frammento
La castrazione di ogni utopia a volte me la dipingo tra le carni.
Il sorriso dondola sonoro come pasticca che riposa sottolingua,
gli occhi svuotano il contorno di paramenti seccati lungo
un campo magnetico che adombra il totale infiammo del silenzio.
Zone in torsione, curve di pensiero con le quali
distorcere percezioni, punti di fuga verso l’infinito,
buco vitreo di coscienza, velami tessuti a rendere il disincanto
di trame non dette, di trame ovattate come particelle
che accelerano il finimondo visivo del collasso di tutta la luce.
rossano astremo
ricevo e inoltro
in considerazione dell'articolo pubblicato da andrea di consoli sull'unità dell'11 aprile e postato da me un po' di tempo fa ricevo e inoltro alcune considerazioni del poeta giovanni santese. che ne pensate?

I POETI SONO ALTROVE
I COGLIONI OVUNQUE
Caro Rossano
mi piace poter constatare ancora una volta la tua attenzione verso tutto ciò che accade intorno al mondo letterario senza la quale io non avrei mai letto le oscenità che pure ho letto, che pure l’Unità ha pubblicato, che pure nel caso Andrea Di Consoli ha scritto.
Tentando di procedere per ordine, ricordo esattamente le tue parole in seno alla presentazione dell’antologia “Trentacinque” che lasciarono qualcuno sgomento ma che trovarono i più d’accordo:”Voglio vedere fra due anni quanti di questi autori esisteranno ancora”.
Ora,che l’operazione di Stefano Donno di “antologizzare” dei perfetti sconosciuti non solo alle cronache letterarie ma anche agli editori fosse a dir poco azzardata è opinione comune,mi sembra,anche se ad onor del vero bisogna riconoscere che quelli che prontamente( come sempre del resto) Angelo Petrelli chiama “cazzoni” sono anche Luciano Pagano che insieme a Rossano Astremo( lo conosci?) e allo stesso Donno promuovono Letteratura ( non letterarietà) attraverso internet presentazione di volumi, letture di versi pubbliche ed in ultimo ma non ultimo la rivista Vertigine e le varie e valide autoproduzioni, ma da qui a definirlo “sottoprodotto” in assenza di forma e linguaggio, senza riuscire ad intravedere in alcuno di questi una traccia o un solco (letterario) che potrebbe portarli ad avere un proprio linguaggio, non diverso dai tanti ma unico perché “proprio” mi sembra troppo.
Per parlarci di come si può interagire con la modernità raccontando la provincia Di Consoli ha scomodato Satta la Deledda Garcia Marquez “giusto per fare qualche nome”, io gli consiglio Verri Bodini Comi Pagano e Toma “ giusto per farne qualche altro”
Caro Rossano
Il fatto è che mi sale la pressione quando sento parlare del “superbo” Sangue vivo di Winspeare, unica icona del rinascimento culturale salentino,secondo Di Consoli, responsabile invece di aver ridotto il salento ad una macchietta di se stesso, secondo me, che sono pure fra quelli che si indignarono quando Manera diede la cittadinanza onoraria al regista, al comune di Sternatia, con una motivazione conosciuta solo al Sindaco, macchiandoci allora si, di provincialismo.
Ancora la pressione mi sale quando chiamiamo Goffredo Fofi pagandolo profumatamente, per insegnarci a leggere cultura, a fare cultura, a parlarci del mondo, a farci donare la sua biblioteca “ perché io amo il salento”, per fortuna che te ne sei accorto!, perché gli autori salentini che l’amico Fofi nella sua carriera ha “promosso” altrove o nel suo nord sono davvero pochini.
Ancora la pressione mi sale quando chiamiamo Cotroneo a finire di rovinarci il Premio Salento e ancora prima ad occuparsi di cultura salentina perché aveva scritto Otranto, e noi che siamo provinciali dovevamo pure ripagarlo!
Caro Rossano
È vero che nel salento c’è un bel giro di soldi che qualcuno immeritatamente si intasca, è vero che siamo provinciali altrimenti a questi signori la vacanza la faremmo pagare, ma dire che i poeti( o presunti tali) si fanno pagare, significa non conoscere il sud e il sud del sud e le sue case di calce bianca e il sibilo lungo che si può udire solo di mattina e il mare alla deriva il mare aperto e infinito del sud, significa arrendersi alla “facciata” culturale che Winspeare per primo ha contribuito a creare, quella del “ tutti sono registi,attori, autori,cantanti,musicisti…”e che poi con molta sagacia quei politici senza nervo, senza coraggio hanno “legalizzato” con concertoni, tarante, pizziche e porcherie varie, significa che questo fermento poetico, che del salento è il nervo e l’anima in questo momento, altro non è che quel fervore anarchico critico-costruttivo necessario perché il salento non diventi la metafora di se stesso, perché non prevalga la cultura dell’assistenzialismo ad interim( o ad hoc..oserei dire, dove per hoc stanno gli “amici” dei politici di cui sopra), significa compattare e non dividere le voci del dissenso rispetto a quest’assalto alla diligenza indiscriminato, significa far vibrare la parola con decisione contro chi ci accusa di essere provinciali, quando scimmiottiamo gli imitatori della modernità!accidenti.
