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Archivio Gennaio 2005

ringraziamenti

di (31/01/2005 - 12:14)

(l'editore che non c'è)

Ringrazio tutti gli scrittori che hanno accolto la mia provocazione per l'istant review Vertigine. Stiamo lavorando sulla grafica, stiamo lavorando per risolvere la questione distribuzione, ma quello che non cambierà è la logica della rivista. Libertà espressiva a trecentosessantagradi. Quindi stop alle polemiche e rimbocchiamoci le maniche. Vi terremo aggiornati. Sopra la foto dell'editore che non esiste, per evitare illazioni che non hanno fondamenta,  proiezione immaginifica di tutti gli editori ai quali rinnoviamo la nostra stima per il difficile lavoro che gli tocca fare. Abbiamo provocato e abbiamo raggiunto il nostro scopo. Rimetterci in moto dopo mesi di silenzio, passati ad analizzarci. Vi promettiamo che cercheremo di dare maggiore regolarità all'uscita della stessa. Lunga vita a tutti.

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segnalazione

di (29/01/2005 - 11:31)

www.musicaos.it

Milano - [societàcivile.it]Dopo la pubblicazione/diffusione de "La Carne Muore" di Rossano Astremo vi chiediamo di leggere il romanzo di un autore esordiente, Tonio Rasputin: "Fiat Umbra parla dei miei venticinque anni, ed è fatto di immagini (si legge come si guarda Fellini) perché in origine fu scritto proprio per fornire un copione per un film." Abbiamo discusso e saremo ancora felici di discutere di rapporti tra l'editoria e le realtà emergenti, e siamo venuti a conoscenza del fatto che sarebbe positivo, per l'editoria, se il numero dei ponti gettati tra questi due mondi aumentasse. Questo è uno dei testi che ci sono pervenuti e che abbiamo avuto modo di leggere dopo aver pubblicato il romanzo d'esordio di Rossano Astremo. Un lettore critico potrebbe giudicare questo testo in due modi. Se alla fine del romanzo la lettura avrà soddisfatto il lettore, allora vorrà dire che ci sarà, anche se breve, un punto di congiungimento tra la produzione che transita attraverso l'etere e tra la qualità possibile. Chi lo ha letto prima che fosse diffuso online ne ha parlato, a seconda del gusto, in maniera positiva e facendo appunti personali. Da tutte le letture è emersa l'unitarietà stilistica dell'insieme, sia esso interpretato come romanzo di 'quadri', sia che si voglia leggere Fiat Umbra come raccolta di racconti incentrati sulla presenza degli 'stessi' protagonisti. Tonio Rasputin è un esempio di come si possa essere esordienti, prima dei trent'anni, avendo già acquisito una propria consapevolezza del mezzo.
In "Fiat Umbra" quel che interessa sono i caratteri, ragazzi che si affacciano su un nulla che possono rifiutare o lasciarsi cadere addosso, a seconda della pigrizia o dell'incazzatura del momento. Quello che passa, con questa lettura, è che c'è stata una fase, un momento, nel quale ci hanno passato per vero tutto, persino le realtà più allucinanti: ogni tanto qualcuno se ne accorge.

scaricatelo qui

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avviso importante

di (27/01/2005 - 18:32)

Vertigine 5, una rivista di merda

 Ora, dal momento che Vertigine per il sottoscritto è l’unico momento di indipendenza da quelle logiche bastarde che sottendono l’editoria nostrana, ho voglia di dimostrare, non solo all’editore panciuto, ma a tutti gli affezionati 25 lettori di Vertigine il fatto che la merda rappresenta un nucleo essenziale della letteratura contemporanea che ci piace tanto. Quindi, gentili scrittori, vi chiedo di mandarmi al più presto, entro max 1 settimana, vostri scritti, poesie, racconti, recensioni, riflessioni, improperi al mio indirizzo email rossanoastremo@libero.it, oppure chiamatemi per dettarmi vostre bestemmie al 3475206564. Non è necessario che vi mettiate a scriverli per l’occasione. Scartabellate tra i vostri file infetti. Perché per questo numero vogliamo solo la merda. Di quella che puzza oltremodo. Entro metà febbraio il prossimo numero di Vertigine sarà in distribuzione. Sperando nel vostro aiuto. Inoltrate questa email ai vostri commensali.
Rossano Astremo.

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recensione

di (25/01/2005 - 12:39)

 

Esordio nella collana poet/bar della Besa per Manila Benedetto e Angelo Petrelli

Due nuove voci poetiche, tra tensione erotica e struggente amore

 

di Rossano Astremo

 

Di fresco odor di stampa due nuove raccolte poetiche uscite nella collana poet/bar della Besa editrice curata da Mauro Marino. Le pubblicazioni segnano l’esordio di due giovani poeti pugliesi, Manila Benedetto, ventiquattrenne di Castellana Grotte, studentessa, giornalista e content writer, conosciuta in rete come Princess Proserpina,  già comparsa nell’antologia “La notte dei blogger”, edita dall’Einaudi e curata dalla giornalista di Repubblica Loredana Lipperini, e Angelo Petrelli, ventunenne di Arnesano, studente presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce, i cui testi sono già apparsi in alcune riviste cartacee e online attive nel territorio. La raccolta di Manila Benedetto, “Pelle sporca”, ha la prefazione autorevole di Lello Voce, uno dei principali esponenti dell’avanguardia poetica italiana degli anni Novanta, sperimentatore infaticabile sempre alla ricerca di mezzi extratestuali in grado di rendere il fare versi un’attività ancora viva, il quale, senza mezzi termini, ci lascia intuire di che pasta è fatta la scrittura della giovane autrice: “Quella della Benedetto è certamente scrittura fondamentalmente erotica, ma di un erotismo che sa farsi surreale, ironico, dunque crudele all’ennesima potenza, nell’allegorizzare verso il basso, il quotidiano, ciò che altri, meno accorti e certo più ubriachi di retorica, non esiterebbero a pompare verso l’alto”. Nella lettura dei testi della Benedetto questa centralità della tematica erotica si fa presto sentire, il suo è un poetare che abbandona le attrezzature svecchianti di certa produzione in versi fatta col righello, prediligendo uno svolgersi colloquiale della stessa, una semplicità del dire, un rifiuto di arrovellamenti lessicali, una predilezione per una parola che non lascia adito a travisamenti semantici: “Seguimi, scrutami, conoscimi./ Killer, ho aperto la porta./ Guardami, sfiorami, stordiscimi.// Killer, l’arma è sul tavolo./ Ti aspetto stesa nel mio letto./ Femmina, donna e diavolo, voglio morire./ Killer, trovami e straziami”. Viene presto l’accostamento con la Patrizia Valduga di “Medicamenta” (1982), della quale citiamo due versi che possono spiegarne la somiglianza: “Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…/ comprimimi discioglimi tormentami…”. In comune con la Valduga, al di là di taluni richiami compositivi, vi è lo stesso utilizzo dell’erotismo come chiave di accesso all’essere, come strumento esplicativo dell’io lirico. Di diversa impostazione è la raccolta “Elegia” di Angelo Petrelli, la quale già dal titolo richiama ad un genere anacronistico, attualizzato con coraggio dal giovane poeta di Arnesano, che, senza remore, nei suo versi affronta le tematiche tormentose dell’amore e della morte. Il suo libro è ricco di interventi, due introduttivi e due finali, che appesantiscono la lettura, sviano l’attenzione del lettore, eludono la centralità corposa dei testi. Scrive Luciano Pagano, nell’intervento che introduce alla lettura del testo: “Avere posto il proprio io e la propria esperienza al centro di tutte le tematiche di questa raccolta è il motivo per cui “Elegia”, nell’equilibrio degli elementi fin qui esposti, si presenta come esordio notevole. La città. Le persone, Dio, sono figure lontane, fanno da sfondo; la morte, il distacco, l’amore, anche se a volte tradito da un amore di sé più spiccato, sono tutte sfaccettature di un unico piano”. Tematiche difficili in una costruzione pregiata, attenta, pensata, con piccole incertezze o cadute di stile che non tolgono sostanza al degno risultato finale: “Non sono poi più del verme sulle feci/ di Thomas – ma dimmi pure il mio pianto/ che devo affrontare: bagnerà il mio petto/ quella nera bocca fremente – è forse/ da Dio stesso che capirò la storia ridicola / della genesi – nell’uomo spontaneo/ nel suo “ovviamente”?”. Dalla tensione erotica di Manila Benedetto all’amore struggente di Angelo Petrelli, due nuove voci poetiche che lasciano il segno.

