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Archivio Aprile 2005

dal nuovo quotidiano di puglia del 28 aprile

di (29/04/2005 - 11:14)

La Resitenza, un solo tema per 16 scrittori

 

di Rossano Astremo

 

Sarà presentato questa sera, presso l’Auditorium San Francesco della Scarpa di Lecce, alle ore 20, Resistenza 60, l’antologia di racconti curata da Sergio Rotino e pubblicata dalla casa editrice Fernandel di Ravenna. Nel corso della serata interverrà Elio Paoloni, scrittore di Latiano, unico pugliese ad essere presente nella raccolta. Resistenza 60 include i contributi di sedici scrittori di diverse generazioni, ma tutti nati dopo il 1945, che si confrontano con gli ideali della Resistenza, con l’obiettivo di raccontare dell’attualità o meno di questo movimento e dei suoi valori. L’operazione editoriale è sostanzialmente riuscita, nonostante il fatto che ci siano alcuni racconti che poco hanno da spartire con la tematica resistenziale. In complesso, però, tra scrittori che ripropongono una lettura storica della Resistenza, tra coloro che, invece, lo attualizzano o che ne danno una interpretazione allegorica, emergono alcuni testi che valgono pienamente il prezzo di copertina del libro. Il primo racconto sul quale è necessario soffermarsi è Portami via di Carlo Lucarelli. Lucarelli, giallista di primo piano e attento analizzatore del male che si annida nel nostro quotidiano, rimane legato alla cronaca degli ultimi anni, dati i riferimenti alla volontà di un sindaco di centrodestra di intitolare una strada del paese ad un noto ex fascista fucilatore di civili e divenuto negli anni scrittore di modesto livello. Sarà proprio la sua fama di scrittore, stando alle motivazioni del sindaco, a far rientrare Pio Larvatelli, questo il nome dell’ex fascista, nella toponomastica del paese. Di buona fattura anche i due racconti di Massimo Cacciapuoti e Vanessa Ambrosecchio, entrambi ambientati nella realtà scolastica. In Dachau e dintorni di Cacciapuoti un preside di una scuola media della periferia napoletana, scampato ai campi di concentramento e autore si un libro autobiografico, viene irriso da una classe di moderni scugnizzi, gran parte dei quali figli di malavitosi e, quindi, destinati a una vita vissuta ai margini. In Milton è vivo della Ambrosecchio, piccola perla della raccolta di racconti, una professoressa tenta di trasmettere ai propri studenti il senso di Una questione privata, romanzo di Peppe Fenoglio. La sua interpretazione, avvalorata da riflessioni di critici come Ferroni e Saccone, si scontra con quella più speranzosa di uno dei suoi studenti, l’io narrante Coppola. Da segnalare la stranezza del Progetto Grande Scimmia di Laura Pugno, dove a dettare i ritmi della narrazioni sono le pareti del Museo della Liberazione di Roma, le quali di notte si tingono di macchie di sangue, gettando terrore e scompiglio nella vita della giovane narratrice alle prese con il montaggio di un documetario sulle scimmie della Tanzania. In Biografie di prigionieri i protagonisti sono Claudio e Alessandra. Claudio è un fisico e fa il ricercatore universitario. Per dare linfa al rapporto con Alessandra, periodicamente prepara delle piccole rappresentazioni sceniche nella sua casa romana fra via Veneto e piazza Fiume, come quella ambientata alla fine della Seconda guerra mondiale nella quale Alessandra interpreta Miss Olivia, incaricata dai servizi segreti americani di ottenere informazioni che riguardano i collaboratori della Repubblica sociale, e Claudio è nei panni di Valerini, rappresentante dei neofascisti dalla fine della guerra. Le loro rappresentazioni fanno da preludio all’atto sessuale. L’antologia si conclude con un divertente racconto di Gianluca Morozzi, Ne resterà uno solo, nel quale tre ragazzi dal nome in codice di Jhonny, Eurialo e Niso, intervistano l’ultimo partigiano ancora vivente in un futuro non molto remoto. Un’antologia ricca questa voluta dalla Fernandel, nella quale la piena comprensione delle vicende della Resistenza non va solo vista come difesa della memoria storica, ma anche come tentativo di opporsi alle incertezze del nostro tempo. La scrittura civile presente in molti di questi racconti non fa altro che avvalorare l’attualità dell’agire resistenziale.

 

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elio coriano

di (27/04/2005 - 19:25)

Elio Coriano - Poesie

H. 13986
Ora è già tardi
eppure siamo fuori dai labirinti
fuori dal tempo dei mattoni deIla carne
ma è ancora prigione
é ancora silenzio sulle nostre forme d'ombra

H. 14074
Un' altro dire per un'alta forma
un nuovo deserto in cui cercare
la sabbia del dolore
le parole antiche sulle derive dei morti

H. 14047
Noi costretti agli attraversamenti
in una eterna sarabanda di passi senza senso
a orientarci col silenzio delle lune
con sabbie lievi sugli occhi deserti

H. 14411
Il vento con i suoi coltelli
noi carne aperta più vasta del mare
chiglie di ruggine viaggiano sulle ferite
sulle nostre rotte disperate

H. 14404
Forse siamo nudi
forse è meglio tacere
forse siamo senza strati
forse solo calma superficie
che ne anche si increspa

H. 14194
Nessuno conosce
quello che avvenne tra i denti del buio
nessuno sa
dell'orribile masticatura
dello sputo divino ora rappreso

Elio Coriano, 1997

Espressamente scritte per la serie "le sculture del dolore, oltre il dolore". Fotografie di Luciano Saporito.


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di (26/04/2005 - 19:15)

Comunicato Stampa_ Resistenza 60

 

Sarà presentato giovedì 28 aprile, presso l’Auditorium San Francesco della Scarpa di Lecce, a partire dalle ore 20, il libro Resistenza 60 (edizioni Fernandel). La serata rientra nella serie di incontri dal titolo Il dovere della memoria, organizzati dalla Provincia di Lecce e dall’ANPI e coordinati dal Fondo Verri, volti a celebrare il 60° della Liberazione dell’Italia dal Nazifascismo. Resistenza 60 raccoglie gli interventi di sedici scrittori di diverse generazioni, ma tutti nati dopo il 1945, che si confrontano con gli ideali della Resistenza, con l’obiettivo di raccontare dell’attualità o meno di questo movimento e dei suoi valori. Interverranno nel corso della serata Rossano Astremo ed Elio Paoloni, scrittore pugliese presente con un suo racconto all’interno dell’antologia.

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flavio santi

di (26/04/2005 - 19:09)

"Un giovane alto 1 metro e 62"
di Flavio Santi

Un ricordo, in questo caso quello dell'estate del 1978, apre uno squarcio sullo storia, dove si intrecciano anniversari televisivi e dittature, gelati e incubi… Flavio Santi, nato nel 1973, ha appena pubblicato, per le Edizioni Atelier, la raccolta di poesia "Il ragazzo X". Questi versi sono tratti da un poemetto intitolato "Un giovane alto un metro e sessantadue".


