cazzi miei e pure vostri
Il settimanale con cui collaboro questa settimana ha deciso di non uscire. Contrattazioni sindacali. Precarietà indecorosa. Mi sono dedicato alla lettura. Ho letto D'indolenti dipendenze di Ilaria Seclì, Dolorosa impotenza il mestiere delle parole di Elio Coriano, un libro di Manzini su Walter Alasia, brigatista ammazzato nel '76, poi Rumore Bianco e Cosmopolis di De Lillo e L'odore del sangue di Goffredo Parise. Ora sto leggendo La società dello spettacolo di Debord e Best off, raccolta del meglio in rivista edizione 2005. e voi che cazzo leggete?
recensione

Lettura
Elio Coriano, Dolorosa impotenza il mestiere delle parole, I Quaderni del Bardo
di Rossano Astremo
Sarà presentato giovedì 24 febbraio, presso la Fondazione Moschettini di Copertino, alle 18,30, “Dolorosa impotenza il mestiere delle parole”, l’ultima silloge poetica di Elio Coriano, edita da “I Quaderni del Bardo”, nella collana diretta da Maurizio Leo. Coriano è un poeta che nutre sospetto verso la mercificazione della letteratura imposta dalle logiche editoriali. Alla pubblicazione di un testo preferisce la lettura pubblica dei suo versi. Le sue performance, nei reading diffusi che hanno animato il Salento in questi ultimi anni, sono impronte graffianti che lasciano un segno. Coriano vive la poesia come prolungamento carnale della sua stessa esistenza. Il corpus di testi inediti dello scrittore è immenso. Coriano numera progressivamente le sue poesie, anteponendo agli stessi la lettera H, abbreviazione dei componimenti giapponesi noti sotto il nome di haiku. Alla forma chiusa degli haiku, tre versi composti da un numero di sillabe ben definito, Coriano sostituisce lavori meno vincolati, che hanno la loro forza nella libera scansione corporea delle parole. “Dolorosa impotenza il mestiere delle parole” raccoglie un numero limitato di testi del poeta, risalenti alla metà degli anni Novanta, accompagnati da una nota di Antonio Errico e dai disegni di Maurizio Leo. Scrive Antonio Errico: “Vorrebbe trasformare il mondo con le parole, Elio Coriano. Come ogni poeta che si acceca per rimanere nel sogno di poter riuscire a trasformare il mondo. Ma possono trasformare il mondo le preghiere? Possono trasformarlo le bestemmie? Può trasformare il mondo una poesia, e qualsiasi cosa fatta dal vapore di parole che abbiano natura diversa da quella dell’imperativo di un potente che comanda avanzate o ritirate? È mai accaduto? Potrà accadere mai?”. Ciò che qui importa è non tanto dare risposta ai legittimi interrogativi di Errico, ma è considerare il titanico tentativo del poeta di tendere verso la risoluzione di tali questioni, di gettare luce sugli enigmi che il mondo pone tramite la parola poetica. Può trasformare il mondo una poesia? Forse no, ma il poeta deve crederci. Ne va di mezzo l’autenticità della sua scrittura. E Coriano è un poeta autentico, un poeta d’azione, non uno di quei poeti dell’ultima ora che intessono diligentemente versi, li racchiudono in una plaquette con prefazione dalla firma altisonante e impettiti si credono arrivati. Coriano è il poeta dell’Aut Aut, è il poeta della scrittura intesa come terremoto viscerale, è il poeta che odia le accademie e urla stridente ad un pubblico stordito i mali della nostra terra. Eccovi l’H 14183: “Il sangue illumina il buio per un attimo/ poi si ripiomba nell’abisso/ dove non ha senso il volo/ dove non ha senso la parola/ dove c’è puzzo di capelli al fuoco/ dove vorremmo che fosse almeno inferno”. Un poeta da tenere bene a mente se si vuole avere un prospetto critico obiettivo della letteratura salentina dell’ultimo ventennio.
vertigine 5, piccola anticipazione
Editoriale
Ci sono forme di vertigine che non comportano giramenti di testa
Don DeLillo, Rumore bianco
Vertigine è un cantiere creativo in continuo divenire, uno strumento non contundente che fa dell’indipendenza la sua ragion d’essere, un’arma nelle mani di grafomani in preda a isterici e dissociati raptus di scrittura. Il precedente numero, dedicato alla narrativa italiana, ha ottenuto consensi da parte dei nostri affezionati lettori e dissensi da parte del pubblico più esigente, di quelli che tutto distruggono aprioristicamente, degli intellettuali con la pappagorgia ben in vista, di operatori del mondo editoriale che esaltano visceralmente ogni minimo prodotto marchiato con il loro logo, i quali, senza molti peli sulla lingua, hanno etichettato la nostra piccola rivista come prodotto merdoso da dare in pasto a mosche portatrici di malaria incurabile. Naturale è quindi per noi dare alle stampe un quinto numero dedicato interamente ai nostri detrattori, affinché, da questo momento con cognizione di causa, possano parlare della nostra rivista attribuendole gli aggettivi più maleodoranti, e affinché possano usarla, non senza provare dolore, per ripulirsi nei loro quotidiani atti escrementizi. “Merda d’autore” è nato attraverso un invito mediatico finalizzato all’invio di poesie, racconti o recensioni che, visto la loro bruttezza, sarebbero rimasti per sempre a poltrire in eterno negli angoli nascosti di pc protetti da antivirus sempre ben aggiornati. La risposta è stata sorprendente, tanto da dover operare delle scelte dettate dagli spazi limitati della rivista, poiché il superamento delle attuali pagine avrebbe determinato un aumento dei costi per noi insostenibile (tutti i testi giunti per “Merda d’autore” e non inseriti in questo numero saranno consultabili sul blog vertigine.clarence.com). Alcuni hanno paragonato questa operazione a quella di Dave Eggers con la rivista “McSweeney’s”. Il