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riflessione

di (24/01/2005 - 17:49)

POESIA DEL DISSENSO

Acquistabile su www.amazon.com

INTRODUZIONE

Resistere ancora

di Florian Mussgnug

Note sulla poesia di Rossano Astremo, Fabio Ciofi, Gianmario Lucini

e Erminia Passannanti

“IL MITOOOOOO... cazzo mi viene sperimentale a me / sommo

estenuatore della forma tradizionale rivisitata / revisionata ogni anni

due, poesia senza targa, oserei dire” (Fabio Ciofi, Ipnagogia). C’è in

queste righe tutta l’ambiguità, tutta la coscienza infelice di una poesia

che non si riconosce più nel desiderio di rinnovamento linguistico che

ha così profondamente segnato le sorti della poesia italiana durante la

seconda metà del secolo scorso. Nel testo di Ciofi appare ormai

screditata l’ipotesi di uno sperimentalismo radicale che miri alla

dispersione di ogni convenzione semantica, alla disseminazione dei

“materiali verbali” della società del consumo, alla riscoperta del

“linguaggio del sogno e [dell’]espressione della psicosi, [della]

giustapposizione degli elementi di logiche diverse, [del] linguaggiosfida,

[del] non-finito” (Alfredo Giuliani, Introduzione alla seconda

edizione dei Novissimi, 1965). In Ipnagogia, la lunga tradizione dello

sperimentalismo novecentesco si condensa in una piccola anomalia

grafica trattata dall’autore con divertito distacco: “IL MITOOOOOO”,

forse un omaggio ironico-affettuoso al Sanguineti lettore di Eliot e di

Jung, ma soprattutto un apparente lapsus dell’autore, che s’affretta a

prendere le dovute distanze da una tradizione ormai percepita come

sterile. Ma l’ironia caustica di Ciofi non si esaurisce nel confronto –

un po’ ironico, un po’ nostalgico – con la propria tradizione: le parole

malinconiche e irriverenti del poeta toscano esprimono lo sgomento e

l’amarezza di una poesia “senza targa”, costretta a confrontarsi con un

mondo in cui ogni gesto apparentemente rivoluzionario, ogni illusione

di rottura assoluta diventano subito esperienza catalogabile. Mai come

oggi, sembra dirci Ciofi, la carica dissacratoria dell’avanguardia

sembra inadeguata, palesemente insufficiente per esprimere il

presente. Scrivere oggi “poesia del dissenso” richiede atteggiamenti

diversi da quelli che caratterizzarono lo sperimentalismo di

quarant’anni fa, più misurati forse, ma soprattutto più consapevoli di

quali siano ancora le possibilità (e le responsabilità etiche) della

parola. Ciò che accomuna i quattro poeti presenti in questa raccolta è dunque

la ricerca di linguaggi poetici che superino la contrapposizione

avanguardia-tradizione. Lasciandosi alle spalle l’opposizione fra due

poetiche dominanti e apparentemente incompatibili – da un lato

“l’oltranzismo politico inoffensivo” (Fortini) delle avanguardie,

dall’altro una tradizione di poesia “impegnata” spesso inefficace – i

testi di Astremo, Ciofi, Lucini e Passannanti si aprono a influenze

nuove e diverse, difficilmente riconducibili a nette contrapposizioni.

Nascono così linguaggi poetici nuovi ed incisivi, caratterizzati da una

grande ricchezza espressiva e linguistica, che combinano registri

diversi e spesso antitetici. Nei Frammenti per una monodia infernale

di Astremo, la voce del poeta proviene da un soffocatane e

claustrofobico mondo del sottosuolo, che richiama sia l’esasperata

afasia linguistica delle poesie di Antonio Porta, sia gli scenari cupi del

cyberpunk. Il linguaggio limpido e misurato delle poesie di Fabio

Ciofi dà vita invece a un raffinato gioco combinatorio di voci e punti

di vista, e raggiunge, in Misunderstanding e in L’urgenza, un’eleganza

ironica e sintetica che ricorda Caproni e Auden. Aperta verso l’oralità

e i registri stilistici più disparati appare l’opera di Gianmario Lucini,

che si presenta come una vera e propria ricerca morale “nel segno di

Geremia”, ma che raggiunge i suoi esiti più felici quando la

contemplazione del modello biblico non rimane fine a se stessa, ma

ispira la contaminazione ardita di stili (Ritratto boliviano) e codici

culturali (Rashomon). Last but not least, Erminia Passannanti

arricchisce la raccolta con una serie di poesie originali, in cui una

grande varietà stilistica – dalla raffinata parodia di Correcta ai toni

sommessi di Desiderio delle masse, dal linguaggio scarno di La

Madonna al maccaronico di Rosa mistica – convive con la costante

insistenza sul valore etico dell’opera poetica.

Nei “poeti del dissenso” il riuso della tradizione mira a rendere più

limpida la comunicazione con il lettore. Non stupisce peraltro che

molte delle “poesie del dissenso” proposte da Astremo, Ciofi, Lucini e

Passannanti risentano dell’influenza dei pastiche linguistici e

concettuali delle nuove avanguardie degli anni ‘90. Basta pensare, ad

esempio, alle dichiarazioni di Lello Voce, il quale nel 1991 auspicava

una poesia fondata su “una comunicazione ormai data come virtuale

ed interrotta, in cui il montaggio è un ri-montaggio, un riuso teso a

ricostruire la possibilità di un dialogo e di una reale comunicazione,

senza per questo nascondere le aporie, le interruzione, le ferite, le

contraddittorietà” (“Tra LasVegas ed Harrar”, Allegoria 9, 1991, pp.

129-36). Tuttavia, se da un punto di vista formale la polifonia dei

“poeti del dissenso” potrebbe apparire come uno sviluppo ulteriore

delle tecniche combinatorie proposte da Voce, i loro contenuti

smentiscono ogni ipotesi di stretta parentela. Nell’articolo di Voce il

progetto di una poesia “dialogica e conflittuale”, che rifiuta ogni

forma di omologazione e appiattimento semantico, viene descritta

come una reazione necessaria e sufficiente ai problemi del presente.

Per i “poeti del dissenso”, invece, l’ipotesi di una poesia ludica ed

eversiva non appare più sufficiente: nelle loro opere l’interesse per lo

straniamento ironico, per la contaminazione fra livelli linguistici e

stilistici e, più in generale, per le astuzie retoriche del

postmodernismo, non è mai fine a stesso, ma serve a propiziare

l’impegno politico e sociale.

Conviene allora soffermarsi almeno brevemente su alcuni dei temi

centrali della riflessione etica e politica dei quattro “poeti del

dissenso”. Colpiscono innanzitutto i frequenti riferimenti critici ad un

potere politico indecifrabile e assoluto, monolitico e minaccioso, per il

quale “il trasformarsi del consenso in ignoranza è la condizione della

sopravvivenza” (Passannanti, Desiderio delle masse). Per i “poeti del

dissenso”, confrontarsi con questo potere non è più una questione di

scelte politiche, né tanto meno di dichiarazioni di poetica. Nel mondo

descritto da Astremo, Ciofi, Lucini e Passannanti la conoscenza della

miseria e della sofferenza altrui non è più il “privilegio” dell’artista in

cerca di orfici misteri; per molti abitanti di un occidente privilegiato il

vero problema è semmai l’opposto: dimenticare almeno per qualche

istante le ingiustizie da cui è afflitta la maggior parte della

popolazione mondiale, ignorare l’esistenza di armi in grado di

eliminare da un momento all’altro ogni forma di vita a noi conosciuta:

“sentirsi ogni giorno al sicuro in una società / minacciata [è] come

ignorare un siluro che incalza / all’altezza del...” (Ciofi, Annotazione).

Tuttavia, mentre la consapevolezza del male è spaventosamente

comune, la sua comprensione pare quasi impossibile. Nelle opere dei

“poeti del dissenso” la critica del potere non viene mai svolta

analiticamente. Mentre Astremo contempla ancora la possibilità di

una critica dall’esterno, di uno sguardo spaventato ma non complice

che ci riveli in termini allegorici la vera natura dei “politici dalla

forma taurina / che bevono vino e mangiano carne / in osterie dalle

pareti color arancio / e dai tavoli di ebano prezioso e cesellato”

(Frammento 7), Lucini, nella sua Lettera a un giovane poeta appare

ancora più pessimistico e rassegnato: “Feci di tutto per essere retto /

ma l’amore non basta: ci vuole / l’ottusità del potere / per essere certi

della salvezza”. In un mondo dominato dal potere, neanche la voce

della poesia può rimanere inalterata: “La situazione politica di questi

giorni, mesi, anni, ha mutato il quadro della poesia, il suo statuto”

constata Erminia Passannanti in una nota che accompagna la poesia

Desiderio delle masse. Intanto, la vera contestazione rimane al di là

della portata della poesia. Il riscatto dei deboli è un sogno lontano,

descritto da Ciofi in un quadretto volutamente di maniera: “Forse un

giorno si alzeranno in piedi gli umiliati e offesi / e una fanfara suonerà

motivi che scoppiettare faranno / l’animo di chi ingiustamente ritenuto

inutile / socialmente risorgerà... poi le chiarine annunceranno / il

risolto conflitto di indefessi lavoratori” (Ciofi, Liberalizzazione).

Al poeta rimane allora forse soltanto il compito di vivere in un mondo

in cui la Storia appare ormai decisamente (e tragicamente) separata da

quei pezzi disarticolati di quotidianità su cui si esercita ancora la

lingua della poesia: i “preservativi rotti / involucri vuoti di eroina, /

tubetti di vasellina strizzati e secchi / come farina d’ossa nel sole

estivo” (Astremo), “La gamba stirata del rospo su strada bagnata”

(Ciofi), “le sottane da quel cassetto che sapeva di rosa” (Passannanti).

Vengono in mente le parole di Niva Lorenzini nella conclusione al

volume Il presente della poesia. 1960 – 1990 (Bologna 1991): “Forse,

nell’era della complessità, scaduto il ruolo dell’umanesimo disilluso, è

il momento di verità minuscole e tenaci.” Sono oggetti isolati, forse

nient’altro che i resti di una “pazzia fatta di frammenti di vetro e di

cuore” (Astremo, Frammento 5). Ma non è detto che non si possa

ripartire proprio da lì. “Si va per frammenti in cerca di mondi da

strutturare” replica Fabio Ciofi (Annotazione). Per resistere, per

scrivere, ancora.