(…)

L'estate del '78 segnò /
magro pallottoliere /
i due anni della morte di Carosello /
e il Mundial dell'Italia terza /
e di una squadra vincente in campo /
ma frodata dalla vita. /


Era l'argentina di Kempes, /
Achille setoloso e segaligno, /
felpato, grandi gol, mai arrivato /
in Italia, un po' come un re, /
mai arrivato, a volte invocato… /
l'esilio… sì anch'io… /
l''estate delle bibite ghiacciate, /
i coni gelato /
io quell'estate ero in spiaggia, /
ti ricordi? /

Sotto l'ombrellone a righe /
mancando vistosamente l'abbronzatura /
guardavo il mare /
andare e venire, /
andavo a vedere la tele, /
i lanci, le azioni /
(ovviamente non sapevo /
che allo stadio il resto della stagione /
torturavano la gente /
con elettrodi che scioccavano, /
schizzavano a mille riducendo /
le persone agli spiccioli di un incubo). /


(…)


Flavio Santi, "Il ragazzo X", Edizioni Atelier

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la prima volta che ho visto i fascisti

di (26/04/2005 - 11:53)

http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/antifa/primavolta.pdf

PREFAZIONE A "LA PRIMA VOLTA CHE HO VISTO I FASCISTI"

Wu Ming, 24 aprile 2005

Quel che segue è un eterogeneo insieme di testimonianze: pagine di diario,
frammenti, racconti, reminiscenze, visioni febbrili. Testi curati o tenuti
per anni in un cassetto della mente, rovesciati sulla pagina d'istinto, di
getto, senza preoccupazioni di estetica o di stile.
Persone dai diciotto ai sessant'anni ci narrano storie, esperienze
d'infanzia, ustioni e abrasioni della pubertà o della tarda adolescenza,
primi incontri con la violenza, col "fascismo-sostantivo" (il fascismo
storico) o col "fascismo-aggettivo" (epiteto da usare lato sensu), col
"vetero-", col "neo-", col "post-" e col "cripto-"fascismo, col
"microfascismo" quotidiano (insidiosa logica della prevaricazione), col
fascismo trauma personale e familiare, stanza privata dei cimeli e degli
orrori, refolo d'aria viziata.
Variabili e costanti: Roma, Trieste e Latina consueti focolai di fascismo;
l'Emilia-Romagna e la Toscana "rosse"; il liceo, porta-finestra spalancata
sulla vita "là fuori"; manifestazioni, attacchinaggi, "strappinaggi",
cariche di celere, agguati dietro gli angoli; padri, madri, nonni,
bis-nonni, soprattutto nonne, nonne che non vogliono vedere i nipoti
vestiti di nero.
La selezione da parte nostra è stato minima, l'editing quasi esiziale,
l'ordine dei racconti è quello in cui li abbiamo ricevuti. Ve n'è di molto
belli, e di sgraziati. In alcuni di essi non vi è traccia di buon gusto, e
il loro impatto "inelegante" è antidoto al veleno del "nuovo senso comune
post-antifascista".
In luogo del buon gusto, un pugno di piccole, disturbanti verità, una delle
quali è: non c'è "memoria condivisa". La memoria della vittima non è la
stessa del carnefice, e occorre impedire ai carnefici di spacciarsi per
vittime, come da troppo tempo accade: non più torturatori e delatori, bensì
vittime dei partigiani del "triangolo rosso"; non più collaborazionisti e
miliziani, bensì vittime delle "foibe titine"; il Duce e Claretta vittime a
Piazzale Loreto etc.

L'ineleganza di questi testi, a ben vedere, è la stessa di Piazzale Loreto.
Non bisogna distogliere lo sguardo quando si passa di là, perché si tratta
di un memento: per quanto potenti, i tiranni cadono, prima o dopo. Sic
transit.
Memento duro? Certo. Come duro fu il cingolo della "gloria mundi" fascista
sulla cassa toracica di chi venne travolto, come dura è la nascita dei popoli.
Non cadiamo nelle trappole: questo Paese ha cominciato a imbarazzarsi per
Piazzale Loreto piuttosto di recente, col graduale "sdoganamento" del punto
di vista di chi vi fu appeso per i piedi. La condanna di quell'episodio si
è fatta strada da destra, ha attraversato gli schieramenti, e oggi arriva
anche a "sinistra". Si tratta quasi sempre di una condanna che astrae dal
contesto.
Oltre a quello del "sadismo sulle povere spoglie", c'è un altro argomento
magico, introdotto a suo tempo da "terzisti" ante litteram: a infierire sul
corpo del tiranno ci sarebbe stata la stessa gente che l'aveva applaudito
un mese prima. Episodio di "gattopardismo militante", insomma, azione
finalizzata a un lesto riciclaggio sotto le nuove bandiere.
Fanfaluche. Piazzale Loreto fu scelto perché un anno prima, dieci agosto
del '44, vi si era consumato un eccidio di quindici partigiani. I corpi
distrutti dalle raffiche erano rimasti a terra per tutto il giorno per
esser visti dai passanti. Montavano la guardia militi fascisti, a impedire
che chiunque rendesse omaggio, deponesse un fiore, dicesse una preghiera.
Il ventotto agosto del '45, in quel piazzale convennero soprattutto persone
che ricordavano l'oltraggio, e prima e dopo quel giorno avevano subito
lutti, coprifuoco, bombardamenti, retate, propaganda reiterata, esposizioni
di cadaveri di antifascisti.
Di fronte a quel distributore di benzina, la guerra tornava a boomerang a
devastare i corpi di chi i corpi li aveva fatti sorvegliare, rinchiudere,
devastare (Carlo e Nello Rosselli, squartati con decine e decine di
pugnalate), profanare, li aveva spediti in guerra a decine di migliaia, ad
affrontare l'inverno russo con stivali di cartone pressato.
Piazzale Loreto non è solo barbarie, è anche speranza. I potenti cadono, e
più erano saliti in alto, più chiasso fa il tonfo, e più a lungo ne rimane
l'eco nelle orecchie. Ancora oggi se ne sente il riverbero, lo testimoniano
questi racconti.