Caro Rossano
Mi infiammo quando leggo tanta superficialità, tanta poca conoscenza, tanto parlare per dire, come già accade con certi critici che danno l’impressione di scrivere di un libro che non hanno letto, tanto si discosta la critica dal contenuto dello stesso, perché quella della movida, di un diffuso palcoscenico senza attori, di aver ridotto il salento a terra di pizzica e divertimento “ leggero”, di aver promosso una “certa cultura” dimenticando i padri nobili della cultura del sud, è una battaglia che i presunti poeti salentini portano avanti già da qualche anno, in virtù del fatto( anche e tra l’altro) che durante la follia estivo-vacanziera tutti vengono pagati( compresi cani e porci, che per certi aspetti sono la maggioranza) tranne i poeti che notoriamente lo fanno per passione!
Alla Notte Della Taranta eravamo una ventina, sono stati pagati i camerieri, gli sciacquini d’ogni genere, gli operai, gli elettricisti e tutti ma proprio tutti, tranne i poeti ai quali era stato consegnato il Pass di Artisti come ai suonatori dell’orchestra, salvo poi accortisi della gaff ( quando mai i poeti sono stati considerati artisti?) ce l’hanno cambiato con quello degli Ospiti!
Questo è il provincialismo che dobbiamo combattere, altro che poeti prezzolati!
Possiamo discutere sul valore degli stessi e delle cose che scrivono, sull’essere impreparati degli editori che guardano tanto lontano da non accorgersi ciò che hanno a fianco, della mancanza di un progetto editoriale teso a promuovere autori locali meritevoli d’attenzione( e non mancano…non mancano), possiamo discutere della mancanza di spazi pubblici dove far convergere le passioni poetiche e rivoluzionare con la parola un modo sbagliato d’intendere il salento, possiamo smetterla intanto di considerare nullo tutto ciò che non accade sotto l’ombrello di una programmazione culturale oscenamente di facciata, avendo il coraggio, per intanto(!) di dire che il Salento d’amare diventerà il salento da coglionare se non cambiamo rotta! E soprattutto è Lei signor Di Consoli a dover cambiare bersaglio…,non i poeti dunque.
Altrimenti dirà cose non proprio memorabili, anzi.
Gio' Santese
il poema su cui sto mettendo mani questi giorni
onde psicotiche che squarciano le ore
rossano astremo

onde psicotiche è il poema che cercherò di completare in questo fine settimana, quando abbandonerò la calura cittadina leccese per andare a grottaglie, nella casetta di campagna dei miei. la prima parte è già stata pubblicata su questo blog e uscita anche sul bardo rivista letteraria storica del Salento. ve ne faccio leggere un'altra parte. rossano.
Il corpo di Chiara è serrato in bagno, a stretto
contatto con il water, nella ritmica procedura della defecazione,
sorseggio caffè da una tazzina di ceramica possente,
la tv manda la rassegna stampa dei quotidiani a diffusione regionale,
Sesta Provincia, esclusa la lista di Fitto, stop ai dazi,
l’ira dei tessili barlettani, truffa ai malati terminali di cancro,
la giornalista si muove abile nel magma di colonne dense di scrittura,
il suono stridulo della sua voce s’incardina tra le fenditure
dei cuscini poggiati sulla poltrona della cucina, traveggole di sensi
svellono l’equilibrio ottenuto dopo una nottata serena,
priva di fitte situate nello spazio che separa le tempie
dalla scansione orbitale di orecchie sul punto di spegnersi.
Chiara, con lento incedere, si lascia seguire dal respiro della sua ombra,
l’aria sollevata al suo passaggio si posa sui miei capelli arruffati,
un semplice sorriso, timido slargarsi di labbra sottili,
bianco di incisivi in contrasto col rosso di carne della sua pelle,
tenui rotondità tenute assieme da un mucchio di cenci in cotone,
il caffè si posa nelle anticamere dello stomaco, s’inabissa e spinge
il marcio verso il basso, mi chiudo in bagno, prendo da una sedia
la prima rivista patinata che mi capita a tiro, in copertina il volto
sornione di un giovane scrittore dal nome che ricorda vecchi cartoon,
molti parlano bene del suo primo romanzo, sarà il prossimo libro che acquisterò.
mutamenti

Giulio Mozzi dopo due anni chiude il suo blog. Dedicherà maggiore attenzione a Vibrisse. Antonio Moresco con una lettera senza diritto di replica abbandona Nazione Indiana.
pugliesi alla riscossa

giuse alemanno
terra nera
stampa alternativa
TERRA NERA è la storia della terribile volontà di potenza del protagonista, Nino, un ragazzo 'cafone' pugliese che decide di diventare padrone ad ogni costo e con ogni mezzo; di sua madre Annina, figura tragica nel solco della tradizione meridionalista di matrice verghiana; e di Zio Peppe, originale e pericoloso imbroglione, guaritore e ruffiano. Attraverso vicende spesso violente ed esplicitamente carnali, viene offerta una visione del sottoproletariato agrario di tutto il secolo scorso. In più vive nel romanzo il confronto tra due grandi temi dell'anarchismo: quello legato alle intuizioni di Errico Malatesta e quello dell'anarco-individualismo stirneriano, che si incarna proprio in Nino.
bob dylan vs tito schipa jr

Lettura
Bob Dylan, Mr. Tambourine. Testi e poesie 1962-1985, Arcana Editrice (traduzione Tito Schipa Jr.)