paragone mi sembra azzardato, anche se la speranza è quella di avvicinarsi, anche solo per asintoto, alla rivoluzione copernicana operata in ambito letterario da Eggers negli Stati Uniti. Azzardato soprattutto perché ci dice Eggers: “Diversi scrittori che conoscevano si vedevano rifiutare a destra e a manca la pubblicazione di ottimo materiale, o commissionare pezzi che, una volta scritti, non vedevano la luce per ogni possibile motivo; erano troppo lunghi, troppo complicati, troppo legati all’attualità, troppo slegati dall’attualità, o ponevano troppa enfasi su una gigantesca lumaca luccicante”. Ecco, in questo numero di Vertigine il rifiuto non viene dall’esterno, ma è lo stesso scrittore a gettare palate di merda sui propri lavori qui raccolti. Per Elio Vittorini l’umiltà era considerata un elemento fondante di ogni buon scrittore. E in queste pagine non c’è solo tanta umiltà, ma soprattutto tanti buoni scrittori, Wu Ming 1, Nicola Lagioia, Tommaso Pincio, Francesco Pacifico, Claudio Morici, Mario Desiati, Massimiliano Zambetta, Manila Benedetto, Roberto Lucchi, Luciano Pagano, Tiziano Serra e Stefano Donno. Un pugno di scrittori ben nutrito per un agglomerato di merda in parole mica male. David Foster Wallace nell’ultimo racconto di “Oblio”, “Il canale del dolore”, ci presenta un fenomeno da baraccone, il quale riesce a produrre della merda che assume forme artistiche: “Ma sono merda. Eppure allo stesso tempo sono arte. Opere d’arte sopraffina. Sono letteralmente incredibili. No, sono letteralmente merda, è letteralmente quello che sono”. Ecco, tra queste pagine, screziate di merda, troverete momenti di ottima letteratura. È necessario aggiungere che questo numero apporta delle novità all’organigramma della rivista. “Merda d’autore” è stato stampato in digitale e sarà distribuito dalla Luca Pensa Editore, una piccola casa editrice leccese che dopo un anno di attività ha deciso puntare sulla produzione di qualità (ad aprile ci sarà l’uscita di Neuropa, il romanzo-mondo di Gianluca Gigliozzi). Il tentativo è quello di migliorare la diffusione e la distribuzione della rivista, mantenendo la più assoluta libertà d’intenti. Ringraziamenti a Luciano Pagano per il progetto grafico e Annalisa Macagnino, i cui disegni sono corpo essenziale di Vertigine.
Buona Lettura
Rossano Astremo
vertigine 5
In anteprima il sommario del quinto numero di Vertigine, in uscita la prima settimana di marzo, dal titolo "Merda d'autore"

Vertigine 5
Merda d'autore
Sommario
Rossano Astremo, Editoriale
Nicola Lagioia, Au Lecteur
Claudio Morici, Copisteria,
Tiziano Serra, Sui pedigree di animali domestici e poeti selvatici
Massimiliano Zambetta, Lento ritorno a casa
Manila Benedetto, Le vacche di Bagdad
Wu Ming 1, Versi dal viaggio in Brasile
Roberto Lucchi, Vernissage
Tommaso Pincio, Apocalypse Rome
Stefano Donno, 16 chiavi
Luciano Pagano, Sulla visione del Merda
Francesco Pacifico, Intervallo. Pensieri che lavorano inosservati
Mario Desiati, L’ultimo amante di Rodolfo Valentino
recensione
“D’indolenti dipendenze”. Libreria Apuliae, martedì 22 febbraio
di Rossano Astremo

Sarà presentato martedì 22 febbraio alle 18,30 presso la Libreria Apuliae di Lecce “D’indolenti dipendenze”(collana poet/bar, Besa editrice), il libro d’esordio della poetessa salentina Ilaria Seclì. Un testo, quello della Seclì, che si avvale della prefazione di un’icona musicale delle giovani generazioni, Giovanni Lindo Ferretti, ex leader dei CCCP e dei CSI, maestro “sconcertatore” dell’ultima “Notte della Taranta”, il quale scrive: “Ilaria è poeta e non da oggi, ne fanno fede versi giovanili di incredibile potenza. La sua parola è forte, sincera, profonda e consapevole, così il suo sguardo e il suo comportamento schivo ma ben piantato. Come ulivo del Salento”. Non è un caso che sia Ferretti a firmare la prefazione al testo perché dell’artista emiliano la Seclì conserva il respiro salmodico di molta sua produzione, pur mantenendo una inequivocabile autenticità. Perché la poesia della Seclì si caratterizza per una smodata carica energica, violenta, sanguigna ed erotica, i suoi versi sono viaggio verso il recupero di un “primitivismo dei sensi” che non può non affascinare. Affiorano dal suo corpus poetico dei temi costanti, l’amore carnale, il dialogo con la terra natia, preghiere laiche, danze, baccanali, l’immagine del sangue che sgorga, la sua è una scrittura che si nutre dell’analogia inconscia, che taglia i ponti con la tradizione per farsi carne che pulsa: “E mi ritorni/ di barbare schiere/ l’avanzo/ Di notti sorvegliate dal vento/ di fiumi neri a franare i gridi/ verso la valle/ E preparare guerre. e preparare guerre/ Di me scavarti di sangue gli occhi/ e la tesa rasa legarti/ di mongole corde al fuoco che brucia”. Un esordio che non pecca d’immaturità. La Seclì si distingue per originalità stilistica e per autenticità di contenuti. A voler trovare delle parentele letterarie, viene in mente la carica eversiva della migliore Amelia Rosselli, della quale la Seclì conserva l’espressività violenta e straniata e gli energici accenti d’amore e passione, o il Lucio Piccolo dei “Canti Barocchi”, nel quale, e in ciò la somiglianza, larghi spezzoni di vissuto intervengono a compensare e ridurre lo slancio analogico e immaginifico dominante. A conclusione della raccolta della poetessa salentina, che proprio per questa sua omogeneità d’intenti può essere considerata un poema a tutti gli effetti, troviamo la postfazione firmata dal critico Michelangelo Zizzi, il quale ci offre una chiave di lettura attenta e partecipata del testo.