- Ah, ma continuate a occuparvi di cose di sessant'anni fa, quando passerà
questo passato di ideologie, quando lascerete vivere in pace questa nazione?
Al contrario, noi ci occupiamo del presente. Dell'assalto alla costituzione
formale per portare a termine l'arrembaggio a quella materiale, ai diritti
civili e collettivi, all'eredità positiva di lotte sociali e sindacali che
l'antifascismo l'avevano nella carne e nei nervi.
Negli ultimi trent'anni si è andato creando e imponendo un nuovo senso
comune "anti-antifascista", nutrito di banalizzazioni, minimizzazioni,
luoghi comuni, riscritture storiche, clichés reiterati prima in nicchie di
discorso e poi sul piano generale.
E' in corso una riabilitazione del fascismo che va oltre la contingenza,
oltre l'immediata attualità, oltre la sopravvivenza di questa o quella
compagine di governo. E' un'operazione partita molto prima di B********, e
proseguirà anche dopo.
Certo, solo nel periodo 2001-2005 la RAI poteva mandare in onda la
cerimonia di consegna del premio Almirante.
Solo un governo come quello di B******** poteva pensare di tagliare i fondi
all'ANPI in vista del Sessantennale della Liberazione e, al contempo,
proporre la pensione di guerra a repubblichini e reduci italiani delle SS.
Solo B******** poteva equiparare il confino degli antifascisti a una
"villeggiatura".
Solo nel clima posteriore allo "sdoganamento" del neofascismo si potevano
definire "incidente di percorso" le leggi razziali del '38, e arrivare a
dire che "Almirante salvava gli ebrei".
Solo l'ansia revanscista degli "sdoganati" poteva intitolare vie e piazze
di diverse città a gerarchi e capimanipolo.
Solo nel paesaggio mediale deturpato dagli ecomostri di sottogoverno
potevano affacciarsi sceneggiati televisivi in cui il nazifascismo scompare
del tutto lasciando il posto a generici "italiani".
Tuttavia, questo non è che l'apice di un processo iniziato fin dal
Dopoguerra, movimento che prima di confluire nel grande fiume
democristiano ebbe come prima, rudimentale espressione politica l'Uomo
Qualunque di Guglielmo Giannini, dopodiché prese forma su certi rotocalchi
popolari a larghissima tiratura, pregni di languori monarchici e nostalgia
piccolo-borghese, laboratori ideologici di un'Italietta che presto si
sarebbe definita "maggioranza silenziosa", ostile al movimento operaio, al
conflitto, al pluralismo, al "culturame" (celebre neologismo scelbiano),
alla stessa Costituzione.
Una parte d'Italia mai stata antifascista, che consumava le opere di
divulgazione pseudo-storica di autori come Montanelli, Cervi, Gervaso,
Petacco, e pian piano creava mito revanscista sulle foibe, sull'esodo
istriano-dalmata, sui regolamenti di conti dell'immediato Dopoguerra, in
attesa di tornare a esprimersi senza pudori né ipocrisie, fuori dal ghetto
del neofascismo (chi c'era rimasto) e fuori dalla ­ mai accettata - cultura
della mediazione, dalla gabbia di ferro dei linguaggi "dorotei", "morotei",
delle "convergenze parallele" etc.
Insomma, siamo molto oltre il "revisionismo storico", di fronte a
un'operazione ideologica a vasto raggio, pluridecennale, vero e proprio
"rastrellamento del pensiero". Questa non è stata soltanto la lunga
premessa culturale della situazione che stiamo vivendo, bensì la base
strutturale, il reale presupposto di tutta la propaganda a seguire. I
partigiani? Tutti comunisti pronti all'insurrezione, e tutti assassini. Nel
'45 hanno preso il potere e lo hanno mantenuto fino alla rivoluzione
democratica del 2001, quando B******** e i suoi alleati han vinto le
elezioni, con l'intento di cambiare la Costituzione "bolscevica" ("che
limita la libertà d'impresa", ipse dixit).
Quest'offensiva non cesserà con l'inevitabile caduta di B*******.
Peccheremmo di "autonomia del politico" se lo credessimo. Il blocco
socio-culturale che ha mandato al potere questi impiastri continuerà a
lottare con la forza di stereotipi e tormentoni.
Purtroppo, nemmeno i "nostri" ambienti (chiamiamoli "radicali", "di
movimento", "di sinistra", you-name-it) sono impermeabili alle riscritture
e banalizzazioni della storia: l'ideologia di cui sopra si fa strada anche
tramite la condanna retroattiva e indiscriminata di ogni uso della forza.
Da questo punto di vista, nel movimento c'è un grande banco di pesci pronto
ad abboccare su questioni come le foibe etc. etc.
Nella notte in cui tutti i combattenti sono vacche e tutte le vacche sono
nere, un attore d'avanspettacolo qualunquistico, fresco reduce dei "fasti"
d'uno sceneggiato televisivo cripto-fascista, può essere invitato al
congresso di un partito della sinistra a leggere lettere dei condannati a
morte della Resistenza. Accostamento osceno, ma tout se tient, e tutto fa
brodazza.
"In Italia più ancora che altrove, un'idea *penitenziale* del Novecento ha
espunto dal discorso pubblico sul secolo scorso ogni considerazione
valoriale, facendo tutto rientrare dentro il buco nero della nozione di
carneficina [...] Per una sorta di malintesa ricompensa postuma, i più vari
profili di morti ammazzati del Novecento... sono stati riuniti in un unico,
smisurato, pletorico limbo di vittime: milioni di uomini e di donne
colpevoli soltanto del peccato originale di essere nati in un secolo di
ferro" (Sergio Luzzatto, *La crisi dell'antifascismo*, Einaudi, Torino 2004).

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resistenza 60

di (23/04/2005 - 11:45)

resistenza 60, antologia della fernandel curata da sergio rotino, sarà presentata a lecce giovedì 28 aprile alle ore 20 presso l'auditorium san francesco della scarpa. interverranno rossano astremo e elio paoloni, uno degli autori antologizzati. eccovi l'incipit del racconto di carlo lucarelli.

PORTAMI VIA

Carlo Lucarelli

 

Cominciò tutto con un manifesto.

Poco più di una locandina, in bianco e nero, che annunciava un convegno sugli orrori della Resistenza. Proprio così si intitolava, “Gli Orrori della Resistenza”, promosso da un’associazione e patrocinato dal comune. Dopo dissero che si erano sbagliati, che la tipografia aveva fatto male il lucido, che ci doveva essere scritto “Gli Errori della Resistenza”, ma che ormai non potevano più ritirarli perché avevano già speso tutti i soldi. Il sindaco aveva detto al Carlino che si scusava con chi poteva essere rimasto offeso e che comunque, a spaccare il capello, di orrori, nella resistenza, ce n’erano stati.

Adelmo aveva fatto un casino. Aveva attaccato un volantino alla bacheca dell’Anpi, aveva scritto una lettera all’Unità e al Resto del Carlino, e aveva chiesto ai consiglieri d’opposizione di fare qualcosa in consiglio Comunale. Due li aveva trovati un po’ freddi, va be’, certo che è grave, però c’è di peggio e poi ormai è fata, andiamo avanti; uno, Alberto, quello del centro sociale, era abbastanza incazzato ma anche molto rassegnato, che ci vuoi fare, hanno la maggioranza loro, lo sai come finisce, no?. Comunque, almeno lui al picchetto a dare i volantini davanti al teatro c’era venuto. Erano in sei, Adelmo, Alberto, due del centro sociale, Marione, detto “Mingo” quando era nei Gap e Lorenzini, fratello di quello che era stato fucilato dai tedeschi. Sei su una popolazione di mille abitanti, più del cinque per cento, aveva detto Alberto, non è poi così male. Adelmo non aveva commentato. Si era consolato col fatto che dentro al teatro erano undici. Il sindaco, cinque del consiglio comunale, il relatore, e tre ragazzi di Bologna.

Poi c’era stata la polemica sul 25 aprile. Il sindaco aveva accampato motivi di salute e non era venuto. Il vicesindaco era venuto ma non aveva detto una parola. Il prete aveva benedetto il monumento ai caduti della Resistenza e in cinque minuti era finito tutto, anche perché pioveva. In tutto, compresi i due di Ravenna che venivano tutti gli anni, erano in quindici. Quelli di Ravenna di solito erano tre, ma uno quell’anno era morto.