di Rossano Astremo
Monumentale riedizione di Mr. Tambourine, raccolta pubblicata dalla Arcana Editrice di tutti i testi di canzoni e le poesie firmate da Bob Dylan nel periodo che va dal 1962 al 1985, tradotti da Tito Schipa Jr. Introduzione firmata da Patti Smith per oltre mille pagine che ricostruiscono fedelmente la storia di uno dei pilastri del Rock, la cui carriera è cominciato nel 1962 con l’album The Freewheelin’ Bob Dylan, contenente già pezzi come A Hard Rain’s A-Gonna Fall (“Cosa vedi figliolo mio dagli occhi blu? Cosa vedi mio caro? Io vedo un bambino appena nato circondato da lupi, vedo un’autostrada di diamanti senza nessuno”), Blowin’ in the Wind, che diventa l’inno del movimento per i diritti civili e Masters of War, fra le altre. Non è che una lunga stagione di poesia e musica con gli altri album: The Times They Are A Changin’, Another Side of Bob Dylan, Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde, tutti tasselli imprescindibili del menestrello che ha cantato il pacifismo, la liberalizzazione delle droghe, la contestazione delle norme più rigide e antidemocratiche in vigore. Non è un caso che l’idea titanica di tradurre gran parte della produzione di Bob Dylan sia venuta a Tito Schipa Jr., figlio del più grande tenore di grazia del secolo, grande sperimentatore e agitatore culturale. Il suo lavoro attorno alla figura di Bob Dylan comincia nel lontano 1967 quando dà vita all’Opera Beat, nella quale Tito Schipa Jr., partendo da diciotto canzoni di Dylan, unisce la sua passione per Giuseppe Verdi con quella per la canzone popolare. L’Opera Beat va in scena al Piper Club, ottenendo successo enorme e un’eco tradizionale che apre a Schipa il mondo del teatro ufficiale. A vent’anni di distanza dall’Opera Beat, nel 1987, Tito Schipa Jr. pubblica l’album Dylaniato, raccolta di canzoni di Bob Dylan da lui tradotte e interpretate. Nell’89, grazie a Fernanda Pivano, avviene l’incontro con l’Arcana Editrice di Riccardo Bertoncelli, che porta alla traduzione dell’opera omnia di Bob Dylan, da poco nuovamente pubblicata. Operazione titanica quella di Tito Schipa Jr. il quale, e questo è l’unico appunto che possiamo evidenziare, a tratti preme l’acceleratore sulla libera interpretazione testuale, determinando l’utilizzo di strutture barocche, assenti nella limpidezza di significato della forma anglofona originale. Alcuni esempi di parole e frasi come “viaggiaufo” (hobo), giovane restando (forever young), “mastri guerrai” (forever young) per spiegare quanto sopra detto. D’altro canto, però, Mr. Tambourine è un testo fondamentale per chiunque voglia comprendere pienamente l’evoluzione del percorso creativo di una delle voci più autentiche della storia del Rock di tutti i tempi.
la rivista di letteratura con i controcazzi_anticipazione del prossimo numero
NUOVI ARGOMENTI n. 30 – Quinta Serie – Aprile/Giugno 2005-05-25 A t l a n t i d e LUOGHI E PERSONAGGI SOMMERSI ____________________________________________________________ S o m m a r i o
ARGOMENTI
Marc Augé, Autonomia della libertà, umanità e immaginazioneLUOGHI
Stefano Malatesta con tavole di Dieter Kopp, Passeggiate con visioniRoberto Saviano
, La terra padreFranco Arminio
, Esercizi di paesologiaMauro Minervino
, "Olasz Olasz!"Marco Mantello
, La legge di HumeFrancesco Pacifico
, Il giorno e la notte: la montagna, la morte e la conoscenzaGianni Biondillo
, Quarto Oggiaro è un luogo comuneSCRITTURE
Gianni Clerici, Due bicicletteAlberto Arbasino
, Intervista con Gabriele D’AnnunzioDurs Grünbein
, L’ora di latinoRené Daumal
, Contro-cieloAntonio Trucillo
, La nuvèlaLuigi Socci
, Ero venuto a salutartiGiovanni Bracco
, Oggi è domenicaFrancesco Giusti
, Accanto ai denti dell’eternoNinon Magri Nisio
, Nostalgia di A. PolizianoAndrea Gibellini
, FosforescenzeLuciano Neri
, Notizie dalla HavenCANTIERE
Gabrielle Palli Baroni, Controcanto alla poesia. Carteggio Sereni-ParronchiJean-Michel Maulpoix
, La responsabilità del poetaFranco Buffoni
, Il movimento dell’adagio di Tiziano RossiMassimo Onofri
, Il popolo di "Metello" cinquant’anni dopoCarlo Barabba
, Rassegna dell’ultima poesia italiana (I parte)PERSONAGGI SOMMERSI
Tommaso Pincio, L’amicizia al tempo delle paranoieAlessandro Piperno
, Pastiche proustiano in bianco-celeste (I parte)Mario Desiati
, Fantozzi contro RavelsteinMassimiliano Parente
, Betty PageLeonardo Colombati
, Buffalo Bill e AugustarelloGiuseppe Genna
, Franco BattiatoWu Ming 1
, Non sarei qui senza Franco Battiato, ovvero: chiedi chi era Tommaso TramontiGiulio Mozzi
, Appunti: Adorazione CadornaNicola La gioia
, Oronzo CanàFlavio Santi
, MercuriIgino Domanin
, Do you remeber Magnum P.I.?Silvia Magi
, New dawn fadespincio
Un mondo possibile che frana, esplode e diviene vuoto

di Rossano Astremo