riflessione
Appunti in salsa oulipiana su New Thing

1. La forma
Nigger
shout your thirst of tolerance
shout your thirst of freedom
shout your thirst of revolution
I.A.Baraka, Fight for your right, City Lights Book 1973
Penso a Pasolini. A Petrolio. Ai pensieri che ingombrano il cranio di Pasolini durante la “costruzione” di Petrolio. L’autore afferma di voler rifiutare la dimensione della “storia” o del “romanzo” a favore di quella della “forma” o di “qualcosa di scritto”. L’autore pone in atto il rifiuto di creare un intreccio basato su un sistema di personaggi disposti secondo coordinate di spazio e tempo. L’autore si propone, quindi, la negazione del “dire” una storia, prediligendo la costruzione di una “forma”. Dopo la lettura di New Thing di Wu Ming 1 mi è tornato in mente Petrolio. Condivisibile da tutti mi pare il fatto che il nucleo delle narrazioni del collettivo “senza nome” sia quello di produrre storie che spingono sull’acceleratore della successione di eventi che non lasciano respiro, che tengono incollati il lettore sulla pagina sino all’ultimo grafema . L’atelier di narrativa costruisce storie, non forme, eppure…
Siamo nella primavera del ’67. L’America è scossa dalla protesta contro la guerra in Vietnam e contro i tumulti legati a fenomeni di razzismo. A New York, dopo le morti di alcuni musicisti che suonano jazz, la vox populi diffonde la storia dell’esistenza di un assassino, il “Figlio di Whiteman”, mangiatore di artisti di colore, dispregiativamente etichettati come nigger. Tutto si proietta nel presente, nell’America della “War on Terror”, dove una campagna di reduci racconta la storia della cronista Sonia Langmut. Sullo sfondo l’ascesa del potere dei neri e della New Thing, del jazz di Albert Ayler, Archie Shepp, Bill Dixon e John Coltrane. Tutto si muove verso una risoluzione dalla dinamica che non fa una piega. E Petrolio? E la forma?
2. Il narratore
Chi narra le vicende che si susseguono nel romanzo? C’è la prevalenza di una tipologia narratore che è presente come personaggio nella storia e che analizza gli avvenimenti dall’interno. Green Man, Rowdy Dow, Blood Will Tell, Let’s Play a Game, il Direttore, Thumbtack, W.Ch., Julia Mey, Git On The Good Foot e altri rappresentano la compagnia di reduci, intervistati da non si sa chi, i quali ricostruiscono, attraverso una plurivocità di punti di vista che divergono e si sommano, le vicende della primavera del ’67. Se le voci che abbiamo citato contribuiscono ad alimentare la struttura dell’intreccio, i monologhi di John Coltrane sono dosi di poesia che vengono iniettate nelle vene dei lettori. L’orizzontalità della plurivocità contro la verticalità dell’ “uomo dei fantasmi”. Come l’Empire State Building (381 metri, 102 piani, 73 ascensori), New Thing è costruzione che ha nella complessità della composizione il punto di forza, è mosaico fatto da frammenti che, pur essendo pulviscoli, come la chiesa San Vitale di Ravenna, s’incuneano generando una visione d’insieme da sindrome di Stendhal.
3. Il sogno
Sogno senza polluzioni. Serata jazz, atmosfere tipo i Sotterranei di Kerouac, birra che sgorga a fiumi, un palco che si schiaccia nel fondo, un nugolo di musicisti a dettare il ritmo, suonatori che detonano la mente, sfiati di pentagramma che spaccano i timpani, strumenti che si aggrovigliano in una struttura surreale, sax, tromba, pianoforte a coda che inonda l’aria, tamburi che aiutano a smuovere il culo, trombone della goffaggine, maracas, contrabbasso, xilofono, suoni che bloccano lo spazio, lo farciscono d’energia, vibrafono della morte, una chitarra in un angolo, sì, perché qui ogni nota sembra al punto giusto, come il Paganini di Kluas Kinski, dove vale il prezzo del biglietto l'esecuzione dei brani al violino di Salvatore Accardo.
4. Il cazzo
In solitudine
m’inchino tra fessure dove s’incontrano mani.
Come muscone alle deriva dei sensi,
chiedo pietà per l’acredine di questo mio corpo.