E alla fine c’era stato il fatto della strada.

Adelmo lo aveva saputo da Alberto. Volevano fare una delibera per intestare una strada a Larvatelli. Volevano gli altri, naturalmente.

«A Larvatelli?» Adelmo l’aveva soffiato con un filo di voce e quando aveva cercato di ripeterlo gli era sfuggito un ringhio, duro e roco come una specie di rutto.

«A Larvatelli? A quel… quel… quel maiale di Larvatelli?»

Pio Larvatelli era stato nella Brigata Nera di Bologna, durante la guerra. Un giorno erano arrivati in paese per un rastrellamento e si erano scontrati con un distaccamento della 36° Garibaldi di passaggio. Tre morti nella Brigata. Erano tornati il giorno dopo e si erano portati via due uomini e una ragazza, gli unici rimasti in paese, perché gli altri erano già scappati tutti. Ma i due uomini erano malati e Maria, la ragazza, stava con loro perché era la sorella di uno dei due. I due uomini li avevano impiccati a Bologna. La ragazza era riuscita a saltare giù dal camion e a correre via per la campagna, ma le avevano sparato. Era stato Larvatelli, che era saltato giù anche lui, le era corso dietro e ad un certo punto si era fermato per prendere la mira e spararle nella schiena. Poi era tornato al camion, perché l’aveva presa, quello sì, ma non era caduta, si era infilata nel bosco e laggiù era meglio non andarci. La Maria era morta nel bosco, tra le braccia di Adelmo. Lui, Mingo e quelli del suo Gap l’avevano trovata praticamente dissanguata, ma aveva ancora abbastanza fiato per raccontargli quello che era successo. La Brigata Nera. Larvatelli.

E Larvatelli era uno del paese anche lui.

Adelmo fece un casino. Corse in comune ma il sindaco si fece negare, e allora lo aspettò al varco, al bar, e quando lo vide entrare praticamente gli saltò addosso. Il sindaco cincischiò, traccheggiò, quasi negò, non c’era nessun progetto su Pio Larvatelli, che comunque dopo la guerra era stato amnistiato, e che ormai sarebbe ora di parlare di riconciliazione, e se proprio vogliamo vedere tutti quelli che hanno avuto dei problemi allora non è che stiano tutti da una parte sola. Adelmo strinse i pugni, prese fiato, e come già aveva fatto un milione di volte, di cui almeno cinquecentomila col sindaco, ripeté che le guerre non finiscono di colpo solo perché qualcuno lo dice, che gli odî fanno fatica a spegnersi e che la gente incazzata nera per quello che gli hanno fatto può anche lasciarsi andare ad atti di violenza. Disse vendetta, ed era una parola che non aveva mai usato prima. Disse anche per quanto condannabili. Disse anche errori. Ma programmare l’omicidio a freddo come componente della propria ideologia, assieme alla supremazia della razza e alla negazione della libertà, bè, quello è un’altra cosa. Usò anche un paragone che aveva letto sul giornale, che parlare di riconciliazione senza che una parte si assuma la responsabilità dei propri errori sarebbe come proporre una celebrazione dei morti dell’11 settembre, includendo tra le vittime anche i dirottatori degli aerei. E poi vediamo se gli americani non si incazzano.

 

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chat poesie

di (22/04/2005 - 11:20)

Lettura

Oronzo Liuzzi, Chat_Poesie, Edizioni Spazioikonos, Bari

 

di Rossano Astremo

 

Oronzo Liuzzi vive e lavora a Corato, in provincia di Bari. Si occupa di pittura, scrittura verbovisuale e poesia. Ha realizzato libri d’artista e libri oggetto. Ha effettuato numerose mostre personali e mostre collettive a livello nazionale e internazionale. Di recente pubblicazione Chat_Poesie, l’ultima raccolta di versi edita dalla casa editrice barese Spazioikonos, con la quale il Liuzzi prosegue la più che trentennale esperienza nell’ambito della sperimentazione poetica. Chat_Poesie è un testo che mette a confronto la pratica solitaria del far versi con quella dialogica e comunicativa delle chat. Il risultato è una raccolta atipica, che mette insieme una ventina di testi nei quali si incastonano, in un melting pot furioso, i linguaggi ibridi del mondo televisivo, della musica pop, delle icone prodotte dall’informatica e dell’alienazione della nostra società. Nei testi diversi “io poetici” chattano tra di loro alla velocità disperata che è tipica della scrittura in rete, la comunicazione è ostruita dall’assenza di significati da trasmettersi, ciò che rimane è una sorta di jam session fatta di frammenti lessicali, emoticon (le faccine che tipizzano emozioni) e punteggiatura asistematica che fa tanto pensare alla poesia fuori dall’ordinario di molte avanguardie letterarie, da quelle storiche di inizio secolo al Gruppo 63, sino ad arrivare al recente Gruppo 93. La distanza della poesia di Liuzzi da quella che lega Filippo Tommaso Marinetti al primo Lello Voce è da attribuirsi, però, alle loro diverse intenzionalità. Per le avanguardie la sperimentazione poetica rientra in un discorso di “azione politica”, di sconvolgimento del vecchiume precedente, per Liuzzi e per molti altri sperimentatori spingere la poesia nei confini del mai scritto in precedenza rientra in un atto individuale non programmatico.  Un esempio tratto Chat_Rox_It_Ala: “Rox_it: bomba o non/ bomba,,,,,,,/Ala:BASTAAAA!!!!!!/ Rox_it: amo la vita/ Ala: è inquinato il cuore…../ Rox_it: siamo membri della/ società,,,,,,,/ non moribondi…./ siamo/ innocenti,,,,,,,,/ Ala: UMANIIIII/ Rox_it: VIVO ||||||/ Ala: VIVIAMO ||||||||”. Alla fine della lettura di Chat_Poesie di Liuzzi c’è un po’ di spaesamento, di sovrapproduzione di segni, quasi a voler riprodurre il bombardamento mediatico a cui quotidianamente siamo sottoposti e che ci impedisce di dialogare. Consigliato per l’originalità dell’operazione editoriale.

