori della 76/a edizione (ANSAweb) - VIAREGGIO (LUCCA), 24 GIU - Raffaele La Capria per la narrativa, Milo De Angelis per la poesia, Alberto Arbasino per la saggistica e Alessandro Piperno per l'Opera prima sono i vincitori della 76/a edizione del Premio Viareggio. La Capria con 'L'estro quotidiano', De Angelis con 'Tema dell'addio', Arbasino con 'Marescialle e libertini', Piperno con 'Le peggiori intenzioni'. Lo rende noto un comunicato degli organizzatori. (ANSAweb)

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neuropa sta arrivando

di (24/06/2005 - 19:36)

Sarà presentato giovedì 30 giugno presso la Libreria Apuliae di Lecce Neuropa, il romanzo di esordio di Gianluca Gigliozzi edito dalla Luca Pensa Editore. Saranno presenti assieme all'autore Stefano Donno, direttore editoriale della casa editrice salentina, Luciano Pagano redattore della rivista online Musicaos e Rossano Astremo, curatore del periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine.

Inoltre, sabato 2 luglio lo scrittore Gianluca Gigliozzi sarà a Polignano a Mare per parlare del suo poema epicomico in prosa. Per sapere tutto sull'autore, sul libro, sugli appuntamenti e sulle recensioni, riflessioni sul testo collegatevi all'indirizzo http://neuropa.splinder.com/.

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sic et simpliciter (

di (24/06/2005 - 11:49)

Intervista ad Antonio Moresco

 



Nei tuoi racconti e romanzi ricorre spesso, sia pure in forme di volta in volta differenti, un’immagine di forte impatto simbolico che a mio parere rappresenta una delle porte d’accesso alla tua poetica: mi riferisco alla corsa talmente veloce da far apparire del tutto immobile il corpo o l’oggetto che la sta compiendo. Perché per te è così importante questa immagine? Che cosa significa in realtà, quale esperienza intende suggerire?

Sì, questa immagine (ad es. la corsa del ghepardo) è effettivamente ricorrente e insistente nel mio lavoro, in cui si verifica una compresenza molto forte di movimento e di immobilità: nell’occhio del ciclone le cose ruotano in modo così vorticoso da apparire ferme. In me esiste la necessità di vivere questi due momenti in modo non separato, di risalire al punto che precede la loro divisione. Perciò non mi convince né l’immagine (intesa anche in senso filosofico) del moto assoluto, del puro divenire di ogni cosa, né quella dell’immobilità, dell’essere statico. Sento il bisogno di tenere dentro nel mio lavoro tutt’e due queste forze e possibilità dell’esistere. Lo scrittore che si gioca l’idea della vita come puro divenire con le relative conseguenze (trame tutte fondate sul movimento e sulla varietà o sull’illusione del movimento e della varietà ininterrotta delle cose, ecc.) costruisce una narrazione che appare molto aderente alle cose ma che in realtà si limita a scorrere, a galleggiare sulle cose. Tutti i movimenti basati sull’orizzontalità e sulla reticolarità sono falsi movimenti perché non concependo l’immobilità non è possibile concepire neppure il moto. Invece nel Novecento ha trionfato quel culto consolatorio delle superfici attraversate in termini di puro movimento a cui mi ribello continuamente, perché le superfici sono tali solo rispetto a qualcos’altro che non affiora. D’altra parte, non mi accontenta neppure l’immobilità che non conosce dramma, movimento e conflitto al suo interno, propria della letteratura (ma anche della filosofia e della religione) che pretende di possedere una verità a priori tale da permetterle saggezza e tranquillità, da metterla al riparo dall’urto e dalla violenza delle cose. Noi siamo dentro qualcosa d’altro, ci muoviamo dentro qualcosa di immobile e siamo immobili dentro qualcosa che si muove vertiginosamente: gli autentici movimenti narrativi, come quelli della vita, del pianeta Terra, avvengono per grandi orbite. Si tratta di movimenti interni e profondi di combustione nei quali sono compresenti proprio quei piani, l’essere e il divenire, che la mente o la filosofia di solito separano.


Tu parli dell’autore come di colui che è capace di affrontare la forma e la morte: ma in quale modo si può superare il rischio che anche questa concezione rappresenti una delle più ostinate “illusioni della modernità”? In altre parole: in che cosa il tuo concetto di autore si distacca, per esempio, dal romanticismo del “titano-creatore”?

