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Archivio Ottobre 2004

incipit del mio frenesia delle natiche

di (29/10/2004 - 18:00)

il mio primo romanzo, che da un po' gira per alcune case editrice, oggi ha avuto un'offerta di pubblicazione da una media casa editrice. al di là della proposta contrattuale discutibile mi è stato detto se fosse possibile intervenire sull'incipit. io ve lo propongo e fatemi sapere secondo voi se è troppo crudo. è l'inizio di frenesia delle natiche, il mio primo romanzo compiuto.

foto di un esperimento di scrittura medianica, realizzato in trance lucida, da due soli soggetti, facendo scorrere una tavoletta e sfera

 

 

ULTIME PAROLE DEL DATTILOSCRITTO DI EDOARDO VITTORE ‘FRENESIA DELLE NATICHE’

 

Il sipario sta calando su questa commedia dalle tragiche tinte sbiadite. Ho ingurgitato veleno per topi in grande quantità, raddolcito da buon vino primitivo. Ora sono su di giri, non riesco a fermare i miei piedi che scalpitano, non riesco a rilassare il mio corpo che si spappola, e continuo a pensare a te e il tuo ricorda mi irrita, il tuo ricordo mi eccita, mi satura con ossessione, mi satura nell’eccesso della perversione.

Vorrei averti sotto di me, vorrei strappare i tuoi striminziti abiti da puttana e succhiare il liquido che esce dalle tue cosce, aprire le tue gambe lucide e nere e infilarti la mia lingua non più limpida e leccarti le labbra della fica con dolcezza, entrare con i denti nella tua fessura bavosa e morderti, morderti con violenza, per poi rallentare il ritmo e nuovamente accelerare e farti uscire tiepido sangue carnale da bere, bere per poi vomitare, sul tuo corpo vomitare, sino a star male, a godere del mio star male, a godere delle tue lacerazioni vaginali, a godere della tua sofferenza meritata, giusta e sacrosanta.

Sì, questo veleno per topi sta svolgendo al meglio il suo lavoro, ho lo stomaco che si sbriciola, ho gli occhi che mi pungono, mi agitano, si ustionano e il pensiero di te continua a scrostarmi.

Vorrei infilarti il mio pene bollente tra le tue cosce da grande troia di periferia, scoparti da sopra, da sotto, da dietro e incularti per farti soffrire, per farti sanguinare, anche dal culo sanguinare, e no, non avrò pietà delle tue lacrime stridule, non avrò pietà del tuo culo minimo, non avrò pietà dello strisciare gastrico dei tuoi luridi capelli sul mio pavimento, perché te lo farò leccare, con la lingua leccare, senza esitazione leccare e pulire, mentre continuerò a incularti con foia, a incularti con cattiveria, per tutto il male che mi hai fatto con cattiveria, per tutti i brividi che mi hai donato con cattiveria e non avrò pietà perché tu a me non hai fatto sconti. La frenesia delle natiche, che mi martella il cervello, troverà soluzione tra le pareti limpide del tuo culo immacolato. Il sipario sta calando su questa commedia dalle tragiche tinte sbiadite. Perdo lentamente le forze, il peso del mio busto diviene insopportabile, intollerante, devo sedermi per non svenire, devo sedermi per non sentirmi più morire, devo poggiare la mia testa su questo cuscino di piume d’oca, su questo materasso soffice che mi ospita, lo stesso materasso sul quale vorrei violentarti, vorrei fotterti sino ad arrossare la punta del mio pezzo di carne rovente, sino a fare sanguinare le pareti sottili del mio pezzo di carne, scaduto, spossato, nel delirio smembrato.

Vorrei strappare i tuoi lunghi capelli neri e infilarti il mio pene in bocca, in tutta la sua durezza in bocca e slabbrarne ogni angolo perfetto e pompare in su e giù, sentendo il digrignare caustico dei tuoi denti indifesi, in su e giù per farti assaporare il pulsare dello sperma che arriva, per farti assaporare la gioia corrotta dello sperma che esplode, nella tua bocca esplode, nella tua bocca gioisce, e ora inghiotti, inghiotti, puttana, inghiotti nella sofferenza, inghiotti tutta la mia sofferenza, inghiotti senza parlare perché ora il tuo compito è solo quello di ingoiare.

Il veleno per topi è andato ad intaccare ogni centimetro infetto del mio corpo di squame e ora non ho più controllo di me, non ho più peso di me, sono steso su questo letto e non potrò più rialzarmi, sono steso su questo letto sorseggiando le ultime gocce di primitivo, battendo queste mie ultime parole, arrampicandomi sugli ultimi aliti di vita, sugli ultimi respiri che nell’affanno svaniscono, trasparenti mi uccidono, nell’assenza mi scagliano, nel vuoto mi crocifiggono.

 

 

21 Luglio 1993

 

Edoardo Vittore

 

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dodaro_su www.musicaos.it

di (27/10/2004 - 17:50)

Rossano Astremo

Dodaro

La parola: L’atto rivoluzionario. Noi, parolieri, siamo gli autentici rivoluzionari. Noi, e solo noi, siamo la rivoluzione.
(Francesco Saverio Dodaro)