Con La ragazza che non era lei (Einaudi Stile Libero Big, 14,80 euro), Tommaso Pincio, alla sua quarta prova narrativa, dopo M. (Cronopio), Lo spazio sfinito (Fanucci) e Un amore dell’altro mondo (Einaudi Stile Libero), costruisce un mondo possibile dove reale e irreale si interrano tra loro generando un’unica sostanza inseparabile, dove spazio e tempo abbandonano la loro architettura cronotopica, che nella consuetudine fa da ratio allo sviluppo dell’intreccio, dando vita ad uno spazio-tempo lisergico e omogeneo, nel quale si sublima a lettere cubitali il male oscuro che muove l’azione di un nugolo variegato di figure attanziali disincarnate. Laika Orbit, ventiquattrenne dotata di grande fascino, beve tranquillamente la sua Coca Cola in un fast food. Le si avvicina uno strano tipo, con un ciondolo da far rabbrividire anche i peggiori denigratori del buon gusto e una maglietta con una complicata geometria che vortica su uno sfondo dai colori insopportabili alla vista. Laika accetta di salire sulla macchina dello sconosciuto e di fuggire con lui. Poi qualcosa si spegne. Laika è trasportata in una realtà bizzarra, nella quale tutto è ricoperto da una polvere che se leccata ti fa sballare all’inverosimile. Il tipo si dimostra più strano del previsto. È un uomo ossessionato dai calcoli matematici, che parla senza pronunciare le vocali, perché ritiene che sia più stimolante produrre nuovi lessemi staccandosi dalla consuetudine di una grammatica orticante. Poi arriva in un hotel, in una strana città, chiamata Cloaca Maxima, nella quale si produce solo merda. L’uomo ossessionato dalla matematica scompare, così, all’improvviso, senza una ragione, Laika senza di lui si sente persa, è l’unico legame che ha con quella realtà che non le appartiene, perché lei non si chiama Laika, perché lei non ricorda un cazzo del passato. Il suo vero nome? Era felice? La sua famiglia? I suoi amici? Non ricorda un cazzo di niente. Laika senza il matematico che le fornisce il denaro non può pagare la sua camera d’albergo. Paga con il proprio corpo. Si fa stuprare da un dipendente dell’albergo e da un suo amico. Lei osserva tutto da una crepa del soffita. Laika ha leccato la polvere rossa, quella che ti fa sballare come matti. Poi viene scagliata fuori, nei pressi dello studio di William Burroughs, investigatore psichiatrico, specialista in pedinamenti psicosomatici e ritrovamenti degli stati di coscienza. Ancora una volta Pincio utilizza il suo amato Burroughs, derealizzandolo (Burroughs scrittore nella realtà diviene Burroughs investigatore psichiatrico nel romanzo). Procedimento utilizzato per tutti i personaggi di Lo spazio sfinito. Burroughs è l’hombre invisible che mai compare nel testo. Aleggia la sua cattiva fama. Si dice che abbia voluto fare il figo mettendo una mela in testa alla moglie con l’intenzione di imitare Guglielmo Tell. Risultato: moglie colpita in pieno cranio con pistola di grosso calibro. In questo il Burroughs reale viene a coincidere con il Burroughs fittizio. Interpretano se stessi nel romanzo altri due mitici esponenti della Beat Generation. Ad un certo punto della narrazione si fa un salto nel passato, si parla di Kinky Baboosian, siamo in pieni anni Sessanta, movimento hippy al culmine del suo potenziale utopico. Kinky altro non è che la madre del folle matematico mangiatore di vocali. Lei, ribelle e libertina come molti in quegli anni, si ritrova vestita da coniglietta di Playboy lunga le strade del continente americano. E chi ti va a beccare? Ken e Neal e altri sballatoni, su uno strano furgoncino multicolore. Ken è Ken Kesey, che con le sue indigestioni pilotate di Lsd, psicolocibina, mescalina, peyote, e gli happening organizzati ovunque, apre la strada alla generazione hippy. Neal è proprio lui, Neal Cassady, il Dean Moriarty di On the road, chiamato da Kesey a guidare il furgone dei Merry Pranksters per migliaia e migliaia di chilometri nella ricerca spasmodica di un’esistenza più autentica. Cosa cazzo c’entrano Ken e Neal in tutto questo? Bene, a quanto pare ci sono buone probabilità che il padre del matematico con problemi di linguaggio sia proprio Ken Kesey. Ma visto tutti gli uomini che la madre Kinky si è scopata nella comune nella quale vivevano tutto assume la prospettiva nebulosa dell’incerto. E Laika che fine ha fatto? La narrazione, ad un certo punto, per analessi si volge indietro. Dalla terza persona iniziale che si sofferma sulle sofferenze inspiegabili di Laika Orbit, si passa alla prima persona, che altro non è che il matematico morto. Dall’oltretomba il matematico Zxyz, dal nome più simile ad un codice fiscale che ad altro, racconta la sua storia, la sua infanzia passata in una comune californiana, la sua passione per i calcoli impossibili, lo spostamento ad Amsterdam, la fine progressiva e inevitabile della chimera hippy, l’abbandono dalla madre, l’ossessivo infittirsi di numeri nel suo cranio, il ritorno della madre a distanza di anni, il sesso incestuoso che consumano, l’autoconvincersi che un senso di follia sembra impossessarsi di lui, anzi no, l’immedesimarsi con le vicende esistenziali di un certo K, matematico incarcerato per atti di terrorismo, che altro non era il primo ragazza ad avere infilato le mani tra le cosce della madre molti anni prima, poi il precipitarsi degli eventi sino al congegno esplosivo che invade il finale. E Laika Orbit?