Per la modernità, sia quella critica sia quella gregaria, sembra che qualsiasi cosa lo scrittore faccia, sbagli, e questo sta a significare che esiste un problema di fondo. Avviene come nella favola del contadino che va al mercato con il figlio e con l’asino. Se il contadino sale in groppa all’asino e lascia il figlio a piedi la gente mormora perché ha costretto il figlio a camminare. Se sale in groppa il figlio e resta a piedi lui la gente mormora perché il figlio giovane ha lasciato a piedi il padre. Se nessuno dei due sale sull’asino la gente mormora lo stesso perché l’asino non viene usato. Allo stesso modo, se accetti il rischio della forma e della morte vieni subito tacciato di presunzione, di romanticismo, mentre se non ti poni come sostanza che vive e soffre dentro la materia finisci per dare ragione ai cultori delle superfici. Io non mi sento erede del romanticismo, non concepisco lo scrittore come titano isolato. Anzi per lo scrittore è necessario abbassare il livello di guardia dell’io per permettere un “allagamento”, come nei vasi comunicanti. Il mio romanzo Gli esordi ha lasciato perplessi alcuni proprio per l’interazione tra io e mondo che crea un movimento lento e lungo, ma capace di portare enormi masse d’acqua. Mentre generalmente si è abituati a un ritmo narrativo più veloce e spumeggiante, ma anche più superficiale perché più sorvegliato dall’io dell’autore. Anche l’io dei Canti del caos e de L’invasione non ha nulla di demiurgico, consolatorio, napoleonico, ma è anzi il regno della violenza reciproca e del rischio narrativo continuo: il mio concetto di autore non ha nulla a che spartire con il viaggiatore di Friedrich che, immobile sulla cima di una montagna, guarda il mare di nebbia sottostante. Così vengo spesso attaccato sia da chi cerca nei romanzi la figura stentorea e demiurgica dell’io (anche nelle sue forme depotenziate e semplificate tipicamente postmoderne) sia da chi vorrebbe la cancellazione di un soggetto che non sia puro by-pass ma opponga resistenza, del soggetto da cui esce il filo geroglifico della scrittura con la sua sofferenza corporea e mentale. Anche in questo caso, nella mia scrittura convivono in modo tragico e non pacificato i due aspetti contrastanti dell’essere e del divenire di cui ho parlato prima: perciò per me è così importante l’immagine dell’esordio, della nascita, in cui questi due aspetti sono compresenti. Oggi, invece, nel campo della letteratura e della critica sono molti quelli che pretendono che si scelga l’uno o l’altro aspetto: mi chiedo quale idea abbiano della vita costoro! Quanto al problema della forma… beh, per me, come ho scritto una volta, «chi ci chiede di essere senza una forma, ci chiede di non esistere». Non avere forma, essere puro movimento, significa confermare la cultura dominante nella sua concezione della vita, dello spazio, del tempo.


Hai scritto: «all'arte dovrebbe essere lasciato non dico largo spazio, che non andrebbe neanche bene, ma perlomeno una fessura…». Ma che cosa può scaturire, secondo te, da questa fessura? Quali sono le potenzialità e i limiti dell’arte oggi?

Con quella affermazione intendevo oppormi agli specialisti che impongono statuti certi alla cosiddetta “arte”. Le posizioni normative e istituzionali non mi interessano, così come non mi interessa definire il “ruolo” dello scrittore, dell’artista, dell’intellettuale. In questo senso, la fessura mi va bene e mi basta: nella mia vita non ho conosciuto altro, per me il tramite è sempre stato una fessura, e se ho pubblicato tardissimo è perché prima non ne trovavo (ancora oggi i continui cambi di editore dipendono proprio dal fatto che alcune fessure si chiudono, mentre se ne aprono altre). Non pretendo che la società conceda maggiore spazio a qualcosa che ai suoi occhi appare inaccettabile, continuo a pensare che la posizione migliore per uno scrittore sia quella di avere le spalle al muro. Non mi interessa possedere uno status o partecipare alle tavolate delle persone conosciute che svolgono un inoffensivo ruolo sociale. Perciò credo che tutto questo ipertrofico discutere del rapporto tra lo scrittore e il pubblico nasconda ipocrisie molto grandi. Dentro il pubblico si muovono forze concrete che lo plasmano, che lo modificano anche in modo oscuro e sfuggente. Quando allo scrittore si chiede di scrivere per il pubblico, e di accettare così una logica puramente gregaria, gli si vuole in realtà imporre di scrivere per una certa idea costruita di pubblico. Ma a me interessa penetrare proprio quella zona oscura, quella fessura, oltre la corazza che si sono costruite intorno le persone. Per quale pubblico scriveva Emily Dickinson? Eppure è riuscita a entrare nella fessura che c’è nelle persone e nelle vite, attraversando lo spazio e il tempo. Se per essere sociali si intende l’accettazione delle forme in cui si sono cristallizzate le strutture culturali di un’epoca, allora io rivendico la mia asocialità… voglio deporre l’uovo della mia fessura e della mia ferita nelle fessure e nelle ferite del mondo – non in uno spazio accettato e codificato in cui lo scrittore o il poeta svolge la sua azione “protetta” dalla società. Del resto, anche in passato ci sono stati autori che hanno dovuto operare in uno stato di profonda separatezza, di isolamento, e non perché fossero misantropi ma proprio perché erano più vicini di altri a un’idea forte, umana, radicale della vita.


Schematizzando molto, direi che la cultura europea del Novecento ha sofferto di una sorta di patologia maniacale bipolare: tanto è stata (a volte ferocemente) vitalista, interventista, avanguardista nella prima metà del secolo, quanto, nella seconda parte, ha accanitamente cercato di rimuovere il senso del tragico e del conflitto. Come si colloca il destino della “parola” in questo quadro?  