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noi saremo tutto

di (22/04/2005 - 11:17)

Lettura

Valerio Evangelisti, Noi saremo tutto, Mondadori Strade Blu

 

 

 

Valerio Evangelisti è uno dei più importanti scrittori italiani di romanzi fantastici. Il suo successo è legato a due cicli narrativi che hanno come protagonisti l’inquisitore Eimerich e il pistolero Pantera. Per l’autore il romanzo di genere non è costruzione immaginifica che esula dalla realtà. Il fantastico è strumento rovente nelle mani dello scrittore, è una sorta di volantino politicamente scorretto da distribuire ai benpensanti. Nell’ultimo romanzo, “Noi saremo tutto” (Mondadori Strade Blu, euro 15,50), Evangelisti, però, abbandona la carica eversiva del genere fantastico, per ritornare alla sua passione per la storia. Sì, perché Evangelisti, prima di scrivere romanzi era uno storico, e il peso della sua formazione si fa presto sentire. “Noi saremo tutto” è un viaggio nella storia del Novecento degli Stati Uniti d’America, che parte dallo sciopero di Seattle del 1919, quando la città venne letteralmente conquistata dai lavoratori portuali. Si passa poi per un altro sciopero, quello di S.Francisco nel ’34, in cui gli scaricatori iscritti all’ILA (un sindacato “moderato” che aveva rapporti con la mafia) si ribellarono alle direttive dei loro dirigenti sindacali nazionali, vinsero la loro battaglia e mantennero per decenni il controllo del porto. La storia si sofferma sui delitti della Combination, la cosiddetta “Anonima Assassini”, una squadra di killer e ricattatori, e l’oscura parabola del “maccartismo”. Un trentennio molto movimentato, quello dal ’34 al ’54, in cui una mafia senza scrupoli allungò le mani sul potere politico degli Stati Uniti. Tutto questo senza venire in alcun modo disturbata dalla polizia federale che, dato all’opinione pubblica qualche capro espiatorio, si poté concentrare sulla sistematica eliminazione di ogni dissidenza. Il libro si chiude ancora a Seattle, ottant’anni dopo lo sciopero del 1919, quando una moltitudine di persone scese di nuovo in strada, questa volta per manifestare contro il WTO. Sono passati tanti anni ma il grido è lo stesso di allora, un grido che attraversa il tempo e giunge fino a noi: "We have been naught, we shall be all!". Non eravamo nulla, noi saremo tutto. Ma non si tratta solo di una vicenda densa di storica. Il tutto è messo al servizio di una costruzione romanzesca che funziona come una bomba ad orologeria. Perché “Noi saremo tutto” è il romanzo di Eddie Florio, protagonista assoluto della scena. Eddie è il personaggio più disgustoso creato dalla narrativa italiana degli ultimi anni. Eddie è una figura violenta, è la negazione di ogni principio etico. Eddie odia le donne, ma non ne può fare a meno. Sono la sua ossessione, il suo tormento, la sua distruzione. Attraverso i suoi occhi comprendiamo l’evoluzione del movimento operaio americano e delle sue organizzazioni. Eddie è l’ultimo figlio di una famiglia di emigranti italiani, una famiglia con forti tradizioni socialiste. È in questo clima di forte tensione etica che cresce, ribellandosi all’autorità paterna per iniziare un percorso solitario che inizia con il cambiare il cognome, da Lombardo a Florio. La sua carriera inizia in un piccolo sindacato degli scaricatori portuali a San Francisco. Ma non si tratta del sindacato che siamo abituati a conoscere, è una di quelle organizzazioni con le quali gli armatori tendono ad assicurarsi il controllo delle banchine e quindi il veloce movimento di carico e scarico delle navi. Qui spadroneggia imponendo la chiamata nominale al lavoro che gli consente di controllare le teste calde. Il punto di svolta diventa la decisione della mafia di controllare tutti i porti degli USA. Eddie viene reclutato e comincia una carriera che lo porterà a controllare una parte importante del porto di New York. Ma anche qui lui resta il piccolo delinquente di San Francisco che, alla fine, sarà travolto dagli avvenimenti. Tutto questo scritto con una potenza espressiva che lascia il segno.

 

r.a.

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tratto dal quinto numero della rivista vertigine

di (18/04/2005 - 18:22)

 

Wu Ming 1

Versi dal viaggio in Brasile

 

 

Sbirri infiltrati

 

"The Hairies"

al servizio di Sua Maestà

vestivano di cenci

e infiltravano la "hard left",

the International Marxist Group

del compagno Tariq Ali.

I bizzarri anni Settanta

di sotterfugi birichini

erano da noi gli annidipiombo.

Gli Hairies, poveretti,

sono lontani,

c'è la Manica tra un dente e l'altro

di Terry Thomas.

Da noi eran bombe sui treni

e simmenthal di civili,

"danni collaterali".

La Strategia della Tensione

fa sembrare poca cosa

davvero poca cosa

i trucchetti di Scotland Yard.

"The Hairies"

spiattellati a doppia pagina sul Guardian

in UK fanno notizia.

Da noi, sgomitando,

conquisterebbero a fatica un trafiletto,

la notizia rimarrebbe lì sfiatata,

zimbello della pagina

su cui attirare un brandello di attenzione

al bar: "Un altro maritozzo,

paese normale!"

 

Leblon, Rio de Janeiro, 2 novembre 2002

 

p.s.Per ricevere la rivista nell’immediato basta spedire in busta chiusa 2 euro più 2 francobolli da 45 cent al seguente indirizzo: Rossano Astremo, Via Madonna di Pompei 279, cap 74023, Grottaglie (Ta).

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canovacci archetipici per romanzi e film

di (18/04/2005 - 18:19)

Le sette trame capitali

Christopher Booker, The Seven Basic Plots: Why We Tell Stories(Continuum London 2004, pagg. 728)

 

1.      Il mostro sconfitto: storie in cui l’eroe sconfigge un mostro o allontana una minaccia, arriva alla conquista di un tesoro oppure della mano dell’amata. Si va dai classici come Davide e Golia a Gilgamesh, fino allo squalo di Spielberg e la saga di James Bond.

2.      Dalle stalle alle stelle: storie di persone del tutto normali che scoprono in sé una seconda e migliore identità. Come Cenerentola, David Copperfield e Jane Eyre o i protagonisti dei film La febbre dell’oro o My fair Lady.

3.      La rinascita: Qui occorre prima che qualcuno muoia. E che si tratti di morte apparente. O, per lo meno, simbolica. Poi qualcosa succede. Ed è un miracolo. Per cui ritorna la vita e la luce. Come in Biancaneve e nel Canto di Natale di Dickens, in Delitto e Castigo e Tutti insieme appassionatamente.

4.      La ricerca: Avventure e peripezie all’inseguimento di un obiettivo o di una ricompensa. Un tesoro di inestimabile valore o l’oggetto del desiderio. La salvezza eterna o qualche forma di redenzione morale. Esempi: l’Odissea e la Divina Commedia, ma anche Il giro del mondo in 80 giorni e I predatori dell’arca perduta.

5.      La commedia: Storie di travestimenti ed equivoci, imbrogli scoperti e appuntamenti mancati. Ma poi tutto si aggiusta, per cui tutto è bene quel che finisce bene. Le Vespe di Aristofane, l’Avaro di Moliere, le Nozze di Figaro e i film dei fratelli Marx.

6.      Il viaggio e il ritorno: Storie in cui succede qualcosa (un naufragio, un incontro o una guerra) ch proietta gli eroi in una dimensione sconosciuta. Come succede nell’Asino d’oro di Apuleio, in Robinson Crusoe, in Alice nel paese delle meraviglie o in Via col vento.

7.      La tregedia: è una storia che finisce male. Ma non solo. È costruita secondo una sequenza, vero e proprio archetipo, di cinque tempi. Gli eroi sono sopraffatti da una passione che li porta al disastro e alla morte. E si va dall’Orestea di Eschilo ad Anna Karenina, da Madame Bovary a Lolita.

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scrivere sul fronte meridionale

di (18/04/2005 - 11:59)

leggete qui.

tutta la mia stima a roberto saviano e allla sua scrittura.