Alberto Rizzi, L’armadio cromatico, Archivio della memoria, Rovigo 2000
Infine la centralità del cazzo. Considerate il paragrafo 55 di Petrolio, Il pratone della Casilina, in cui il protagonista è violentato da ragazzi della periferia romana. Ad emergere nella crudeltà dell’espressione è la successione dei cazzi dei violentatori che si trasformano in simbolo. Il cazzo che fa male, che vìola la rettitudine del borghese, è un voler mettere in crisi lo sproposito del capitale. Petrolio ha la forma di un cazzo. Dopo aver letto New Thing, ho pensato nuovamente al cazzo come forma, come reductio ad unum del senso del romanzo. La morte di Joey Cafariello è la sconfitta di un potere che logora. Un potere che odia quei fottitori dei nigger. New Thing termina con una grossa inculatura del potere che sfianca. Sì, se dovessi rappresentarlo graficamente disegnerei un cazzo. Ecco la forma. Cito: “Io fotto nel culo e lo ingravido col lanciafiamme (New Thing, pag.73)”. Mi sembra un bel modo per concludere.
rossano astremo
riflessione
(L'inizio di una riflessione di una ventina di cartelle sulla scrittura di Antonio Verri, che dovrebbe uscire sulla rivista Incroci e che uscirà sicuramente sul prossimo numero di Musicaos)

Rossano Astremo
Antonio Verri: Postmodern / Postmortem
0.Le ragioni di una scelta
Antonio Verri, autore difficile, magmatico, barocco, costruttore di una sintassi volteggiante, inclusiva, generativa, mai lineare, mai scontata, mai semplicistica, sempre ricercata, analizzata, sino allo sfinimento, sino alla consunzione delle possibilità linguistiche esistenti, amante del neologismo sfinterico, ossia organico, per la necessità vitale di costruire un mondo possibile alternativo, fatto di grafemi, fonemi, lessemi (parti minimi della struttura linguistica) dotati di una loro autonomia nel testo, in grado di produrre, nel consueto percorso di lettura orizzontale, semantiche diverse, polisemie arabesche, attraenti, perverse.
Credo che ci sia della perversione nella scrittura di Antonio Verri, perversione non nell’atto della ricezione del testo da parte dei lettori, ma nel gesto produttivo dell’opera. Verri è perverso perché, amante carnale della parola, la spoglia e la denuda, l’accarezza per poi implorarla, la fotte e poi la bacia, per arrivare poi alla totale immersione nel progetto infinito, impossibile, ma per la stessa ragione attraente, indeclinabile: lavorare al Declaro, progetto editoriale in grado di raccogliere tutte i suoni, le suggestioni, le armonie, le storture dell’esistere in un unico libro. Il progetto mefistofelico del mondo in un libro.
Questo vuole essere un breve viaggio nella scrittura perversa (per le ragioni sopra indicate) dell’autore che ha smosso le acque stantie della letteratura salentina nel corso di quasi un ventennio, a partire dalla fine degli anni ’70, per arrivare al 1993, anno della morte dello scrittore, all’età di 49 anni, a causa di un incidente stradale. Antonio Verri ha saputo ridare linfa ad un clima culturale che versava ancora lacrime sulla tomba di Vittorio Bodini, spentosi nel 1970. Verri ha preso per mano una generazione e l’ha condotta verso le contorte strade della sperimentazione letteraria, raggiungendo degli esiti sorprendenti, ma criticamente irrisolti. Perché parlare di Verri oggi, a oltre dieci anni dalla sua morte, è parlare di un insieme di meccanismi nascosti che vogliono elidere la figura dello stesso scrittore. L’elisione non va vista necessariamente come volontà, ma come conseguenza che nasce dall’indifferenza della critica nei confronti di Verri. La critica alla quale faccio riferimento è quella accademica, quella formatasi nell’ateneo salentino, quella di docenti e ricercatori che ha garantito la sopravvivenza testuale del cattolicesimo in versi di Girolamo Comi, del surrealismo di matrice iberica di Vittorio Bodini e, in parte, del simbolismo colto, intarsiato in struttura strofiche appartenenti alla tradizione, di Vittorio Pagano. Per gli autori che hanno operato alla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo, nessuno ha mosso una penna, o, almeno nessuno ha costruito un progetto organico di ricerca. Salvatore Toma, scrittore di Maglie, stroncato dalla sua dipendenza dall’alcol nel 1987, all’età di 36 anni, ha dovuto attendere dopo la morte la sua consacrazione artistica, grazie al lavoro di Maria Corti, la quale ha curato la pubblicazione del “Canzoniere della morte”, uscito nella preziosa collezione bianca dell’Einaudi. Per Antonio Verri, ripeto, poco o nulla è stato fatto nell’ambito della ricerca. Si sono susseguite operazioni editoriali, curate da amici di vita, volte a tenere desto il ricordo dello scrittore, a non attecchirlo definitivamente, ma quella di Verri è una scrittura difficile, che ha bisogno di un apparato esegetico e filologico costante, e che nessuno, a oltre dieci anni dalla morte, ha avuto il coraggio di intraprendere. La critica militante, quella che si muove nei binari fascinosi e contorte dei quotidiani, delle riviste, delle pubblicazione a tiratura limitata di brevi saggi, non è stata a guardare, ma non possiamo ritenerci soddisfatti, questo non può bastare. Le ragioni di questa scelta, di questo breve viaggio nella scrittura di Antonio Verri, sono provocatorie, ossia, vogliono mettere in subbuglio le certezze del mondo accademico nostrano, farlo vacillare mostrando il lirismo, l’intellettualismo, il postmodernismo dello scrittore più originale del Novecento letterario salentino.
2 poesie

1.
Spente le luci in un corpo di glosse sfumate,
il ritorno di scosse e frange di mare su un tappeto di arti in pulsione,
gli appesi tra tronchi divelti che lambiscono movimenti in ascesa,
l’odore di morte molesta a raschiare il battito in ventricoli squarciati.
Spente le fiamme di contrazioni catodiche che spaccano le pance,
solo piedini e manine che tagliano la bolla spaziale delle immagini rapprese,
spiagge spezzate nel riflusso brillante di un turismo che rigenera il dolore,
nuova indifferenza che si taglia e incolla come file dal senso abulico.
2.
