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Archivio Settembre 2004

poema dei tempi che corrono, II

di (30/09/2004 - 18:07)

Rossano Astremo

 Immagine sito

POEMA DEI TEMPI CHE CORRONO

(L’INFORMAZIONE AMMOSCIA CAZZI)

dopo la liberazione di simona pari e simona torretta

 

 

Siamo reali solo se filtrati attraverso un tubo catodico,

le nostre emozioni, le nostre lacrime, i nostri sentimenti

raggiungono l’ictus del loro coito nella sublimazione

generata da pixiel a colori e se amiamo il vecchiume non si disdegna  mica il bianco e nero.

Così piangiamo dalla disperazione se un freelance dal volto paffutello

viene ammazzato da cellule terroristiche che ne occultano il corpo fatto a brandelli (forse!)

perché hanno in odio il volto sorridente, la pelata istrionica, la bandana demonica

del presidente operaio, il quale ha la memoria corta e presto dimentica la sua morte,

dimentica dopo la retorica sparsa a fiotti spermatici su tutti i canali, su tutti i quotidiani,

su tutte le radio, accompagnato dal Trimalchione dei buoni sentimenti, quel livornese

sfigato del Ciampi nazionale. Dimenticano loro, ma dimentica la collettività,

in fretta, perché la tv ha tempi veloci, come i rapporti sessuali consumati nei reality

sempre troppo veloci perché altrimenti il cameraman si rompe i maroni e cambia inquadratura,

e allora se non sei ripreso nell’atto di scopare quell’atto non è mica reale,

è come se ti spari una sega durante le tue notti dalle facili polluzioni, quando ti sembra sempre di sognare.

Baldoni è già preistoria, archiviato e messo nel dimenticatoio, mentre la moglie,

i figli e i parenti richiedono urlanti a crepapelle il corpo morto della persona amata,

ma lì non ci sono le telecamere perché tutte rivolte a risplendere sui sorrisi

sensuali e ridenti delle due simone avvolte nei loro abiti arabi regalati dai loro sequestratori che

non paghi degli sgarbi fatti nei ventuno giorni di reclusione appioppano loro un corano

in dieci volumi in lingua inglese, una mappazza difficile da digerire, per la serie non vi facciamo

fuori, ma beccatevi sta lettura che è una tortura maggiore, visto che voi occidentali siete un popolo inferiore,

e voi italiani, soprattutto, avete milly carlucci in parlamento, iva zanicchi che si batte per entrare

nell’europarlamento, e avete dozzine di teen-ager che sbavano, bagnandosi mutande e sprecandosi

in ditalini, per il loro costantino, divo della tv del nuovo millennio, che sbaglia congiuntivi,

non sa balla re, non sa cantare, si depila i peli del cazzo, ma esiste perché filtrato da un tubo catodico.

L’etica del nulla trionfa con orgoglio. Questo è davvero il peggiore dei mondi possibili.

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l'informazione ammoscia cazzi

di (29/09/2004 - 18:38)

ROSSANO ASTREMO

28/09/2004

(prima della liberazione delle due simone)

 

POEMA DEI TEMPI CHE CORRONO

(L’INFORMAZIONE AMMOSCIA CAZZI)

 

spengo la radio, la scaglio dalla finestra, la vedo librare,

il cielo ringrazia, sospira nell’etere, vibra, s’incarna,

un nuovo giorno si mostra, cattivo, indocile, tutto mi fa schifo,

ho gli arti di questo corpo che respingo distrutti, aperti,

passo i giorni a leggere quotidiani, a prestare la mia attenzione molesta

a tg, mentre l’ultimo dei kings of convenience sussurra

la disarmonia di questo pianeta al limite della deflagrazione.

l’informazione, come già scritto, colla a picco, rivolta verso

l’inferno, tutto ha il suo risvolto antitetico, tutto è dramma,

tutti hanno occhi sgranati, capovolti, macellati da uomini

con coltelli taglienti, appena affilati, logorroici e sanguigni,

carneficina è il nome da dare a questa sazietà di morte.

ho delle bandiere rosse che hanno accumulato la polvere della dimenticanza,

dovrei ricominciare a rispolverarle, come si rispolvera un daino

imbalsamato nei cambiamenti di stagione, nei quali si dà vita

ai giorni delle grandi pulizie, le stesse che l’america bushiana

ha deciso di mettere in atto contro il diverso da sé.

ma siamo in vena di retorica, oggi più che mai, perché si scrive di getto,

tutti dovremmo scrivere di getto, elidere le sovrastrutture razionali

che ci fottono, senza riavvolgere il nastro della memoria e pescare

tra i libri liceali il capitale di marx, il concetto di sovrastruttura

è metatemporale, supera le pagine sgualcite di manuali giallastri di

filosofia politica, sovrastruttura è ciò che facciamo perché è

a noi imposto, il lavoro è a noi imposto perché dobbiamo produrre,

sempre di più, sempre di più, produrre per arricchirsi,

per avere denti d’oro da sostituire alle carie prodotte

da cibi avariati che tanto ci piacciono, che mangiamo in dosi

spudorate nei nostri convegni in cui parliamo del nulla,

di cazzi e fiche che si agognano, sorseggiando vino rosso

prodotto da contadini nostrani, imbottigliato da aziende vinicole

di pordenone, verona, novara, strane mescolanze di logiche imprenditoriali.

sono ubriaco, come ubriachi si è quando si passa la giornata

a correggere articolo di sport scritti su carta straccia da novantenni

dal cazzo moscio, con penna stilografica consunte,

la loro verità su moduli calcistici, sul lecce di zeman,

sulla goduria del 4-3-3, sull’inutile ricorrere al vecchiume del 4-4-2

in un’epoca in cui ciò che conta è lo spettacolo, vedete, una roma

senza capello, senza emerson e zebina, ha perso colpi, perché non bastano

i cassano e i totti, genio e sregolatezza post-maradoniana, è necessario

avere uno spogliatoio unito, ciò che conta è l’unione della squadra,

ciò che conta è avere bene in mente che il calcio è divertimento, e

con sicignano, cassetti, giacomazzi, bojinov il divertimento è orgasmo che dura.

sono ubriaco, ma come si fa a pretendere la sobrietà quando per pagare

l’affitto si è costretti a fare pure il ghost-writer, a scrivere articoli per conto terzi,

come si fa a non essere ubriachi pensando che l’unica cosa che sai fare

non ti dà il pane, che il mondo sta andando a rotoli e tu sei solo

una comparsa, un fantasma che non è degno di lapidi intarsiate.

sono un ubriaco dal cazzo moscio, con il corriere sgualcito tra le mani,

in questo autunno che non promette nulla di buono.

 

 

 

 

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la città dalle mura che bruciano di rossano astremo

di (28/09/2004 - 18:12)

Palazzo Celestini - S.croce

seconda parte del romanzo a puntate

2.

La serata si svolse nel migliore dei modi. Paola e Maria giunsero a casa nostra verso le nove di sera, io Ciro e Livio li attendavamo durante la cottura del primo spaghetti aglio olio e peperoncino preparato nella sua vita da Livio, con la ricetta scritta a penna stilografica su carta riciclata proveniente direttamente dalla cucina della venerata madre. Nell’attesa intessevamo discorsi filosofici del terzo tipo, è necessario sottolineare che il tutto era favorito dalla bevuta di vino rosso di pessima qualità acquistato dall’oste presente alle spalle della nostra abitazione, quindi le profetiche rivelazioni presenti in alcuni scritti di filosofia del linguaggio di Heidegger, il perché degli oltre quattro minuti di silenzio di un pezzo storico di John Cage, la crisi della letteratura italiana alla fine del ventesimo secolo, non c’erano Brizzi, Culicchia e Cannibali che ci garbavano, ci condussero a teorizzare la crisi edulcorata del sistema-mondo, che avrebbe avuto il suo compimento con l’avvento del nuovo millennio.