È vero che, almeno a grandi linee e per quanto riguarda le codificazioni dei maggiori movimenti culturali, il Novecento ha avuto queste caratteristiche, in Italia come all’estero. Anche se in tutte e due le parti del secolo, naturalmente, ci sono state esperienze che si sono mosse in senso diverso, per conto loro. In particolare il secondo Novecento pare aver premiato l’aspetto dello scrittore combinatorio, sostanzialmente paralizzato, chiuso nel suo piccolo spazio a compiere operazioni funebri su quello che era stato fatto, pensato, vissuto nei decenni e nei secoli precedenti e posto così in una condizione spettrale di espiazione, di elaborazione del lutto per quello che era successo prima. Essendo contrario a questa visione della letteratura, mi viene spesso rivolta l’accusa abnorme di essere “vitalista”: ma non essere contro la vitalità non significa “vitalismo”, che è una posizione che ideologizza e massimalizza una certa attitudine del corpo e della mente umana di porsi nei confronti delle cose. Adesso che questa spaventosa visione epigonale e terminale della letteratura sta lentamente tramontando, la grande industria del libro cerca di introdurre la figura dell’autore in una maniera semplificata e pubblicitaria, costruendo l’immagine fittizia e spettacolarizzata dell’autore-vedette. Entrambi questi movimenti non portano in nessun luogo che possa interessarmi. La possibilità che si apre in questo momento storico non la conosciamo – io almeno non la conosco. Davanti non vedo un avvenire radioso, ma neppure la morte e la fine, vedo soltanto la continuazione di un dramma che non si spegne finché esistono le vite e le forme. La montagna che abbiamo di fronte è una parete di ghiaccio sulla quale, però, è possibile accendere dei fuochi. Quanto a me, non ho la più pallida idea di quale sarà il mio destino di scrittore, e non mi pongo neppure il problema: l’idea stessa di vincere o non vincere per me è superficiale, e poi non è detto che si debbano combattere soltanto le battaglie che si è sicuri di poter vincere. Posso dire però che secondo me il modo migliore di porsi per uno scrittore, in questa epoca, consiste nel non accettare i verdetti, le postazioni chiuse. Nel rifiutare sia l’idea che lo scrittore acquisti spazio, respiro, udienza appiattendosi sul versante del “movimento” e dunque non accettando la dimensione della diversità e del conflitto, della rottura e della separatezza. Sia l’idea che lo scrittore sia soltanto un esecutore testamentario, un custode del museo. Credo che entrambe le posizioni, l’una giocata nel senso apparente della vita, l’altra nel senso apparente della morte, siano da respingere. In ogni epoca, apparentemente, vince l’una o l’altra. Ma nel movimento profondo, orbitale, che vivono le cose tutt’e due si rivelano gregarie, contengono un’abdicazione alla sofferenza generativa e alla forma propria degli esseri viventi.


Quali sono gli elementi di rottura e quali invece quelli di continuità tra l’esperienza della militanza politica che hai vissuto negli anni Settanta, e che descrivi negli Esordi, e la tua successiva attività di scrittore?

Dai diciotto-venti anni fino ai trenta mi sono gettato a capofitto nell’attività politica e rivoluzionaria. In seguito, ripartendo da zero, ho cominciato a scrivere. Però tendo a non vedere l’esperienza politica e l’attività di scrittore in termini di continuità. Trovo piuttosto che questi due aspetti della mia vita (come anche l’esperienza precedente, quella del seminario) siano compresi all’interno di qualcosa di più grande, che faccio fatica a definire. È come se questi momenti così diversi della mia vita avessero in comune il mio stordimento, il fatto di aver giocato tutto me stesso in un sogno, giusto o sbagliato che fosse, di aver vissuto e essermi posto di fronte alle cose sempre con lo stesso bisogno di radicalità e di immersione ma senza reti di protezione, senza le strutture che occultano la vera essenza del mondo. Oggi della mia fase politica non riconosco più una serie di zavorre teoriche in cui allora mi pareva di credere ciecamente, ad esempio l’ideologia storicista e finalisticamente progressista. Nello stesso tempo, però, ci sono aspetti che ancora non mi dispiacciono… insomma, non sono assolutamente pentito, non sono tra quelli che piangono e si disperano per quello che hanno fatto e pensato in quegli anni, per non essere stati dei bravi ragazzi, anche se molte cose non coincidono più con quello che penso adesso. Nella vita delle persone avvengono fatti che portano a sviluppare esperienze, magari anche fortemente devianti e destabilizzanti, ma comunque preziose, da non disperdere. L’esperienza politica mi ha portato a vivere situazioni drammatiche, difficili, in luoghi diversi, senza cinture di sicurezza (avevo abbandonato la famiglia e la scuola, vivendo in modo randagio e svolgendo lavori umili). Ma mi ha anche fatto conoscere persone indimenticabili e pressoché inimmaginabili che vivevano in strati molto sotterranei della società e che altrimenti non avrei mai incontrato. Il forte senso della precarietà della vita, il randagismo da una città all’altra, il fatto di avere vissuto in case occupate, tra continui guai con la legge, arresti, denunce, nella paura fisica di scontri violenti, mi hanno dato, o meglio confermato, un’idea della vita (conosciuta da ogni cellula del nostro corpo e dal cosmo con le sue stelle che nascono, bruciano, muoiono, con i buchi neri che risucchiano la materia e l’antimateria che forse costituisce l’80-90% dell’universo…) che è molto più vicina alla sua reale insicurezza e precarietà di quanto non ci inducano a pensare strutture mentali troppo difensive. Questa piccola idea della vita che hanno le persone e attraverso la quale i poteri forti si mantengono tali, dando l’illusione della sicurezza, del muoversi entro schemi prevedibili e rassicuranti, non rispecchia la realtà delle cose. Per cui non rinnego ma anzi difendo a spada tratta il mio essere stato dentro questa spaccatura fluida, nonostante le illusioni da cui oggi sono lontanissimo, il mio aver conosciuto persone che hanno sofferto e che hanno perso ma che non per questo sono meno nobili e meno degne.  