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pagano opuscriptu

di (16/04/2005 - 18:21)

il primo testo che ho avuto tra le mani nel 2002 di luciano pagano (nella foto al centro tra elio coriano e stefano donno) è stato opuscriptu. un testo sperimentale, che io ho amato molto, l'inizio di un percorso nel magma del linguaggio che ora lo sta portando verso mete meno astratte e più concrete (l'abbandono di un certo sostrato sperimentale in favore di un aggancio più realisticamente sostanziale).il testo si può leggere per intero qui.

io ve ne do un assaggio.

ma quanti pensieri sprecati euridice avremmo potuto e dovuto evadere la stanza del quadrato dove le nostre forze si annullavano. e non sapeva come giustificarsi e voleva star solo. forse. non credeva euridice nel male che si compie ad opera perfetta dell’amore. non credeva euridice di stupirsi più.

la poesia non resta muta e riesce a muovere le pietre.

i due lati della contenzione sono orfeo ed euridice.

al poeta del disamore. che offende la poesia.

se si volta a cercarlo ed è scomparso.

orfeo ed euridice.

si vorrebbe.

ed eccolo arrivato in stazione. nella sua città. nessuno viene a prenderlo. si ferma. guarda che ore sono.

in un punto imprecisato del quadrilatero una voce sta chiamando il suo nome. un errore nel cognome. non sa se chiama un omonimo o se è lui che la voce comanda. si ferma. accende una sigaretta.

questo è quanto distrattamente chiama il suo arrivo.

per nulla simile alla sua partenza.

l’elenco mentale di ciò che ha lasciato s’è poco nel conto di quel che non troverà mai. una stagione orientale estiva. un arabo paradiso sulla terra. un giardino di delizie terribili. una riverenza diffusa nei confronti di quanto ha prodotto. un’insoddisfazione nei confronti della lui donna.

il calco nella cui figura entravano il suo corpo e quei sudori. fino al modello di cartone ed infine la statua.

da cui questa fuga. forse.

come anima futile. la mano sulla spalla dietro preceduta dall’odore di un panino.

le donne che mangiano e coprono la bocca. lui dice. lui preferisce quelle che mangiano come naturale nel mondo. se una donna com’é naturale.

eccoti finalmente.

eccoci finalmente. no non c’è bisogno che mi aiuti non vedi che ho la valigia a rotelle e poi è leggera e non vedo l’ora di riposarmi ed è lontana casa tua e come ci si arriva. ferma. escono dalla stazione. non fa caldo e non fa freddo. si fermano ad aspettare un autobus. appena salgono comincia a piovigginare.

se vuoi ti puoi fare una doccia io nel frattempo cucino.

lei annuisce. si spoglia ed è sotto la doccia. lui prende uno yogurt e fa colazione. finita la doccia si può parlare. ma non è tardi ancora se ti va di uscire lo so che dopo un viaggio non ti rilassi. non ti fermi mai. è vero.

porto questo anello è vero. preoccupati perché tu non lo indossi.

è il circolo nel quale mi sto stretto stretto.

usciamo.

ho sete. camminano senza parlare tanto. è lui che già sa tutto e non prova alcun timore. non ha paura dei discorsi che sta per sentire. non vuole sentire alcun discorso. sta lì. apparentemente il piacere di esserci. se mai piacere di stare dove non sa. le sembra che chiamino. si volta. lui pure.

entrano insieme per bere un bicchiere di vino in un locale vicino a locali affollati. in un centro di città che somiglia ad un paesone. dove alle due di notte per strada non c’è più alcuno. solo per bere. non per chiarirsi. non si chiarisce nulla.

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piperno sì o piperno no

di (15/04/2005 - 18:06)

Dal Corriere della Sera di oggi, titolo "Stroncare Piperno. Barricate sulla libertà di critica", di Stefano Bucci. Della serie: Da Liberazione al web a Liberazione e poi al Corriere e dunque al web...

«Il diritto di critica in Italia? Si può esercitare, ma prima o poi finisci per pagarne le conseguenze». Aldo Nove sembra soprattutto annoiato dalle polemiche seguite alla sua stroncatura di
Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno: «Mi sembrano francamente esagerate, ho solo detto che il libro non mi è piaciuto. Punto e basta». Ma, nonostante la noia, non esita comunque a dirsi convinto che quei toni «molto accesi», «quelle punte di vera e propria cattiveria» seguite alla sua bocciatura rappresentino in qualche modo proprio il famigerato «prezzo da pagare». Talvolta si finisce però per parlare più di «fatti personali» che non di letteratura. Come è successo con le citazioni di Lukacs di cui Nove si è servito per «esprimere la sua opinione», citazioni messe sotto accusa da Giuseppe Genna nel suo sito www.miserabili.com («una stroncatura vergognosa») con argomentazioni poi bollate da Elena Stancanelli su Liberazione proprio per questo loro personalismo («Genna anziché occuparsi, come lecito, di ciò che Nove scrive di Piperno, si occupa di Nove stesso. In modo piccoso, irritante e infantile»). Con rammarico, sempre Nove, conclude: «Il punto più basso l’ha raggiunto il Foglio . Un mio amico mi ha addirittura chiamato per chiedermi se ero a tal punto ridotto sul lastrico da essere stato proposto per il vitalizio Bacchelli?».
Ma ormai non sembra essere più nemmeno una semplice questione di stroncatura (o meno), per quanto «personale»: il libro di Piperno (pubblicato da Mondadori) si è infine trasformato nel pretesto «per discutere sul diritto di critica in Italia». Ieri, per primo, l’ha fatto Liberazione che già aveva ospitato la stroncatura di Nove e che ha voluto dare un’ulteriore sterzata al dibattito riportando, tra l’altro, le opinioni di Tiziano Scarpa: «Le critiche a Nove sono una delle tante manifestazioni del tentativo di mettere in cantina il dibattito culturale». Scarpa arriva a ipotizzare che «difendere Nove dagli attacchi che ha subito, significa difendere la libertà di un cittadino di dire quello che pensa».
Nanni Balestrini, sempre su Liberazione , afferma che «bisogna andare avanti su questa strada» e che questa vicenda «testimonia come si sia persa purtroppo l’abitudine della critica del dialogo» (d’altra parte, dice, «un libro che piace a tutti non è un buon libro»). Ma anche altri, come lui, sembrano piuttosto impegnati nella difficile ricerca di una giusta misura che allontani il più possibile toni «violenti» e «privati». Due esempi: Goffredo Fofi («non vedo la necessità di schierarsi per l’uno o per l’altro») e Loredana Lipperini («Piperno e Nove, li stimo tutti e due. Sono diversi ma non vanno contrapposti»).
Gli amori e le stroncature del romanzo di Piperno si susseguono così in maniera trasversale tra carta stampata (dal Giornale al Corriere con relativo Magazine ; dal Foglio al Riformista ; dal Sole a Vanity Fair a l’Unità ), blog e siti (da nazione indiana ad Azione parallela a Brodo primordiale ). Con definizioni che oscillano con una certa regolarità tra lo «strepitoso» e l’«irritante».
Difficile, insomma, allontanarsi da questa «saga borghese» incentrata sulle vicende di una ricca famiglia di ebrei romani che Cesare Segre aveva giudicato positivamente «pur nella sgradevolezza del protagonista») giunto ormai alla sua nona edizione e che ha già venduto 105mila copie e ne ha già «tirate» 130mila.
Un romanzo per cui, nonostante ideologie e «personalismi» viene intanto già annunciata una vera e propria tournée di promozione: primo appuntamento ufficiale previsto al Salone del Libro di Torino per l’8 maggio. E poi via «senza differenza alcuna tra Nord e Sud», come precisano orgogliosamente alla Mondadori. Al di là di tutto, sembra comunque necessario «in primo luogo» che la polemica non scivoli nell’attacco personale.
Anche se si tratta di quelli che Scarpa aveva chiamato, con ironico disprezzo, «beejay» ovvero «book-jockey»: non critici ma veri e propri «fantini del libro».