Giunsero Paolo e Maria, l’uno sempre ben intessuto nei suoi indumenti neri e stinti, l’altra tanto timida da scolorire dietro il suo maglione multicolore. Non vennero a mani vuote, Paolo aveva tra le mani due litri di rosso, la bottiglia di plastica Eureka sprovvista di etichetta era un segno indelebile del fatto che quel vino proveniva dalla stessa osteria dalla quale ci eravamo riforniti qualche ora prima.

Mangiammo con voracità, alternando forchettate di spaghetti scotti ed eversivamente piccanti, voleva forse significare che la ricetta della venerata madre faceva acqua da tutte le parti?, con bevute maschie di vino, con parole che schioccavano limpide e fragorose nello spazio del soggiorno avvolto da una coltre di fumo.

Capii subito che non avrei avuto difficoltà a divenire amico di Paolo. In comune avevamo la stessa passione per la scrittura, i miei versi lunghi e prosodici alla Ginsberg, i suoi frammenti ermetici, cut-up scritti non con il fegato, ma con le vene che collegavano il cervello al resto del corpo, molto vicini al Burroughs della tetralogia degli anni sessanta (quella che va da Pasto Nudo a Nova Express, per intenderci).

La nostra scorpacciata di carboidrati (pasta e pane a iosa) e metanolo (vino acido che si attacca alle pareti dello stomaco e intimandogli la resa) non poteva segnare la fine della serata, Maria, in uno delle poche frasi pronunciate, parlò di un happy-hour in un locale chiamato Madigan’s, nel quale per un paio di ore si vendeva birra a metà prezzo, con un dj che metteva musica new wave e noise da leccare i baffi. Decidemmo che quello sarebbe stato il posto migliore per concludere la nostra prima serata goliardica in una Lecce resa limpida da una Luna superba.

 

 

 

 

 

 

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mario desiati su antonio verri/repubblica 19 settembre

di (23/09/2004 - 18:58)

 

 

 

“Antonio Verri non andava mai a letto presto, è grazie a lui che ci riunivamo alle trattorie di Sternatia e Cursi” ricorda Maurizio Nocera, l’ottobrino dei romanzi di Verri. Partire dalla vena notturna dello scrittore originario di Caprarica di Lecce è forse necessario, anche per capire quanto il tragico destino di Verri fosse scritto nella sua indole e nel suo modo di vivere.

La notte tra l’8 maggio 1993 e il 9 maggio 1993 una macchina di grossa cilindrata nei pressi di Caprarica di Lecce travolse una 126 che procedeva sulla stessa corsia. L’impatto tra le due autovetture proiettò quella piccola 126 contro un ulivo. Lo schianto fu letale e il conducente della piccola Fiat morì.

Dentro quella macchina accartocciata e fumante sulle radici dell’ulivo c’era la splendida stagione del Pensionante de’ Saraceni, il dibattito letterario degli anni ottanta, le betisse ossia le belle ragazze salentine un po’ addormentate, l’Avanguardia meridionale, le allegre serate a Sternatia e Cursi, quella fresca ventata sulla poesia salentina; in due parole c’era Antonio Verri.

Un uomo importante non solo per quello che ha scritto, ma anche e per tutto quello che ha fatto e lasciato. Innanzitutto l’esperienza  di alcune fra le più vivaci riviste letterarie meridionali tra le quali“Caffè Greco”, “Pensionante de’Saraceni” e “Quotidiano dei Poeti”. E poi un’idea nuova e non referenziale della cultura, un intellettuale che aveva abbracciato disparate esperienze come anche quella dell’editoria. Uno scrittore che era alla ricerca del grande romanzo della sua terra, un’opera mondo che lui chiamava Declaro.

La scrittura di Antonio Verri è sostanzialmente inedita, pubblicata in edizioni semiclandestine: “Il pane sotto la neve” (1983), “Il Fabbricante di Armonia”, “La Betissa”, “I trofei della città di Guisnes” (1988), “Bucherer, l’orologiaio” (1995). Conosciuto da uno sparutissimo gruppo di lettori che ne apprezzano la qualità e soprattutto l’originalità. La letteratura di Antonio Verri è una delle più atipiche del secondo Novecento, la sua lingua a metà strada tra prosa e poesia è  inclassificabile, ma dotata di un andamento armonico, ricco di metafore e similitudini. Nei suoi libri introvabili echeggiano neologismi, figure fiabesche, un mondo a volte irreale costruito nella cornice di un sogno. Tutto questo però oggi è quasi impossibile da reperire.

Il giovane studioso e scrittore Rossano Astremo nel numero 3 della rivista letteraria Vertigine (vertigine.clarence.com) interamente dedicata a Verri ha in qualche modo messo in luce questo problema dell’irreperibilità dei testi verriani scrivendo nell’editoriale: “Le piccole ripubblicazioni effettuate negli anni da suoi grandi amici di vita, hanno certamente contribuito a tenere desto il ricordo dell’uomo Verri, ma a seppellire quasi definitivamente l’originalità del Verri scrittore.” L’ho interpellato chiedendogli perché oggi una rivista letteraria integralmente dedicata a Verri ? Chi te l’ha fatta fare ? Ha risposto Astremo: “Non mi stancherò mai di ripetere, su Verri mancano testi critici, mancano ripubblicazioni "serie" in grado di portare la sua scrittura al di fuori dei confini marginali della periferia salentina. Si parla spesso di Antonio Verri come di un uomo dal forte dalla grande generosità, colto dal raptus continuo della creatività, ma nessuno si è mai soffermato con attenzione sulla sua scrittura. Vertigine ha fornito un percorso di lettura dell'opera di Verri, ha voluto essere un inizio, mettendo insieme la gente che meglio ha compreso la sua poetica, e mi riferisco in particolare ad Antonio Errico e Fabio Tolledi.”

Il fatto che giovani ventenni pugliesi cerchino ancora in Verri un punto di riferimento fa capire la sua importanza e il suo spirito. Nel manifesto poetico di Verri c’è un verso che rende chiara quanta potenza demistificatrice e dunque innovativa avesse la sua parola: “Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete/” e continua dicendo “fatevi un gazebo oblungo, amate/ gli sciocchi artisti beoni, i buffoni/ le loro rivolte senza senso/ le tenerezze di morte, i cieli di prugna/ le assolutezze, i desideri di volare, le risorse del corpo/i misteri di donna Catena./ Fate fogli di poesia poeti, vendeteli per poche lire!”. Queste parole chiare per raccontare in poco la battaglia personale di Verri per la diffusione della letteratura, una battaglia che merita una pubblicazione adeguata. Un primo passo lo compirà un editore calabrese chiamato Abramo che in passato ha pubblicato Gissing e Nöel e adesso pubblicherà “I trofei della città di Guisnes” di Verri. Un passo soltanto, ma che serve a costruire un ponte tra Verri e il resto d’Italia. A proposito di ponti. Verri creava ponti, ponti tra la sua generazione e la sua terra e le altre generazioni e il resto d’Europa, tanto che qualcuno si chiedeva perché una rivista come il Pensionante dovesse ospitare contributi di autori stranieri. Verri rispondeva da poeta dicendo che anche i poeti stranieri “si svegliavano di notte con gli incubi che gli altri, intorno, stavano scrivendo il capolavoro, mentre loro dormivano.”