a cura di Giampiero Marano

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fallimento

di (24/06/2005 - 11:23)

E ora che sei lì con il tuo corpo molle deposto sul nudo pavimento, chiuso tra quattro pareti prive di luce che non sia quella artificiale di una lampada che tocca la superficie di uno specchio e in riflesso si posa sui tuoi polsi lacerati, ora che tutto il sangue che percorreva in flusso sordido le tue arterie straripa e continua a straripare dalle sue naturali conduttore per mescolarsi con la putredine delle polveri probabili che inondano il chiuso spazio nel quale sei, ora che l’intarsio di pensieri senza modalità d’uscita non ha più lo stesso sapore d’acredine che tanta ossessione aveva procurato alla pulsione minima delle tue azioni, ora che è con la morte che dovrai affrontare il tuo prossimo colloquio, ora che è con la morte alla quale dovrai spalancare i tuoi occhi sagomati per mostrare il sangue che solca il regolato interno evanescente, ora non mordi più le carni delle tue braccia nel refrain poco jazz del fallimento che sei.

rossano astremo

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ultrapensiero

di (23/06/2005 - 18:15)

Gilles Deleuze

Filosofia e minorità

Minorità e maggiorità [majorité] non si oppongono solo in modo quantitativo. La maggiorità implica una costante ideale, una sorta di metro campione in base al quale essa può essere valutata, contabilizzata. Supponiamo che la costante, o campione, sia: uomo-bianco-occidentale-maschio-adulto-ragionevole-eterosessuale-metropolitano-che parla una lingua standard (l'Ulisse di Joyce o di Ezra Pound). È evidente che "l'uomo" qui è maggiore quand'anche risultasse numericamente inferiore ai bambini, alle donne, ai negri, ai contadini, agli omosessuali … ecc.. Il fatto è che egli compare qui due volte, la prima come costante, la seconda come variabile, quella stessa da cui la costante deriva. Allo stesso modo possiamo astrarre dalla costante un discorso diretto: si tratta della filosofia, ogni qual volta che questa ha creduto di parlare in nome di un'essenza dell'uomo, di una ragione pura, di un soggetto universale o di diritto . La maggiorità suppone uno stato di diritto e di dominio, non il contrario. È La maggiorità a supporre il campione, non viceversa. Vi è pertanto una determinazione diversa dalla costante che può essere considerata come minoritaria per natura quale ne sia il numero, vale a dire come un sotto sistema o un fuori-sistema (secondo i casi). Ma a questo punto tutto si capovolge. Mentre la maggiorità, nella misura in cui questa è analiticamente compresa nel campione, è sempre Nessuno - Ulisse -, la minorità è il divenire di tutti, il divenire potenziale di questi tutti, a misura di quanto vi sia in ciascuno di deviazione dal modello. Un briciolo di bellezza, un'escrescenza o un vuoto possono bastare, sono degli innesti di divenire. C'è un "fatto" maggioritario, ma è il fatto analitico di Nessuno, che si oppone al divenire minoritario di tutti. È per questo motivo che dobbiamo distinguere la maggiorità come sistema omogeneo e costante, le minorità come sottosistemi, e il minoritario come divenire potenziale e creato, creativo. Il problema non è mai acquisire la maggiorità, anche quando si instaura una nuova costante. Non c'è un divenire maggioritario, la maggiorità non è mai un divenire. Non c'è divenire se non minoritario. Le Donne, quale che sia il loro numero, sono una minoranza definibile come stato o sotto-insieme; ma esse non creano se non rendendo possibile un divenire, di cui non sono proprietarie, nel quale devono però rientrare; si tratta di un divenire-donna che concerne l'uomo tutto intero, compresi i non-donna. Lo stesso per i Negri: se i Negri debbono loro stessi divenire-negri, questo divenire tocca anche i non-negri . C'è un romanzo molto bello di Arthur Miller, Focus, che descrive il divenire-ebreo di un non-ebreo (e lo stesso vale per il film M. Klein, di Losey). È la stessa cosa per le cosiddette lingue minori: non si tratta semplicemente di sotto-lingue, idioletti o dialetti, ma di agenti potenziali per far entrare la lingua maggiore in un divenire minoritario di tutte le sue dimensioni, di tutti i suoi elementi (si veda ad esempio il Black-English). È necessario quindi distinguere le lingue minori, la lingua maggiore e il divenire-minore della lingua maggiore. È per questo motivo che Pasolini sosteneva che l'essenziale, nel "discorso libero indiretto", non si trovava né in una lingua A né in una lingua B, ma «in una lingua X che non è altro che la lingua A in procinto di divenire realmente una lingua B». In breve: c'è una figura universale possibile della coscienza minoritaria, questa figura è il divenire di tutti, e questo divenire è creativo. Nel fissare la figura di una coscienza universale minoritaria ci si afferra a potenze di divenire che appartengono ad un altra dimensione, diversa da quella del Diritto e del Dominio. Sarebbe questo il compito della filosofia, in opposizione alle sue pretensioni maggioritarie astratte di ogni tempo. La filosofia sarebbe cioè attraversata da tutti questi divenire e in connessione con essi. I suoi discorsi sarebbero i discorsi liberi indiretti (anche nel linguaggio si è data troppa importanza alle figure retoriche, alle metafore, alle metonimie … ecc., mentre t utte le funzioni di linguaggio si districano altrimenti, nelle forme del discorso indiretto: un solo rumore, un solo linguaggio per tutti i popoli).