“Sei tu Rossano Astremo?”, queste parole risuonarono stridenti tra la folla dispersa in Piazza Sant’Oronzo, mentre un docente universitario teneva una disquisizione infinita sul limite del linguaggio utilizzato dai politici nostrani.
“Sì”, risposi mentre sorseggiavo brandelli di grappa offerta da uno degli stand ospitati all’interno della Festa dell’Unità.
“Ho sentito parlare molto di te”.
“Mi fa piacere”, la mia timidezza cominciò a risalire dalla bocca dello stomaco per insinuarsi tra i denti, vogliosa di eruttare, impedendomi in questo modo di spiaccicare parola. Chi era quell’uomo dallo strano accento barese che aveva sentito parlare molto di me? Si infilo grandi occhiali dalla montatura nera e con una semplice frase dissolse ogni mio velato dubbio.
“Sono Dodaro”.
“Onorato di conoscerti”, gli dissi.
“Porco cazzo, Francesco Saverio Dodaro, mi inchino al tuo cospetto. Hai rivoluzionato l’arte e la letteratura in questo sud del sud rupestre, isolato, legato ad asfittiche tradizioni castranti. Hai preso la pizzica infilandola nel buco del culo del dimenticatoio”, questo avrei voluto dirgli, ma la mia timidezza, ripeto, me lo impedì.
Dopo aver indossato i suoi grossi occhiali, cominciò a ispezionarmi come si fa con oggetti dalla strana forma e dall’odore ruvido ai quali è impossibile dare un nome.
“Ho letto tuoi articoli sul “Quotidiano”, poi oggi su un settimanale ho visto la tua foto. Stai pubblicando un romanzo a puntate…bene…bene…”, parole che uscivano lente, come se prima della loro emissione sonora passassero in una scatola in grado di ispezionarle, eliminando le ridondanze e il superfluo, lasciando solamente l’essenziale.
“Mi fa piacere”, erano le uniche parole del cazzo che riuscivo a dire. Mi ci voleva un’altra grappa, o forse due, o forse tre, per eliminare l’inibizione e lasciarmi andare in un logorroico profluvio di concetti ampollosi, pletorici, barocchi. A differenza del minimalismo verbale dell’uomo che avevo davanti a me, io alternavo il silenzio mistico ad una eccessività tantrica.
“Ma tu ti senti poeta o narratore?”, questa domanda era lecita, ma io non sapevo cosa rispondere, non mi ero mai posto questo quesito, io mi sentivo scrittore, cioè nel senso che amavo avere una tastiera e pigiarla a più non posso generando immagini surreali, vibrazioni carnali, deviazioni sociali, erezioni mentali, ma in quella domanda c’era più di una semplice volontà di categorizzarmi in un genere, il suo era un tentativo di entrare nel mio corpo per ispezionare la mia anima, perché , poi, l’anima è quella cosa che abbiamo dentro lo stomaco, quella patina gelatinosa che avvolge le nostre budella e che ci protegge dalle ulcere perforanti, l’anima, sì, è qualcosa di organico, e Dodaro non era un individuo che rivolgeva agli individui da poco conosciuti domande riguardanti le condizioni meteorologiche o il gioco spettacolare del Lecce di Zeman, Dodaro puntava dritto all’essenziale, fissandoti negli occhi e cercando di ispezionare quello che avevi dentro.
“Poeta”, gli risposi, dopo secondi di silenzio, interrotti dai vocalizzi smaniosi del docente universitario alle nostre spalle.
“Sì, mi sento un poeta”, continuai, dando alle mie parole una cadenza più ritmata tali da farle sembrare più vive.
“Bene…bene…”, uscì dal suo portafoglio un biglietto da visita, me lo diede.
“Vienimi a trovare a casa. Così parliamo un po’. Dopo le nove di sera mi trovi con certezza”
“Grazie mille, verrò certamente”, presi il suo biglietto da visita, completando quel passaggio da anima ad anima, conclusosi con il breve viaggio di un rettangolo di carta spessa dal suo al mio portafoglio. Le mani si strinsero. Lui si voltò e si allontanò tra la folla, con la schiena curvata per le tante letture accumulate negli anni.
Avevo conosciuto Dodaro. Era comparso dal nulla. Ero in uno stand di libri a parlare dell’ultimo romanzo di Carofiglio con il libraio e poi d’un tratto si è inserita questa voce concava che, dopo essermi voltato, ha assunto sembianze umane. Ci saremmo rivisti. Sarei andato certamente a trovarlo a casa. Avrei portato una bottiglia di buon vino rosso. Questo pensavo.
Dodaro, lo stesso che nell’estate del 1954 , a Lecce, bruciava in un falò purificatore le sue tele astratte, informali, surreali, per passare al versante dell’analisi e della letteratura. Durante quel rito sacrificale, ma catartico, era in compagnia del grande ma ancora oggi incompreso Edoardo De Candia, che bruciava le sue tele giovanili, non degne certamente delle pennellate del De Candia maturo.
Dodaro, lo stesso che nel 1976 ha fondato il gruppo sperimentale “Arte Genetica”.
Dodaro, lo stesso che ha dato vita, assieme al merlo eretico della letteratura postmoderna pugliese e non solo, Antonio Verri, a collane di letteratura fuori dalla norma, fuori controllo, fuori da tutto, terribilmente affascinanti.
Ed ecco “Spagine”, ed ecco “Compact Type”, ed ecco “Diapoesitive”, ed ecco “Mail Fiction”, collane di letteratura sperimentale che distruggono il concetto di libro, lo inceneriscono, lo attualizzano frantumandolo, ma tornerò a parlarne, magari con lo stesso Dodaro, che ora l’immagino in casa nascosto tra una montagna di fogli, di libri, di quadri, ad interrogare la sua anima, a parlare con i suoi demoni.

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new thing, la notte dei blogger, musicaos

di (27/10/2004 - 11:08)

un pò di novità editoriali, in primis l'uscita del romanzo solista di wu ming 1, new thing, e per averne un assaggio andate a leggere la (non) recensione di giuseppe genna su www.miserabili.com. poi segnalo l'uscita dell'antologia la notte dei blogger, curata da Loredana Lipperini, con l'amica princess proserpina tra gli autori (http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880617199&ed=87), infine il  numero di ottobre della rivista elettronica musicaos (www.musicaos.it), curata dal sempre folle luciano pagano.

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ruggeri

di (25/10/2004 - 18:06)

Vita Nuova

Per non dimenticare

Claudia Ruggeri, sposa barocca del suo inferno minore

 

di Rossano Astremo

 

Otto anni sono passati dal “folle volo” che ha portato via per sempre una delle voci più originali della poesia salentina del Novecento. Claudia Ruggeri, morta suicida all’età di 29 anni, lanciandosi nel vuoto dal balcone della sua casa leccese, è autrice di un unico poemetto edito, Inferno minore, pubblicato per intero sul numero 39-40 del dicembre 1996 del giornale di poesia “L’Incantiere”, diretto da Walter Vergallo, di un  poema inedito )e pagine del travaso e di altre poesie mai pubblicate. A distanza di molti anni, l’interessamento alla poesia della Ruggeri   da parte di alcuni critici che operano a Roma, Mario Desiati, redattore di Nuovi Argomenti,  Andrea Cortellessa e Mauro Martini, collaboratori di Alias, allegato culturale del Manifesto, è una nota che lascia uno spiraglio per una sua necessaria rivalutazione critica. Non si può negare un certo rammarico per il disinteresse della critica accademica nostrana, la quale non è ancora andata oltre gli studi relativi a Vittorio Bodini, che è morto nel 1970, ma negli ultimi trent’anni di buona scrittura sotto le nostre spesse lenti ne è passata (Salvatore Toma, Antonio Verri e la stessa Ruggeri, appunto). Una laconica giustificazione può attribuirsi alla complessità della poesia di Claudia Ruggeri. Ha scritto Desiati, in un sua riflessione critica sulla poetessa leccese: “Claudia Ruggeri scriveva divinamente. La sua poesia ricca di arrovellamenti lessicali, di figure estreme (il matto in primis), è una piccola epifania postmoderna, dove echeggia una semantica inconsueta che mischia parole di origine trobadorica, iperletteraria, dialettale, straniera, aulica, ma anche quotidiana. Claudia Ruggeri ha inventato una sorta di nuovo barocco, ma senza la sua decadenza.” Eccone, allora, un breve assaggio, tratto dall’Inferno minore, poemetto dedicato a Franco Fortini, poeta stimato dalla Ruggeri, ma lontano anni luce dalla poesia neobarocca della stessa: “cavami  da le piume gli insulti lo sfrenìo / la velocità indifferenziata che era danza / o salto, che ormai non muove semplicemente / mi rende probabile; la memoria finta da usare / come un nome, questa memoria insomma divina / indifferente di un calcio e di ossa, di un debole / dèmone mosso a pena a cerchio (leggero leggero / lo spirito ragazzino, e ciò sottile sottile / indistinto, destinato): Dedico a Te questa morte / padula – ché sei l’Arteficiere - ; impiegane / la festa, se pure alza l’Avverso, lo cattura”. Questo è il lamento dell’Uccello colpito, uno dei lamenti che strutturano l’Inferno minore, un poetare tutto sciolto dagli schemi il suo, opera folgorante nella sua novità, che richiede una particolare attenzione da parte del lettore, ma che ammalia, s’inarca, t’imprigiona nella sua spirale di sensi “forti”, folgoranti anche nelle sue proiezioni profetiche: “Del Traghettatore: e volli / il “folle volo” cieca sicura tutta / Volli la fine delle streghe volli // Il chiarore di chi ha gettato gli arnesi / Di memoria di chi sfilò il suo manto / poggiò per sempre il Libro…” Questo testo è tratto dalla plaquette poetica SalentoPoesia ’95. Per chi volesse leggere l’Inferno minore, è disponibile una copia dell’Incantiere che tutto lo contiene nell’emeroteca dell’ateneo leccese. Un primo approccio con la sua poesia, sicuro che in un prossimo futuro sentiremo degnamente parlare della scrittura accecante di Claudia Ruggeri.