Lo sguardo davanti alla letteratura italiana era uno sguardo nuovo, ma legato indissolubilmente a una melanconia tipica dello scrittore meridionale, quella che viene brillantemente descritta da Flavio Santi in un suo saggio su Trame “La linea borbonica ha perso perché (in buona fede) ha sbagliato politica: proprio come un nobile aristocratico è restata nella sua villa di campagna a bere vino d’annata, mentre tutti traslocavano in città a bere crodino; la linea lombarda, molto pragmaticamente, ha capito che non basta scrivere capolavori. Bisogna anche saperli vendere. A volte, se è il caso, anche con l’aiuto di qualche imbonitore.” E Verri come Bodini e Vittorio Pagano non era certo uno che andava a bere crodini in città per farsi accettare e neanche aveva mai avuto bisogno di imbonitori. Forse questo senso morale lo aveva fermato prima di qualunque successo e di qualunque consacrazione. Tanto che scrisse di lui Antonio Errico: “Stefen (alter ego di Verri nei suoi scritti nda) fu il padre di una generazione stupenda, né cattedre, né premi, né mortadelle alla cuccagna, perché non ha saputo vendere parolette al mercato dell’usato, perché non ha voluto arrampicarsi al palo ingrassato…”

La sua terra non ha dimenticato Antonio Verri, il Fondo Verri con la regia di Mauro Marino organizza eventi e incontri nello spirito che contraddistingueva l’impegno dello scrittore di Caprarica. Il suo ricordo è necessario filtrarlo oggi nella sua opera scritta, ma anche nei ricordi dei suoi amici, nelle foto che sono rimaste (tra le tante una curiosa con il drammaturgo Fabio Tolledi sotto un drappo rosso) e in quello splendido cammeo che ci ha lasciato la poetessa Claudia Ruggeri dopo la morte del caro amico Antonio: la vita estranea a quella forma/ cresciuta senza gradi o atti o/ noi alla vita – perché l’edera/ sferrata al tirso errante muta di/ luce violenta di suoni in corsa/ come dio squassava le foreste/ ed era primavera (?/ non un solo getto di memoria/ così orgogliosamente ebbri da far/ pensare ad una riva e ad un bosco/ perfetti di acque e poi si fanno/ protezione e poi fuga di forze/ probabilmente strappo e comunque/ più in là religiosamente uguali/ le ipotesi all’ombra inanellate/ allora che vi chiedo./ Chiedetemi di sollevare il calice/ e di portarlo complice alle labbra/ e poi di dirvelo piano e con sottile/ ironia che vi amo.

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occidente per principianti

di (23/09/2004 - 11:21)

lagioia2.jpgUn giornalista fantasma sulle tracce della prima amante di Rodolfo Valentino. Un possibile scoop che diventa una caccia all'uomo. Un inseguimento che molto presto si trasforma in un viaggio allucinato su e giù per l'Italia. Una stagione - l'estate del 2001 - molto simile a una «zona oscura», una soglia spalancata tra due secoli, due momenti storici, due diversi modi di percepire la realtà. Occidente per principianti (Einaudi, 17 euro), questo romanzo massimalista e scatenato, è anche una tragicomica riflessione sulla società dello spettacolo, e prova ad addentrarsi nelle pieghe di un Paese (il nostro) in cui le città, la vita pubblica e persino i sentimenti dei suoi abitanti sembrano essere la copia - luminosa e inquietante - di un originale smarrito chissà dove.


Un importante quotidiano nazionale viene raggiunto da una notizia che si potrebbe trasformare nello scoop della stagione: da qualche parte, in Italia, sarebbe ancora viva la prima amante di Rodolfo Valentino. Ma dove si trova questa donna, presumibilmente ultracentenaria? Ed è poi proprio una donna? E quanto, in fin dei conti, la sua esistenza può ritenersi attendibile?
Un ghost writer senza prospettive, un regista inseguito dai creditori e una studentessa di cinema bella e infedele si mettono sulle tracce dell'unica persona in grado di testimoniare l'iniziazione sentimentale dell'«uomo più desiderato del suo tempo», con l'obiettivo di strappare un'intervista. I tre abbandonano Roma - morta e stagnante come una palude - per puntare verso Milano, o quel che resta dell'ex capitale morale, invertendo a un certo punto la rotta verso sud fino a raggiungere il paesino dell'entroterra pugliese da cui, circa un secolo prima, era partito alla volta di New York un giovane di belle speranze e dallo sguardo enigmatico, un'anonima creatura di carne e sangue destinata a diventare la prima grande icona dello show-biz. Sorprende, in questo romanzo di Nicola Lagioia, la capacità di inventare una lingua letteraria che è fatta anche di cinema, di fumetti, di siti internet surreali o morbosi, di molto tempo speso davanti a una cattiva televisione. Così la scrittura torna a essere un modo per leggere la realtà, il punto in cui l'intelligenza e la fantasia s'incontrano per fare del piacere di raccontare uno scorcio luminosissimo sull'universo circostante: non solo l'Italia divorata dal moloch dello spettacolo, ma la libertà obbligatoria dei trentenni destinati a un infinito precariato intellettuale, il senso d'irrealtà di un mondo in cui le cose non sono più davvero «le cose».

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teoria e tecnica dell'artista di merda

di (21/09/2004 - 11:12)

La copertina

Riflessioni su Teoria e Tecnica dell’artista di merda (a cura di Claudio Morici, Valter Casini Editore)

 

Prendete dalle vostre librerie fetide tutte le antologie sparatevi nelle vene in questo 2004, dagli Intemperanti di Meridiano Zero a La qualità dell’aria di minimum fax, passando per l’orrenda Viva l’Italia! di Fandango, mettetele nel vostro camino per dare fuoco al tutto, poi recatevi nella più vicina libreria e chiedete al vostro rivenditore di fiducia Teoria e Tecnica dell’artista di merda, edito da Valter Casini, e capirete che la letteratura ha (forse) ancora senso. Partiamo dal curatore di questa atipica antologia, Claudio Morici, il quale nell’introduzione, dopo aver chiarito il riferimento del titolo al testo di Philip K. Dick Confessioni di un artista di merda, conclude dicendo: “L’ultima volta che ho sentito al telefono Micheal Jackson abbiamo parlato proprio di questo. Gli ho raccontato di Teoria e tecnica dell’artista di merda, perché voleva saperne di più. Gli ho detto che non sarebbe stata un’antologia di giovani artisti brillanti, contemporanei, pronti a far parlare di sé. Probabilmente nessuno di noi pubblicherà tra cinque mesi con Mondadori o registrerà con la Virgin. Tra dieci anni non leggeranno i nostri nomi dicendo “Erano già tutti lì”. Forse nemmeno avremo un momento di notorietà, questo libro non è Saranno Famosi, ci leggeranno 1.000/3.000 persone massimo: così vende la media editoria. Questo libro si autodistruggerà dopo che l’hai letto. Anche io mi autodistruggerò. Spero ti distruggerai un po’ anche te, che farai cadere almeno dei pezzetti”.

Il testo è diviso in sei capitoli, ciascuno dei quali ospita un numero imprecisato di artisti di merda con loro testi di merda, ma questo odore tanto sgradevole di feci penso sia la chiave migliore per leggere il nostro tempo, infatti Teoria e tecnica dell’artista di merda è un’antologia sui mali oscuri che affliggono la nostra generazione nell’epoca dell’italietta berlusconiana.

