su "l'unità" dell'11 aprile
La giovane letteratura salentina ancora troppo “giovane”
di Andrea Di Consoli
La collana Trentacinque dell’editore Luca Pensa di Lecce ci offre due volumi sulla recente letteratura salentina. I due volumi ci presentano profili biobibliografici e testi di autori salentini giovani e giovanissimi, comunque under 35 (alcuni nomi: Rossano Astremo, Veronica Amato, Vito Lubelli, Massimiliano Manieri, Luca Nicolì, Luciano Pagano, Daniela Pispico). Le due opere hanno indubbiamente il merito di essere documenti letterari, repertori, fotografie di processi in piena evoluzione. Eppure alcune chiarificazioni critiche sono necessarie. I testi di questi autori giovanissimi non testimoniano, francamente nessun underground, nessun rinascimento, nessuna novità sperimentale (è tutto sottoprodotto, cioè déja vu); nessuno di questi “baby scrittori” ha trovato una forma o un linguaggio; non può esistere allo stato attuale nessuna letteratura salentina (è già assurda una storia della letteratura pugliese, se non addirittura italiana). Cerchiamo ancora di essere più franchi e precisi. Il Salento (il tacco d’Italia) ha vissuto, a partire dalla metà degli anni Novanta, un processo di elefantiasi culturale: ovunque cultura, ovunque grandi artisti “de lu Salentu”. Si è parlato con imprudenza di rinascimento salentino, ma di quel rinascimento non resta che il superbo Sangue vivo di Edoardo Winspeare. Su ogni spiaggia, in ogni pub, in ogni casolare, castello, appartamento o sala comunale del Salento c’è un poeta, un pittore, una danzatrice, un regista o un cantante, ovviamente con la convinzione di essere invisibile (vedi testo di Gloria Indennitate), cioè sottovalutato, pur essendo un grande artista sconvolgente, e ovviamente a spese del comune – provincia - regione, che con i soldi della collettività sta provando a trasformare in artisti i tanti disoccupati del Sud. Si può interagire o collidere profondamente con la modernità raccontando la provincia (pensiamo a Satta, Deledda, Goncarov, Garcìa Marquez, giusto per fare qualche nome), e si può essere terribilmente provinciali scimmiottando gli imitatori della cosiddetta modernità. I due testi della collana Trentacinque sono profondamente provinciali (pensiamo alle tante biografie altisonanti di ragazzi appena nati); pure, testimoniano bene quel fenomeno di riduzione della cultura a livello di movida, cioè di maleddettismo vacanziero, per cui sembra che in Salento tutti siano poeti, registi e cantanti, e ogni pub le Giubbe rosse. Salvo poi fare cose non proprio memorabili, anzi.
sul settimanale marchigiano "l'azione" del 22 gennaio

L’indice_ Rossano Astremo, Senza Respiro (I Quaderni di Vertigine)
di Alessandro Moscè
La poesia di Rossano Astremo, nato nel 1979, è espressa a muso duro, con quel grido che erompe magneticamente come un grido. Senza Resprio (I Quaderni di Vertigine, 2004), è la sua plaquette uscita di recente. Il grido di questo giovane autore non si può non ascoltare. In fondo allo sfacelo, sembrerebbe dirci Astremo, c’è una tragedia che bisogna guardare e capire (“Tutto si apre, sprofonda nel lutto della vita,/ le ferite della terra non fioriscono rigogliose, / rinchiuse tra radici putride e madide di sangue, / allargano i vicoli mostruosi di questa città spicciola e deforme…”). Un senso di tenebra e di quintessenza apocalittica aleggia in un misterioso scenario trasfigurato. Rossano Astremo ci indica la via del nulla e della povertà, un’epoca che si avvia verso la distruzione. L’asfissia è quella di una condizione umana agli estremi, in spazi mai protettivi e rasserenanti, ma colmi di ombre sinistre. È il male del tempo l’horror vacui che ci segnala il poeta. La lingua e secca e dura, un sasso lanciato contro il vuoto. “Il cielo sotto sequestro” si sovrappone a quella cappa di silenzio e di morte “civile” contro la quale fissiamo, atterriti, gli occhi. La degenerazione crea mostri, uomini senza valori etici e senza appigli, che scivolano agli inferi. Metaforicamente, Astremo si scaglia contro la contemporaneità scollata, che riflette usando un suo verso, “il raggio asciutto senza peso”. La sconfitta è in ogni angolo, crudele e infinita, come quel grido iniziale.






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