Florian Mussgnug (Monaco, 1974) si è laureato in Filosofia e

Italianistica al Balliol College dell’Università di Oxford. Ha appena

completato il Corso di Perfezionamento in Letteratura Italiana presso

la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su Primo Levi,

Giorgio Manganelli, Italo Calvino e Umberto Eco, sul rapporto fra

teoria del romanzo e filosofia del linguaggio, sulla teoria dei generi

nella Neoavanguardia. Insegna Letteratura Italiana all’University

College London.

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segnalazione

di (24/01/2005 - 10:43)

su www.miserabili.com una mia traduzione dell'america di allen ginsberg.un tentativo modesto di superare l'atrofizzazione del senso imposto dalla vetusta traduzione della pivano nazionale.

rossano astremo

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segnalazione

di (22/01/2005 - 11:20)

Pelle Sporca
Manila Benedetto
ed. Besa - € 5.00
poesia e prosa
Introduzione di Lello Voce

"Quella della Benedetto è certamente scrittura fondamentalmente erotica, ma di un erotismo che sa farsi surreale, ironico, dunque crudele all’ennesima potenza, nell’allegorizzare verso il basso, il quotidiano, ciò che altri, meno accorti e certo più ubriachi di retorica, non esiterebbero a pompare verso l’alto: «Come si fa a desiderare / un uomo sottile, / da tener in tasca / - ma con la testa fuori - / per usarlo un giorno / all'occorrenza, / scioglierlo in acqua come / un'aspirina, / e sciolto berlo / e digerirlo / e poi pisciarlo via / in un qualche cesso di periferia.»
Dal magma di una vocazione stilistica ancora variabile, turbinosa, schizzano lapilli poetici assolutamente compiuti e che ciò accada anche e soprattutto quando l’autrice riflette sul suo fare è segno certamente ottimo."
Lello Voce

http://pproserpina.net/pellesporca/index.html

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poesia

di (20/01/2005 - 17:41)

su www.dissidenze.com alcuni miei testi tratti dalla plaquette senza respiro. mi scuso per la foto. e ringrazio giampiero marano, curatore del sito, per l'interessamento.

rossano astremo

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prosa

di (20/01/2005 - 11:52)

 

tratto da "I sotterranei"

jack kerouac

 

Per fare il furbo le dissi: balliamo – prima aveva avuto appetito e io avevo proposto (e difatti si andò) di comprare l’ovetto da Jackson e Kearney e ora lei lo bolliva (poi mi confessò che a lei le uova non piacevano anche se sapeva che è il mio piatto preferito: preannuncio del mio comportamento in seguito, già glielo ficcavo a forza in gola e lei nel suo dolore sotteraneo non aspirava che a mandarlo giù), ah.

- Ballando aveva spento la luce, così, al buio, la baciai – vertigine, vortice di danza, inizio, solito inizio d’amanti che si baciano in piedi in una stanza buia e la stanza è quella della donna a cui l’uomo fa di tutto pur di arrivare; e poi andò a finire in selvaggi contorcimenti, lei sul mio grembo anzi coscia e io che la faccio volteggiare in tondo protesa all’indietro per l’equilibrio e attorno al mio collo le sue braccia che venivano ad infuocare il me che allora era soltanto hot.

E quasi subito seppi che lei non aveva fede e non avrebbe potuto prenderla da nessuno – figlia di madre negra morta mettendola al mondo, di padre ignoto, un mezzosangue cherokee un vagabondo che sbatacchiava le sue scarpe rotte per le grigie pianure autunnali sombrero nero e sciarpa rosa accoccolato alle griglie delle salsicce e vuotava bottiglie di Tokai e le scagliava nella notte gridando ‘Yaa Calexico!’.

Svelto a tuffarti, mordi, spegni la luce: nascondo il viso per la vergogna, faccio all’amore con lei forsennatamente perché sono digiuno da quasi un anno e la foia mi mette a terra – le nostre piccole intese al buio, i veri da non dire perché dopo fu lei a dirmi: ‘Gli uomini son così buffi, cercano l’essenza, e la donna è l’essenza, ce l’hanno lì tra le mani, ma loro scappan via a mettere su grosse costruzioni astratte’.

‘Vuoi dire che dovrebbero starsene con l’essenza, cioè star sdraiati sotto un albero tutto il giorno con una donna? Ma Mardou, questa è una vecchia idea, una cara idea, non l’ho mai sentito meglio espressa e non l’ho mai immaginata meglio’. ‘Invece loro partono e fanno grandi guerre e considerano le donne come prede invece che come esseri umani, be’ amico può darsi che in tutta questa merda io ci stia dentro fino al collo ma certamente non voglio nemmeno un poco (sulle sue dolci e colte labbra accenti da generazione nuova). – E appunto dopo aver avuto l’essenza del suo amore, anch’io metto in piedi costruzioni di parole grosse e così la tradisco veramente – e racconto storie da fogliastro scandalistico rigagnolo del bucato del mondo – la sua. La nostra storia, di quei due mesi del nostro amore in cui (pensavo) si fece il bucato una sola volta perché lei, che era una sotterranea solitaria, passava giornate d’ozio e quando decideva di andare al lavatoio con le altre di colpo si accorgeva che era troppo tardi e le lenzuola restavano grigie (a me piacciono perché son così morbide).

- Ma io non posso in questa confessione tradire il più intimo, le cosce e quel che le cosce racchiudono – e poi perché scrivere? – le cosce racchiudono l’essenza – eppure anche se dovessi giacer lì dentro e venirne fuori poi alla fine ancora lì tornerei, pure sento che debbo scappare via e costruire – per nulla – per le poesie di Baudelaire

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prosa

di (17/01/2005 - 19:22)

 

 

La cultura dei tao

 

Antonio Verri

 

a Damiano Stefano

 

 

1.

 

    - Era ancora luna chiara di gennaio, giovane luna. Il freddo di quell’inverno tagliava le gambe. A casa c’era poco. Voi figli uscivate coi pantaloni gonfi di fichi secchi, le domeniche le passavamo con della pasta d’orzo, con bocconi che m’ingegnavo d’insaporire per voi signorini seduti su sedie altissime. Qualche volta cuocevo sciscèri di pollo, qualche altra volta si ammazzava una pecora che stava male, poi c’era il pane cotto e il lardo che tutto condiva…

    - Era questa la vita e voi avevate grandi occhi da birbanti…solo tu, ecco, imbronciavi un po’ più spesso sui carrettini che da me ti costruivo…

    L’inverno fu tristissimo quell’anno. Non era ancora febbraio ed era già bella e finita la scorta della monda.

    La madre. La mar. La scorta della monda. Cioè, grossi rami inutili ma soprattutto le giovani cime, a colpi di forbice e serracchio, per impedire la crescita, per impedire quell’avanzo in armonia di un albero bello sì, temerario sì, ma senza frutto.

    - Se no dà in furia, dice la mar. Col tremore di chi di quella furia è madre.

 

*  *  *

 

    Una mostra sulla cultura contadina. Un volume. Continua il dialogo con la terra, con una realtà di volta in volta essenziale, lineare, un po’ amara, un po’ magica… Molte le cose che da simile cultura (magra, fatata)  ho avuto - racconto volutamente in prima persona -, cose che hanno fatto la mia vita…

    Tanto ho appreso, altrettanto mi è stato insegnato. Mi è stato insegnato, per esempio, che per molti fiori di giardino esiste un corrispondente selvatico: e allora ho scoperto che mi era caro il profumo del secondo dei due tipi di ciclamino, rose, mimose, margherite…

    Mi è stato insegnato - ma poi l’ho sperimentato da me - che vivendo, stando quanto più possibile lontano dal nulla, non si può fare a meno della saggezza e del piacere curioso dei proverbi, dei mille proverbi che dalla terra nascono; che i proverbi aprono al mondo, a variegate realtà, che niente c’è di tanto misterioso, di tanto affascinante, di tanto poetico, quanto un proverbio che si dipana al punto giusto, al posto giusto; che attraverso i proverbi è tanto magica, tanto plastica l’interpretazione del mondo che niente, nessuna cosa sulla terra, mi è parsa, mi pare così naturale, così saggia, così strapiena di candore…

    Mi è stato anche insegnato, con ardore, ad apprezzare - ed io continuo a guardare e amare con tale ardore… - poveri oggetti (stilizzati, essenziali, ma solidi), situazioni le più umili, ma portate con tale dignità, che serenità, buon senso, innamoramenti al limite del pianto, sono cose che oggi io, figlio di questa cultura, posso opporre a volte con tale incauta destrezza da rischiare di bruciare, con legna d’ulivo, il sibilo lungo di una cultura millenaria…

    Cambia, cambierà, di molto il volto della campagna, degli aggregati umani, di interi paesi: è cambiato dal dopoguerra ad oggi, cambierà ancora tra due, tre generazioni. E cambieranno naturalmente anche abitudini, modi di lavoro, rapporti…, ecco, quello che non cambierà mai sarà l’idea del dialogo con la terra che l’uomo ha stabilito dal tempo dei tempi, il grosso respiro, il sibilo lungo che si può udire solo di mattina, mirando nella vastità dei campi, con accanto sentinelle silenziose gli alberi d’argento…