bigmouth strikes again

Artista: Smiths (The)
Titolo: Bigmouth Strikes Again
Titolo Tradotto: Il Ciarlatano Colpisce Ancora
Dolcezza, stavo solo scherzando
Quando ho detto che mi piacerebbe fracassare ogni marchingegno
Che hai in testa
Oh?dolcezza,stavo solo prendendoti in giro
Quando ho detto che per diritto dovresti
Essere presa a bastonate nel tuo letto
E ora so cosa ha provato Giovanna d'arco
Quando le fiamme hanno incendiato il suo profilo romano
E il suo walkman ha cominciato a liquefarsi
Il ciarlatano ?il cialtrone..
Il chiacchierone colpisce ancora
E non ho nessun diritto di far parte
della razza umana
Il ciarlatano ?il cialtrone...
Il linguacciuto colpisce ancora
E non ho nessun diritto di far parte
della razza umana
E ora so cosa ha provato Giovanna d'arco
Quando le fiamme hanno incendiato il suo profilo romano
E il suo apparecchio acustico ha cominciato a liquefarsi
Il ciarlatano ?il cialtrone...
Il pettegolo colpisce ancora
E non ho nessun diritto di far parte
della razza umana (rep.x4)
(Grazie ad adria per questa traduzione)
ancora premi

le rose dei finalisti del premio viareggio
Narrativa
Roberto Alaimo, E’ stato il figlio, Mondadori
Luca Canali, Gimkana, Editori Riuniti
Gianni Celati, Fata Morgana, Feltrinelli
Mauro Covacich, Fiona, Einaudi
Giovanni D’Alessandro, I fuochi di Kelt, Mondadori
Ernesto Ferrero, I migliori anni della nostra vita, Feltrinelli
Raffaele La Capria, L’estro quotidiano, Mondadori
Salvatore Niffoi, La leggenda di Redenta Tiria, Adelphi
Antonio Scurati, Il sopravvissuto, Bompiani
Domenico Starnone, Labilità, Feltrinelli
Walter Veltroni, Senza Patricio, Rizzoli
Opera prima
Leonardo Colombati, Perceber, Sironi
Mario Desiati, Le luci gialle della contraerea, LietoColle
Mario Domenichelli, Lugemalè, Polistampa
Giorgio Messori, Nella città del pane e dei postini, Diabasis
Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, Mondadori
brava elisabetta
elisabetta liguori, al suo esordio con il credito dell'imbianchino, è finalista del premio giuseppe berto. un grosso in bocca al lupo. sapremo tutto il 4 giugno 2005.
ancora pincio
l'uscita di La ragazze che non era lei di Tommaso Pincio non poteva lasciare indifferente Giuseppe Genna che qui ne parla in modo approfondito e ultrapsichico, come solo lui sa fare.
trevi legge pincio (tratto dal manifesto)
Pincio oltre la polvere di mondi probabili
Aggrappata al suo indecifrabile stalker, un uomo ossessionato dai calcoli matematici che ama parlare saltando le vocali, La ragazza che non era lei dà il titolo all'ultimo e il più bello dei romanzi di Tommaso Pincio, appena pubblicato da Einaudi Stile Libero. Un viaggio di andata, malinconico e coraggioso, verso un altro mondo possibile. Con un ritorno tutt'altro che prevedibile


EMANUELE TREVI
Con La ragazza che non era lei (Einaudi «Stile libero», pp.307, euro 14,80), Tommaso Pincio ha rischiato grosso, ed è stato premiato da quella fortuna che, secondo l'antico motto, si concede volentieri solo agli audaci. Leggendo questo suo quarto libro, mi è spesso venuta in mente l'immagine di uno di quei giocatori accaniti che mai si sognerebbero di allontanarsi dal tavolo da gioco quando hanno già accumulato di fronte a sé un discreto gruzzoletto. Quella vincita già ottenuta, infatti, è solo il mezzo per alzare ulteriormente la posta, ottenendo maggiore profondità e velocità alla propria vertigine. Da Dostoevskij a Tommaso Landolfi, abbiamo imparato che un vero giocatore può comportarsi solamente così. Evadendo dalla metafora, bisognerà ammettere che le stesse prerogative appartengono al vero scrittore. Nella cui opera, intesa come successione di libri, esistono certamente degli elementi, anche immediati, di riconoscibilità, ma ogni volta, appunto, rimessi in gioco, sottoposti a torsioni e giri di vite così violenti da evocare costantemente lo spettro del fallimento. Il fatto è che per Pincio la forma stessa della narrazione, l'architettura di quell'oggetto verbale che definiamo una «storia», non è mai la cornice, inerte ed accogliente, delle idee, dei fatti e delle emozioni che intende esprimere. Il suo impianto narrativo, in altre parole, a partire dal punto di vista e dal «montaggio» delle sequenze, è radicalmente poetizzato. Ciò che rende assolutamente unici e inconfondibili i suoi romanzi, non è solo il fatto, constatabile ad apertura di pagina, che essi costruiscono sempre dei malinconici e stupefatti universi paralleli che il lettore è costretto ad accettare (o magari a rifiutare) in quanto