Il primo capitolo ha come titolo L’artista di merda fa il doppio lavoro (il secondo in omaggio), e ospita autori quali Marco Andreoli, Andrea Carbone e Miriam Bendia, alle prese con la lotta quotidiana della precarietà lavorativa. Il secondo, dal titolo L’artista di merda è in servizio 24 ore su 24, contiene un testo di Gianluca Gigliozzi, Il giovane disoccupato come avanguardia sociale. Una sintesi teorica, scrittore che ha trascorso gli anni più belli della sua giovinezza nella stesura di Neuropa, un romanzo folle, colto, geniale, tanto apprezzato quanto impubblicato. Il capitolo terzo, L’artista di merda ruba, contiene, tra gli altri,  un testo di un autore Anonimo, su come rubare nelle grandi librerie senza farsi fottere, il capitolo quarto, L’artista di merda è di Moda, ospita Matteo Galiazzo, autore pubblicato da Einaudi dimenticato, Marco Mario De Notaris, attore che sopravvive grazie ai suoi ruoli nelle fiction televisive. Ci avviciniamo alla fine e ci si avvicina anche ad alcuni testi che rasentano la follia. Nel quinto capitolo, L’artista di merda non è un genio incompreso, c’è un testo di Gianfranco Marziano, Le più grandi invenzioni del millennio furono fatte da artisti di merda. Un’affascinante ipotesi storiografica. Eccovene un assaggio: “1225. ADALGISO DA CAPASOTTA PISCIA IN CULO ALLA SUOCERA E SCOPRE L’ACIDO ASGUORBICO. 1405: IL CHIMICO EVERALDO DA NORCIA RIESCE A POLARIZZARE UNA VARRA DI RAME E SE LA CHIAVA IN CULO. GIRANO COME I SCIEMI. 1850: DARWIN PIGLIA L’A8 SALERNO BATTIPAGLIA A ORA DI PUNTA. QUANDO SCENDE, VA A CASA A SCRIVERE L’ORIGINE DELLA SPECIE. 1891: GUGLIELO MARCONI COSTRUISCE LA PRIMA RADIO. 1891: (LA SERA) GLIELA FOTTONO DA DENTRO LA MACCHINA”. Il libro nel finale sembra virare verso il demenziale, ma questo lo rende più spassoso, mai noioso, scorrevole e nel contempo riflessivo. L’ultimo capitolo, il sesto, dal titolo L’artista di merda è invincibile, si conclude con il testo di Pino Boresta L’imponderabile e misterioso scorrere della vita. Ovvero dove vanno gli spermatozoi?. Provate anche voi a fare due conticini: “Ho contato anche tutte le volte che ho avuto dei rapporti sessuali, considerando tra questi anche i rapporti orali. Ad oggi 4 marzo 1999 sono 1058 gli orgasmi ottenuti durante rapporti sessuali con donne. Fino ad ora solo con donne. Ho cronometrato che un orgasmo da rapporto dura in media 20”, cinque secondi in più dell’orgasmo autoprocurato. Ho calcolato così in ore il totale del tempo goduto: 1058*20”=211160”=5h8’. Ho quindi sommato le ore delle due categorie cioè: orgasmi da masturbazione + orgasmi da rapporto, ottenendo con buona approssimazione il totale di tutti gli orgasmi della mia gloriosa o misera (secondo i punti di vista) esistenza: 15h25’+5h8’=20h33’. Ho così scoperto che manca poco meno di tre ore e mezzo per raggiungere la famigerata 24° ora che segnerà un gio0rno intero di “orgasmato”. Cosa accadrà allora?”. Il delirio della scrittura si è compiuto. Per chi volesse avere maggiore notizie sul libro può consultare il sito www.valtercasini.com.

Rossano Astremo

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poesie di giovanni raboni

di (17/09/2004 - 11:09)

Contestazione
 
Una, improvvisamente
s'alza dal letto dicendo
"questo non si può fare", E s'agita, tira fuori
roba dai cassetti nello spazio impiccato
tra comò e attaccapanni, a momenti
fa cadere la lampada, il catino - e
fiera nelle sue scarpe davanti allo specchio
dove affiora la nebbia, ogni
tanto toccandoli col palmo della mano infone
il fissatore-insetticida sui capelli.
 

 

 
Città dall'alto
 
Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz'alberi, come un fiume che volta.
dei signori e dei cani.
Da qui alle processioni che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non di più: però più giù, nel fondo della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi - una spanna: continua a leggere
come in una mappa - imborcchi in pieno l'asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.
 
 
 
 
 
Come cieco, con ansia...
Come cieco, con ansia, contro
il temporale e la grandine, una
dopo l'altra chiudevo
sette finestre.
Importava che non sapessi quali.
Solo all'alba, tremando,
con l'orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,
capisco che ho strisciato
dentro il solito buio,
via san Gregorio primo piano.
Al di qua dei miei figli,
di poter dare o prendere parola.
 

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è morto giovanni raboni

di (17/09/2004 - 11:06)

E' morto a Parma, in seguito a un attacco cardiaco, Giovanni Raboni, poeta e critico letterario. Raboni era nato a Milano nel 1932. Esordi' come poeta all'inizio degli anni Sessanta con due brevi raccolte, 'Il catalogo e' questo', e 'L'insalubrita' dell'aria'. La pubblicazione di raccolte di poesie (l'ultima e' 'Barlumi di storia' del 2002) continua ininterrottamente e si affianca alla sua attivita' di critico letterario e di traduttore. Raboni ha scritto su 'Paragone', 'Quaderni piacentini' ed era il critico del 'Corriere della Sera'. Da poeta Raboni usa la forma libera, per tornare, a partire dal 1990 con 'Versi guerrieri e amorosi', alla forma chiusa, abbandonandola poi con l'ultima raccolta del 2002. Raboni e' stato traduttore di Baudelaire, Apollinaire, e Proust. Del grande scrittore francese ha tradotto la 'Recherche' pubblicata nella collana 'I Meridiani' della Mondadori. E' stato anche direttore editoriale negli anni '70 per la casa editrice Guanda. Tra i suoi saggi di critica letteraria ci sono 'Poesia degli anni sessanta' del 1968 e 'Quaderno in prosa' del 1981.

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auguri giudici!

di (16/09/2004 - 11:01)

Giovanni Giudici, una vita in versi che splende da ottanta anni

 

Giovanni Giudici è uno dei vecchi arzilli della nostra poesia contemporanea, ottanta anni e tanta voglia di svelarsi al mondo col piglio diretto del suo verseggiare sempre suggestivo.

I tre anni di differenza da Zanzotto e i due da Pasolini e Erba bastano perché la poesia di Giudici nasca  postuma all’ermetismo. Il distacco dalla lirica “pura” si accompagna ad un recupero di precedenti esperienze poetiche novecentesche, tanto che Franco Fortini ha considerato Giudici un rappresentate del “crepuscolarismo internazionale”. Con gli esponenti crepuscolari di inizio secolo, Govoni, Gozzano, Lucini, Moretti, ha certamente in comune quell’ansia di parlare della propria esistenza, di fare della poesia uno strumento volto alla costruzione della propria autobiografia.

Ne è esempio la splendida Una sera come tante, tratta da La vita in versi:

 

Una sera come tante, e nuovamente

noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro

settimo piano dopo i soliti urli

i bambini si sono addormentati,

e dorme anche il cucciolo i cui escrementi

un’altra volta nello studio abbiamo trovati.

Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

(…)

Una sera come tante (quante ne resta a morire

Di sere come questa?) e non tentato da nulla,

dico dal sonno, dalla voglia di bere,

o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,

né dalle mie impiegatizie frustrazioni

(…)

 

Una poesia della quotidianità, quindi, quella di Giudici, che abbandona le venature “civili” di tanta prosa realistica del secondo dopoguerra per spiare dal buco della serratura della propria esistenza minima. La forza specifica della posizione di Giudici sta nella consequenzialità, persino meccanica, con cui egli sviluppa il paradosso oggettivo che costituisce la sua poesia: una persistente volontà di dire in versi la sua biografia, fino al punto di oscura necessità in cui questa diviene biologia e non senza evidenti ambizioni di canzoniere, in una fase storica in cui la prepotenza del nuovo capitalismo riduce la vita del singolo a mera figura sociale. L’autobiografia coincide, perciò, con la biografia di quella figura sociale, e l’io, smarrito il principio d’individuazione, diventa un io narrante o sentenziante che si teatralizza in tipo, maschera o personaggio. Questo è il significato fondamentale delle terze persone di Giudici e del suo oggettivarsi nella “voce” di un altro . Ecco una parte di La Bovary c’est moi, tratto da Autobiologia:

 

Dice: ti cullo il bambino perché

anch’io sono un bambino – ma è assurdo.

Non può avere la voce uno che non è qui

né braccia né potrei volendo cullarlo a mia volta.

Pure il bambino vero tace se resto in ascolto

della sua finta voce nella mia finta pace.

Pure gli posso far dire ogni parola che voglio:

mio amore quanto errore e dolore ci divide

quanto futuro senza futuro si spalanca.

Vuole mettere ordine vuole che mi riposi.