Come curve tese all’abbandono (crostacei ingabbiati in snervature di scogli)
gli addomi si flettono in inconsuete posture di sboccate torsioni sessuali,
la melma è solo una domanda incolore sbiadita che caca piaceri,
verdi creature salamandresche affogano tra milioni di immagini,
ciclotroni smerdati si sperdono tra mani di metallo sporche di morfina,
chele magnetiche sbiadiscono nella perforazione arcuata di virus,
tutto s’inoltra nel caos assoluto (mi inchiodo come l’ultimo dei cristi).
r.a.
recensione
Elisabetta Liguori, Il credito dell’imbianchino, Argo
di Rossano Astremo
Sarà presentato venerdì 11 febbraio alle 18,30 presso le Scuderie di Palazzo Tamborino a Lecce “Il credito dell’imbianchino”, romanzo d’esordio di Elisabetta Liguori. Interverrà nel corso dell’incontro lo scrittore Livio Romano, che ha curato la prefazione del testo. Elisabetta Liguori lavora presso il Tribunale per i Minorenni di Lecce. Dal febbraio 2004 collabora alla realizzazione della rivista di letteratura online “Musicaos”. “Il credito dell’imbianchino” fa parte della collana Il pianeta scritto della casa editrice Argo, che ha ospitato in passato scrittori di estremo interessa come Michele Trecca, Giovanni Bernardini, Tommaso Di Ciaula e Giuseppe Goffredo. Il romanzo della Liguori racconta la storia del Biondo, trentenne abbandonato in tenera età in un orfanotrofio. Il tutto prende avvio da una lettera del magistrato che ha seguito l’evolversi della storia del piccolo consegnatagli da un vecchio cancelliere, il quale segue con vivo interesse il racconto memoriale dell’ormai adulto protagonista. La storia è giocata abilmente sull’alternarsi delle due voci narranti, quella razionale del cancelliere e quelle folgorante, imprevedibile, primitiva del Biondo, il quale racconta la sua infelice esistenza proiettando tutto in un bisogno assoluto di liberazione. Scrive Romano nella prefazione: “Il Biondo è adesso un uomo che vuol dimenticare. Direi anzi che tutto il romanzo è attraversato da questo catartico desiderio di liberarsi della propria storia, di dimettersi da se stessi, come scrisse quel Tale. Di raccontarla la propria vicenda schifosa, tirarla fuori, espellerla, allo scopo di affrancarsene per sempre”. Ciò che colpisce in questo viaggio retrospettivo è l’abilita della Liguori di giostrare con differenti registri stilistici, mostrando capacità notevoli e verve narrativa sorprendente, con buoni esiti soprattutto nelle parti in cui protagonista assoluto è il Biondo, la cui voce, tra anacoluti improbabili e pastiche linguistici in cui il dialetto la fa da padrone, si esalta nello sciorinare flashback esistenziali che fanno riflettere: “Ho trovato un vagone, buio, fermo e lercio. Una vecchia battona con le gambe spampanate. Ho scelto quel vagone. Sono salito e mi sono messo seduto composto dentro uno scompartimento col pigiama e le pantofole. Da ridere…Lo sai, certe volte, a trent’anni, mi viene da pensare come uno di cinque, e mo che ti devo far parlare con quello di cinque, buttato al buio in un vagone abbandonato, mi vengono pensieri da vecchio, che non c’entrano niente”. Il Biondo a cinque anni si trova solo, in un vagone buio, per cercare sua madre, fuggita da casa e mai più tornata. Da un lato l’assenza della madre, dall’altro il rapporto conflittuale con il padre. Raccontare tutta la sua esistenza al cancelliere per il Biondo è una sorta di superamento dell’oppressione della figura paterna. Incenerire il passato che tante ferite ha aperto per ricominciare a vivere. Il romanzo della Liguori si chiude in quest’ottica ottimistica, superando il nichilismo di molta narrativa contemporanea. Un buon esordio che lascia ben sperare per le sorti future della scrittura pugliese.
potere alla poesia
C’è una Puglia migliore!
Mercoledì 9 febbraio 2005
Nichi Vendola a Lecce
Hotel Tiziano ore 18.00
•
in rete:
breve scritto teorico/schizoide

Sul nuovo numero di Musicaos un estratto rivisitato, cut-uppizzato, della mia tesi di laurea sulle tecniche narrative della Beat Generation, eccola qui: http://www.musicaos.it/interventi/2005/54_astremo.htm. Grazie a Luciano per aver corredato il pezzo di splendide foto.