tali. È il regime di senso che si instaura all'interno di queste visioni ad apparire ancora più interessante delle visioni in sé. Perché, nell' «America» di Pincio, come accade in quella di Kafka e di Burroughs, dal tramonto della verosimiglianza non deriva l'anarchia, ma un nuovo, misterioso e vagamente sapienziale modello di coerenza simbolica. Tutta la folgorante sezione iniziale della Ragazza che non era lei è un esempio perfetto del funzionamento del mondo immaginale di Pincio. Laika Orbit vive, da un tempo imprecisato che ormai le appare lunghissimo, prigioniera di una realtà estranea e bizzarra, di cui non comprende le regole elementari e nella quale è scivolata al seguito di un uomo incontrato casualmente in un bar. A quanto pare, è bastato salire nella macchina di quell'uomo per smarrire completamente la via del ritorno. Se ogni incontro umano, e soprattutto ogni incontro tra un uomo e una donna, implica la possibilità di accedere a un altro mondo, nel racconto di Pincio questa espressione, rassicurante fin tanto che si mantiene generica come ogni modo di dire, diventa una realtà empirica concreta. Sfruttando un procedimento che appartiene a un millenario patrimonio fiabesco, Pincio reifica la metafora, ne scopre le carte semantiche. Ebbene, come la disorientata, indifesa Laika scopre a sue spese, un altro mondo è possibile. Ma il rovescio della metafora (o dello slogan politico, come non sarà sfuggito a nessuno), insomma la sua declinazione letterale, dà luogo a una specie di incubo senza possibilità di risveglio. Aggrappata al suo indecifrabile stalker, un uomo ossessionato dai calcoli matematici che ama parlare senza impiegare le vocali, Laika non può che continuare il suo viaggio in una terra incognita e perturbante dove un'unica stazione radiofonica trasmette continuamente una sola canzone, la polvere che si deposita implacabile dappertutto spia ogni gesto e, una volta ingerita, si trasforma in una potente e pericolosa sostanza psicotropa, la luce di ogni ora del giorno è quella del crepuscolo... Ma c'è di più. Non solo Laika non sa niente della realtà che la tiene prigioniera, ma ha dimenticato tutto ciò che riguarda la sua vita precedente al fatale incontro con l'uomo che parla senza vocali. L'incubo in cui si trova a vivere deriva da questa recisione del filo dell'identità e della memoria un decisivo supplemento di angosciosa incertezza.
Ancora più che dalla inospitale stranezza di tutto ciò che la circonda, infatti, Laika è afflitta dal non sapere nulla su se stessa. Era una ragazza infelice? È per questo motivo che ha seguito il richiamo dell'altrove? Chi erano i suoi genitori, i suoi amici, i suoi ragazzi? Gli interrogativi dettati dall'amnesia si avvitano su se stessi, scavando un ulteriore abisso nell'abisso dell'estraneità. L'ultima tappa del folle viaggio è la città di Cloaca Maxima, dove i macchinari delle fabbriche, adeguatamente alimentati, producono immense quantità di merda. L'infida polvere si insinua dappertutto. E Laika, al colmo della sua derelizione, rimane sola in una camera d'albergo che ovviamente non può pagare, e che dovrebbe abbandonare entro l'ora del tramonto...
Mentre leggiamo la prima parte del romanzo di Pincio, sempre più identificandoci con le assurde traversie della sua involontaria e smemorata eroina, ci troviamo giocoforza a desiderare, assieme a lei, la possibilità di una via del ritorno, o di un risveglio. Ammesso e non concesso che il narratore ci concederà un simile sollievo, la narrazione però imbocca una strada totalmente imprevista, che per molto tempo ci farà abbandonare, a malincuore, l'adorabile e derelitta Laika al suo destino. Tanto per cominciare, un sapientissimo e graduale cambiamento di registro fa sì che dalla terza persona iniziale si passi alla prima. È lo sconcertante «rapitore» di Laika che inizia a raccontare la sua storia. E questa storia ci riporta a un mondo, e a un tempo, che sono i nostri, ma che ben poco sollievo ci procurano con la loro indubbia riconoscibilità. Tanto più che quest'uomo che si confessa dichiara di parlarci dal regno dei morti, o meglio dal Bush of Ghosts di Brian Eno e David Byrne che dà il titolo al sesto capitolo del romanzo. «Sembra proprio che ora tocchi a me. Certo, sarebbe stato meglio non dover arrivare a questo punto. Per quanto non è che mi possa lamentare. Prendere la parola dall'oltretomba al cospetto di un uditorio di idioti ancora in vita comporta i suoi vantaggi. Il principale è che non ti interrompe nessuno».