 

Ecco cosa scrive Daniele Piccini, nell’ultimo numero del mensile Poesia, sull’ultima fase della produzione poetica di Giudici, quella venuta dopo La vita in versi, Autobiologia e O Beatrice: << Sono fra coloro che sentono la stagione più recente del poeta (da Salutz in poi) come una resa alle sirene della lingua poetica in sé e per sé, disincarnata, un poco enigmatica, quasi per contraddire un’epoca sempre più inumana e sorda. Non che non si diano prove di bravura ( per esempio in Quanto spera di campare Giovanni), ma al lettore di quel Giudice millimetrico, popolare e sapientissimo, resta un retrogusto un poco amaro. Chissà se questa lettura rende o meno onore agli ottant’anni di uno dei nostri migliori autori. Ma è diritto di chi viene dopo fare i conti, fino in fondo e onestamente, con i maestri. Lo sa Giudici, che in Autobiologia quasi celiava: “Ah cireneo Montale / la gloria molesta / del nostro leggerti male”>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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macello

di (16/09/2004 - 10:58)

Ivano Ferrari, Macello, Einaudi

di Rossano Astremo

 

Ivano Ferrari è nato a Mantova nel 1948. Ha lavorato per alcuni anni nel mattatoio cittadino. Presso Einaudi ha pubblicato alcuni testi all’interno dell’antologia Nuovi poeti italianai 4 e la raccolta di poesie La franca sostanza del degrado. In Macello (Collezione Bianca, Einaudi), nello spazio chiuso di un mattatoio, “la grande sala dove si esibisce la morte”, Ferrari mette in scena uno spietato interregno uomo-animale determinato da una schiacciante sopraffazione. Un Macello che rimanda ad altri macelli che continuano ad attraversare la nostra vita di specie e che è campo di battaglia, lager, laboratorio, chiesa, teatro e dove i macellatori sono carnefici, tecnici, sacerdoti, registi: “Una vitella stupita d’esser viva / guarda noi che la ignoriamo, / decine di sorelle appese si pavoneggiano, / si sente sola e brutta a respirare / ma non ci sono più paranchi /  e le celle frigorifere sono colme, / rotea intorno lo sguardo suo più dolce / se è pausa o tregua nessuno raccoglie / si gonfia, lancia un grido e scivola sul sangue / piove plasma per un poco e finalmente / si libera un paranco”. Qui la storia degli stermini, delle colpe, dell’atrocità dell’umano agire sono i cardini. Se gli Olocausti hanno invaso il nostro Novecento, Ferrari li pone alla visione di tutti con parole ben calibrate, ritmi serrati che, nella loro semplicità sintattica, convergono tutti in una dirompente ed efficace mattanza di sentimenti: “Ho visto strisciare ombre / impastate di umano / e i pugnali disonorare la vendetta; / ho visto dio calpestare un apostolo / per arrivare dopo alla gabbia / e l’aureola / usata come filo di ferro / per convincere un giovane toro a farsi santo”. In questa raccolta poetica intensa e perentoria, piena di accensioni, implorazioni, crudeltà, straziante sarcasmo e personaggi animali e umani difficili da dimenticare, ogni verso ha un suo ictus, determinato da una provocazione lessicale, tonale e psichica che diventa immediatamente lacerazione visiva. La materia, la carne, come la poesia, vengono messe in totale sofferenza e la vita è registrata nel suo punto limite, nelle sue ulteriori degradazioni: “Nella tasca della tuta / ho trovato un occhio / chi scarnifica le teste / mi ricorda e saluta / gli occhi li tengo un poco / poi ci nutro poiane”. Macello è un’orgia d’identità spaccate, divise tra il dovere e il dolore, tra la disumanità delle tortura e la banalità dell’ordine di esecuzione quotidiano.

 

 

 

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la città dalle mura che bruciano/1

di (15/09/2004 - 09:49)

romanzo a puntate che uscirà sul settimanale salentino città magazine (forse)

Rossano Astremo

La città dalle mura che bruciano

Tutta la verità sul primo anno universitario di Leo Monsanto

 

1.

Ero stato a Lecce poche altre volte, da piccolo, quando le gite scolastiche ti conducono in posti dei quali non apprezzi mai a sufficienza le bellezze architettoniche e artistiche del posto. Avevo, infatti, solo un vago ricordo della città.  Nella mia mente si stagliavano nitide le sofisticante e tondeggianti chiese che addobbavano ritmicamente il centro storico. Avrei avuto il tempo per rimediare alle mie mancanze da turista piccolo e disattento Abbandonate le abitudini castranti della vita da liceale ero pronto per l’avventura universitaria. Dal piccolo paese in provincia di Taranto, assuefatto alle nubi cancerogene dell’ ILVA, centro siderurgico croce e delizia della nostra terra, mi trasferivo a Lecce, con la voglia di dare una svolta alla mia esistenza, di allontanarmi dal cordone ombelicale materno asfissiante. Mi iscrissi al corso di Laurea in Lettere Moderne. Nulla di impegnativo. Assecondai la mia passione per la letteratura. Presi in affitto una stanza in una casa nei pressi di Porta Rudiae, via TRENTO n. 4. Nella mia stessa casa Livio, mio compagno di liceo, chitarrista apprezzato nel colto mondo della musica classico, e Ciro, mia amico d’infanzia, pianista apprezzato nel mondo deviato dei centri sociali della provincia di Taranto e Brindisi, entrambi iscritti, non a caso, al corso di laurea in Beni Musicali. Ci trasferimmo a Lecce in una mattina di ottobre, una settimana prima del regolare inizio delle lezioni. Riempimmo due macchine di libri, selezionati con cura, non quei soliti libri che si parcheggiano nelle librerie con la semplice pretesa di creare armonia con il resto del mobilio, ma testi dai quali era impossibile staccarsi, Tropico del Cancro, Pasto Nudo, I Sotterranei, La storia dell’occhio, solo per citare quelli tosti dai quali non si può prescindere. Non erano, però, solo i libri a popolare le nostre utilitarie, ma valigie stracolme di camicie, magliette, jeans sdruciti, mutande nere, calze di spugna grigie. Impossibile staccarsi dalla fase grunge. Nevermind echeggiava nelle nostre menti con ossessione. L’unico dei tre a non avere camicie di flanella a quadrettoni, stile Kurt Cobain, era Livio, il quale preferiva adagiare sul suo corpo esile tessuti di lino, ma noi lo amavamo per quel suo stile un po’ fuori dal tempo. Dimenticavo! Nelle nostre utilitarie avevamo anche le tre mamme, pronte a stravolgere la casetta che avevamo preso in affitto, munite di scope, detersivi per ogni evenienza, alle quali il cuore batteva a mille, come se a cambiare vita e ad abbandonare il tetto famigliare fossero loro tre. Le abbandonammo in casa, un cucinino, un soggiorno, un bagno,  due stanze da letto, io e Ciro dormivamo nella stessa stanza, mentre Livio aveva preferito pagare un po’ di più con la possibilità di avere una stanza tutta per sé. Attraversammo a piedi tutto il viale dell’Università e raggiungemmo l’Ateneo, alla ricerca di tutor in grado di darci qualche dritta sulle lezioni da seguire, sui piani di studio da compilare, sugli esami da evitare, su quelli facili che era necessario sostenere, ma le nostre intenzioni costruttive vennero presto abbattute dall’incontro di una delle ex compagne di liceo di Ciro, Maria. Maria era in compagnia del suo ragazzo, Paolo, un tipo magro da star male, che vestiva di nero, con scarpe a punta, jeans attillati, chiodo consumato. Per lui gli anni ottanta non erano passati invano. Maria si era appena iscritta al corso di laurea in Beni Mobili e Artistici, Paolo aveva fatto la stessa mia scelta kamikaze di iscriversi a Lettere Moderne, dopo due anni trascorsi a Bari frequentando Agraria. Ciro spiegò a Maria dove era situata la nostra casa, lei aveva preso una stanza in affitto nel quartiere Santa Rosa, alle spalle del Bar Commercio, mentre Paolo non distava molto da noi. Ci saremmo incontrati la sera per inaugurare la nostra casa con una sacrosanta bevuta. Era il minimo. Livio era l’unico interdetto. Io e Ciro ci guardammo negli occhi, assaporando sulla nostra pelle quella brezza frizzante dell’assoluta libertà appena conseguita. Tornammo a casa, dopo aver bevuto un paio di birre per la strade. Le nostre mamme erano esauste, sedute sul divano del nostro soggiorno. Avevano lucidato ogni angolo della casa. Mangiammo un panino assieme. Raccolsero i loro attrezzi e si congedarono da noi. Non potevano mica immaginare quello che sarebbe successo quella sera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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un racconto di merda del sottoscritto

di (14/09/2004 - 09:47)