    Ma torniamo al racconto, nostra sede, ad uno dei mille rivoli del racconto…al padre che nella canna ricurva della pipa di pietra infila una di quelle chiavi di cinquant’anni fa, la fa partire, ecco, adesso gira nell’aria, la canna percorre il tondo della chiave, adesso basta un impercettibile armonioso movimento della mano per far andare il tutto. Il padre, nell’eterna sua magrezza, a capo chino, severo, somiglia un pìstico sognatore di lucchi, un tenero rabdomante di chissà quali sotterranei giacimenti, di chissà quali gore di distanza. Di rado bofonchia, è come assorto nel suo gioco, con la nequizia, la permalosità di sempre. Dal giro della chiave nasce un suono, un leggero crepitìo…

    Le figlie sposate in altri paesi (quanto sono cambiate!) rientrano, fuori è il venticinque aprile, San Marco, giorno della fiera, con i venditori  “napoletani” di Martina, di Ceglie, di Corato, che dal barese, dal foggiano si riversano in questa come nelle altre fiere che in tutto il meridione hanno scadenze regolate da cicli agricoli, attese con genuina allegria, infinita baldanza, con intensità pari solo alle “straordinarie” mercanzie che verranno acquistate: lunghe teorie di attrezzi da lavoro, finimenti, “quernamenti”, solidi utensili modellati sul vecchio tipo, piatti per l’occasione vengono dichiarati “infrangibili”, rosette per uno spruzzo a largo raggio, lo spargisale da campagna ultima novità, e poi creta rozza, creta smaltata, cippi, vasi, campanelli, chicche sonore dei buoni tempi andati, la dignità solita di una baracca di cappelli, ogni anno al solito posto, sotto il castello (anche i cappelli hanno un loro posto importante nella vita di un paese… a cominciare da uno sfanciato, di piché, per finire a quello che mettono nella cassa da morto: serve al congiunto per presentarsi a Dio!), e ancora, cupeta e mostaccioli, tovaglie, corredo, polveri e sementi per la campagna, Lattuga gigante, Spronelle di Corigliano, Cicorie rizze; e poi, è un affarone il nuovissimo pupazzo gigante per far bolle di sapone?

    Bisogni, necessità per tutto l’anno, futilità le più ingenue, cose da conservare sul comò, la scapece da consumare a mezzogiorno, la faenza (bicchieri, tazze, chincaglierie) da mettere in mostra nell’elegante credenza, grida, fatti, parole che dei fatti trasmettono il suono… è questo il paese, è questa la cultura del sibilo lungo!

    Sta per arrivare la banda… C’è armonia, c’è avventura, c’è completezza in tutto in quei posti. E quando anche quest’armonia dovesse esse rosa in qualche punto, ecco, c’è la madre riparatrice, ispiratrice, che aizza all’ardore, al furore di parole… è lei la depositaria, è lei rappresentante di questo mondo. E la stagione è l’inverno !

 

 

 

2.

             

    - L’inverno era di quelli allegri, mai mesti, del pirichilli. Di quelli che poi se vengono qualcosa dovrà succedere, qualche nato importante, ribeglione, o qualche grande morto che tiene fino al freddo. L’inverno del pirichilli. Freddo cioè, dal mangiarsi sul serio anche cardilli. Stranamente freddo però, ecco, tanto da panegorisare contrade, crocicchi, pianori, interi paesi che solo per l’occasione bruciano bitume, resti di olive, trucioli, lievi napte di legno trinciato. Tutto. Tutto.

    Inverni del genere arrivano ogni due, tre generazioni, quando ormai i ragazzi natanei non servono che loro stessi, esplodono di solito con l’accensione dei fuochi di metà gennaio ma sono nell’aria fin dall’ultima fiera di dicembre: li annuncia con testardo, sonante furore di parole, l’òrico venditore dal pelo rosso, l’incomparabile mestatore, molitore di segni e di linguaggi.

    Arrivano così in questi strani posti questi strani inverni, come falsi castighi, come cose nibate, indicibili, con lo stupore gelato che sosta su case basse, che dà vita rotante ai vicoli, che cala nel fondo dei frantoi, risale, mulinella nei secchi del pozzo, agli usci delle porte; si perde poi sui terrazzi, su schegge di pietra che tengono, uno sull’altro, solidi massi fuori squadro. Uno sull’altro. Più su, più su…

    -‘Na lusione, ‘na lusione, dice la mar che, con sciroppo di lauro e di mortella, in inverni come questo, separava, puliva e preservava i sonni, le parole, le iose di un figlio che segue l’abuso, che vive per l’eccesso… La mar, la mar, che vede del figlio quel che con lei è nato, che non sa di quell’altro che brucia sperso negli inverni, di quell’altro dagli occhi spalancati dal sogno, dalla voglia di farcela, per il padre, per lei…

    Ecco, la mar dice del tempo cambiato, di quando la navetta correva legata a bande di colore, ci ripete che vededi noi pilladori quel che con lei è nato. Durano conti… Durerà quel nitore di carta, o mammaniva, quel narrare brandea di teneri suasori?

    Ecco, la mar m’abboffa come se dovesse nicare. Ma nicare non nicherà, passerà come lento fiume il tempo – l’idea del tempo che passa, del tempo cambiato, della navetta che corre a bande bianche a bande di colore, la dette lei, lei l’ideò quando, intristita dall’umido del cucinino, disse: “ Un tempo mettevano zorfo in questi uncini! ”.

    Ecco, la mar m’abboffa come se dovesse nicare…parole e suoni avviticchiati alle cose che mi racconta, alle cose che mi avvicina col solito decoro, parole che copre nei canestri - le parole del figlio a zacchinetta – per farle maturare, per far colar quel croco che al figlio assicuri la narrazione del santo pancro, l’oromìa, l’olòfora, l’incanto; xhe questo che cuce sia palisma, òrico, sonoro, dolce impanto.

    Mar, o mar, nicare non nicherà, nicare proprio non nicherà!

    Oh nive, oh nive bianca, oh tantanton de barba bianca!

    - Figlio, sempre qualcosa mette ciglio. La mar. Mi dice ancora del tempo cambiato - passano quadri piscatori - del tempo che oggi corre dietro al fiscolo del niente… Lei, intanto, quando non balla tabacco secca palate, ha mani sapienti, bianche cedono coperchi pressati nove volte… e invece di boccoli di pane, frigge piccoli tesori del tempo dei suoi tramonti rossi!

    - La prima volta che vidi un treno gridai “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa ”, e la campagna bianca rispose “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa ”, e la contrada col nero dei camini “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa ”,e i miei morti e la mia casa, i miei viaggi e il mio biroccio, e il mio vestito e il mio terrazzo, tutti insieme gridarono “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa ”, e ancora  “ passa la tuzzuìa, passa la tuzzuìa…! ”.

    Ecco, dissi, ancora una volta prima di spegnere, con un suono grave che ancora ho nelle orecchie: “ Sarà quel che sarà, ma tu cerca… al mondo stiamo per cercare!”.

    È vero, o mar, non sono ancora passato al libro vecchio, non riesco a seguire il tuo “ quanto conta il saper fare ”, le parole, soprattutto per me, sono un po’ come ciràse (una tira l’altra), febbraio è sempre un mese corto e amaro, le serpi sono ancora nascoste e le rane non “cantano” ancora… ma sono il figlio della storia del miglio e del mortaio, della camomilla dorata della sera, quello che perdeva gli occhi su quel vecchio comò a casa della nonna, con la campana del santo, due candelieri argentati (quelle cose che in una casa arrivano non si sa come, da tutti considerate pregiate, si conservano con orgoglio smisurato, diventano simbolo della famiglia, a volte; quelle cose che restano negli occhi dei piccoli di casa anche quando la casa non c’è più…), un centrino sul marmo, qualche fiore la cui continua freschezza è l’effetto di un incanto… Tutto fermo là, pissocerato, quasi un altare al dio del buon consiglio che vive, con altri folletti, nel rosso fumante della terra appena “scapolata”… Ma cercate dovunque, nelle foto qui dietro, altrove, ci deve essere quel vecchio comò, ci deve essere quella vecchia credenza (il figlio, nella nicchia accanto, rubava liquore giallo), una cassapanca essenziale e capiente, il cassone dei fichi secchi, il saccone di fronze, la monaca scaldaletto, la cucina sempre bianca, lo stipo di legno che conservava ruote di creta che chiamavano piatti, la paglia nella pagliera, l’“acchiattura” nella stanza accanto…

    Ma è ancora inverno. Non è cambiato molto, o mar. Oggi girano squadre per la monda come allora. Il paese intero è diviso in squadre, come allora. Mi dicono che hanno le loro leggi, regole loro, ogni squadra ha una sua carta di comportamento, di tenuta. A volte, o mar, sono così necessarie alla vita del paese che mondare mondano un po’ tutto (ogni squadra ha un suo declaro, ecco, e sfronzare gli eccessi… non è soltanto un vezzo!).  Comune a tutte, però, è la proibizione del vino, del vino prima di salire: svettare l’olivo, far sì che cresca in chioppa, non è cosa da niente!.