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vittorio pagano

di (15/04/2005 - 17:52)

 

Vittorio Pagano nell’analisi di Nicola Carducci

 

Non avrete di me che la domanda

più subdola della morte,

il mio verso che gioca con la morte

la mia tresca di morte per mistero,

ed è certa una gloria dell’opaca

lapide in cui diventerò scrittura

cabala di me stesso

 

Vittorio Pagano, da Morte per mistero, “Il Critone”, 1963

 

Proiettandosi nell’occhio delle vedute critiche di Nicola Carducci diviene meno complicato scontrarsi con alcune delle personalità più irresolute del panorama scritturale salentino. A Nicola Carducci si deve una delle letture più attente della poetica sperimentale dello scrittore di Caprarica Antonio Verri. Allo stesso Carducci si deve una lucida e attenta analisi dell’opera stratificata del dimenticato poeta leccese Vittorio Pagano, grazie ad un testo dal titolo Vittorio Pagano, l’intellettuale e il poeta, edito dalla casa editrice leccese Pensa Multimedia. Chi è Nicola Carducci? La cosa interessante è che non appartiene a quel nucleo accademico impettito e monocolore al quale sono legati i successi critici di Girolamo Comi e Vittorio Bodini. Carducci ha insegnato Lettere italiane e latine nel Liceo classico “G.Palmieri” di Lecce sino al luglio 1990. Ha collaborato e collabora alle pagine culturali di vari giornali, anche di area nazionale, e a riviste letterarie. Ha compilato voci su dantisti dal Cinque al Novecento per l’Enciclopedia Dantesca e su Autori moderni e contemporanei per l’Enciclopedia di scienze e Arti, diretta da Antonino Pagliaro (Fabbri Editori). Ha pubblicato saggi su Giaime Pintor (1965) e su Francesco Antonio Astore (1987), l’indagine critica su Gli intellettuali e l’ideologia americana nell’Italia letteraria degli anni trenta (1973), una monografia su Francesco Jovine (1977-1986), l’ampia raccolta Tra letteratura e ideologia: ricognizioni critiche (1999), una Storia intellettuale di Carlo Levi (1999) e l’articolato intervento investigativo su L’utopia letteraria dell’umanesimo perenne (2003). Della sua scrittura critica ciò che emerge è l’impianto razionale tramite il quale riesce a penetrare negli ispidi ingranaggi di molta poesia “oscura”, dispiegandone i velati significati attraverso un linguaggio dotto, ma mai criptico, immelmato di citazioni, senza, però, mai suscitare cattivi odori. Nella rilettura dell’opera di Vittorio Pagano, in prosa e in versi, Carducci mira a ridiscutere e approfondire i nuclei critici più controversi del minimale discorso esegetico tenuto su di essa, soffermandosi su alcuni nuclei concettuali: la natura dell’ermetismo del poeta Pagano, da Carducci, inteso in chiave psicologica e non meramente letteraria; il suo blaterato maledettismo, inteso non come modus vivendi et cogitandi, ma quale componente poetica fra le altre; la ragione ideologica alla base dell’ intensa attività traduttoria dal francese di Pagano; il rapporto teoria estetica e creatività nella coscienza operativa del poeta; il nesso dialettico tra irrequietezza esistenziale e sua sublimazione artisitica; l’interferenza dell’impegno etico-politico dell’intellettuale, esplicito o sotteso, nella ragione letteraria della poesia; l’ingerenza del pensiero riflesso nella genesi emotiva della espressività. Dell’analisi condotta da Carducci risalta un profilo più compiuto e verace, pur nella sua contraddittoria complessità, del Pagano intellettuale non allineato e poeta incisivo. L’operazione di Carducci, d’altro canto, non può essere considerata esaustiva, se si pensa che di Pagano non si ha una edizione critica di tutta la sua produzione poetica, ricordiamo, uscita per intero con le edizioni de “Il Critone”. A completare il testo di Carducci un’appendice con quattro poemetti inediti di Pagano di matrice biblica, Scena per Betsabea, Numero per Giuseppe, Anabasi a Maria e Notizia di Lazzaro.

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il conflitto nella scrittura

di (14/04/2005 - 11:57)

ragazzi, su, perché tanto astio tra di voi? gli scrittori italioti non fanno altro che litigare, che alzare polveroni, polemiche, insulti, che esprimere punti di vista assoluti, allora succede che aldo nove(qui) stronca il romanzo di piperno e genna gli fa notare che ha preso una cantonata(qui), caliceti risponde ad un intervento di moresco dal titolo la restaurazione e genera il pandemonio su nazione indiana, con risposte di carla benedetti, raul montanari, andrea inglese e di  livio romano. ragazzi, relax, fatevi una canna, bevete un bicchierino di vino, la letteratura deve unire e non dividere.

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ginsberg

di (13/04/2005 - 18:19)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

su musicaos una mia riflessione su allen ginsberg qui

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moresco e genna

di (12/04/2005 - 18:45)

accadono cose interessanti. leggete qui

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segnalo

di (12/04/2005 - 11:05)

(in foto volponi)

 

Alessandro Moscè, Luoghi del Novecento, Marsilio

 

Cosa hanno in comune Cesare Pavese, Paolo Volponi, Tonino Guerra, Alberto Bevilacqua e Umberto Piersanti? Sono autori che hanno ritmicamente alternato, nel corso delle loro esistenze dense di scrittura, la produzione di versi a quella in prosa. Alessandro Moscè, che scrive su Nuova Antologia e su altre riviste specializzate, dove si occupa di filologia e critica letteraria, nel suo ultimo lavoro Luoghi del Novecento, edito da Marsilio, si occupa analiticamente della produzione poetica di questi cinque autori, considerati nella loro duplice veste di poeti residenziali e universali. Scrive Moscè: “I poeti dei luoghi residenziali, specie quelli marchigiani ed emiliano-romagnoli, catalizzano un’attenzione per la vicinanza tra l’essere ubicati dove sono e quel fondamento ideale, totalizzante”. Un piemontese, un emiliano, un romagnolo e due marchigiani. Poeti, dunque, che sono accompagnati da una comune caratteristica, l’essere anche narratori. Perché, sottolinea Moscè, in Italia c’è un luogo comune da sfatare, e cioè che un poeta di qualità non possa essere anche un narratore di qualità. Nello scorrere le pagine del saggio, passando dalla terra e sangue di Pavese al paesaggio e la storia di Volponi, proseguendo con la povertà degli orti di Guerra e con i misteri padani di Bevilacqua, per concludere, poi, con i tempi e i luoghi di Piersanti, ciò che emerge con evidenza è il fatto che le indagini critiche di Moscè intorno all’opera mirano a accostarsi non solo al carattere stesso dei testi, ma anche alla realtà di una cultura. Il suo intento storicizzante è assoluto. Non esisterebbe Lavorare stanca di Pavese senza il paesaggio delle Langhe che tipizzano lo scrittore piemontese, per intenderci. Scritto con un linguaggio chiaro e in una prosa scorrevole, il saggio di Moscè è un ottimo strumento per avvicinarsi alla produzione poetica dei cinque autori considerati. Concludiamo con dei versi di Piersanti: “Saccheggiati istinti e ricordi/ d’un’autobiografia senza funzione sociale/ è la tenerezza demente/ per i nostri angoli lirici/ nei rifugi dell’Appennino/ nella leggenda evocata del tempo perduto/ tra il caldo degli arrosti e il vino forte di montagna”.