 

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tabula rasa numero tre

di (23/10/2004 - 11:57)

TABULA RASA A GALATINA, giovedì 28 ottobre, a partire dalle ore 20

 

Il terzo numero di Tabula Rasa, rivista di letteratura contemporanea, edita dalla Besa editrice verrà presentata giovedì 28 ottobre, presso il Palazzo della Cultura di Piazza Alighieri a Galatina, all’interno della manifestazioni “Giovani e…”, organizzata dal Progetto Giovani di Galatina e dalla Cooperativa Coolclub. Il terzo numero della rivista è ricco di novità degne di interesse. La redazione, nella ricerca di racconti inediti, ha cercato di privilegiare storie accattivanti e brillanti, unendo la presenza di giovani autori, in cerca di spazi attraverso i quali potersi esprimere, a quella di scrittori di maggiore esperienza. Tra i primi è da segnalare Gianluca Gigliozzi, del quale sentiremo sicuramente parlare in futuro, con il suo Brigantaggio in Castiglia, capitolo del romanzo inedito Neuropa, nel quale spicca con energia la sua prosa tagliente e ipermanierista. Altra presenza inquieta è quella di Maria Barone, con il suo Estate, racconto che scorre veloce, con il suo carico di tensione e adrenalina. Di pregevole fattura sono i racconti del giovane Giancarlo Liviano D’Arcangelo, autore del poetico Piove a dirotto in corsia, di Riccardo Angiolani, che nel suo Unobarraquattro mette a nudo l’estrema durezza della routine lavorativa e di Ario Ramazzini, autore di A naso.

Tra gli scrittori che hanno alle spalle pubblicazioni di rilievo, segnaliamo Livio Romano, autore di Mistandivò (Einaudi) e Porto di Mare (Sironi), presente all’interno della rivista con l’ironico e scorrevole Il giovane scrittore errante, e Umberto Casadei, autore del Suicidio di Angel B. (Sironi), che ha donato a Tabula Rasa l’enigmatico Prima Neve. La sezione di poesia ha come tema il rapporto che lega il teatro alla pratica poetica. L’apertura è dedicata a Franco Loi, con un brano tratto da Sogn d’Attur (Einaudi, 1978), e prosegue con la presenza di inediti di Mariangela Gualtieri, autrice dei testi di tutti gli spettacoli del Teatro della Valdoca, e di altri autori del teatro la loro stessa ragione di vita, Alessandro Berti, Massimiliano Martines, i 141 feles e Giuseppe Smeraro.

A completare la rivista un profilo dedicato al collettivo bolognese Wu Ming, realtà tra le più calde dell’attuale panorama letterario nostrano, un’intervista a Mario Desiati, autore di Neppure quando è notte (peQuod), uno dei migliori libri del 2003, e una riflessione di Stefano Donno sulla letteratura contemporanea salentina.

Il terzo numero di Tabula Rasa è stato curato da Mauro Marino e Rossano Astremo.

 

per informazioni

tel.

0832304522

3475206565

 

sito internet

www.besaeditrice.it

 

blog

leparoledidentro.splinder.com

vertigine.clarence.com

 

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copertina del terzo numero di tabula rasa

di (22/10/2004 - 17:39)

ecco la copertina del terzo numero di tabula rasa, con un'illustrazione di gianluca costantini, se riuscite ad avvistarla nelle librerie comunicatelo a questo blog, perché vorrà dire che l'editore l'avrà messa in distribuzione.

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cazzi miei

di (22/10/2004 - 11:22)

allora, vi racconto un po' di cazzi miei, oltre al mio lavoro, scrivere articoli per un quotidiano e un settimanale (le mie giornate non sono scandie dalle classice 24 ore ma dalle canoniche 1800 battute), sono impegnato con un po' di segherie letterarie. è uscito tabula rasa numero tre, rivista che cura assieme a mauro marino, edita da besa, ci sono problemi di comunicazione con l'editore, di distribuzione della rivista, tanto da fare rimpiangere la cara autoproduzione, dove ogni cosa passa tra le tue mani e così sia. per il romanzo frenesia delle natiche, ci sono buoni contatti con palomar, ma non con la collana curata da trecca che ha letto e apprezzato il testo, ma lo ha ritenuto non idoneo per la collana, ma con un'altra collana, sempre se l'intero testo passi la prova comitato di lettura. a fabio valentini è piaciuto. poi si comincia a lavorare al quinto numero di vertigine, periodico di follie letterarie, un numero dedicato al rapporto poesia/musica, anzi se qualcuno vuol recensire un cd poetico musicale o mandare file audio da inserire nel cd che stiamo preparando ben venga.

ma nel prossimo post sarò più ricco di dettagli!!!

rossano

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romanzo sul settimanale città magazine, quarta parte

di (21/10/2004 - 18:43)

La città dalle mura che bruciano

 

di Rossano Astremo

 

Una volta entrati nel locale, la situazione non differiva di molto rispetto a quella vista all’esterno, era tutto solo più sfocato, meno nitido, a causa del peso imponente di una coltre nebbiosa formata da nicotina, marijuana, hascisc. L’ossigeno aveva smesso di circolare in quello spazio da un bel po’, la gente si muoveva lentamente, ruotava su se stesso, ancheggiava stancamente a ritmo di musica, sullo sfondo un dj suonava un pezzo dei Sonic Youth, mentre alle sue spalle veniva proiettato un video di un concerto anni ’70, con hippy nudi e cosparsi di fiori abbracciati nell’ascolto di Hendrix.