 

Rossano Astremo

Teo, il gzzettino e una storia di merda quotidiana

 

Questa storia della defecazione, poi, è di tale importanza che una sua non risoluzione mi condurrebbe alla follia. Sono venti giorni che il mio organismo ha abbandonato i ritmi regolari di una volta, cagata alle otto di mattina, caffè, cagata alle otto e trenta, e poi subito nella redazione del giornale per l’inizio della giornata lavorativa. Se poi la sera precedente faccio un pasto ben oltre la norma, ci può scappare un bel cagatone anche nel bagno redazionale. Ora, le spiegazioni di un simile blocco intestinale vanno attribuite allo stress degli ultimi mesi, dovuto alla nomina di caporedattore della sezione “Cultura e Spettacoli” del “Nuovo Gazzettino di Lecce”, con le responsabilità annesse che questa nomina comporta, con le pressioni dei personaggi più strani che negli orari più insoliti entrano in redazione chiedendoti uno spazio su uno spettacolo teatrale di una compagnia dialettale di Melissano. Ditemi ora voi se uno spettacolo dal titolo U testamento tu tata ‘Ntoni può interessare un quotidiano che ha tra i suoi obiettivi quello di avvicinarsi a lettori della nuova generazione. Un’altra ragione in grado di spiegare la mia stitichezza può essere legata a qualche componente del mio organismo andata fuori posto, non so, per esempio un tratto dell’intestino intasato a causa di corbellerie alimentari ingerite oltre la norma, ché poi la mia alimentazione non è delle migliori, la mia compagna mi dice sempre Teo non fare lo stronzo, mangia per bene, perché poi quando a quaranta anni ti trovi in ospedale a farti esportare un pezzo dell’apparato digerente non lamentarti a cazzo di cane e non dire che non ti avevo avvertito. Intestino intasato, apparato digerente esportato o meno, quello che è certo che il sottoscritto, Teo Toma, classe ’66, giornalista professionista dal ’95, caporedattore delle pagine di “Cultura e Spettacoli” del “Nuovo Gazzettino di Lecce” è un ipocondriaco talmente oltre le righe da non paragonarsi neppure a personaggi usciti dalla penna di Italo Svevo o Giuseppe Berto. Questa premessa sulla situazione delle mie feci, o con più esattezza delle mie non feci, è necessaria per comprendere il mio stato d’animo in questa mattina afosa che precede di cinque giorni l’inizio ufficiale della stagione estiva. Qui a Lecce il caldo è soffocante. Io ho uno strano rapporto con la stagione estiva. Il caldo mi uccide, la mia pressione scende a livelli paranormali, la testa comincia a battermi aritmicamente, le gambe perdono ogni minima spinta deambulante, mi trovo molto spesso sdraiato sul primo divano che incrocia la mia vista, con aria condizionata sparata a mille, sia in casa che al lavoro, su tutti i centimetri cubici che popolano il mio corpo. Quindi, considerate il caldo asfissiante, tutta le merda che circola non so dove nel mio organismo, il mio volto afflitto che si rispecchia sul televisore spento, e considerate, inoltre, il fatto che tra mezz’ora devo essere al lavoro e la mia auto si trova da Gaetano il meccanico perché la mia compagna ha scassato in un frontale tutta la parte anteriore e, in sincerità, non so proprio quando cazzo sarà utilizzabile e quanto cazzo mi verrà a costare la riparazione. Indosso la camicia e il jeans della sera precedente e mi dirigo a lavoro. Claudia è uscita alle sette e trenta da casa, poiché alle otto le inizia il turno al call center di Surbo. Questa storia dei call center, poi, da un lato la loro presenza è un fatto positivo perché dà  lavoro a un numero cospicuo di persone che non trovano altri sbocchi professionali, però c’è da aggiungere che la paga è da cani e il fatto di chiamare la gente a casa per spiegare i vantaggi di abbonarsi a Teledue, con tutti i “non mi interessa”, i “non scassate le palle”, i “basta con questa rottura di coglioni” genera un progressivo svuotarsi della propria autostima. Mentre i pensieri scorrono come la merda dal mio buco del culo nei tempi di abbondanza, mi son lasciato alle spalle Porta Rudiae e mi dirigo con passo sostenuto verso Piazza Sant’Oronzo, alle spalle della quale si trova la sede del “Nuovo Gazzettino di Lecce”. Questa storia dell’auto mi costringe a sorbirmi ogni mattina la presenza oppressiva di turisti che visitano la nostra città. Vedi gente di ogni nazionalità, tedeschi, svedesi, giapponesi con le loro macchine digitali ad immortalare ogni piccola sborra di piccione poggiata su facciate di chiese o su balconi che abbondano di fregi barocchi, vedi una calca insostenibile nei pressi del Duomo, i negozianti che godono come maiali in calore per la presenza di materia prima da spolpare, vedi cani randagi che inveiscono con rabbia contro questi neofiti usurpatori del loro spazio consueto, vi parlo dei cani randagi perché io ho una fobia remota per tutti i cani di grossa taglia. Il tutto è legato ad un episodio dell’infanzia, avevo più o meno sette anni quando il mio cane, un pastore tedesco di dieci anni, Doogy, scambiò la mia mano per il suo pranzo, procurandomi una ferita non indifferente e generandomi questa ossessione per la specie canina che è aumentata con il passare delle stagioni. Arrivato all’età di trentotto anni, osservo con oculatezza ogni minimo movimento dei cani che incontro per strada, la mia pressione aumenta con immediatezza, sudore freddo comincia a colarmi dalla fronte e solo il passaggio indenne dalla loro presenza contribuisce a ristabilire il corretto funzionamento del mio organismo. Mi fermo un attimo alla Libreria Liberrima, dopodomani è il compleanno di Claudia e vorrei regalarle un bel romanzo, così magari, durante il lavoro, tra una telefonata e l’altra, riesce a spendere il suo tempo in maniera costruttiva. In questo periodo penso che l’Italia stia sfornando un’ottima generazione di narratori, nell’ultimo anno ho letto ottimi romanzi, penso a Il suicidio di Angela B., a I canti del caos, a 54, solo per citare i primi tre che mi vengono in mente, quindi penso che nell’acquisto del regalo per Claudio opterò per un autore nostrano. Eccolo, cazzo, questo sì che potrebbe essere un ottimo acquisto, Grande Madre Rossa di Giuseppe Genna, ho già letto i suoi Catrame e Nel nome di Ishmael, do spesso uno sguardo al suo sito letterario I Miserabili, e poi comprando questo romanzo colgo due piccioni con una fava, regalo a Claudia e lettura assicurata del testo per il sottoscritto. Esco con Grande Madre Rossa sotto il braccio, continuo la mia camminata, direzione redazione del giornale, improvvisamente vengo colto da fitte lancinanti allo stomaco, come se le budella, nel loro contorcersi collettivo, stessero risalendo su per la bocca dello stomaco, per poi scendere con velocità siderale lungo l’intestino e trasformarsi in una esplosione sfavillante di merda pregressa, mi giro attorno per trovare un locale con bagno, ma dopo quella volta che al Cin Cin Bar sono stato cacciato e insultato dal proprietario, da poco scomparso, pace all’anima sua, per aver chiesto l’uso del bagno, senza aver consumato nulla, ora ci penso su due volte, ma non ho molto tempo da perdere perché la merda sembra non concedere tregua, poi il culo (la fortuna) è dalla mia parte, perché appena entrato in Piazza Sant’Oronzo mi ricordo che sulla destra ci sono i bagni pubblici, non ci sono mai andato perché mi hanno detto dello schifo che dentro ci trovi, della gente che va lì solo per consultare le riviste porno e farsi dei grandi segoni con entrambi le mani, poi ho letto un testo di John Giorno, autore americano post-beat, che racconta delle sue esperienze sessuali avute nei cessi pubblici di New York (so benissimo che New York non è proprio Lecce, ma la mia mente ragiona a cazzo di cane, tengo a precisarlo), soffermandosi su un maestoso pompino fattogli da Keith Haring e sulla fortuna che ha avuto a non prendersi l’AIDS, a differenza di molti suoi amici e via discorrendo, quindi, essendo un ipocondriaco, col cazzo avrei mai  messo piede in quel cesso, ma nella vita ci sono sempre i momenti in cui le certezze sedimentate nel tuo cervello lasciano spazio allo spuntare carnale e vivido della realtà, nel caso specifico rappresentato da questo groviglio indicibile che il mio stomaco porta con sé. Scendo i gradini con salti da alieno, nel sotterraneo cesso pubblico trovo davanti a me un tipo scheletrico, sulla sessantina, che mi fissa stizzito, mi porge della carta tra le mani, mi chiede 50 centesimi, io gli dico guarda aspetta per i soldi che mi sto cacando addosso, sono già in posizione pronto a riempire lo spazio circostante di odori e rumori indicibili, ma il mio intestino è proprio in una fase no, all’improvviso è come se un tappo di sughero si fosse infilato su per il buco del culo, il tutto si blocca, sono impietrito, con tutto il peso del corpo sostenuto dalle ginocchia per non poggiare il culo sul tarallo pieno di piscio rancido e maleodorante, sudo freddo, il corpo assume una posa statuaria, ma lontana anni luce da una qualunque scultura di Canova, sono una scultura del cazzo, gocce di sudore imperlano il mio volto avvizzito, questa merda non ne vuole sapere di scendere, sono sul limite dello svenimento, nella mente prende forma l’immagine del custode dei cessi pubblici che viene a soccorrermi, sollevandomi di peso con le sue mani incancrenite da pugnette alle quale si sottopone quotidianamente per tappare le bolle temporali di vuoto che si iniettano nelle sue giornate. D’improvviso l’immagine del custode viene meno, i miei occhi non assorbono più la luce esterna, tutto si blocca, per pochi attimi, poi l’esplosione viscerale, dal profondo, roboante, riempio il cesso di merda sanguigna, la mia pelle spruzza a fiotti sudore acido, di liberazione, comincio a respirare regolarmente, ritorno a sentirmi umano, a pensare alla giornata con maggiore fiducia, mentre avvolgo attorno la mano strati di carta igienica grigia e mentre nella stanza affianco il custode poso il suo sguardo sui culi nudi e aperti del giornaletto al quale da anni è abbonato, Così giovani cosi ninfomani.

