scritta per il nuovo quotidiano di puglia

Lettura
Antonio Moresco, Lo sbrego, Bur
“Io non ho mai letto niente. Io non so se quello che faccio quando colloco i miei occhi nistagmici di fronte al plasma della visione alfabetica sia quella cosa che viene generalmente chiamata lettura. Se devo dar retta a quello che dicono in molti su questo argomento, io non conosco, non ho mai conosciuto l’esperienza della lettura. Per me leggere non è leggere”. Con questo incipit paradossale prende avvio Lo sbrego, interamente dedicato alla pratica della lettura, ultimo lavoro di Antonio Moresco, autore, tra gli altri, del poderoso romanzo Canti del caos, del quale si attende il terzo e conclusivo volume. Lo sbrego, uscito con la Bur, nella collana Holden Maps/Scuola Holden, non rappresenta solamente un poderoso excursus nelle letture di Moresco, ma è un espediente che lo scrittore mantovano utilizza per raccontare se stesso, nell’alternarsi di episodi del passato susseguitisi nella sua difficile esistenza con avvenimenti del presente che strutturano la sua routine quotidiana. Le difficili vicissitudini della vita di Antonio Moresco sono state già raccontate nel romanzo Gli esordi, dove lo scrittore parla dei tre nuclei sostanziali che hanno scandito i suoi anni, quello della sua esperienza in seminario, quello del suo attivismo politico, sino ad arrivare all’attuale scelta di dedicarsi totalmente ala pratica della scrittura. In Lo sbrego l’esistenza di Moresco assume nuove prospettive, poiché osservata attraverso le lenti riflesse e dense di significato dei libri e degli autori che hanno solcato in maniera irreprensibile i suoi anni. Moresco cita una moltitudine di scrittori ai quali è visceralmente legato, a partire da Leopardi (“Portavo sempre con me, in una tasca, i Canti, in un’edizione Zanichelli del 1955”), per poi passare ai francesi Stendhal, Balzac, Proust, Céline, senza tralasciare Dostoevskij, Kafka, Beckett e soffermandosi con devozione quando passa ad analizzare l’Iliade di Omero: “Questo modo supremo di raccontare per fulminazioni e per urti e per abbandoni cruenti e immobilità e accelerazioni. Senza le semplificazioni narrative che hanno preso piede dopo e che ci sono già persino nell’Odissea. Il quadro immobile, dilatato e compresso, tutto attraversato dal dinamismo delle passioni, dei desideri e dei sogni. Il cozzo e la fusione e l’incontro delle materie corporee psicofisiche nella tragedia vivente dei corpi singoli separati”. Sarebbe impossibile fornire un quadro esaustivo dei testi sui quali Moresco si sofferma, si potrebbe citare La noia di Moravia, La vita agra di Bianciardi, La macchina mondiale di Volponi, Il male oscuro di Berto. È necessario sottolineare la presenza di alcune parti deboli del testo, messe lì quasi per dare spessore ad un volume nato, come specificato dall’autore nelle prime pagine, su richiesta, e quindi assemblato in un tempo ristretto. Nonostante questi limiti la scrittura di Moresco è riconoscibilissima, la sua prosa massimale e onnivora ha un fascino che a tratti incanta e ammalia, tenendo incollato il lettore al testo, sino alla fine, come pochi altri.





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