Una volta dentro, ci perdemmo di vista, era difficile rimanere uniti in quell’atmosfera cupa, conturbante, indefinita. Entrammo in una sorta di labirinto spettrale, alcolico e fumoso, all’interno del quale tutta la giovane fauna universitaria leccese era unita in una sorta di fusione mistica. Improvvisamente delle luci poste nella parte alta del locale si accesero, il tutto prese una sua più lucida definizione, i margini di figure annerite dal buio si tratteggiarono con maggiore precisione, vidi lontani da me Ciro e Livio che spauriti giravano su loro stessi, come lancette di orologi scagliati in un magma repellente ed estraneo, Paolo e Maria si tenevano per mano e fissavano le immagini mandate dal proiettore, tutti nel centro del locale saltavano con lentezza, creando un’onda di forte impatto visivo, che cresceva nella sua modulazione all’aumentare dei decibel della musica, la forza delle distorsioni delle chitarre dei Sonic Youth divenne incontenibile, tutti i corpi abbandonarono la precedente compostezza per sfibrarsi in inconsulti movimenti, come se gli arti superiori ed inferiori si stessero dilaniando per qualche trazione esterna di impatto incontenibile.

Il locale era al limite dell’esplosione, io, schiacciato in un angolo poco luminoso, osservavo con attenzione lo scandirsi di quelle immagini, come una ottomillimetri nel pieno del suo lavoro di registrazione, captavo ogni singolo fotogramma, assaporando le note di uno dei gruppi musicali che veneravo, immaginandomi il possibile arrivo di qualche poliziotto inviperito che non avrebbe avuto molti problemi a prendere tutti, compreso gestore del pub, e portarci in questura per studiarci come fenomeno paranormale in preda a delirium tremens o a bipolarismo psichico.

Poi la svolta della serata, l’imprevisto che si insinua nel tuo cervello resettando tutte le informazioni immagazzinate in precedenza. Quando il dj fece sfumare Death Valley 69 dei Sonic Youth per far suonare There is a light that never goes out degli Smiths, i miei occhi si soffermarono su una ragazza, che si trovava dalla parte opposta rispetto la mia, seduta per terra, con le ginocchia piegate verso il volto e tenute assieme dalle mani.

Era tutta raggomitolata su se stessa, come se avesse paura a mostrarsi, a tirarsi su per lasciare intravedere il suo corpo, ma a me bastò incrociare il suo sguardo, in un attimo di piena luminosità del locale, per comprendere che quella depressione che ardeva nel mio stomaco da frazioni di tempo immisurabili aveva una sua spiegazione. Sì, devo ammettere che quell’attimo di intarsiatura perfetta tra i miei e i suoi occhi fu per il sottoscritto una manna dal cielo, la risoluzione di mille interrogativi sul senso dell’esistenza e di quegli anni passati a vegetare fissando il bianco soffitto della mia camera.

La risposta ai miei dubbi, allo sfrigolio costante di pensieri ossessivi, negativi e grigi nella mia mente, era scritta negli occhi di quella ragazza sconosciuta avvolta in abiti neri, in una serata d’ottobre che segnava l’inizio della mia vita universitaria. Avrei fatto carte false pur di conoscerla, di scambiare quattro parole con lei, ma la mia timidezza era un giogo castrante che da sempre mi aveva messo bastoni tra le ruote. Si abbassarono le luci, la voce di Morrissey, cantante degli Smiths, continuava ad infondere parole d’amore nello spazio asfittico chiuso da quattro mura tracollanti, vidi un’ombra sollevarsi e muoversi in quell’atmosfera fatta di atomi impiccati. Le luci tornarono ad illuminare  il tutto. La ragazza dagli occhi che mi donavano brividi era andata via. E se fosse stato solo un mio sogno delirante?

(4/continua)

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augieri, docente-poeta

di (20/10/2004 - 11:14)

 “Dissimiglianze, un ritorno” di Carlo Alberto Augieri

 

di Rossano Astremo

 

Nel nuovo libro di versi, Dissimiglianze, un ritorno, edito da Manni,  Carlo Alberto Augieri conferma la sua vena di poeta sperimentale, attento alle sintonie e distonie della parole, “quelle aurorali da cui mi sono nate schegge di coscienza vociale (la preferisco a sociale)”, precisa l’autore nella prefazione dialogica scritta assieme ad Augusto Ponzio.

Il percorso poetico di Augieri, docente di Teoria della Letteratura presso l’Università di Lecce, comincia nel 1978, con la pubblicazione di Skarnificazione, edito da Lacaita Editore. Già a partire da quel primo libro si comprende appieno la tessitura poetica di Augieri, sempre attento alla struttura sonora dei versi e alla disposizione grafica degli stessi (gli echi dello sperimentalismo del Gruppo 63 non riverberano invano per lo scrittore). Lo sperimentalismo politico del primo testo, diviene sociale nel secondo, folstizio. etnoscrittura come ricerca dell’altro, pubblicato dal Pensionante dei Saraceni di Antonio Verri, per poi trasformarsi in contenitore delle sue ossessioni individuali, basti pensare a Segni sui disegni del caso o al toccante lirismo di alcuni testi di Storiofonie. Dissimiglianze, un ritorno si muove sulla scia lasciata da Storiofonie, quella della ricerca spasmodica di ciò che l’autore definisce “fonìe”: “Nella fono-logica della ‘sonanza’ non ci sono versi, tutta va verso il richiamo sonoro; non ci sono rime, tutte le parole ‘grammaticano’ nell’equivalenza fonica, si connettono per parallelismo fonico, si assomigliano per eco”. In Dissimiglianze, un ritorno, ed è questo l’elemento che caratterizza il libro, il poeta attua una sorta di dialogo continuo con alcuni testi dei più grandi poeti della storia mondiale della letteratura, la sua è una sorta di lettura-riscrittura, dalla lettura nasce il ‘ritorno’, dalla scrittura nasce il naturale processo di ‘dissimiglianza’ rispetto al testo di partenza. Il testo si suddivide in cinque parti, Ritorno nel natìo, nella quale i versi di Augieri scaturiscono dalla riflessione poetica su Ritorno a casa di Holderlin, Sgomentando per l’azzurro…ancora l’azzuro, dove il dialogo avviene con il Mallarmé di L’azur, Accattone d’infinito randagio, l’incontro in questa terza parte avviene con il Leopardi dell’Infinito. Nella quarta parte, Nello stupore del non saper dire, i versi di Augieri dialogano con l’ultimo Canto del Paradiso di Dante, per poi concludere con Non so che, mi trovo per caso, nella quale le citazioni sulle quali lo scrittore si sofferma poeticamente sono quelle di Glosa a lo divino di Juan de la Cruz. Costruzione complessa quella del testo di Augieri, cerebrale, che non può prescindere dalla forza intellettuale dell’autore, postmoderna nel suo ricorso a citazioni, a giochi intertestuali, nel suo non abolire ‘modernisticamente’ il passato, ma farlo rivivere, attualizzarlo poeticamente: “colle caro con/ farfalle volano/ caotica perturb/ azione la più/ lieve/ caro e randagio/ il volo impreve/ dicibile/ una siepe di probabilità e necessità di onde/ corte/ e lunghe pause di voci”. La presenza di richiami all’Infinito di Leopardi è evidente, ma il tutto è reso dissimile, personalizzato dalla voce dell’autore. Un testo a tratti complesso, ma necessario per chi vuole accostarsi ad una delle voci poetiche più atipiche ed interessanti presenti nel nostro territorio.