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prosa

di (23/06/2005 - 18:11)

igino domanin

gli ultimi giorni di lucio battisti (peQuod, 2005)

Vivo come uno straniero da decenni. Forse da sempre.
Abito a Milano da quasi venti anni. Mi trovo sprofondato in un sofà rosso rubino. Ho in mano il controllo remoto dei suoni del mio Hi-Fi metallizzato. E’un pomeriggio un poco ipnotico. Pieno di pesche, fragole, ciliegie e mirtilli. Gioisco degli arrangiamenti per archi delle bossa novas di Tom Jobim. Ascolto un brano dedicato all’agonia di un dio marino. Mi piace affondare nei misteri acquatici. Mi sento a mio agio tra i tritoni e l’eros strafottente di Nettuno. Mi piacciono le ragazze in costume da bagno. Mi piacciono i bikini e le mulatte che sculettano. Che mi fanno l’occhiolino, mentre sventro una aragosta con le mani febbricitanti. Abissi, voi conoscete i misteri di un mare profondo e infinito!

Jobim, dopo i successi ottenuti con Nelson Riddle e Claus Ogerman, dopo aver sposato il ritmo brasiliano alle effervescenze dello swing, si ritraeva dal palcoscenico. Viveva su spiagge oceaniche. In capanne poverissime. Guardava per ore il gioco delle onde, l’ebbrezza delle schiume e i riccioli dei cavalloni. Vestiva di bianco. Rimaneva sempre all’ombra. Sembra impossibile: ma in momenti così si potrebbe morire di crepacuore. Lo struggimento della vita è di una dolcezza insopportabile.
Joe Dassin concluse i suoi sogni di antropologo e musicista tra i vapori di un estatico resort a Tahiti. Nelle estati primordiali, tra gli svaghi marini, tra le primizie offerte dal sole, c’è pure la morte e l’occhio di fuoco che tutto incendia.
La mia infanzia l’ ho passata a Catania. Per caso. Mio padre ha lavorato per un lungo periodo in Sicilia. Io ci sono cresciuto.
Andavo al mare su delle strane palafitte. Stabilimenti balneari, edificati secondo il modello di architetture preistoriche, già apprezzate nelle letture dei sussidiari elementari, che ospitavano le mie peregrinazioni di adolescente. Confuse ed accecate.
Giravo tra lunghe fila di cabine. Ho visto pupe bionde in costume intero, mentre in silenzio masticavano la pasta filante dei timballi.
Ho sentito per ore gli schiamazzi dei monelli, che s’infilavano dappertutto, al di sotto delle tavole di legno dell’impalcatura sulla quale ci trovavamo. Ogni tanto scendevo sulle rocce laviche. Mi sedevo sui massi. Tutto era fuoco. Che m’incendiava i pensieri. Quasi eiaculavo. Era una furia demente, cieca, senza scopo. Che mi portava a ricordare con rabbia, come fossi uno di quei teddy boys senza causa né scopo. Per ore studiavo l’inquieta morfologia delle acque, il plesso dinamico dell’elemento informale e delle figure, il gioco del nero fondo e del riflesso adamantino della superficie. Le macchie e le linee. Il fatto aptico e il costrutto ottico.
Rimembro l’arroganza dei rugbisti etnei.
[...] In quel periodo: vado spesso a teatro. Catania è una città ricchissima di teatri. Di ogni specie.
Vincenzo Bellini è nato in questa città. Il calco della maschera di cera del suo volto è conservato in un piccolo museo. Si tratta della testimonianza fedele del viso di un uomo appena morto, nitido e pulito, una maschera che mi sarebbe piaciuto indossare per una festa di carnevale. Il naturale relax della morte. Morire su una spiaggia di Taormina, verso maggio, al tramonto. Seduti su una sdraio con un plaid appoggiato sulle gambe, quando non si hanno più forze. Neanche per trattenere nelle mani un bicchiere colmo di Campari e succo d’arancia. Non fa freddo. La luce è poca. Ma tutto è dolce. Magari Bellini era morto così, mentre canticchiava Casta diva e beveva l’assenzio. Poi avevano messo una maschera sulla sua faccia. Aveva un’espressione colma di un’estasi distante e inafferrabile. L’impronta era rimasta per sempre. La sua espressione era stata codificata nella traccia del calco. Tutte le nostre espressioni potrebbero essere frutto di un codice.




 

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poema collettivo_canto blues alla deriva

di (23/06/2005 - 11:58)

a questo indirizzo lo stato attuale dell'esperimento del poema collettivo Canto Blues alla Deriva che è in corso di realizzazione su www.musicaos.it. qui sotto il mio primo frammento scritto seguendo le leggi dell'orgasmo di kerouacchiana memoria.