Zxyz, questo è il nome del nostro beckettiano eroe, deve partire da lontano per riportarci fino a Laika. Ma attenzione: non è detto che un morto abbia la voglia, o il potere, di dire la verità - o solo la verità. La sua storia di bambino cresciuto in una comunità di hippy, tra San Francisco ed Amsterdam, sembra svolgersi tutta all'interno di una mente tormentata dalla solitudine, dalla mancanza d'amore, e infine da una immedicabile depressione. Come già nel suo romanzo precedente, Un amore dell'altro mondo, Pincio si dimostra un vero maestro nella gestione narrativa del «male oscuro», con tutto il suo sinistro corteggio di fallimenti e inibizioni. Nel senso che il fallimento della vita non è semplicemente un tema enunciato dal racconto, ma un modello del mondo, un cosmo senza vie d'uscite, né più né meno della distopia nella quale la storia ha abbondonato la povera Laika, allontanandosene sempre più via via che il monologo del morto prosegue verso la sua fine ineluttabile. A un certo punto, i lettori inizieranno a chiedersi come mai le due storie di questo libro, quella raccontata in terza e quella raccontata in prima persona, stentino così tanto a ricongiungersi in un punto di comprensione e illuminazione reciproca. Ma mentre si pongono questa domanda, alla quale solo l'ultima pagina darà una risposta plausibile (che non intendo affatto anticipare) quegli stessi lettori non potranno non rimanere ammirati da quello che è l'effetto poetico più intenso e difficile da ottenere in questo romanzo: la certezza - inspiegabile ma concreta - che attraverso e nonostante un così radicale slittamento di piani, in realtà quella che ci viene raccontata è la stessa storia, dotata di un'unità molto più profonda di quella assicurata da una successione univoca di fatti all'interno di uno spazio-tempo omogeneo.
Dalla prima all'ultima pagina, infatti, La ragazza che non era lei non ci parla d'altro che di un solo argomento: è davvero possibile, un altro mondo? E come uscire da questo? Ci sono frasi, e parole, che l'uso e l'abitudine rendono logore, e destinate entropicamente all'inerzia del loro senso. E se c'è una vera missione della letteratura, cerdo l'unica possibile, è invertire questo processo costante. Affondando le dita fino al midollo del linguaggio, rivoltandone gli elementi come un calzino. La ragazza coi capelli strani è uno di quei rarissimi libri contemporanei che ci insegna l'arte, preziosa e interminabile, di ridare senso e nuova vita alle parole che amiamo di più, e che amare non basta mai.
l'uomo vertigine legge perceber
leggo perceber. romanzo folle, citazionista, enciclopedico, massimalista.
scritta per il nuovo quotidiano di puglia

Lettura
Antonio Moresco, Lo sbrego, Bur
“Io non ho mai letto niente. Io non so se quello che faccio quando colloco i miei occhi nistagmici di fronte al plasma della visione alfabetica sia quella cosa che viene generalmente chiamata lettura. Se devo dar retta a quello che dicono in molti su questo argomento, io non conosco, non ho mai conosciuto l’esperienza della lettura. Per me leggere non è leggere”. Con questo incipit paradossale prende avvio Lo sbrego, interamente dedicato alla pratica della lettura, ultimo lavoro di Antonio Moresco, autore, tra gli altri, del poderoso romanzo Canti del caos, del quale si attende il terzo e conclusivo volume. Lo sbrego, uscito con la Bur, nella collana Holden Maps/Scuola Holden, non rappresenta solamente un poderoso excursus nelle letture di Moresco, ma è un espediente che lo scrittore mantovano utilizza per raccontare se stesso, nell’alternarsi di episodi del passato susseguitisi nella sua difficile esistenza con avvenimenti del presente che strutturano la sua routine quotidiana. Le difficili vicissitudini della vita di Antonio Moresco sono state già raccontate nel romanzo Gli esordi, dove lo scrittore parla dei tre nuclei sostanziali che hanno scandito i suoi anni, quello della sua esperienza in seminario, quello del suo attivismo politico, sino ad arrivare all’attuale scelta di dedicarsi totalmente ala pratica della scrittura. In Lo sbrego l’esistenza di Moresco assume nuove prospettive, poiché osservata attraverso le lenti riflesse e dense di significato dei libri e degli autori che hanno solcato in maniera irreprensibile i suoi anni. Moresco cita una moltitudine di scrittori ai quali è visceralmente legato, a partire da Leopardi (“Portavo sempre con me, in una tasca, i Canti, in un’edizione Zanichelli del 1955”), per poi passare ai francesi Stendhal, Balzac, Proust, Céline, senza tralasciare Dostoevskij, Kafka, Beckett e soffermandosi con devozione quando passa ad analizzare l’Iliade di Omero: “Questo modo supremo di raccontare per fulminazioni e per urti e per abbandoni cruenti e immobilità e accelerazioni. Senza le semplificazioni narrative che hanno preso piede dopo e che ci sono già persino nell’Odissea. Il quadro immobile, dilatato e compresso, tutto attraversato dal dinamismo delle passioni, dei desideri e dei sogni. Il cozzo e la fusione e l’incontro delle materie corporee psicofisiche nella tragedia vivente dei corpi singoli separati”. Sarebbe impossibile fornire un quadro esaustivo dei testi sui quali Moresco si sofferma, si potrebbe citare La noia di Moravia, La vita agra di Bianciardi, La macchina mondiale di Volponi, Il male oscuro di Berto. È necessario sottolineare la presenza di alcune parti deboli del testo, messe lì quasi per dare spessore ad un volume nato, come specificato dall’autore nelle prime pagine, su richiesta, e quindi assemblato in un tempo ristretto. Nonostante questi limiti la scrittura di Moresco è riconoscibilissima, la sua prosa massimale e onnivora ha un fascino che a tratti incanta e ammalia, tenendo incollato il lettore al testo, sino alla fine, come pochi altri.