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terza parte di la città dalle mura che bruciano

di (18/10/2004 - 10:28)

 

La città dalle mura che bruciano

 

di Rossano Astremo

 

Ci soffermammo con stupore su quella marea indistinta di individui che, accovacciati per terra o ritti ed immobili con il loro bicchiere tra le mani, popolavano i marciapiedi posti di fronte al locale. Senza esagerare, più di cento persone stagliate in una sorta di immagine da rivista specializzata in Scienze Sociali volta alla conoscenza della fauna giovanile contemporanea. Dovendo razionalizzare e categorizzare il tutto, potevamo distinguere, in quel marasma di studenti universitari alternative style,1) i punkettoni, reduci del 1977, con i Sex Pistols e i Clash come icone indissolubili, vestiti con jeans sdruciti e aperti, tali da far trasparire parti del corpo senza lasciare molte aspettative all’immaginazione, con capelli crestati e proiettati verso il cielo, e, nell’eccesso, dipinti di rosso, o viola, o verde, o, my god!, argentati; 2) i metallari, con jeans neri attillati, sotto i quali si srotolavano anfibi militari con lacci ‘modificati’, con t-shirt sulle quali con evidenza erano leggibili nomi di gruppi storici del ‘metallo pesante’, Iron Maiden, Motorhead, Metallica, la cui ciliegina sulla torta era rappresentata dal chiodo, nero, in pelle, puzzolente al punto giusto, necessario e indiscutibile, sul quale si versavano lunghi capelli filamentosi e oleosi; 3) i darkettoni, uomini e donne, aventi come unico valore esistenziale la musica e le parole dei Cure, vestiti con pantaloni attillati, dal tessuto simil-calzamaglie, camicioni ampi, dai colori spettrali, neri, grigi, o, come concessione massima ed estrema viola, capelli lunghi, asimmetrici, sparati verso l’alto grazie ad una cotonatura che non era per nulla improvvisata, ma generata da una laccatura ad hoc, studiata, voluta, agognata; 4) i figli illegittimi di Kurt Cobain, leader dei Nirvana e del grunge movement, con gli occhi ancora trafitti da lacrime ispide e pungenti per il suicidio del loro idolo, biondini, slavati, jeans chiari, larghi, strappati, camicie di flanella a quadri, dei colori più inusitati, purché di flanella e a quadri, una sorta di degenerazione dei metallari, più depressi, meno incazzati, meno epici, più distruttivi, che ascoltavano non solo Nirvana, ma anche Pearl Jam, Soundgarden e, i più colti ed evoluti (una piccola specie in via d’estinzione), Sonic Youth; 5) i figli di papà, quelli che non si sentivano per nulla a loro agio, i quali, nella disfida epocale Beatles vs Rolling Stones, avevano optato per i primi, e ne pagavano le conseguenze, con la collezione di tutti i vinili della band del fu John Lennon ereditata dal papà sessantottino, con i capelli geometricamente formalizzati a mo’ di caschetto, con pantalone nero che scendeva giù a sigaretta, camicia bianca, cravatta nera e giacca d’ordinanza, per la serie i ‘60 son passati per tutti, ma per noi no; 6) gli appena nati, quasi tutti matricole, usciti dal liceo con le idee chiare, gli estimatori del crossover, quel genere ibrido, che mescola metal, reggae, hip hop, rap, il tutto che sa tanto di postmoderno nullificato, amanti dei Korn e Limp Bizkit, con capelli tipo Bob Marley senza ascoltare Bob Marley, pantaloni larghi, col cavallo proiettato verso il pavimento e mutandoni ben in vista, una specie che era in fieri, nella sua biologica costituzione e riproduzione. Individui che, come un quadro di Pellizza da Volpedo, erano socialmente identificabili, suddivisi in gruppetti, coesistenti e indifferenti l’un l’altro, lontani anni luce nello stile, ma nella sostanza accomunati da una voglia degenerativa comune: bottiglie di alcol tra le mani, dal vino al whisky, sino ad arrivare a cocktail dalla mescolanza indicibile, rhum e cola, gin e lemon, e, in momenti in cui le lire si potevano contare sul palmo delle mani, non si faceva molto caso alla qualità, purché fosse inebriante. E poi, a corollario del tutto, spinelli a iosa. Era questa la realtà. Questo vuol essere un romanzo sociale, tipo quelli teorizzati dal francese Zola  a fine ‘800. Fatte queste premesse, cari lettori, non si può prescindere dall’abbondanza di erba presente a Lecce alla fine degli anni ’90. E la testimonianza viene da Leo Monsanto, il sottoscritto, il narratore di questa storia, non un accanito fumatore, ma uno che era allergico al fumo di ogni tipo, lo sfigato, dal tabacco alla marijuana, all’hashish, uno che nei locali chiusi, dopo cinque minuti, perdeva i sensi, caracollava su se stesso implorando pietà, quindi il più idoneo a scrutare con oggettività il mondo folcloristico delle droghe leggere. Ripeto, Lecce, alla fine degli anni ’90, era un serbatoio infinito per i giovani ed innocenti sballoni, i quali venivano anche da ben oltre la provincia. Poi, retata dopo retata, hanno preso tutti. Questo a cavallo del nuovo millennio. Ma ne nascerebbe un nuovo romanzo. Ritornando al principio di tutto, questa era la situazione fuori dal locale, ma al suo interno il tutto nell’esaltazione si complicava.

(3/continua)

 

 

 

 

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tabula rasa al fondo verri, venerdì 15 ottobre

di (13/10/2004 - 18:09)

Venerdì 15 ottobre, a partire dalle ore 21,00, presso il Fondo Verri di
Lecce, in via Santa Maria del Paradiso 8, verrà presentato il terzo numero
di Tabula Rasa, rivista di letteratura contemporanea edita dalla Besa
Editrice. In questo numero ampio spazio dedicato alla narrativa, con gli
esordi di Maria Barone, Giancarlo Liviano, Ario Ramazzini, e i racconti di
Riccardo Angiolani, Gianluca Gigliozzi, Livio Romano e Umberto Casadei.
Nella sezione Dialoghi sono presenti un’intervista a Mario Desiati, una
riflessione sul collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming ed un articolo di
Stefano Donno che fa il punto sulla situazione letteraria salentina. La
sezione Poesia e Teatro vede la presenza di importanti attori che fanno
della poesia il loro strumento privilegiato d’espressione, Mariangela
Gualtieri, Massimiliano Martines, Alessandro Berti, Giuseppe Semeraro.
Questo numero è stato curato da Mauro Marino e Rossano Astremo.