    Solo qualche capomonda permissivo, distratto, nembrotico, istigatore, a volte permette il vino, permette di danzare, il tsiritirò… e allora l’albero è libertà, piacere e tentazione, riso, sghignazzo, intolleranza… ecco, riprende con foga la navetta, torna a rotar la tuzzuìa, ricresce, bòffolo, il sogno…

    - Un tempo avevo occhi che tutto miravano. Tuo padre giovane…

  Ma è sempre inverno: si attenua il dolore al ginocchio, tutte le storie sono cariche di lusione che in altri posti un nonno favolista vendeva a costo di decoro, storie intorno al tavolo, col fuoco, col padre appeso al miracolo della radio, con la foto del figlio lontano bene in vista, gli scampoli di una figlia sarta, uno specchio senza cornice, ad angolo, interrogato chissà quante volte, chissà quante volte odiato…

    Durano conti…! Parole nugose, cantilenanti, sogni, costruzioni le più audaci (da far impallidire scrittori di professione), artifici, fisime di smalto, possibili solo a terreno cherso, nella stagione morta, o di sera quando il ragazzo figlio ascolta, risponde, sorride, anche se il suo pensiero, lui stesso, è sulla ciminiera accanto, dove un galletto, nella sua muta nettezza a mezz’aria, compie giri quasi completi…

    La letteratura di questa gente magra, dalle mani callose, è fatta di fole e di angiolesse, di orchi benevoli, di tao che girano a mezz’aria, di spiritelli biricchini, di donne di pasta cresciuta, di fibule, glimpe, pènule, di purissimi cavalieri che di notte riposano sui tetti bassi delle case bianche, o nelle corti, sotto la prèula, accanto al gelsomino, o in stàbule di campagna sopra lettiere di sarmenti, nella paglia (sono loro, i cavalieri, che di mattina prestissimo, innaffiano d’argento gli olivi, intonano il colore delle margherite, spargono a caso fiori di lampone…), succhiando liquirizia a pesciolini, sciogliendo in bocca un tripizzo dolcissimo, facendo capriole inaudite, lasciando biglietti a ragazze dai lunghi capelli, sacchetti di talleri d’oro, colore per le guance, crinoline e merletti per gli anni a venire…

    La letteratura della mar era il narrare dei sogni il mattino dopo, degli idoli suoi, i morti , che venivano a trovarla – fresca, mai turbata, come fosse un altro sorriso, un altro abbraccio alla sua gente…

    Ecco, durano i conti… e ci sarà sempre un povero favolista a narrarvi di un cuecolo di neve che molto tempo fa dei ragazzi festosi, goliardi, furenti, cominciarono ad appallottolare nella piazza bianca per farlo poi rotolare, alimentandolo, per una discesa in paese: tre mesi restò giù senza squagliarsi… Tutti tornarono. Tutti. Meno Stefan. Stefan, cominciò a dire la mar, fu rapito dai tao!

 

 

 

3.

 

    - Credeva fosse uno dei soliti pupazzi di neve, uno dei soliti pupi bianchi che da ragazzi si fanno, e uscì di casa col passello per fornarne gli occhi… Non l’ho più visto. Chissà… Il portamento, l’allegria, tutto in lui poteva far innamorare un tao, un lieve tao, un tao del freddo, uno di quei tao insolenti che saltellano a mezz’aria mangiando girandole di neve, col corpo in piena luce…

     - Tuo padre fece poi una guarnice ai suoi grossi occhi chiari, e da allora aspetto…Oh, aspetto la tornata dei tao, il mio ribaldo!

    La mar. La solita storia. La sentivo cento volte al giorno, ne sapevo pieghe e accenti, ogni particolare, tutto quello che accadde, tutto quello che un tempo rese possibile. Era ormai diventato tutto così assurdo, così strano, così ingannevole, che sia io che lei, all’improvviso, eravamo entrati come in un vortice nugoso, in una grande ruota bianca, avvolti, per nostra stessa volontà, per tacito patto, nel manto perlaceo di parole sonanti, favolose, antiche, cantilenanti…

    - Come! Lasciarsi prendere dai tao!?!

    La mar.

    Parlava di un figlio che a vent’anni s’era allontanato da casa gridando come un matto, correndo festoso verso il cuecolo di neve che stava per nascere, che già cominciava a rotolare… Molte madri non videro i figli per tre giorni, quanto durò l’inusuale appallottolamento. Poi tutti tornarono, meno lui. Meno Stefan. Stefan non tornò. 

    - Il mio magnuccio! La mar.

    I tao. Da quel momento la mar cominciò a parlare dei tao, s’inventò i tao, questa specie di folletti predoni, di elfi colorati, che vivono a mezz’aria, che così maleficamente sono entrati nella sua vita… Poi s’inventò dell’altro. Del figlio in stàbula, un casolare lontanissimo - ne vedeva il lumicino -, perso a giocare a zacchinetta. Perso perdente.

    Altro, tanto altro. Tante sorti del figlio s’inventò, tante vite, tante possibili buone soluzioni, pensate per piacere di spasimo, per quel follicolo di voluttà che ricopre - li argenta - i percorsi di vane illusioni. La mar.

    Era stato proprio un inverno tristissimo quello. L’inverno della calata dei tao. Un inverno come pochi altri inverni. Così amaro!!!

    Ecco. La cultura dei tao. La mar. La sua costante autorizzazione al furore, il suo costante invito a fabulare, ad abusare della lingua… E tutto ciò che entra tra le nostre righe è quel croco che non ha vissuto, che ha sempre inseguito, di cui ci ha sempre parlato, e che ora per noi è suono, armonia nascosta, nive, nive farinosa…

    I tao ci sono sempre in un paese. I nostri paesi ne sono strapieni. Esistono anche per questo i campanili nei paesi.            L’idea del campanile arriva quando la gente è esasperata, quando non ce la fa più a sopportare i tao. Formelle su formelle, cotto su cotto - in un silenzio operoso – la gente alza il campanile per sorprendere i tao, per piombare di sorpresa sui tao come sempre intenti a biffarsi dall’alto le zone in cui predare.

    Bisogna dire, però, che i tao sono dei predoni fascinosi, a volte quasi necessari… guardate la mar, per esempio, lei è ormai al punto che coi tao ci gioca, azzarda, retrocede, favoleggia, lei ormai è di quel mondo a mezz’aria, non esiste altro mondo per la mar – dapprima, un po’ come tutti qua in paese, covò il campanile, con furia, con disperazione, poi tutto cambiò, cominciò ad usare, a viverci nel campanile, ad un certo punto cominciò, con gessi neri, a scrivere sui muri del campanile, dapprima strofette al figlio, poi le canzoni della giovinezza, le contra che lei cantava così bene, i cori d’inverno tra gli ulivi, ma anche scioglilingua sui tao, descrizione dei loro giochi, bagatelle…

    Andavano in aria i tao, alle angiolesse obìte, ai transiti dei loro padri elfi, in oblivione completa, con lo stupore dell’ebbro, galoppando ossessi sul vapore, sui tetti color pigna, sulle madri di Robinia, sulle madri dell’oro di coppella…

    - Un tempo avevo occhi che tutto miravano. Tuo padre giovane… La mar. Quelle che lei mirava sono poi cose che hanno fatto la mia vita.

    Quando stavo con lei, figlio com’ero di una dea dell’aria, quando camminavo con lei, non c’era necessità di sprecar parole, erano gli occhi a raccontare, era negli occhi che riuscivamo a fermare, in un attimo di mille parole, gli eccessi, gli scoppi, lo smorire, la meraviglia… Non esisteva niente allora, niente dei travagli di tanti giorni neri: lei era all’improvviso una lieve festuca dorata, era in quella fibula d’oro giallo al petto, nel regno sempre bianco della tuzzuìa, nel lumicino lontano delle fortune che ogni sera tremolavano in una stàbula d’uomini persi a zacchinetta, nel tripizzo che in bocca squagliava, nelle margheritine di camomilla, nelle fresie in alto sul portone…

    Chissà se poi la mar avrebbe, in realtà, voluto una vita diversa!

    - ‘Na lusione, ‘na lusione, mi pare di sentirla ancora adesso.

 

 

 

 

4. 

 

    - Sotto la neve il pane, mi ripeteva. A me piaceva sentire quelle cinque parole una dietro l’altra, e domandavo, domandavo continuamente. Come?, il pane sotto la neve? Certo, diceva lei, con voce di velluto, il pane sotto la neve, proprio così, il pane sotto la neve: quando c’è neve - tanto meglio se è farinosa - che copre un campo seminato, il seme è costretto a lavorare sotto, il raccolto è rassicurato.

    Il ragazzo continuava a chiedere con avidità, la mar cominciava con le sue storie, i suoi “segreti”. Per niente altro c’era posto. Tutto intorno la vita lievitava.

    La sera prima di Sant’Antonio andavo dal fornaio - la mar -, ordinavo un canestro di buon pane, poi la mattina di buon’ora lo portavo in chiesa, lo distribuivo… Non mettere mai il pane sottosopra, porta lutti, porta disgrazie… Potevi vincere, con una cotta di pane fresco, persino la Madonna all’asta… Prima di un matrimonio si faceva doppia cotta di pane, allora i matrimoni avevano il pranzo in casa…

    Anche i tao erano come storditi quando in paese si faceva il pane. Sostavano a gruppi sul tetto del forno, volavano così in basso che a volte urtavano i galletti sui camini; qualcuno con improvvisa spavalderia, approfittando della rapida apertura del forno, vi si infilava dentro, nelle fiamme, attirato dal pane che cuoceva: se ne usciva u po’ frastornato, stravolto, rosso, ma…quattro passi ed era in volo!