segnalazione

www.musicaos.it , nuovo numero online
>>>>>Testi:
Oronzo Liuzzi, Tanko
Biagio Liberti, 2 Poesie
Rossano Astremo, Funerale carnale, racconto
Elisabetta Liguori, Enzo a gennaio (25 gennaio 2005), racconto
Beatrice Protino, Combinazioni diverse
Maria Grazia Bisconti, Poesie
Annalisa Piccione, Adesso, poesia
Antonella Pizzo, Sacro Dolore
Luca Spagnolo, Atto definitivo
Tiziano Serra, Poesie Armate, prima raccolta illustrata e impaginata in PDF
Vito Lubelli, Una giornata perfetta, racconto
Giovanni Matteo, Carni Paesane, terza puntata
>>>>>Esordienti (nuovi testi aggiunti in gennaio):
Mimmo Pastore
Andrea Volontè
Andrea Aufieri
Irene Leo
Gioia Perrone
>>>>>Interventi:
Luciano Pagano, La poesia di Fabrizio Corselli
Luciano Pagano, Intervista ad Oronzo Liuzzi
Luciano Pagano, Teo e i suoi fratelli divagazioni con il pretesto del
romanzo di Vito Antonio Conte
Stefano Donno, su Il credito dell'imbianchino di Elisabetta Liguori
Rossano Astremo, Scrittura narrativa della Beat Generation
Vito Antonio Conte, Asilo di mendicità di Simone Giorgino
Vito Antonio Conte, Blu di Rosario Tornesello
Vincenzo Ampolo, Immagine di un'idea dalla psicologia della rivolta all'Urlo
dei poeti
Eliana Forcignanò, Elegia, di Angelo Petrelli
>>>>>Diario:
Mario Desiati, "Gli intellettuali pugliesi lontani da casa"
Blog/Blob, Marco Montanaro
>>>>>Cinecaos:
>>>Andrea Federico recensisce:
Ghost in the shell,Il Signore degli Anelli, Collateral, Aliens,
Alien 3,Casinò, Star Wars II, Grosso guaio a Chinatown, Nightmare 5 - Il
mito, Terminator 3: la rivolta delle macchine, Hellraiser III: l'inferno
sulla terra
>>>Massimiliano Manieri recensisce:
Woodsman, The Life Aquatic
segnalazione
Venerdì 4 febbraio - Lecce, ore 18,30
Ergot Interno4, piazzetta Falconieri
Marco Philopat presenta il suo nuovo romanzo I viaggi di Mel
proiezione del video "Mondo Mel" con Melchiorre Gerbino di Francesco Galli
prosa
Funerale carnale
di Rossano Astremo
Quando avevo sette anni mio padre decise di ficcarsi in bocca una magnum di grosso calibro detenuta illegalmente e di farsi esplodere un colpo secco che gli fece saltare parte della testa trasformandola in una palla da bowling con qualche buco in più sparso nella zona della nuca. Mia madre, quando vide mio padre steso per terra nel salotto conciato così male, non la prese nei migliori dei modi. Aprì la finestra, poggiò i piedi nudi sul cornicione e si scagliò dal settimo piano della nostra abitazione per poi finire a velocità sostenuta con il cranio sulla cassetta della posta che si trovava appena sopra il marciapiede che costeggiava il portone del nostro palazzo. A quanto pare, quando cercarono di ricomporla per metterla nella bara, gli addetti delle pompe funebri non ne furono entusiasti. Non ricordo molto di quel giorno. Ero nella mia stanzetta a giocare con i miei soldatini di plastica. Quelli di colore blu erano gli americani, quelli di colore verde erano i tedeschi, quelli di colore rosso erano i giapponesi. I giapponesi erano dei gran figli di puttana. Si inserivano nella diatriba tra americani e tedeschi e alla fine la spuntavano sempre loro. In realtà la loro imbattibilità era dovuta all’intervento dell’uomo tigre plastificato che mi aveva regalato mio zio Mario il giorno del mio ultimo compleanno. L’uomo tigre era molto più grande di tutto l’esercito americano e tedesco messo assieme, quindi quando il rosso generale Nagasawa decideva di porre termine al conflitto, richiamava all’ordine l’uomo tigre che si palesava nel campo di battaglia e in pochi secondi compiva una strage immonda, con spargimento sanguinolento di caduti il cui conteggio sfuggiva a qualsiasi logica umana. Questo accadeva quasi sempre quando la mia voglia di giocare era scemata del tutto. Generalmente, dopo appena dieci minuti. Il campo di battaglia che creavo nello spazio limitato delle mie pareti non corrispondeva ad alcuna logica storica. O, almeno, non in maniera consapevole. Il mio era un lavoro di abbinamento cromatico tra fazioni opposte. L’intarsio del blu nella fluida scansione di rossi e verdi aveva per me un suo fascino, quelle striature color mare profondo erano accostabili a delle fresche pennellate informali del migliore Emilio Vedova. Questo lo capii molto più tardi. Il giorno dopo il fattaccio si svolsero i funerali. La sera precedente e tutto il giorno seguente la mia casa si riempì delle persone più improbabili. Erano lì per accertarsi delle mie condizioni. “Vedi come ti vogliono bene”, diceva mia zia Rosa. Io ostentavo perplessità. Vedevo la tv, grattandomi la caviglia sinistra con il pollice della mano destra. In questa postura da contorsionista accoglievo i visitatori, non spiaccicando sillaba. Le salme dei miei genitori erano in ospedale. Venne a trovarmi il macellaio che non indossava il suo grembiule bianco schizzato con bordate di sangue animale, ma era avvolto da un completo di velluto grigio che gli conferiva un aspetto ancora più laido, con quei capelli tendenti al bianco proiettati tutti a sinistra grazie ad un uso smodato di brillantina da collezione. Poi la maestra Giuseppina, con una gonna rosa shock, degna dell’Amanda Lear più trash, delle scarpe rosse appuntite e una camicia grigia con i primi tre bottoni aperti, che lasciava intravedere parte delle sue poppe a melone. Mia zia Rosa mi costrinse a stare tutto il tempo in cucina. Lì la televisione non aveva il televideo, ma non ne facevo un dramma. Mio zio Mario mi faceva compagnia. Disse che la mia maestra era una gran zoccolona, io annuii. Poi mi prese in braccio, mi posò su una sedia, si inginocchiò e prese a farmi un discorso strambo: “Guarda… inizia una