Nel corso della serata ci saranno lettura tratte dal testo, accompagnate dai
suoni elettronici di Giorgio Viva e Riccardo Argenti. Interverranno Mauro
Marino, Rossano Astremo, Luciano Pagano, Giuseppe Semeraro.

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toma ritorna

di (12/10/2004 - 18:16)

  

/Dopo la raccolta delle firme partita da Maglie, “Il Canzoniere della Morte” torna nelle librerie

//Salvatore Toma ed Einaudi, rinasce un amore

/// I versi del poeta magliese continueranno ad echeggiare nelle nostre menti e i suoi testi a brillare nelle nostre librerie

 

di Rossano Astremo

 

Dopo la raccolta delle firme, partita da Maglie, ma diffusasi in altri paesi e città del Salento e d’Italia, “Il Canzoniere della Morte” di Salvatore Toma è stato ristampato dalla casa editrice torinese dell’Einaudi. Salvatore Toma, nato a Maglie nel 1951, è morto all’età di trentasei anni nel 1987, a causa di problemi d’alcolismo. Toma è stato uno dei principali esponenti, assieme ad Antonio Verri, dell’avanguardia poetica salentina cominciata alla fine degli anni ’70 e protrattasi per tutto il decennio successivo. Da ragazzo aveva frequentato il liceo classico “Capece”, ma senza completare il ciclo di studi. Ben sei sono statele raccolte di poesia pubblicate tra il 1970 e il 1983: “Poesie”, “Ad esempio una vacanza”, “Poesie scelte”, “Un anno in sospeso”, “Ancora un anno” e “Forse ci siamo”. La fama di Salvatore Toma, però, ha ricevuto una sorta di consacrazione dal lavoro di Maria Corti, notissima filologa, che nel 1999 curò per Einaudi, appunto, la raccolta postuma “Il Canzoniere della Morte”. Il titolo richiama alla mente la costante presenza nell’autore si un pensiero, di un’ossessione, di un proposito: il suicidio come mezzo per squarciare le ombre e ricongiungersi con l’eterno. Toma, però, non si suicidò, come la Corti ha affermato nell’introduzione alla raccolta, preferì piuttosto lasciarsi morire, perché voleva provare quel brivido della sfida alla morte. L’interessante operazione culturale, in grado di estendere la conoscenza della poesia dello scrittore magliese oltre i confini salentini, si scontra con i limiti di una logica editoriale che ha messo fuori catalogo il testo, poco tempo dopo la sua pubblicazione. Eppure i testi poetici dell’Einaudi escono con una tiratura minima di tremila copie, raggiungendo le cinquemila copie quando a pubblicare sono autori come Alda Merini, Patrizia Valduga, Cesare Viviani. Risulta improbabile che uno scrittore sconosciuto al resto d’Italia potesse avere venduto un simile numero di copie. Il mistero s’infittisce. Le librerie, nonostante le richieste, non ricevono più dalle catene distributrici il testo. Chi è riuscito ad acquistare il libro subito dopo la sua pubblicazione può ritenersi un privilegiato. Si cerca di correre ai ripari. Una delle case editrici più interessanti del territorio, la Manni, chiede all’Einaudi la possibilità di acquistare i diritti del libro, accontentando così, le pressanti richieste di un numero cospicuo di lettori. L’Einaudi non accetta tale richiesta. Nel corso del 2003 parte da Maglie, paese natale dello scrittore, una raccolta di firme da presentare alla casa editrice torinese, volta alla richiesta della ripubblicazione di “Il Canzoniere della Morte”. La raccolta di firme si espande a macchia d’olio, toccando vari centri del Salento, ma raggiungendo altre zone d’Italia. A Como, un nucleo di intellettuali, capeggiati dal giornalista Pietro Berra, allievo di Maria Corti, si batte per la “causa Toma”, raccogliendo un numero non indifferente di adesioni. L’Einaudi non poteva non rispondere a questa piccola sollevazione popolare che da Maglie attraversava l’intera penisola per raggiungere Como. Il resto della storia è nota. L’Einaudi ha ripubblicato “Il Canzoniere della Morte”. Le ragioni del ritiro del testo dal catalogo ufficiale della casa editrice restano oscure, c’è chi afferma che il testo sia stato stampato in una tiratura limitata, poiché l’Einaudi non si aspettava un simile successo, o addirittura che un tot di copie in magazzino siano state mandata al macero. Non sarebbe una novità per i poeti salentini, anche molte copie della raccolta di Vittorio Bodini uscita per Mondadori sono improvvisamente scomparse dai magazzini della casa editrice. Al di là di tutte le dietrologie fumose dell’editoria nazionale, ciò che ora importa è essersi impossessati nuovamente di una delle perle poetiche del ‘900 letterario salentino. Diventa necessario, a questo punto, portare il testo alla conoscenza di un pubblico di lettori più ampio. Il primo passo è stato fatto il 14 ottobre, a Lecce, presso la Libreria Einaudi di Giovanni Cerra, dove Giuliana Coppola, giornalista e amica dello scrittore scomparso, ha presentato al pubblico con la solita dedizione e passione che la contraddistingue la nuova uscita del libro. La città di Maglie ha vinto la sua battaglia. I versi di Salvatore Toma continueranno ad echeggiare nelle nostre menti e i suoi testi a brillare nelle nostre librerie.

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l'ultimo numero di nuovi argomenti

di (12/10/2004 - 11:57)