    Parlava, la mar, di freddo, di neve, mi raccontava la storia dei tre giorni della merla… io ci legavo il pane (non sapevo pensare ad altro, ormai), il panetto di lievito acido che il fornaio conservava per la famiglia del giorno dopo, la màttira di legno chiaro, le tàule con costati, senza costati, il miracolo, la meraviglia della pasta che cresceva…

    I racconti continuavano. Una grande fame ma una grandissima dignità. Le generazioni di gatti tutti somiglianti. Il teatro che cinquant’anni fa approdò in paese, la fabbrica di tabacchi ne fu il palco, con le attrici piene di trini e pizzi, colli lunghi… “e noi non riuscivamo a tenere in casa i nostri ragazzi”! Le storie di gelosia, la gente magra, le case basse, la vita essenziale; anche le morti erano importanti, se il morto era un ragazzo o una ragazza, era preso dai tao, diventava un tao perfetto, uno di quei tao di meraviglia… Era questa la vita di un paese!

   Ma il favolista, di casa in casa, comincia a narrare di un essere legendario, selvaggio, uno spirito silvano dei campi, dei paesi, che è un tutt’uno con alberi, foglie, boschi, un orco benevolo, uno spiritello biricchino, bizzarro, lieto e allegro anche quando dovrebbe essere triste; mangiaparole, mangiasuoni, un po’ buffone, mai sazio, mai saggio. Questo essere è il Bel Tempo. Arriva allora la Primavera. Le rane cantano la fine dell’inverno; son fuori, inoffensive, le natrici d’acqua; le mulacchione, le ragazze inesplose, rosse, continuando raffinate e lievi trame di ricamo, aspettano il loro ambasciatore (“arriva l’ambasciatore, oilì oilà, a cercare la più bella”), il loro principe azzurro. Se lo immaginano in divisa… Ed eccolo che arriva, per le più fortunate: è un musicante del Gran Concerto di Gioia, è un postino aitante che lavora al nord, è un carabiniere che tornando a casa lucida scarpe e divisa…

    È in arrivo anche la banda, i tao saltellano come impazziti sulle berrette dei musicanti che continuano a sbandare, il cielo è più basso, le stelle lucenti (tendono ad offuscarsi solo quando in paese arriva la cassarmonica e gli occhi brillano e si corre verso il centro illuminato…), i ragazzi come intontiti. Arriva l venditore di stoffa inglese, di lino, di percalla, arriva l'incantato venditore di grattate di neve, ma quello che più si corteggia, che più incuriosisce è il venditore ce in un carro a vari ripiani, a cassetti, vende di tutto, le cose più varie, le più belle…

    I tao continuano allegramente a saltellare, la mar è con gli occhi alla cima della sua lenta torre, cotto su cotto, formella su formella; il padre porta su, con la solita caparbietà, altre cime, quelle della vita d’orto: ci lavora fin dall’alba, dispone in certo modo le canne, realizza, sempre più assorto, sue geometrie, costruzioni misteriose, oscure. Il cuecolo è… ormai sciolto. Ha tenuto tre mesi, però. A squagliarlo non è stato il tepore di uno sbadiglio, né lo scotimento leggero dei seni della madre terra, è stato l’avvolgente e caldo agitatore delle ali dei tao bianchi che prima di tutti avevano captato il magico potere della palla bianca, perfetta, immensa, come una sfida babelica, l’enorme sfida (saldare nel cuecolo le spezzature di una lingua, le variegate imperfezioni terrene…) portata da cinque irrisolti mestatori d’incanti che anche stavolta avevano sospettato un cuecolo tondo, grosso, immutabile…: la mar - ispiratrice di cotte, di furore – che in inverni come questo aveva tutto previsto, tutto con cenere ideato, aspetta a casa col pan cotto, col boldone!

    Girano, vorticano, continuamente i tao in questa cultura, in queste contrade. A mezz’aria. Sono loro i regolatori di questa cultura. Sono loro che, con piroette profumate, sovrintendono agli oggetti, agli attrezzi  da lavoro, ai pianti per la figlia che si sposa, alle nenie, alle ballate, alle contra dei trovieri di paese, sono loro che regolano i discorsi, che pizzicano nel sonno, che istigano alle cose insensate, al ridere sfrenato, loro che vivono, si rotolano nella marza preparata per l’innesto, loro che hanno inventato il cane dello Scialla che fece cento chilometri per un bicchiere di vino, la Peppa Landa che compra galline cadenti, il magico lumicino della Lucerna di Iacca, il Morso che ti fa ballare, i giorni della Vecchia, le acchiature in ogni angolo…

    Sono i tao regolatori che presiedono agli oggetti, alle situazioni, i momenti di vita che troverete illustrati nel volume. Oggetti, situazioni, momenti che nella loro armonia, nella loro dimensione, nella loro completezza assoluta, vivono anche dell’inaudito che continuamente generano…: e per noi è sempre più chiaro che se le cose hanno tutte un nome, una loro ironia, loro virtù, paradossi, bufferie da tao, è con una lingua che comprenda tutte le lingue che parleremo del sogno, che scriveremo del sogno. Meglio dei sogni, visto che altri balzeranno, altri rotoleranno, piscatori, tra le righe.

 

30 aprile 1986

 

(pubblicato all’interno di La cultura contadina, catalogo di una mostra fotografica, Distretto scolastico 42, Assessorato alla Pubblica Istruzione della Regione Puglia, nel maggio 1986)

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poesia

di (14/01/2005 - 19:04)

 

Chiudi tra i tuoi seni piccoli mondi di battiti minori,

steso su un tronco di acero umido, scorgo contorni che paiono finti.

Adombrato in sconfitte smodate che conducono alla memoria,

mi squadro per terra, m’incavo nel sonno,

accumulo gocce bianche in una sacca che nel ventre s’interna.

 

rossano astremo

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prosa

di (13/01/2005 - 18:13)

tratto da La morbida macchina

di William Burroughs

Quella mattina i ratti correvano da tutte le parti – In un punto a nord di Monterrey mi misi nel commercio della cocaina – Periodo di Cadillac con le pinne – Gente – Civili – Così ci troviamo degli affari e ci arricchiamo alle spalle delle potenze guerreggianti – Loschi e legittimi la stessa scopata di colore differente e la solita storia per il tesoro – Allestiamo il loro stupidissimo albero e molliamo il grano forestiero – Un po’ di affari da Wallgreens – Così organizziamo questo 8267 tutto sommato – Una melodiosa trovata per tenere buoni i ragazzi – Avevo imparato a controllare la Legge 334 procurare un orgasmo con un’immagine qualsiasi – Radio disturbi venivano neutralizzati in quel modo lì – E i ragazzi vanno da Wallgrens – Non siamo indigeni – Fiutiamo i perdenti e gli tagliamo le palle ruminando ogni genere dio osanna e di auto-offesa come mucca con l’afta – Giovani drogati lo restituiscono al lettore bianco e un giorno o l’altro mi sveglierò come Bill ricoperto di ghiaccio e con il fuoco all’inguine – Veniamo tutti e due in piedi cercando di dire qualcosa – Vedo gli altri ghiozzi che tirano fuori la storia della tintura della madre – I cani di Henry J. Anschlinger mi si avventarono tutti addosso – Ormai avevano la polvere di parole che smuoveva gli Anni Venti, labirinto di fotografie sconce e la casa stregata per generazioni e generazioni – Ci facemmo il ragazzo ladro sentendolo giù giù fino alla fine dei piedi – Pistola spagnola si sfoderò schizzando vecchi cataloghi della montgomery Ward – Così spogliammo un giovane danese e truccammo il dollaro yankee – Pantaloni giù fino alle caviglie, un Indiano a piedi nudi stava lì ad osservare il suo amico – Altri si erano scaricati anche loro sopra una sedia rotta attraverso il mucchio degli attrezzi – Piccanti spruzzi di liquido attraverso il pavimento polveroso – L’alba e io dissi ci risiamo con il coltello – Pulsavo insieme al sole e i pantaloni caddero in mezzo alla polvere e alle foglie secche – Restituendo al lettore bianco nel tanfo delle fognature guardando la camicia aperta che sbatte e viene magari cinque volte – Fiutavamo quello che volevamo pompando gli spruzzi camicia aperta che sbatte – Ciò che una volta ero io nei miei stessi occhi come un lampo magnesio, liquido adolescente versato nello stanzino da bagno – Subito dopo ero Danny Deaver travestito da Maya – Quella notte requisimmo un ragazzo peruviano – Sarei entrato nel suo corpo – Che luogo terribile – Studio avanzatissimo – Straniero oltre a tutto – Fanno roteare i loro simboli intorno a macchine IBM con della cocaina – Divertimenti e giuochi e che altro?