nuova vita per te, per il sottoscritto e per la zia Rosa. Il fatto è che la mamma e papà non ci sono più…cioè, non fraintendermi, non è che non ci sono più, è soltanto che hanno fatto una scelta coraggiosa, hanno deciso di intraprendere un lungo viaggio, per vivere una nuova vita, per ricongiungersi con lo spirito, per intridersi di eterno…ma ecco, lo sapevo che poi collassavo in logiche mistiche dentro le quali tu ti saresti perso…cercherò di essere più schietto…tuo padre era un gran figlio di puttana, capisci, un tipo da evitare, io ho sempre detto a tua madre, ‘Patrizia, guardati bene da Franco, quello è un gran figlio di puttana, amici miei tossici mi hanno detto che sta nel giro’, capisci, tuo padre stava nel giro dello spaccio, capisci, aveva un sacco di debiti, si era immerdato sino al collo con gente che conta, capisci, non aveva fatto una scelta felice, doveva dare un sacco di soldi a un tipo che ha ammazzato più di dieci persone a sangue freddo e se non avesse rispettato determinate scadenze tua padre sarebbe stato l’undicesimo… ecco, se entriamo in quest’ottica, il fatto che quel figlio di puttana di tuo padre si sia fatto esplodere un colpo secco in pieno volto fa di lui una sorta di eroe, capisci, eroe nel senso che non ha accettato di farsi fare fuori dalla malavita… perché lui, in fin dei conti, era un malavitoso da quattro soldi…ecco, a me piacerebbe fartelo vedere come è ridotto ora, ma zia Rosa mi ha detto che non è il caso, capisci, non ha più gli occhi, ha dei denti che fuoriescono dal labbro superiore e gli penzolano da una parte e dall’altra senza senso, ha un orecchio slabbrato, fuori forma, capisci, non è un bello spettacolo da vedere, ma io avrei voluto tanto che tu gli avessi dato un’occhiata, anche piccola, giusto per tenerlo a mente per quanto poi diventerai grande, perché tuo padre, ti ripeto, era un gran figlio di puttana, Cristo se non lo era, ma è morto con dignità, capisci, se non si è fatto fottere, capisci, e questo fa la differenza quando qualcuno muore, non si è fatto fottere da quei mafiosi del cazzo, allora…allora quello che ti voglio dire, Fabio, è che quando sarai grande, dovrai portare con orgoglio il tuo cognome, capisci, non dovrai vergognartene, la vergogna è una brutta bestia, tu Fabio Nocera, dovrai essere orgoglioso di aver avuto un padre che, pur di non farsi fottere dalla mala, ha deciso di farla finita trasformando la sua faccia in un colabrodo… eppure vorrei tanto scattargli una foto a quella faccia del cazzo, perché vorrei che tu la portassi sempre con te, magari nelle mutande, nella parte più intima di te, perché, ti ripeto, tuo padre è morto con dignità.” Alla fine di questo discorso, mio zio spalancò gli occhi più del solito, mi poggiò le sue mani sulle spalle e cominciò a piangere come un bambino, senza distogliere il suo sguardo dal mio.
Poi, di scatto, si voltò, tirò fuori dalla tasca uno dei suoi fazzoletti bianchi su cui erano ricamate a mano i versi del D’Annunzio dell’Alcyone, diede una soffiata vigorosa al suo naso, tornò a guardarmi, si mise nella posizione assunta all’inizio del suo monologo e riprese a sproloquiare: “Tua madre, poi… guarda Fabio, non ho mai visto nella mia vita una persona amare tanto la sua famiglia, capisci, lei poneva la sua esistenza al servizio tuo e di Franco… zia Rosa mi diceva sempre, quando cominciammo a frequentarci, guarda Mario, ho una sorella fantastica, cioè non riesco a spiaccicartelo con la semplice successione delle frasi, ma cazzo, ti giuro che è fantastica’, capisci, fantastica… il suo folle gesto, poi, capisci…non è facile vedere il tuo uomo con la faccia ridotta come la retina di un canestro da basket, è normale che il cervelletto comincia a ruotare al contrario, è normale che i neuroni cominciano a sfibrarsi e a lasciarsi andare ad azioni senza senso, è normale che cominci a muovere il tuo corpo a cazzo di cane, è normale che la prima cosa che pensi di fare è metterti in piedi sul cornicione della finestra della tua casa sfidando le leggi della fisica, è normale che dopo un volo di cinque secondi riduci il tuo corpo come una cozza nera frantumata, di quelle che trovi attaccata sugli scogli di Gallipoli… ma è qui che comincia il bello, Fabio, proprio quando la vita ti volta le spalle, proprio quando ti rendi conto che sei nella merda fino al collo, proprio in quel momento, ti dico, devi tirare fuori i coglioni, e se potessi, ti giuro, te le farei vedere i miei coglioni, te li farei toccare con mano, ma, cazzo, zia Rosa non sarebbe consenziente… quindi, Fabio, il succo del discorso, è che ci sono io qui con te, che ti proteggerò e ti tratterò come tratterei mio figlio, ma io, cazzo, non posso avere figli, sai, è per colpa dello sperma che mi circola in corpo, il mio dottore mi ha detto che non serva un cazzo, che potrei metterlo nelle bottigliette di succo di frutta e scagliarlo in mare aperto, perché nessuno se ne farebbe uno stracazzo della mia accozzaglia di spermatozoi senza vita”. Zio Mario mi abbracciò con tutta la sua forza, versando le sue lacrime sulle mie spalle. Poi ci furono solo minuti di silenzio. Ricordo la presenza di altre persone nella mia casa in quei giorni. Quella del collega di mio padre, Sandro Trevisani, perché, bisogna dirla tutta, mio padre non è che fosse poi uno di quegli stronzi che vivevano alle spalle della brava gente, mio padre aveva un suo lavoro dignitoso, con il quale portava avanti la famiglia, era un rivenditore all’ingrosso della cosa migliore che questo lembo di terra aveva prodotto nella sua gloriosa esistenza, carta igienica Salento, resistente, morbida, per un culo sempre