Avere 50 anni e non dimostrarli, sembra essere questo il segreto di “Nuovi Argomenti”, una delle riviste letterarie più interessanti e stimolanti presente in Italia. Tutto ha avuto inizio nel 1953 quando Alberto Moravia e Alberto Carocci decisero di dare vita al progetto ambizioso di una rivista in grado di riuscire ad esprimere letteratura in grado essere strumento di rappresentazione fedele del reale, arma non belligerante di manifestazione dei mali e delle storture della società e della politica italiana. Da quel 1953 si sono succeduti molti intellettuali nella direzione della rivista, oltre a Moravia e Carocci, non si può dimenticare Pasolini o l’attuale direttore responsabile Enzo Siciliano. La forza di Siciliano, in questa quinta serie della rivista, va vista soprattutto nella sua capacità di circondarsi nel lavoro redazionale da alcune delle migliori forze dell’intellighenzia letteraria italiana, Mario Desiati, Lorenzo Pavolini, Emanuele Trevi, Flavio Santi, Antonio Riccardi, Marco Monica, Vincenzo Pardini. Ogni numero della rivista ha una sua prima sezione tematica. L’ultimo numero, il ventisettesimo della quinta serie, in distribuzione da pochi giorni, ha come sottotitolo tematico Live. Nell’introduzione si legge: “Live è un contenitore di scritture su quel che stiamo vivendo: c’è il lavoro, c’è l’amore, c’è la politica, c’è l’impegno civile, c’è la realtà italiana ed europea di questo momento difficile e dilaniante dove anche quei valori civili che sembravano acquisiti come la pace e come il rispetto dell’uomo vengono esse in crisi dalle guerre umanitarie”. E in Live ci sono i racconti di alcuni di quegli scrittori trentenni che stanno rivoluzionando il modo di fare e di recepire scrittura, faccio riferimento a Francesco Pacifico, che è presente nella rivista con il suo L’abbonamento, a Marco Archetti, Distanza, Distanzae, e al barese Massimiliano Zambetta, con il suo post-pirandelliano Il naso. Non è un caso che Zambetta sia presente per la seconda volta negli ultimi tre numeri della rivista. Non è neanche un caso che il numero di autori pugliesi ospitati dalla rivista aumenti numero dopo numero, segno della crescita della qualità della letteratura nella nostra regione. Riferendomi al racconto di Zambetta ho usato la definizione di post-pirandelliano, poiché come l’Uno, nessuno e centomila di Pirandello, nel racconto dello scrittore barese il meccanismo narrativo si mette in moto partendo da un dettaglio minimo del nostro corpo, proprio il naso. Se per Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo pirandelliano, a generare una sorta di crisi interiore è la curvatura del suo naso, nel racconto di Zambetta, per il protagonista è proprio l’intervento di rinoplastica della moglie, finalizzato ad eliminare l’eccitante asimettria del naso a generare una crollo emotivo dalle conseguenze incontrollabili. Un racconto davvero di ottima fattura, che lascia ben presagire per l’esordio romanzesco di Zambetta fissato per il 2005, con  la casa editrice peQuod. Nella sezione Scritture è presente un altro scrittore pugliese, il poeta di Martina Franca Michelangelo Zizzi, con un estratto dell’opera inedita Caduta Occidentale dal titolo Nella città desolata. Eccovene un estratto: “Nella caduta occidentale così/ saremo, Sofia, resteremo/ come si strama la ferita/ nelle officine della moltiplicazione/ genica dei grattacieli delle ferite delle finestre/ aprendoci varchi tra grumi/ di sangue che s’apprende come il pane/ ad arene dei tori infilzi in carne/ o alle cucine delle torri/ che s’inzolfano di fumose idee/ sulla fine del mondo lisergica”. La poesia di Zizzi è cerebrale, barocca, densa sia nella forma che nei contenuti. La letteratura pugliese è in ottime mani. Esulando dal discorso di Nuovi Argomenti,  non si possono dimenticare i recenti romanzi di Nicola Lagioia per Einaudi, di Francesco Dezio per Feltrinelli, di Gianrico Carofiglio per Rizzoli. Non ci resta che attendere la crescita di questo movimento denso di aspettative e speranze.

 

rossano astremo

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intervista a nicola lagioia/occidente per principianti

di (07/10/2004 - 17:57)

INTERVISTA A NICOLA LAGIOIA PER L’USCITA DEL SUO SECONDO ROMANZO “OCCIDENTE PER PRINCIPIANTI” (EINAUDI)

di rossano astremo

Seconda prova narrativa per Nicola Lagioia, scrittore barese trapiantato a Roma, che, dopo “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj “(minimum fax), pubblica con Einaudi “Occidente per principianti”, romanzo massimalista che vuol essere una riflessione sulla società dello spettacolo. Abbiamo sentito lo scrittore per avere maggiori sul romanzo e non solo.

Nicola, per prima cosa, parlaci un po’ della storia del romanzo…


È la storia di una delle tante vittime del giovane precariato intellettuale
italiano (in questo caso si tratta di un ghost writer, una "firma fantasma"
che lavora per un grosso quotidiano nazionale) alle prese con una strana
caccia all'uomo. Nell'estate del 2001 si sparge la voce che la prima amante
di Rodolfo Valentino (e quindi l'unica a poter testimoniare l'educazione
sentimentale dell'uomo più desiderato del suo tempo) sarebbe ancora viva,
presumibilmente ultracentenaria, nascosta in qualche angolo d'Italia. Ma non
si sa precisamente dove, né in realtà se si tratti di una donna o di un
uomo, e nemmeno è chiaro se questa persona esista in carne e ossa o sia
fatta di aria: una semplice bufala mediatica.
Ecco comunque che il "giornalista fantasma" parte sulle tracce di un altro
fantasma, inaugurando così un viaggio allucinato su e giù per la penisola.
Al tema del precariato intellettuale si aggiunge così anche quello
dell'attraversamento di un paese sulle tracce di una leggenda (quella di
Rodolfo Valentino) che si può anche considerare la pietra fondante della
cosiddetta "società dello spettacolo", l'uomo che suo malgrado - prima di
Marilyn, prima di James Dean, ma anche prima dei totalitarismi del XX
secolo - accese la miccia che avrebbe poi portato al delirio spettacolare in
cui tutti oggi siamo immersi fino al collo.

Il romanzo è ambientato nel luglio 2001, il mese del G8 di Genova,
un periodo che anticipa la degenerazione della politica internazionale
(con il crollo delle Twin Towers e la Guerra Globale che ogni giorno diviene più raccapricciante e insostenibile), ma ovviamente il tempo della scrittura del testo è successivo al tempo in cui fatti narrati si svolgono. Considerando la tua esperienza, come è cambiato il ruolo dello scrittore oggi? "Scrivere sul fronte occidentale" richiede una maggiore presa di coscienza "politica"?


Non era mia intenzione scrivere un romanzo politico, non direttamente
almeno. Le chiavi e le eventuali colorazioni politiche penso che possano
arrivare ex post, attenendo più alla dimensione interpretativa che al cuore
vero e proprio del romanzo. In "Occidente per principianti" mi interessava
innanzitutto calare i miei personaggi nel reagente della cosiddetta "Società
dello spettaccolo" per vedere, durante l'attraversamento di questo "mondo
sopra il mondo", come ne sarebbero usciti. Trovo che sia sempre interessante verificare come il principio attivo della nostra umanità, continuamente minacciato ma sopravvissuto - per ora - anche alle tragedie più terribili, riesca ad adattarsi, a modificarsi anche, a seconda del contesto in cui è calato. I
personaggi di Dickens sono minacciati dai primi vagiti della società
industriale. Quelli di Flaubert schiacciati dalla società borghese al suo
apice. Quelli di Kafka sono alle prese con un mondo concentrazionario
miracolosamente individuato dal loro autore qualche anno prima che
l'ingegneria concentrazionaria venisse effettivamente messa a punto. Io ho
cercato di capire come l'umanità del protagonista di "Occidente per
principianti", e così quella di Zelda, di Mario Materia, di Francesco
Giustiniani, di Patrick Scholl (nda gli altri personaggi...) potesse venire
"ridisegnata" dall'apocalisse mediatica che pervade in forma di farsa il
nostro tempo - e che si muove di pari passo con la barbarie della guerra -
come l'umanità dei personaggi potesse rischiare quindi di essere schiacciata
dal contesto storico in cui si trova a esistere e come, eventualmente,
riuscisse a sopravvivervi.