 

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i lanzillotti di francesco lanzo

di (14/09/2004 - 09:44)

Avevo promesso di ritornare su questo romanzo una volta terminata la lettura

 

 

Negli ultimi anni assistiamo al crescente interesse, da parte dell’editoria italiana, nei confronti della nuova generazione di scrittori attraverso il moltiplicarsi di collane a loro interamente dedicate. E se da un lato annoveriamo la collana nichel della minimum fax di Roma, curata dal barese Nicola Lagioia, per la quale hanno pubblicato Valeria Parrella, Christian Raimo, Francesco Pacifico, o la collana Indicativo Presente della Sironi di Milano, curata da Giulio Mozzi, che ha portato sulla cresta dell’onda Tullio Avoledo, Umberto Casadei e Antonella Cilento tra gli altri, la Puglia non sta certo a guardare. La Palomar di Bari ha da poco la sua collana interamente dedicata all’ultima generazione di narratori, la Cromosoma Y, curata da Michele Trecca e Andrea Di Consoli, un “laboratorio meridionale delle scritture del mutamento” che ha da poco pubblicato il romanzo d’esordio del leccese Francesco Lanzo, I Lanzillotti (storia di uno e di tanti, d’amore e di teorie inutili). Partiamo da alcune divertenti note biografiche dell’autore presenti nel risvolto di copertina: “Francesco Lanzo è nato a Lecce il 29 dicembre 1980. Sa zappare la terra e ha aiutato diverse volte suo fratello durante l’infilaggio di fili elettrici sa preparare la consa e il cemento ha fatto il lavapiatti il palo l’uomo dei volantini il barista il muratore…”. Questo piglio ironico è presente in tutto il romanzo, storia di un giovane come tanti, ambientata in una Lecce quanto mai contemporanea, ricolma di studenti universitari che trascorrono le loro serate post-studio a bere birra su birra in locali cult quali l’Orient Express o il Pochaontas. Il romanzo ha, non a caso, l’autorevole introduzione di Livio Romano, il quale scrive: “Questa che Lanzo narra con un sound personalissimo è una storia che dalla profonda provincia meridionale si protrae in continuazione verso un Nord leggendario senza per questo tradire quei profumi vitali, quelle notti terse di stelle e di sogno, quel girovagare per la pianura e per i posti schifi eppur parte irrinunciabile della propria identità”. Dico non a caso perché tra le pagine di Lanzo si sente l’eco del primo Romano, quello di Mistandivò per intenderci, con serate passate tra amici a bere, a macinare chilometri alla ricerca di un’alba che possa stagliarsi nella mente e divenire indimenticabile, a discutere del futuro, del lavoro, dell’assenza di denaro, delle sempre imprevedibili e tortuose vie dell’amore. Sì, perché è l’amore del protagonista per Pina a strutturare il dipanarsi della vicenda romanzesca, un amore ostacolato dalla presenza della dannata rockstar di turno, Uccio, più seducente e ammaliante di un povero studente in Lettere Moderne, perso tra la preparazione degli esami e le letture di libri “intellettualoidi”. Con Romano ha in comune, inoltre, un approccio sperimentale nello sviluppo della prosa, attraverso l’utilizzo ossessivo del gergo giovanile, mescolato a termini pescati dal cilindro senza fondo del dialetto e poi italianizzati, rompendo una sintassi ritmata dalla punteggiatura e prediligendo un flusso di coscienza a tratti aggrovigliato e snervante: “Allora, voi in questa storia non c’entrate niente, voi davvero in questa storia non c’entrate manco di lato, ché questa è la mia storia e anche se in una storia se ne possono conoscere mille altre e bla bla bla di una storia come questa non vi riempite le orecchie e gli occhi nommanco se pagate soldoni, ché questa è la mia storia, credetemi, per quel fatto dell’onestà che a noi di dire le bugie e  di essere falsi manco con te stesso te lo puoi permettere, le cose te le dici in faccia anche da solo, sarà per questo che ci stiamo tutti un po’ antipatici, quelli della congregheria mia dico, i Lanzillotti”. Un buon esordio, divertente, per molti tratti scorrevole, che lascia ben sperare per gli esiti futuri del giovane Lanzo.