vittorio pagano_ l'oblio solca la morte

un breve intervento del sottoscritto su vittorio pagano compare qui. suoi testi poetici qui
pagano inedito
stasera alle 21 luciano pagano leggerà suoi testi inediti al sotto sequestro di via palmieri 45/a a lecce.
musicaos online again

sul nuovo numero online di Musicaos, a questo indirizzo una mia silloge poetica inedita.
su "l'unità" dell'11 aprile
La giovane letteratura salentina ancora troppo “giovane”
di Andrea Di Consoli
La collana Trentacinque dell’editore Luca Pensa di Lecce ci offre due volumi sulla recente letteratura salentina. I due volumi ci presentano profili biobibliografici e testi di autori salentini giovani e giovanissimi, comunque under 35 (alcuni nomi: Rossano Astremo, Veronica Amato, Vito Lubelli, Massimiliano Manieri, Luca Nicolì, Luciano Pagano, Daniela Pispico). Le due opere hanno indubbiamente il merito di essere documenti letterari, repertori, fotografie di processi in piena evoluzione. Eppure alcune chiarificazioni critiche sono necessarie. I testi di questi autori giovanissimi non testimoniano, francamente nessun underground, nessun rinascimento, nessuna novità sperimentale (è tutto sottoprodotto, cioè déja vu); nessuno di questi “baby scrittori” ha trovato una forma o un linguaggio; non può esistere allo stato attuale nessuna letteratura salentina (è già assurda una storia della letteratura pugliese, se non addirittura italiana). Cerchiamo ancora di essere più franchi e precisi. Il Salento (il tacco d’Italia) ha vissuto, a partire dalla metà degli anni Novanta, un processo di elefantiasi culturale: ovunque cultura, ovunque grandi artisti “de lu Salentu”. Si è parlato con imprudenza di rinascimento salentino, ma di quel rinascimento non resta che il superbo Sangue vivo di Edoardo Winspeare. Su ogni spiaggia, in ogni pub, in ogni casolare, castello, appartamento o sala comunale del Salento c’è un poeta, un pittore, una danzatrice, un regista o un cantante, ovviamente con la convinzione di essere invisibile (vedi testo di Gloria Indennitate), cioè sottovalutato, pur essendo un grande artista sconvolgente, e ovviamente a spese del comune – provincia - regione, che con i soldi della collettività sta provando a trasformare in artisti i tanti disoccupati del Sud. Si può interagire o collidere profondamente con la modernità raccontando la provincia (pensiamo a Satta, Deledda, Goncarov, Garcìa Marquez, giusto per fare qualche nome), e si può essere terribilmente provinciali scimmiottando gli imitatori della cosiddetta modernità. I due testi della collana Trentacinque sono profondamente provinciali (pensiamo alle tante biografie altisonanti di ragazzi appena nati); pure, testimoniano bene quel fenomeno di riduzione della cultura a livello di movida, cioè di maleddettismo vacanziero, per cui sembra che in Salento tutti siano poeti, registi e cantanti, e ogni pub le Giubbe rosse. Salvo poi fare cose non proprio memorabili, anzi.
sul settimanale marchigiano "l'azione" del 22 gennaio

L’indice_ Rossano Astremo, Senza Respiro (I Quaderni di Vertigine)
di Alessandro Moscè
La poesia di Rossano Astremo, nato nel 1979, è espressa a muso duro, con quel grido che erompe magneticamente come un grido. Senza Resprio (I Quaderni di Vertigine, 2004), è la sua plaquette uscita di recente. Il grido di questo giovane autore non si può non ascoltare. In fondo allo sfacelo, sembrerebbe dirci Astremo, c’è una tragedia che bisogna guardare e capire (“Tutto si apre, sprofonda nel lutto della vita,/ le ferite della terra non fioriscono rigogliose, / rinchiuse tra radici putride e madide di sangue, / allargano i vicoli mostruosi di questa città spicciola e deforme…”). Un senso di tenebra e di quintessenza apocalittica aleggia in un misterioso scenario trasfigurato. Rossano Astremo ci indica la via del nulla e della povertà, un’epoca che si avvia verso la distruzione. L’asfissia è quella di una condizione umana agli estremi, in spazi mai protettivi e rasserenanti, ma colmi di ombre sinistre. È il male del tempo l’horror vacui che ci segnala il poeta. La lingua e secca e dura, un sasso lanciato contro il vuoto. “Il cielo sotto sequestro” si sovrappone a quella cappa di silenzio e di morte “civile” contro la quale fissiamo, atterriti, gli occhi. La degenerazione crea mostri, uomini senza valori etici e senza appigli, che scivolano agli inferi. Metaforicamente, Astremo si scaglia contro la contemporaneità scollata, che riflette usando un suo verso, “il raggio asciutto senza peso”. La sconfitta è in ogni angolo, crudele e infinita, come quel grido iniziale.









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