Tu vivi a Roma, ma hai trascorso gran parte della tua vita a Bari. Qual è il tuo punto di vista sulla scrittura in Puglia? Ci sono autori che stimi e autori su cui
punteresti per il futuro?


Vivo a Roma ma sono e mi sento barese, con tutto l'orgoglio e
l'impossibilità di avere un rapporto risolto con la propria città che il
caso comporta. Da qualche anno la Puglia ha cominciato a dare segni di
vitalità culturale che mancavano da non si sa più da quanto. Il primo
"scatto in avanti" lo ha fatto il cinema, con i fratelli Piva e con
Winspeare. La scrittura è seguita a ruota. Penso alle iniziative di Books
Brothers, e poi a Desiati, a De Michele che non ho ancora letto e a
Carofiglio che però mi sembra abbastanza lontano dalle mie corde. Penso
anche a qualche recente iniziativa editoriale come "Contromano" di Laterza,
che finalmente torna a pubblicare gli scrittori, sia pure non in opere di
narrativa. Qualche colpo, insomma, è stato sparato. Ma non bisogna riposare
sugli allori. Bisogna vedere se noi autori saremo all'altezza delle
aspettative che siamo riusciti a creare. E bisogna vedere pure se le
istituzioni (regione, provincia, comuni, perché no gli imprenditori...) si
sveglieranno dall'eutanasia culturale in cui versano dando un qualche tipo
di sostegno a favore della cosiddetta "scena pugliese". Noi, se mi permetti
(anche se in letteratura non è detto che la fatica debba sempre essere
premiata) il culo intanto ce lo stiamo
facendo.

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la città dalle mura che bruciano di rossano astremo

di (06/10/2004 - 17:39)

 

A partire da venerdì 8 ottobre, all’interno del settimanale d’informazione del Salento Città Magazine, sarà pubblicato a puntate il romanzo dello scrittore pugliese Rossano Astremo, La città dalle mura che bruciano, tutta la verità sul primo anno universitario di Leo Monsanto. Un romanzo di formazione, un anno che diviene linea d’ombra, uno spartiacque che introduce all’età adulta, tra l’incontro di nuove amicizie, dell’amore che ti strappa il cuore, tutto ritmato da musica noise e new wave, in una Lecce di fine millennio piena di contraddizioni.

 

Città Magazine in edicola tutti i venerdì

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tabula rasa num.tre nello specifico

di (05/10/2004 - 10:41)

(sopra la copertina del secondo numero di tabula rasa)

TABULA RASA numero tre

www.besaeditrice.it

 

Narrativa

GIANCARLO LIVIANO D’ARCANGELO, PIOVE A DIROTTO IN CORSIA

GIANLUCA GIGLIOZZI, BRIGANTAGGIO IN CASTIGLIA 1672

LIVIO ROMANO, IL GIOVANE SCRITTORE ERRANTE

RICCARDO ANGIOLANI, UNOBARRAQUATTRO

MARIA BARONE, ESTATE

ARIO RAMAZZINI, A NASO

UMBERTO CASADEI, PRIMA NEVE

 

Dialoghi

ROSSANO ASTREMO, DIALOGO CON MARIO DESIATI

ROSSANO ASTREMO, IL PROFILO: WU MING

STEFANO DONNO, LA GIOVANE LETTERATURA SALENTINA

 

Poesia e Teatro

FRANCO LOI, SOGN D’ATTUR

MAURO MARINO (A CURA DI), CARTE TROVATE

Teatro Valdoca/Lengua Cavàla, Esercizi di allerta

MARIANGELA GUALTIERI, TETRO VALDOCA, NOTIZIA BIBLIOGRAFICA

ROSSANO ASTREMO, MARIANGELA GUALTIERI E LA SOSTANZA EMOTIVA DEL VERSO

ALESANDRO BERTI, OMAGGIO AD UN EMILIANO INQUIETO.

INTRODUZIONE ALLA VITA E AI VERSI DI GEO FONTANESI

MASSIMILIANO MARTINES, BREVI APPUNTI SUL TRATTAMENTO DI UN’IMMAGINE

MASSIMILAINO MARTINES, IL TESTAMENTO

141 FELES, ROSSAROSSA

GIUSEPPE SEMERARO, PAROLE PER L’INFINITO PRESENTE

 

numero a cura di laura brunettini, mauro marino, rossano astremo

illustrazioni di gianluca costantini

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è uscito il terzo numero di tabula rasa

di (04/10/2004 - 18:07)

www.besaeditrice.it 

 In questo numero hanno scritto: Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Gianluca Gigliozzi, Livio Romano, Riccardo Angiolani, Maria Barone, Ario Ramazzini, Umberto Casadei, Mario Desiati, Wu Ming, Stefano Donno, Franco Loi, Mauro Marino, Teatro Valdoca, Mariangela Gualtieri, Rossano Astremo, Alessandro Berti, Massimiliano Martines 141 feles, Giuseppe Semeraro.

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un po' di cazzi miei

di (01/10/2004 - 18:14)

Le due Simone

A volte dimentico che questo è un diario, virtuale, ma sempre diario, quindi posso usarlo per scrivere un po' di cazzi miei e se non vi interessano pazienza, cambiate pagina. Il problema è che questo è un periodo di merda, ho trovato un lavoro che, legato ad altri lavoretti, mi consentirà di pagare l'affitto, le bollette, il vino e un po' di libri. La flessibilità è sfiancante. Curerò un giornale che si occupa prevalentemente di Sport!!!Cosa si fa per campare porca puttana! Il fatto è che questo è un periodo in cui mi sento davvero solo, un periodo pieno di sensazioni contraddittorie, di visioni surreali, di acide emozioni nate senza dover leccare francobolli. Sto scrivendo molto, sto lavorando al secondo romanzo come cristo morto su una croce rovente, aspettando che il primo, frenesia delle natiche trovi il suo sbocco editoriale, scrivo anche poesia, non le sboccate irrazionali degli ultimi giorni, ma un lavoro da cesellatore del verso, mi capita di scrivere cinque, sei versi al giorno, mi capita di osservarli, di rivoltarli, di succhiarli. Per la prima volta nella mia vita ho capito che il labor limae nella poesia è necessario per eliminare un'accessiva aggettivazione che appesantisce il tutto, per rendere il verso un corpo marmoreo unico. Alcuni di questi testi inediti usciranno con nuovi argomenti in uno dei prossimi numeri, grazie alle attenzioni di mario desiati e flavio santi. Continuerò a scrivere versi, seguendo la logica dello scontro tra psiche e società. La prossima silloge vorrei chiamarla CARNEFICINA, ma se è un titolo sputtanato ditelo pure. Sto leggendo tre uomini paradossali, ti prende alla grande, ma ci torenerò con più calma, ieri ho finito occidente per principianti di nicola lagioia, bello, bello, bello,specie nella prima parte (il contesto) e spiegherò il perché in un prossimo post. Penso proprio che ogni tanto tornerò a parlarvi dei cazzi miei.

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