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recensione

di (13/01/2005 - 18:09)

 

Lettura

Enzo Panareo, Il groviglio del vivere, Provincia di Lecce

 

di Rossano Astremo

 

Iniziativa accolta con molto entusiasmo quella promossa dalla Provincia di Lecce che ha dato vita alla pubblicazione di una raccolta di testi poetici inediti di Enzo Panareo, curata da Antonio Errico, dal titolo Il groviglio del vivere. Panareo, morto nel 1987,  è stato scrittore, pubblicista e poeta, e soprattutto bibliotecario presso la Biblioteca Provinciale “N.Bernardini” di Lecce. Scrive Giovanni Pellegrino, Presidente della Provincia di Lecce, in alcune pagine presenti nel testo dal titolo “Ritratto d’uomo, tra i libri, con sorriso”: “ Abbiamo ritenuto di dare corpo a due vecchi sogni che lo riguardano: accogliere in quella stanza dove trascorse la sua vita di lavoro un sorprendente ritratto che reca la firma di Nello Sisinni e dedicargli la sezione della nostra Biblioteca che egli amava e dove operò più efficacemente: quella degli Scrittori salentini, nota a tutti e ricercatissima da chi vuole farsi un’idea precisa delle vicende culturali e storiche dell’intera Terra d’Otranto”. Entrando nelle pagine che compongono il testo, dando un’attenta lettura alle diciannove liriche che lo strutturano, il paragone con i principali esponenti della poesia salentina del secondo Novecento è d’obbligo. D’obbligo poiché emerge un tema costante che colpisce e sconcerta, quello della morte. L’antinomia vita/morte è una costante nella concentrata ma intensa produzione poetica di Vittorio Bodini, a partire dalla Luna dei Borboni sino a Metamor, il punto più alto della poesia di Vittorio Pagano si raggiunge nel poemetto Morte per mistero, la raccolta einaudiana del magliese Salvatore Toma ha il titolo per nulla enigmatico di Canzoniere della morte, l’Inferno minore di Claudia Ruggeri è un viaggio citazionista, colto e neobarrocco in una sovrastruttura che non appartiene alla vita, e cos’è la ricerca del Declaro di Antonio Verri se non un tentativo scritturale smodato, infinito, fatta di suoni, segni e parole per sfuggire alla finitudine esistenziale? Scrive Antonio Errico nell’introduzione a Il groviglio di vivere: “C’è una morte che sovrasta ogni minuto, che si insinua dentro i giorni, li corrode, che si fa chiusa misura in cui anche il pensiero si costringe e annichilisce, “diventa di sasso, bianco/ come la pietra del rudere”. C’è una morte che è un orizzonte lungo la cui linea “si rapprende inconfondibile un’ansia di cose vere”, che spariglia le figure della realtà e dell’illusione, le scaglia verso una lontananza irraggiungibile, determinando un senso di in appartenenza irrimediabile”. Ciò che colpisce positivamente in questo breve e intenso libro è la nitidezza e l’esattezza della scrittura di Panareo, che mai termina con sfocianti banalità in versi di molta poesia nostrana, ma si mantiene sempre nel solco della tradizione di una parola innamorata, colta, raffinata, semanticamente profonda. Un breve estratto da Domani mi parrà d’aria: “Oggi mi resta ancora/ uno squittio di passere/ che a sera la campana crocifigge,/ una lastra di rosa e so/ che dov’era prima un mare/ trascolorante in gocce di solare/ intensità, dopo quest’ora,/ sarà un sentimento di cadenze oscure”. Esperimento da rifare assolutamente quello della Provincia di Lecce. Promuovere la diffusione di autori che hanno disegnato poeticamente nel migliore dei modi la nostra terra e sconosciuti ai più a causa di una scarsa diffusione editoriale deve essere scopo non secondario di ogni amministrazione. Il lavoro avrebbe maggiore funzionalità se portato a termine con l’aiuto di una casa editrice in grado di garantirne una diffusione capillare in tutto il territorio nazionale, affinché si eviti che gli autori considerati rimangano ancorati ad una conoscenza di nicchia.

 

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poesia

di (13/01/2005 - 18:07)

 

Dovremmo ammettere il fallimento della nostra indagine conoscitiva...

Sul largo piazzale della metodica tortura psico-sentimentale,

Ci eravamo lanciati pensieri insonori senza guardarci...

Schiena a schiena...

Continua ad immaginarmi nell’implosione delle tue braccia,

io sto per mostrarti la mia raccolta

di false configurazioni del reale...

Guardala da solo...

a me ricomincia a pulsare la testa in questo caldo, umido di notte...

Sono rimasta china tutto il giorno

con la mia animalità circospetta

a conoscerti nella mia porzione di ghetto...

Puoi restarci su ogni millimetro del mio corpo...

che ora assorbe camomilla...e assapora sorsate di bambina

accanto al fuoco in noiose serate d’inverno...

Su ogni millimetro del mio corpo...Restaci!

E stabilisci tu il valore

della mia raccolta di illusioni in frantumazione...

 

annalisa piccione

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riflessione

di (13/01/2005 - 11:44)

 

Forse la scrittura sincopata delle e-mail tradisce quando finisce su carta. Se ho sollevato l’annosissima e, di tanto in tanto, riaffiorante questione della scrittura pugliese che stenta ad essere sistema non è perché pensi a forme solidaristiche o ad apparentamenti. Vittorini sbaglia a bocciare il Gattopardo perché lo fa per motivi ideologici ma se l’avesse accettato per solidarietà isolana avrebbe solo mascherato il suo errore. Così non credo che Eduardo promani da Scarpetta. Credo piuttosto che il clima e l’ambiente nel quale ci si è mossi in Sicilia e in Campania (in quest’ultimo caso quasi esclusivamente a Napoli) abbiano creato quelle condizioni necessarie e sufficienti a produrre quella massa critica che genera un fare, tanto per non debordare, uno scrivere. D’Arrigo è isolatissimo sullo Stretto ma il contesto letterario nel quale, volente o nolente, in analogia o in contrasto, ha operato è intriso di scrittura. Lo stesso vale per Eduardo ma vale per Bufalino e ancor più per il “milanese” Consolo o per il “romano” Ermanno Rea o, addirittura, per il franco partenopeo Jean Noel Schifano, per non parlare della notevolissima avventura napoletana di Susan Sontag e degli altrettanto notevoli transiti siciliani di Dominique Fernandez, Giovanni Macchia e Maria Corti. Un ricordo degli anni settanta: nella piazza principale di Caltanissetta la Libreria Editrice Sciascia (nessuna parentela con lo scrittore). In quella remota libreria, in una città che più remota non si può, si respirava un clima fatto di lettura. E non c’era solo Brancati ma il primissimo Pasolini e via citando. Si aveva l’impressione di entrare in una casa privata nella quale si era accolti con cortesia e con la netta sensazione di essere lettore tra lettori. Continuo a immaginare la Libreria Sciascia come un’anticamera della scrittura. Lo stesso vale per Flaccovio a Palermo e per alcune librerie napoletane. In altre parole, luoghi della relazione tra lettori e tra lettori e scrittori. Luoghi nei quali le parole distillate potevano diventare forse anche scrittura fino a coinvolgere l’estraneo venuto da lontano. Non immagino tutto questo come un modello. Ciascuno ha la propria storia. Mi chiedo però quale sia la nostra.

Intanto registro che le cose cambiano. Affannano le librerie? Eppure ne nascono di nuove in città e in sperduti paesi. Affannano le case editrici? Eppure ne nascono di coraggiose in grado di guardare sotto casa ma anche ai Balcani e fin all’America Latina, alla Russia, all’Ukraina. Faccio il caso di Besa solo perché lo conosco meglio e conosco anche l’azzardo di chi tenta la via di riviste pensate proprio per aprire la strada a nuove scritture.

Si registra anche qualche transito come quelli di Francesca Marciano e Maura Santoro. La Puglia scrive, non importa se di sé o d’altro, a Roma, Siena, Ferrara, Bologna, a Bari, a Lecce, a Taranto. Forse c’è già un sistema senza che nessuno lo abbia ufficialmente (per fortuna) proclamato. Forse c’è più scrittura di quanto pensiamo. Avere ricordato Claudia Ruggeri non è solo un atto da tutti dovuto. Credo che quella di Claudia sia una scrittura che arriva alle estreme conseguenze senza in nulla alludere all’esito della sua vita. D’altra parte come non pensare a Claudia a proposito di “lucida ferocia”? Ovviamente nulla di malmostoso, ipocondriaco o misantropo. La lucida ferocia e le estreme conseguenze che Claudia ci lascia sono una scrittura che ha colpito al cuore una delle più importanti città della Puglia. Quella che Enzo Mansueto ha felicemente definito “barocchissima scena” mi appare la resezione che Claudia ha fatto dell’intimo di un luogo e di un mondo che non riescono a reggere il senso di morte del secolo che li ha generati. Non voglio fare di Claudia un punto di svolta. Più semplicemente credo che Lecce non sia più pensabile come prima. Lo stesso vale per Bari e il primo Carofiglio, per Taranto e il Terroni di De Cataldo. Si può scrivere per arredare i luoghi e scrivere quanto meno per spostare i mobili, per spazzare la polvere, per rendere visibile ciò che è sotto gli occhi di tutti ma non ha parole.

Prima di scaricare sugli editori responsabilità che non hanno proviamo a riflettere sulla scrittura, sui fare che mutano, anche di poco, le chiavi di lettura, o peggio, i luoghi comuni su ciò che ci circonda.

Raffaele Gorgoni   

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riflessione

di (12/01/2005 - 18:54)

 

Caro Raffaele Gorgoni,

 

trovo che sia interessante il suo discorso di "fare sistema".

Mi  aggancio  alle  sue  parole  nel  senso  di  scrivere  in  modo

"collettivo  e  diffuso",  che  in qualche modo i pugliesi non hanno ancora

prodotto in maniera sufficiente.

Non  sufficiente  da creare un immaginario pugliese nel resto del mondo. E,

più  che  della  Puglia, questa volta senza rabbrividire sarebbe il caso di

parlare  delle  diverse  Puglie: dal momento che partendo dal Bari si

arriva  prima  a  Matera  che a Lecce.