 

r.a.

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poesie

di (11/04/2005 - 18:46)

 

Il tempo è fermo come sangue in agonia,

le parole si staccano dall’oggetto a cui rimandano,

della loro struttura solo ispide linee in evanescenza

(il succedersi di immense vocali su carta ruvida

a scandire movenze di arti in scrivanie putride).

Tutto è silenzio, si allarga una nuvola tra le mani,

il tempo è la trama ineguale dei sogni che siamo,

i giocatori della vita, tra i rigori delle forme,

guidano lenti i pezzi, nella pallida polvere delle orme mute.

Si misurano le sillabe nello strazio della notte.

 

_________

Un raggio fende le pallide absidi che informi soffocano lo spazio,

una vescica di luna obliqua e storta distilla il tempo,

le sabbie alzano il coro delle pietre frantumate dal deserto,

nudo suono di voce incarnata in un file deposto in chiusa cartella.

La dura terra è il nostro castigo. Questa penombra somiglia all’eterno.

I passi tessono il non previsto labirinto delle sconfitte,

leghe di polvere e sonno cingono il disarticolarsi dei corpi,

crescono i campi d’infinito in cui muore solitario il grido,

candide rose sulla verde spina vengono recise da bocche inconsapevoli.

Nuovo attimo, nuova lacerazione di uomo, liquido specchio che si ripete.

 

 

 

________

Un canto trasognato di budella nel ristagno organico

si diffonde lungo la curvatura del tuo tremante respiro.

Di te filtro il quieto rasoterra delle carezze,

lo strapiombo balordo del naso per aria a scorgere

una luna sagomata in stranezza, nascosta da un palo che sonda le nuvole,

di te a scalfirmi la pelle il sussurro di tutto il detto oltre le labbra,

i capelli che scivolano come fianchi nel buio della notte.

Un canto indolore di angelica fame nel battito delle idee

si disegna lungo cinque dita strette ad una gola calda.

Di te divoro ogni lacrima che una poesia non può più dire.

 

 rossano astremo

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recensione

di (11/04/2005 - 12:46)

 

Lettura

Giordano Meacci, Tutto quello che posso, minimum fax

 

di Rossano Astremo

 

Immaginate un monacoo del seicento, un certo Leone Madruzzi, l’ultima persona su cui è finito lo sguardo consapevole di Giordano Bruno, prima di essere bruciato vivo, immaginatelo ora incastrato nel videoregistratore di Alfredo Marconi, un dipendente comunale romano in piena crisi esistenziale, combattuto tra l’amore sfumato per Eleonora, sua fidanzata da nove anni, e le insistenze di suo suocero, un certo Ugo Bernardelli, che, prima della sua morte, vuol vedere accasata e sistemata la sua adorata figliola. Considerate Eugenio Calveri, un docente precario nell’Italia del 2020, che insegna teatro nella scuola elementare Bettino Craxi (figura sottoposta ad un revisionismo storico che non ha precedenti), ritenuto dal padre, morto a causa di una depressione irreversibile, la reincarnazione di Bertolt Brecht e affetto da una strana sindrome, la cosiddetta ipofasia di Dipentelz, che limita la possibilità di parlare, agendo su alcune porzioni di linguaggio. E, poi, inoltriamoci nella Salisburgo del 1760, dove un Mozart di quattro anni si diverte a tormentare la propria bambinaia mentre il suo genio musicale cresce di pari passo con una smania irrinunciabile di pronunciare frasi oscene, o, ancora, pensate ad un giovane Ludwig Wittgenstein che dà ripetizioni di letteratura ad un suo stupido coetaneo che risponde al nome di Adolf Hitler, prima del sopraggiungere della sua delirante volontà di potenza. Queste sono, in breve, le trame dei racconti presenti nel nuovo libro di Giordano Meacci, Tutto quello che posso, edito dalla minimum fax. Meacci ha già scritto il reportage narrativo Improvviso il Novecento. Pasolini professore (minimum fax, 1999) e il saggio Fuori i secondi. Guida ai personaggi minori (Holden MapsRizzoli, 2002). Un suo racconto è apparso, inoltre, nell’antologia La qualità dell’aria (minimum fax, 2004). Meacci  si dimostra un grande costruttore di intrecci, soprattutto quando alla struttura di personaggi reali ed eventi storici sovrappone dosi abbondanti di elementi fittizi, realizzando un mix di fantasia, passione civile e invenzione letteraria. Meacci rientra a pieno titolo in quella categoria di narratori che fanno del massimalismo espressionista la loro caratteristica principale, che non amano la semplice e minimale rappresentazione del reale, ma calcano la mano nella deformazione abulica della stessa, attraverso un utilizzo totale delle possibilità offerte dal magma del linguaggio. Ci sono degli autori che ripudiano le regole della narrazione classica: affabulante, tramato, con tutti i personaggi al posto giusto. Pensate all’Horcinus Orca di Stefano D’Arrigo, o, in tempi più recenti, ai Canti del Caos di Antonio Moresco. Quest’indole massimale, questa narrazione totale sembra coinvolgere una fetta non indifferente dell’ultima generazione di narratori italiani. Nel 2005 usciranno Perceber di Leonardo Colombati, La macinatrice di Massimiliano Parente e Neuropa di Gianluca Gigliozzi, romanzi mondo che dovranno far riflettere su questa nuova possibilità di dirsi e raccontarsi. Lo stesso Meacci, oltre alla raccolta Tutto quello che posso, già manifestazione della sua prosa scontornata, della sua scrittura avvolgente e lavica,  è autore di un romanzo inedito, Jazzrusalem, nel quale tra paragrafi, monologhi, digressioni e piccoli romanzi di formazione si snoda una struttura di tre macro capitoli composti da una folla di personaggi secondari. Il tutto scandito dagli assi cartesiani x (il 1999) e y (l’anno 0). Si profila all’orizzonte una nugolo di folli scrittori, in grado di mettere in discussione anche le certezze critiche più assolute sulla nostra narrativa, e Giordano Meacci ne è uno dei principali esponenti.

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