nel momento dell'inutile crocifissione
i lager si snodano tra le carni.
non è surrealtà quella che nell'iniettarsi
della consuetudine tocca i talloni,
ma è sostanza di catrame che come riflesso
di raggi solari su cocci di vetro rotto
s'appiglia agli abiti cedendo al surrogato
delle visioni karmiche.
come è inutile srotolarsi tra le pieghe
di lastre di tufo barocco, come è
inutile sventrarsi le budella per intercettare
lo schifo che siamo, come è inutile
sperimentare la concordanza di versi vuoti
nel ritmo, nel ritmo, nel ritmo.
Florilegio di scostanti incursione nell'immateriale,
dove il tempo sembra assottigliarsi,
e lo spazio è reso omogeneo, tutto uguale,
non più le differenze di pelle, urina, stato,
religioni, merda sottile, palle diagonali,
coiti perplessi, sfinteri agonizzanti,
non più il diverso che s'intinge nella brocca
del diverso, solo puzza di linee in cordoglio,
solo puzza di cerchiature in accatto,
solo puzza di segmenti in delirio,
solo spazio e tempo sfarinati,
solo spazio e tempo sagomati,
solo spazio e tempo smerigliati,
questo canto vorrei fosse onirico,
questo canto vorrei fosse onirico,
questo canto vorrei non terminasse mai,
perché per ogni fine c'è un pizzico di morte che m'assale.

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il padre

di (23/06/2005 - 11:02)

 
Il nuovo manuale delle Giovani Marmotte

di William S. Burroughs

Assassinio Per Lista (APL)
Assassinio per lista? I soliti bersagli, i politici, gli antinarcortici, i piedipiatti? Sono solo servi che obbediscono agli ordini. I veri bersagli non sono uomini di facciata, ma quelli più in alto, che stanno dietro la scena. Annunciate che avete un'intera lista di questi controllori segreti e che li ucciderete uno dopo l'altro. La lista è di pura fantasia, naturalmente, ma i veri pezzi grossi si esporranno da soli ben presto. Così, tanto per cominciare, assassiniamo un banchiere svizzero, che tanto non si sbaglia mai. Se avete una lista di banchieri svizzeri estrarrete il suo nome dal cappello. Questo è l'Assassinio Per Lista (APL). I ricchi ed i potenti rintanati dietro guardie e reti elettriche.

Assassinio Casuale (AC)
L'ingegnoso concetto dell'assassinio casuale è stato avanzato da Brion Gysin. Vengono uccise cinque persone al giorno in cinque quartieri della città. Sarà la sorte a designare il quartiere ed il tipo di persone. Un modo potrebbe essere quello di mescolare un mazzo di carte che designano una lista di varie categorie: casalinga, uomo-d'affari-bombetta-e-ombrello, suora, sbevazzone, pulisci-cessi, chiunque-guidi-o-viaggi-su-una-Bentley ecc. Poi mescolare un altro mazzo di aree cittadine in distretti che non corrispondano alle reali circostrizioni. Siccome la scelta è del tutto casuale non c'è nessun progetto e gli assassini non possono essere previsti o prevenuti. Al riparo da questa lotteria giornaliera saranno poliziotti e militari. La ragione: gli viene accordata questa posizione di privilegio per attizzare il risentimento della plebaglia e per preparare il terreno per la susseguente accusa che complotti della destra utilizzano l'AC per instaurare lo stato d'emergenza ed impadronirsi del potere. L'AC, praticato da piccoli gruppi, potrebbe paralizzare l'economia dell'Occidente e così portarci alle...

Bombe ed ordigni esplosivi
Gli uffici postali, gli edifici pubblici ed i monumenti per lo più sono obiettivi del tutto inutili. Potete paralizzare l'intero sistema della comunicazione con molto minor rischio e minor spreco di materiale. Così: due aerei passeggeri israeliani sono esplosi di recente, probabilmente a seguito di bombe piazzate dai terroristi nei bagagli. Adesso queste aviolinee sono disertate e nessuno vola più su quegli aerei. Supponete ora di piazzare cinque bombe al giorno, a caso. Quanto tempo ci vorrà prima che nessuno più voli o noleggi aerei? Non dovrete nemmeno farlo da soli... scoverete tanti piccoli, anonimi alleati che si metteranno a piazzare bombe sugli aerei solo per divertimento... e voi no, dopo che vi siete letti tutto questo? Essi sanno che è una cosa che va fatta. Ed ogni ordigno scoperto accresce il tettore. Poi colpirete treni e navi, autobus e metropolitane in piena città. Trasformerete il lavoro di camionista nella professione più pericolosa, con particolare riguardo ai trasporti di generi alimentari. Poi rimangono da colpire le centrali elettriche ed i bacini idrici.