Ho  l'impressione  che il cinema sia arrivato prima della letteratura negli

ultimi anni. Pensiamo alla Stazione (anche se scritta da Umberto Marino che

è  di  Roma),  passando  per  due  film di Cristina Comencini (anche lei di

Roma) e arrivando finalmente a Piva e a Winspeare.

E  da  qui  partono  alcune  mie  annotazioni che possono essere materia di

discussione.

Fare  sistema.  Dove  si  può  tracciare  il limite tra il folklore e l'essere

contemporaneamente locali e globali?

Partiamo  da  un  testo  di  valore  (al  di    dalla  soggettività della

valutazione).  È  sufficiente  che  questo  racconto venga diffuso oltre il

limiti  regionali  per  non  essere  un  esempio  di provincialismo? Faccio

l'esempio  di  Tullio  Avoledo,  apprezzato prima di tutto da Giulio Mozzi,

veneto  come  lui,  pubblicato da Sironi e poi da Einaudi in edizione

economica:  avere una risonanza nazionale per Avoledo, scrittore veneto che

scrive  del  Veneto,  fa  di  lui  uno scrittore e basta? Se fosse stato

pubblicato   da   una   ipotetica  editrice  Serenissima  di  Vicenza,  con

distribuzione  limitata alle venezie, con recensioni solo sul Gazzettino, si

sarebbe  considerato  Avoledo degno soltanto di Anonimo Barese autore della

famosa silloge "Bari è bella"?

E,  però, mettiamo che come è successo per Lacapagira, moltissimi in Puglia

leggessero  "Bari è bella", e che ne parlassero nelle testate regionali più

di una volta, si organizzassero letture e incontri con l'autore in librerie

e case private, e questa considerazione locale interessasse per rimbalzo un

distributore  nazionale,  che  come l'omologo cinematografico de Lacapagira

mettesse  dei sottotitoli, per dire, delle foto meravigliose che rendessero

al massimo quei versi che si riferiscono all'angolo di via de Rossi con via

Putignani  ("le  due  vie  alberate di Bari", cito a memoria) e lo portasse

all'attenzione nazionale, e allora: tutto questo potrebbe sdoganare Anonimo

Barese dal provincialismo?

Potrebbe  accadere?  In  Puglia  è  applicabile?  Magari  in potenza sì.

La  Puglia  è  lunga, davvero lunga. Quando qui a Milano cerco di

spiegare  quanto  possiamo  essere diversi noi pugliesi, spiego che tra San

Severo  a  Leuca  ci  saranno  250  chilometri: utilizzando in linea d'aria

questa  distanza  nel  nord  Italia,  è  possibile  paragonare  torinesi  a

padovani?  È possibile che nella nostra regione tante realtà diverse,

ma vicine, creino un piccolo fenomeno, lo coccolino, lo facciano crescere e

poi  lo  lascino  andare  da solo ma controllandolo da lontano. Per dire, è

da qualche  anno  che  aspettiamo un seguito a Mistandivò da Livio Romano,

mettiamo  che  il libro sia pronto ed Einaudi stia temporeggiando: non sarà

il  caso  che lo pubblichi in edizione pregiata un "nostro" editore, magari

rivendendo (guadagnandoci) l'edizione tascabile sempre a Einaudi?

Fare sistema, può significare anche fare corpo e fenomeno?

Prendiamo  il mondo del teatro, che mi sta tanto a cuore, possiamo lavorare

perché  si  crei  in  Puglia una situazione, un cortocircuito autori teatri

produzioni, come Teatri Uniti a Napoli, come Amat nelle Marche, come Teatri

Possibili  in  Lombardia?

È impossibile o è solo difficile? Perché se fosse solo difficile se ne potrebbe parlare.

 

Suo,

Massimiliano Zambetta

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poesia

di (12/01/2005 - 11:27)

 

Armi in versi sbattute contro trincee di faglie e risacche,

la testa livida del destino s’inoltra in crepe schiumate,

resto a fissare questa penna che sparge inchiostro svanendo nella paranoia della mente.

Armi di dolore disegnato con matita smarginata, che violenta il segno,

le mani, catene della pelle, s’insinuano nel massacro linciato del linguaggio,

Resto seduto su una panchina verdastra, depongo il mio corpo, mi limo le unghie.

 

rossano astremo

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poesia

di (11/01/2005 - 18:14)

 

Come gesto ucronico che estirpa gli attimi,

sagoma avvolta in carta straccia, resto solo senso d’essere.

La voce umana è un miracolo, sonore striatura avvolgono lo spazio,

fessure di bocche bavose si snodano attraverso il tempo,

ma nell’ascolto della voce smorta di mio padre,

mi fingo disincarnato, schiacciando la pelle su mura slavate.

Come roba catarrosa, biliare, eruttiva, sboccio e dimentico la storia.

 

rossano astremo

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poesia

di (11/01/2005 - 11:21)

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Claudia Ruggeri

Da IL Matto

il Matto I (del buco in figura)
Beatrice

“vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa…” (Pg. XXX-64)

come se avesse un male a disperdersi
a volte torna, a tratti
ridiscende a mostra, dalla caverna risorge
dal settentrion, e scaccia
per la capienza d’ogni nome (e più distratto
ché sempre più semplice si segna ai teatri,
che tace per rima certe parole….).

Ma è soprattutto a vetta, quando buca,
dove mette la tenda e la veglia
tra noi e l’accusa, se ci rende la rosa
quando ormai tutto è diverso che fu
il naso amato l’intenzione, che era
la pazienza delle stazioni e la rivolta… e la beccaccia
sta e sta sforma il destino desta l’attacco l’ingresso disserta
la Donna che entra e fa divino ed una luce forsennata
e nuda, e la mente s’ammuta ne la cima
e la distanza è sette volte semplice e il diavolo
dell’apertura; ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa

ma cammina cammina il Matto sceglie voce
sa voce, e sempre più semplice chiama, dove l’immagine
si plachi sul tappeto, se dura, se pure trattiene
stranieri nuovi e quanto altro
s’inoltrerà nella carta fughe falaschi lussi
Ordine innanzi tutto o la necessaria Evidenza che si di
verte nella memoria al margine ambulante alla soglia
acrobata, che si consuma; ché infine
veramente il Carro
avanza, che sia sponda manca porge
il volto antico, che si commette (non la cosa
è mutata ma il suo chiarore; ma a voi che vale,
come si conclude la Figura
dove pare e non usa parole né gesti né impulsi;
come, smisurata, passa, dove l’altro richiamo
nel viluppo della palude festina; e come
per tutto si slarga e frastorna e nulla è mite

(ma voi li turereste mai li nostri fori ?)

mario desiati su claudia ruggeri qui:

http://www.nazioneindiana.com/archives/000921.html#more

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recensione

di (08/01/2005 - 11:51)

D.F. Wallace

 

Lettura

Oblio, David Foster Wallace

 

di Rossano Astremo

 

David Foster Wallace è lo scrittore totale e massimalista per eccellenza. La sua prosa è raccolta organica delle situazioni di vita più disparate, è folle viaggio nel cuore di un’America erosa, moralmente bitume da dare in pasto a vacche sgozzate. David Foster Wallace è talento spropositato, è il superamento dei limiti imposti alle logiche contemporanee di produzione di intrecci, è finzione narrativa moltiplicata all’ennesima potenza e sparata nelle vene a centottanta all’ora. La conferma del suo talento smarginato viene dal suo ultimo testo, Oblio, otto superbi romanzi brevi, un libro, cito la quarta di copertina, che ci mette davanti agli occhi il corpo martoriato, eppure incredibilmente normale, della nostra società. Scrive il The New York Times: “Wallace è uno dei grandi talenti della sua generazione: uno scrittore capace di qualsiasi virtuosismo”. O, ancora, il San Francisco Chronicle: “David Foster Wallace non è mai compiaciuto delle proprie capacità letterarie… Alza la posta continuamente e quando la spunta il risulutato è una prosa sorprendente e visionaria”. I titoli degli otto racconti, Mister Squishy, L’anima non è una fucina, Incarnazioni di bambini bruciati, Un altro pioniere, Caro vecchio neon, La filosofia e lo specchio della natura, Oblio, Il canale del dolore. Cito l’incipit di uno degli otto racconti. La filosofia e lo specchio della natura comincia così: “Poi proprio quando venivo messo in libertà alla fine del 1996 mia madre vinse una piccola causa per un prodotto difettoso e si affrettò a usare il denaro del risarcimento per un intervento di chirurgia plastica alle zampe di gallina che aveva intorno agli occhi. Solo che il chirurgo plastico combinò un pasticcio e la muscolatura del viso assunse un’espressione che la faceva sembrare sempre follemente spaventata. Saprete senz’altro che aria può avere il viso di un individuo nella frazione di secondo che precede l’urlo. Adesso mia madre era così”. Mister Squishy ha come tema centrale una merendina, e Wallace riesce a parlarne per 80 pagine filate e ben fitte, L’anima non è una fucina racconta la storia di una classe presa in ostaggio da un folle maestro, il quale sulla lavagna incideva con il gesso la sua volontà di ammazzare tutti i suoi alunni, Il canale del dolore si sofferma sulle capacità artistica di un uomo, il quale ha la fortuna di produrre merda che assume le forme di opere d’arte. Da qui l’interessamento massiccio e smodato dei mass media. Storie grottesche, surreali, raccapriccianti, tanto più stomachevoli perché ritratto fedele della nostra società alla deriva (e non mi sembra di esagerare).

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