 

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www.dissidenze.com

di (14/09/2004 - 09:30)

un sito di critica letteratura civiltà che ci piace, in linea con quanto cerca di fare vertigine sul cartaceo

www.dissidenze.com

Lettere a nessuno - di Antonio Moresco

Gli argomenti di questa settimana:

MARIO PERNIOLA Il neo-anticoWU MING Giap!MICHEL MAFFESOLI Le tribù della rete GIOVANNI SEMERANO Le origini della cultura europea NUOVI SCRITTORI ITALIANI Massimo Sannelli e Marco GiovenaleFRANCO FORTINI Parola chiave: conflittoANTONIO MORESCO L’eterno nascere

 

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musicaos speciale unidici settembre

di (13/09/2004 - 10:02)

www.musicaos.it

CONTENUTO DEL NUMERO:
[[MUSICAOS 8/9. Settembre 2004]]. Uno sguardo su poesia e letteratura a cura
di Luciano Pagano e Stefano Donno. In questo numero. ESORDIENTI: Andrea
Aufieri, Vincenzo Vinro TESTI: SEZIONE DEDICATA ALL'11 SETTEMBRE01_Rossano
Astremo, Pietro Berra, Vito Antonio Conte, Carlo Dentali, Stefano Donno,
Elisabetta Liguori, Massimiliano Manieri, Luciano Pagano, Beatrice Protino,
Giovanni Santese , Luca Spagnolo, Maria Zimotti e inoltre: Antonio Caterina,
Silla Hicks, Igor Legari, Oronzo Liuzzi, Massimiliano Manieri, Marco
Montanaro, Angelo Petrelli, Beatrice Protino, Taddeo Roccasalda TRADUZIONI
di Taddeo Roccasalda: Ode to a Nightingale di John Keats , Ho masticato con
cura ogni parola di Dario Brandi - Angelo Petrelli traduce Charles Bukowski
INTERVENTI: Stefano Donno legge "Christian Raimo - Dov'eri tu quando le
stelle del mattino gioivano in coro?" - Beatrice Protino: Frida Kahlo "Una
vida abierta"- DIARIO: SPECIALE LA NOTTE DELLA TARANTA - Strana Estate
(Mauro Marino) e il diario del laboratorio di Giovanni Lindo Ferretti
scritto da Vito Antonio Conte - I quadri e le opere di Gaetano VICARI -
Luoghi d'Allerta a cura del FONDOVERRI - Bando di partecipazione
all'antologia PACE E LIBERTA'!!

arrivederci a Ottobre

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11/09

di (10/09/2004 - 11:21)

La videocamera si muove con lentezza, proiettata verso l’alto, scontrandosi con le velature grigie di un cielo che odora di muschio. Le torri si librano intatte, marmoree, nello spazio incellophanato di New York. La mattina si snoda limpida, nella solita routine di una metropoli tumorale vicina al collasso. La videocamera ruota con lentezza, le torri abbandonano il centro focale dell’inquadratura. Il cielo ora splende corposo, eretto, e solitario. La luce fioca delle prime ore della giornata si incastra tra le striature di cemento e ferro che ritmano la scansione regolare di grattacieli innalzati. La videocamera volteggia nello spazio con velocità siderea, zooma nell’etere, si blocca in estasi. Un aereo cristallino viaggia nitido, deciso verso una delle torri, perpendicolare, sfrenato. Poi l’impatto, sublime nella sua perfezione. Una delle due torri gemelle deflagrata, bucata, erosa nel suo centro. Lo spazio trattiene il fiato. Pochi attimi, poi un nuovo aereo, stessa nitida andatura, veloce, decisa, diretta verso la seconda torre. Le immagini sembrano sfibrate, la videocamere abbandona la sua fermezza, si incrosta. Tutto in un attimo, poi un’esplosione dirompente. Il simbolo dell’America opulenta e intoccabile viene meno, inculato a sangue da forze che non ammettono pietà. La videocamera zooma sulle due torri bucate, piccole sagome nere si affacciano dalle finestre alla ricerca disperata di salvezza, altre sagome si librano nel cielo grigio di una New York ansimante. Corpi volanti, torri in fiamme, tutto sospeso, surreale, da brividi. Poi il crollo delle due torri, geometrico, sequenziale, ritmico. Nubi di fumi, ceneri, frammenti cancerogeni. Pelle, sangue, ossa, piscio di migliaia di individui accumulati nella verticalità venuta meno. La videocamera è distante. Il sangue non lo inquadra, se lo inietta. Poi il buio. Tape end.

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Pasolini e il Sud di Mirko Grasso

di (10/09/2004 - 11:19)

  

All’interno del panorama letterario salentino contemporaneo, accanto alla crescente schiera di poeti e narratori emergenti, non bisogna dimenticare la presenza di giovani autori che prediligono il momento critico a quello creativo. Uno di questi è Mirko Grasso, originario di Galatone, laureato in lettere moderne presso l’Università degli Studi di Lecce, collaboratore di diversi quotidiani e periodici. Nel suo primo libro, Pasolini e il Sud, poesia, cinema e società, uscito con la casa editrice Edizioni dal Sud (euro 12, 132 pp.), Grasso si sofferma sull’intellettuale più eclettico e di spessore che il nostro secondo Novecento culturale abbia prodotto, analizzando il legame dello scrittore di Casarsa con il Sud. Scrive Grasso nella Premessa: “La nostra ricerca propone la ricostruzione degli itinerari pasoliniani nel Meridione d’Italia in genere, con una particolare attenzione alla Puglia. Questa regione ha infatti lasciato nell’opera dello scrittore un segno maggiore…Sino ad oggi il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e il Sud-Italia non ha avuto una trattazione organica, pur costituendo un momento fondamentale nella elaborazione poetica dello scrittore. Tramite questo aspetto dell’opera pasoliniana possiamo avere un’immagine particolare del Meridione d’Ialia: uno spaccato di vita nel Sud dalla fine degli anni ’40 al 1975”. Il libro di Grasso si sviluppa seguendo un taglio cronologico e dividendosi in tre parti. La prima parte affronta il rapporto tra Pasolini e il Sud dal 1950 al 1960, con un primo capitolo sul Pasolini critico della letteratura meridionale, un secondo capitolo dedicato ai viaggi dello scrittore nel Meridione d’Italia, divenuti, poi, reportage giornalistici per svariate testate, e un terzo capitolo che si sofferma sui rapporti tra Pasolini e Bodini e i legami esistenti tra “L’esperienza poetica”, rivista curata da Vittorio Bodini, e “Officina”, rivista fondata da Pasolini e Roversi.

La seconda parte del libro di Grasso si ferma a considerare gli anni che vanno dal 1960 al 1970, con un primo capitolo dedicato ai dialoghi con i giovani lettori meridionali prima su “Vie Nuove” e poi sul “Tempo”, e un secondo capitolo dedicato al film inchiesta Comizi d’amore, dove si manifesta apertamente l’arretratezza del Meridione d’Italia nei confronti delle conoscenze e delle abitudini sessuali. Un terzo capitolo è dedicato al Sud nelle vicende de Il Vangelo secondo Matteo e in Poesie in forma di rosa. Ecco cosa scrive Grasso in apertura di questo capitolo: “La disperata ricerca di valori autentici, il mito del popolo che per gli anni ’60 ancora vive nello scrittore, il desiderio di sfuggire al neocapitalismo che ha ormai attanagliato l’Italia centro-settentrionale, inducono Pasolini sempre più frequentemente nel Sud-Italia e nei paesi più depressi dove natura, arcaismo, povertà, eros fossero incontaminati dai guasti dello sviluppo senza progresso”.

La scelta di luoghi quali Potenza, Matera, Barile, Catanzaro, la Sicilia nella valle dell’Etna, la campagna tra Barletta e Taranto, Castel del Monte, Gioia del Colle e Massafra, può comprendersi solo considerando il valore di autenticità che Pasolini attribuiva a questi luoghi.

La terza parte del lavoro di Grasso si sofferma sul Pasolini degli ultimi anni, quello delle Lettere Luterane e degli Scritti Corsari, ed in particolar modo sull’intervento tenuto da Pasolini il 21 ottobre del 1975, pochi giorni prima della sua atroce morte, presso il Liceo Palmieri di Lecce, dal titolo il Volgar’eloquio. Un testo esaustivo quello di Grasso, che colpisce per la linearità della sua prosa, arricchito da un buon apparato fotografico, in grado di illuminarci su un aspetto essenziale della poetica pasoliniana, il suo amore per la primitiva cultura meridionale, appunto, e che ha il pregio di non intestardirsi nella ricerca acuminata di una sintassi spigoloso, consentendo una lettura scorrevole e piacevole.

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il ritorno

di (03/09/2004 - 10:49)

Dopo un mese di assenza forzata ritorno a riempire le pagine del mio blog. In questo mese ho ricevuto delle critiche per alcuni post da me inoltrati su questo diario (benvenuti a sti frocioni e i lanzillotti).Scusate se ho offeso qualcuno, ma non era mia intenzione. L'ironia viene scambiata per cinismo, la letteratura per vita alcune volte.

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