Armi chimiche e biologiche
Per le casuali incursioni del terrorista le bombe a gas sono spesso più efficaci degli esplosivi, oltrechè meno costose e di più facile fattura. Un contenitore di acido solforico, occultato in un imballo od in una valigia. Premete uno stantuffo che fa colare cianuro di sodio nell'acido. Lasciate il pacco nella metropolitana, all'ora di punta, od in un teatro od ad un comizio politico od ad un raduno commemorativo. Le armi chimiche e biologiche possono essere fabbricate nel laboratorio di cantina, a sapere come farle. In Ragazzi Selvaggi proponevo il trasferimento delle specie preferite di piante, animali, pesci od uccelli dalle attuali aree distributive ad altre aree dove le condizioni siano sufficientemente simili, per garantirne la crescita e riproduzione. Guardate la carta ricordando sempre che il vostro soggetto può essere più adattabile di quanto immaginati. Pensate al luccio walleyed, che non è un luccio. La specie è quella del pesce persico, ed è senza dubbio uno dei più grandi pesci d'acqua dolce. Lo si trova nei laghi e nei fiumi del Minnesota e del Canada e nelle fredde correnti pulite fino al Missouri ed all'Arkansas. E pensate al branzino nero a bocca piccola, similarmente distribuito. Ambo le specie vivranno nelle acque fredde, in un qualsiasi posto. Attecchiranno benissimo nei laghi e nei fiumi della Scozia e dell'Inghilterra, e nel Nord Europa. Il branzino nero a bocca grande resiste solo in acque abbastanza calde e potrebbe essere diffuso dalle ampie vie d'acqua del bacino delle amazzoni fino ai laghi dell'Africa e del Sud-Est asiatico. L'Aiahuasca potrebbe crescere nella jungla del Sud-Est dell'Asia, in Africa, fors'anche in Louisiana, Florida e Texas. I cagionevoli lemuri del Madagascar, timidi piccoli spiriti del bosco, potrebbero moltiplicarsi in ogni foresta umida. Di sicuro l'affascinante volpe volante si merita una più ampia circolazione. Un altro sguardo alla carta. L'introduzione di una nuova specie in un'are nell aquale era fino a quel punto sconosciutapuò avere conseguenze di grande portata. Questo aspetto della guerra biologica è sempre stato sottovalutato. Ecco il serpente bushmaster, diffuso da Panama fino al bacino amazzonico. Può raggiungere la lunghezza di quattordici piedi, può attaccare l'uomo attorcigliandosi alle cosce mentre lo morde al petto od alla gola con le zanne che possono espellere un mezzo bicchiere di veleno. Non c'è quantità di antidoto che possa salvare la vittima - non c'è tempo di reazione. Florida, Texas Orientale, Lousiana, giungle africane, Sud-Est asiatico, indie orientali, ed ancora giù, per le stesse vie commerciali... il mamba nero d'Africa, che attacca anche non provocato, scivolando giù dagli alberi. Leopardi e tigri liberati in Sud America sarebbero spinti ben presto a cibarsi d'uomini per la scarsità di selvaggina. Mangeranno per primi gli uomini della CIA, perchè sono piu grossi e tardi. Il buon grasso bruno, come lo chiamano, leccandosi via il sangue dal muso l'un l'altro. Abbondante, indifeso, senza pelliccia - cibo ideale per le belve. Gli squali d'acqua dolce del Nicaragua ed i piraña si porterebbero bene nei laghi e nei fiumi d'Africa, nel Sud degli Stati Uniti ed in indocina. Nelle regioni aride il cobra del deserto, il serpente a sonagli ed il drago di Gila, e l'ineguagliato serpente drago australiano. Ed i ghiottoni per la Siberia sono una vera persecuzione, conosciuti dai cacciatori come i *piccoli vampiri*. E poi c'è la vita microscopica ed ultramicroscopica, il che ci conduce alla...

Guerra biologica vera e propria
Il letale virus Naga è per le morti improvvise. Nessuno sa come si trasmetta, il che da al virus un vantaggio che ogni virus sa come far fruttare. Immunizzate i vostri pargoli e liberate il virus. Poi un altro... un altro... finchè non avrete un mondo sicuro per uomini del vostro calibro. No, non dovete immaginare della fantascienza - i vecchi metodi hanno ancora lunga vita... colera, tifo, epatite. Il Generale Epatite fermò Rommel nel Nord Africa. C'erano fumetti che illustravano il Generale Fango ed il Generale Montagne. Il Generale Fango, se ben ricordo, si pensava che avrebbe fermato Hitler in Polonia, ma la sua prestazione non fu delle più felici. Diffondere assegni che veicolano la febbre delle Montagne Rocciose, pidocchi del tifo, e continuare a cercare il massimo - la peste australiana che attecchisce sulla vaccinazione. Oppure supponete di poter accelerare il tempo del processo. Invece di sintomi che si estrinsecano nel giro di una settimana, eccoli compressi nell'arco di ore. La gente nei treni di pendolari si tumefa di cancro e di suppurazione in una lebbra galoppante... Ed ora presentiamo due debuttanti promettenti che meritano la vostra attenzione... facili e poco costosi da mettere insieme... materiali reperibili prontamente: Infrasound per infrasuoni, e DOR - l'occasione bussa...

Infrasound
Quest'arma è descritta esaurientemente in The Job, edito dalla Grove Press di New York. Basta con la pubblicità. Infrasuono significa suono ad una frequenza inferiore al livello del normale udito umano, che provoca vibrazioni in ogni struttura solida, incluso il corpo umano. Il professor Gavreau, lo scopritore di questa nuovissima arma, dice che la sua struttura, che somiglia ad un grosso fischietto della polizia lungo diciotto piedi, può ammazzare nel raggio di cinque miglia di direzione... buttare giù i muri e schiantare finestre, e disinserire allarmi antifurto per miglia e miglia. Il marchingegno è brevettato, e chiunque può procurarsi una copia del progetto pagando duecento franchi all'Ufficio Brevetti. Perciò, perché fare il cecchino da strapazzo?