pulito, carta igienica Salento, la migliore per combattere i residui di merda che ti rimangono attaccati su per il buco del culo. Sandro venne in cucina, mi passò la mano sui capelli, io guardavo la pubblicità su Canale 5, poi si rivolse a mio zio Mario e cominciò a bestemmiare, non faceva altro che bestemmiare, mise in fila, l’un dietro l’altro, Sant’Oronzo, San Cataldo, San Gennaro, Cristo Morto, la Madonna Puttana e quel ricchione di Gesù Bambino. Come se fosse stato richiamato dallo spirare del male in quelle mura, comparve d’improvviso zio Umberto, lo zio della mamma, il sacrestano della chiesa di Sant’Irene, un tipo squilibrato, che indossava un paio di occhialoni dalla montatura marrone che gli coprivano l’intera faccia ossuta, sempre con un mazzetto di santini tra le mani che vendeva in strada per fare un po’ di soldi, perché non aveva un cazzo di lavoro, prendeva solo una piccola pensioncina di invalidità che non gli bastava ad alimentare i suo vizi. Zio Umberto venne arrestato qualche anno più tardi perché, a quanto pare, amava giocare con i chierichetti. Alla fine della messa domenicale si bardava nella sacrestia, dopo che Don Leopoldo si recava con la sua Bmw grigio metallizzata a Maglie dalla giovane amante colombiana che manteneva da anni, e, con il pretesto di educarli ad evitare il peccato della carne, abbassava loro i pantaloni per poi sfiorarli nelle parti intime. Si narra, ma in casi del genere la legenda prende il sopravvento sulla realtà, che zio Umberto, durante queste sue pratiche degeneri, cominciasse a perdere dell’appiccicosa bava biancastra da entrambi i lati della sua bocca. Fatto sta che uno dei chierichetti sputtanò tutto, dopo un po’ che andava avanti sto giochetto erotico del palpeggiamento testicolare e non solo, al padre, che poi non era altro che Peppino il carrozziere, quello che aggiustava ogni settimana la marmitta della 128 verde pisello di mio padre, il quale, inviperito oltre ogni misura, andò a trovare zio Umberto a casa. Senza dilungarsi oltre modo, quello che è certo è che Peppino il carrozziere sferragliò una serie mitragliante di pugni in pieno volto a zio Umberto, poi lo prese per i capelli e lo trascinò nella sua macchina per poi portarlo in questura. Si narra, ma in questo caso la legenda lascia spazio al volto frantumato di mio zio Umberto visto da zia Rosa quella volta che gli portò dei biscotti allo zenzero in carcere, si narra, dicevo, che Peppino il carrozziere esagerò con la successione di mazzate inflitte al mio caro zio pedofilo, tant’è che zia Rosa stentò a riconoscere il sangue del suo sangue. Ci furono i funerali, ma io venni lasciato a casa assieme a Caterina, la figlia del macellaio. Dopo le istruzioni di zia Rosa a Caterina, la casa assunse un silenzio spettrale. Andarono tutti via. La cosa non mi dispiaceva affatto, perché Caterina, quindicenne che aveva deciso di abbandonare la scuola dopo la licenza media per dedicarsi alla vendita di fettine di vitello e salsicce di maiale, aveva le tette più grosse che io avessi mai visto nei miei primi sette anni di vita. Fu in quel giorno particolare della mia vita, lo stesso giorno in cui i miei genitori furono seppelliti sotto terra, che, durante un frenetico zapping televiso, abbracciato alla figlia del macellaio, infilai i miei occhi nel maglioncino scollato della stessa, intravedendo il capezzolo appuntito del suo seno sinistro, e sentii agitarsi sotto le mutande il piccolo gioiello di famiglia, che, per la prima volta, assunse una posizione eretta irreversibile. I miei genitori erano morti. Io avevo il cazzo duro. Ero diventato uomo. Grazie Caterina.
segnalazione
| "Il credito dell'imbianchino" di Elisabetta Liguori |
Il percorso dolente di un uomo che vuole uscire dalla propria storia.
titolo - IL CREDITO DELL'IMBIANCHINO
editore - ARGO di LECCE
prezzo - € 14,00
codice ISBN - 88-8234-332 -4
il volume si può acquistare in tutte le librerie di Lecce, per ora, sarà in distribuzione nazionale da marzo 2005.
E' la storia teneramente sgradevole di un "biondo" abbandonato in tenera età. Attraverso lancinanti flashback si snoda tortuoso il percorso dolente di un uomo che vuole uscire dalla propria storia, una vicenda amara, incastonata nell'agitarsi e il vivere reale di molteplici personaggi, tra il grottesco e il dramma, vicenda che viene malvolentieri narrata per libersene per sempre.
dalla prefazione di Livio Romano
"[...]di questo occorre in primo luogo tener presente: che propriamente di una narratrice nata, come si dice, stiamo discorrendo. Di una che dà voce alle storie. Che le mette in scena. Che scrive per il gusto incontentabile di riferire le vicissitudini delle persone reali. Che non ha alcuna intenzione nè vocazione per la maniera o per lo sperimentalismo o per il genere. Le varie voci che vengono fuori dal suo pc appartengono a uomini e donne veri, anche e soprattutto quando siano totalmente inventati. Chè è chiaro ormai a tutti che l'inventio non è che maieutica di realtà. Falsificazione, fingimento, mistificazione, alterazione, fiction: affinchè il racconto risulti il più verosimile possibile. Verrebbe da aggiungere, constatata la recente porponsione dell'Autrice per l'ambientazione giudiziaria, che la prosa della Liguori a volte sa proprio di deposizione, con tutto il carico di ambiguità che questo sostantivo porta con sè. [...]
dell'autrice:
Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968. Lavora presso il Tribunale per i Minorenni. Si occupa, tra l'altro, della rivista di poesia e letteratura on line sul sito www.muiscaos.it |










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