Deadly Orgone Radiation (DOR)
... Prodotte quando ogni materiale fissile è immesso in un accumulatore di orgoni. Si costruisce un accumulatore orgonico rivestendo un qualsiasi contenitore con lamine di ferro o lana d'acciaio. Il contenitore dev'essere di materiale organico, e per la piena accumulazione si devono usare molti strati alternati. Per la descrizione esaustiva vedere le opere del dottor Wilhelm Reich. Nel capitolo intitolato Fisica dell'orgone Reich dice "Non c'è protezione che tenga contro la DOR, perhè penetra dappertutto, comprese pareti di piombo o di mattoni o di pietra, di ogni spessore". Un misantropo criminale od un oppositore politico, se ne fosse al corrente, e se gli USA ne fossero all'oscuro e non ne studiassero gli effetti, potrebbe lasciare qua e là, in tutto agio, apparecchi oranor attivati, dall'aspetto di banali scatole rivestite di metallo. Ci si potrebbe infestare intere regioni se non interi continenti. Ogni individuo ammalatosi reagirebbe secondo una specifica malattia o secondo la sua predisposizione patogena, portando i sintomi alla massima acuità, poi curandosi con l'applicazione coscienziosa ed accurata della DOR. Nondimeno, se usate con intenzioni maligne, tali infestazioni atmosferiche automatiche ucciderebbero o almeno paralizzarebbero molte persone. L'esposizione graduale conferisce immunità. Non fatevi trovare impreparati!

Armi di distruzione, agitazione e sovversione
Un rivoluzionario francese suggerisce un metodo col quale un solo uomo con fondi illimitati può rovesciare un governo. Deve inventarsi un movimento clandestino, attacca adesivi che recano slogans. Azioni di sabotaggio in località distanti l'una dall'altra danno l'impressione che l'organizzazione clandestina è diffusa ed organizzata. Tutti i disordini, scioperi, incidenti vengono rivendicati dai mitici clandestini. Questo metodo potrebbe funzionare nelle dittature vecchio stampo, Spagna, Grecia, Haiti, Santo Domingo. Per la struttura complessa dell'Europa Occidentale e dell'America, servirà un intero soggetto e fors'anche un copione intero.

tratto da Re/Search, di William S. Burroughs, Brion Gysin - ShaKe

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dio è morto(?)

di (22/06/2005 - 18:38)

Questo aforisma della Gaia scienza è uno dei passi piú famosi dell’intera storia della filosofia. Esso merita la massima attenzione anche nei particolari.

 F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125

 

125. L’uomo folle. – Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguí – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre piú lontana da loro delle piú lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.

 Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1976, vol. XXV, pagg. 213-214

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versi

di (22/06/2005 - 18:30)

Andrea Zanzotto

SFERE

Come di là dai mari
grida grida l'innocenza - 
bambini non più solitari
sui litorali infiniti
rincorrono rincorrono e vincono
di abbaglio in abbaglio rapiti

E che si saprà mai di tanta innocenza?
Che di questo spisciarsi di bambini?
Feroci come l'afa
come i divini
loro doni che fuggono, sfere
su tutto il mondo, oltre ogni potere?

Folla che troppo distratto e assonnato
raggiungo ad una svolta
a un dirupo dove crollò improvviso
ogni confine in un soprassaltante riso,
            folla dolcissima, vero
            disumano, perfetto aldilà
            in elisie tivù, fosfeni a cascate,
            acufeni di gloria gloria e gloria
                            per questa bella estate.

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accattivante sottogenere

di (21/06/2005 - 11:49)

Il Premier ispira i giovani autori
Chissà se Berlusconi sa di avere inaugurato un nuovo genere letterario. Infatti il Premier (e per essere più precisi il suo omicidio) sembra ispirare sempre di più la fantasia dei giovani scrittori. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati quatto autori radunatisi sotto le etichette Babette Factory con 2005 Dopo Cristo (Einaudi). Ma nel tempo c'è stato Andrea Salieri con il suo L'omicidio Berlusconi (Edizioni Clandestine), Giuseppe Caruso con Chi ha ucciso Silvio Berlusconi (Ponte alle Grazie), Oliviero Beha, Sono stato io (Marco Tropea) e Roberto Vacca Kill? (Marsilio). Sembra che sia addirittura pronta una sceneggiatura per il cinema firmata da Berardo Carboni intitolata Shooting Silvio.
Link:
"2005 dopo Cristo", di Babette Factory. La scheda del libro in iBS
"L' omicidio Berlusconi" di andrea Salieri. La scheda del libro in iBS
"Chi ha ucciso Silvio Berlusconi" di Giuseppe Caruso. La scheda del libro in iBS
"Kill?" di Roberto Vacca. La scheda del libro in iBS

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nandropausa

di (21/06/2005 - 10:34)

E' on line il nuovo numero di NANDROPAUSA, webzine semestrale di
recensioni e non soltanto, non soltanto...

I libri commentati questa volta sono:
Andrea Camilleri, "Privo di titolo", Sellerio [WM1, WM4, WM5];
Ashley Kahn, "A Love Supreme", Il Saggiatore [WM1];
Gian Carlo Fusco, "Duri a Marsiglia", Einaudi [WM4];
Igino Domanin, "Gli ultimi giorni di Lucio Battisti", Pequod [WM1];
Piersandro Pallavicini, "Atomico dandy", Feltrinelli [WM1];
Robert Graves, "Addio a tutto questo", Piemme [WM4];
Sergio Bianchi, "La gamba del Felice", Sellerio [WM1];
Mario Boffo, "Femmina strega", Nuovi equilibri [WM5];
Gianni Biondillo, "Con la morte nel cuore", Guanda [WM1];
Feedback: Scott Ronson su Endrigo e Quadruppani.

A noi pare un gran bel numero, diteci un po' voi...
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandro_giugno2005.htm


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