riscrittura per il teatro di i trofei della città di guisnes, romanzo di antonio verri (testo in fieri)
I trofei della città di Guisnes
dal romanzo di anotnio verri
di Rossano Astremo
Lo spettacolo ha inizio con l’immagine di Stefan che pronuncia parole (l’inizio del romanzo) su uno sfondo urbano (la metropoli verriana fatta di metallo stridente, catrame eiaculante, microchip che vibrano – sulla scena l’inquieta immagine di un computer che emette vocalizzi, suoni disarmonici, tenendo a mente la passione di Verri, negli ultimi anni della sua vita, per il silenzio di John Cage). Stefan tiene al guinzaglio il suo monarca (l’immagine è la stessa di quella della soldatessa americana che ha al guinzaglio il nudo ostaggio irakeno). Il monarca è il simbolo del potere e l’intellettuale Stefan, alter ego di Verri, cerca di combattere con la sua parola il potere (concetto da sviluppare).
STEFAN: C’è un castello di cotone, una cattedrale di riso, un vascello di marinai che amano il mutamento e non altro, delle case di mercanti che hanno il soffitto giallo canarino, delle rane fulminate in una palude, altoparlanti qua e là che trasmettono le voci senza fine degli annegati, piupi e frottole per ogni dove, delle scritterosse che inneggiano a dei padri che tutti aspettano, dei tao sospesi a mezz’aria, intontiti…come è facile, o mio monarca, mio sbellicato genietto, perdersi, svuotarsi cedere alla lusinga…
C’è un castello di cotone e una cattedrale di riso, ma il mondo è così vasto, è così incredibilmente rosso e poroso, è un così gran testo, un prodigio, una così rara voliera…
Stefan si muove su un lato della scena (dopo aver legato il guinzaglio del monarca attorno un palo che puzza di ruggine), dove sarà allestito il recinto contenente le rane (il coro di voci stridule, incapaci ad emettere significati, rinchiuse nell’acerbo guscio dei suoni primordiali). Stefan apre il recinto, i suoni elettronici si interrompono, il coro compare al centro della scena, emette il suo canto, accompagnato dal rumore dei pezzi metallici suonati da un attore. Il coro rientra nel suo recinto. Stefan impaurito chiude il recinto. Cala il silenzio. Stefan ritorna ad impossessarsi del guinzaglio. Il monarca, nudo, è lì, per terra, senza espressione (interessante lavorare sull’azione corporea che coinvolge Stefan e il monarca).
STEFAN: Si muovono così, o mio monarca, ondulati e piatti come razze, soavi come studentelli, a corpo molle, senza conoscere il limite della loro voce: mio re, non c’è ancora tra loro il disperato cappone né l’oca collorosso né cavalli sgò né spiritati grifoni, solo rogna e audacia lavannina: ogni sette giorni, mio re, e per tempo immenso, forme colosse, ecco, bombi a bocca e marzeline e sussurri e sbellicata foga.
Loro, o mio monarca, vivono distratti e molli e numerosi, pure non so dirti nulla della resa del loro gonfio corpo, o se sono di loro gradimento gli intervalli carnosi, gli inverni con troppo impaccio, o l’arco rosa denso che li rende morti al mondo, collassati, effimeri, scudieri del tutto evanescenti.
…Vi ho mentito, sire mio, lo faccio spesso, sono proprio loro i primi trofei della morta città di Guisnes, molli perché aumentati di volume, in piena sofferenza, non si sa se trofei d’acqua, certamente votati all’utopia.
I suoni elettronici ricominciano a rimbombare nello spazio, Stefan ha gli occhi che fissano per terra. L’immobilità del suo corpo è presto interrotta. Sferra un calcio al volto del monarca. Il monarca è steso per terra, Stefan corre nuovamente a d aprire il recinto del coro di rane. Nuova intrusione sulla scena del coro, nuova follia fatta parola, nuovo brusio aritmico che spacca i timpani. Stefan si muove attorno a loro, li scruta, li fissa (se sarà Semeraro ad interpretare la parte di Stefan –io nella mia scrittura penso a Semeraro, perché Stefan deve essere un Adone – si può anche pensare a Stefan che gira attorno al coro con il suo monociclo – dare azione al tutto), poi li respinge, li rinchiude, si lascia tutto alle spalle, il clangore vocale/sonoro ritorna silenzio. Stefan si sposta dalla parte opposta della scena comincia a bere con voracità una bottiglia di whisky e a battere sulla sua olivettina rossa (macchina da scrivere), mentre la scena comincia a cambiare. La pesantezza scenica della città viene sostituita dalla leggerezza fiabesca di una natura che esplode di colore (il tutto verrà reso da panelli di cartone dipinti da Bardamù - anche pittori in scena, il tutto deve dare l’idea di un mondo possibile in fieri - , la scena deve cambiarsi in una breve manciata di secondi), Stefan scompare dietro la nuova scena, lasciando spazio alle sue ossessioni alcoliche/oniriche. Sulla scena il folle gnomo blu.
GNOMO BLU (il monologo dello gnomo blu è recitato nel singhiozzante fraseggio instabile dettata da una risata incontenibile): Io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra. Io stento ad afferrare questo mondo e percorro strade innervate dal disordine, mentre sibilando il vociare delle bestie, faccio ordine al fango che dentro si agita. Io mi disperdo in questo mondo e mi soffermo cinico sulle venature di tutti i colori, benedicendo con le mie mani lucide di peccato ogni minima scheggia dell’amore. Io mi rendo immobile. Ossessionato dal paradiso in terra, mi ribello con tutto il fiato che risplende nei due polmoni a questo cielo che non sopporta il mio canto e mi ritrovo schiacciato come foglia morta nel soffio di un libro dato alle fiamme. Io…io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino alle lacrime, sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra.
Si spengono le luci, nella scena il corpo dello Gnomo Blu scompare, lasciando spazio alla presenza di Jo e Gott, (Verri amava il plagio munifico, il sottoscritto ama la continua presenza di sottotesti con i quali interagire, quindi Jo e Gott sono i nostri Vladimir ed Estragon di beckettiana memoria).
JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
GOTT: Anch’io.
JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.
GOTT: Dopo, dopo.
…
…
JO: Io amo vestire di cioccolato (dopo la battuta risata sonora).
GOTT: Io amo lo sciogliersi sul mio corpo di caldo burro (lacrime di Gott a riempire lo spazio).
…
…
JO: Di questo bosco amo lo splendore dei colori che brillano (il loro dialogo si svolge a velocità sostenuta).
GOTT: Io l’assenza di auto che uccidono.
JO: Io la presenza di animali che strisciano.
GOTT: Sì, sì… animali che strisciano, serpenti dalle squame putride che eiaculano, lumache dal guscio torbido che si accoppiano, vermi di ogni specie su foglie verdi bagnate da una rugiada che esplode…sì, sì, animali che strisciano…animali che strisciano…
…
…
JO: Non sembra anche a te di stare esagerando con tutto questo entusiasmo?
GOTT: Puah! (sputa per terra). È che a volte non ci capisco più niente…
…
…
JO: Di questo bosco amo i colori che screziano la moltitudine.
GOTT: Io amo il colore dell’acqua riflessa da un cielo inchinato ad un eterno pianto.
JO: Io amo il colore del sesso della mia donna quando si apre al mio piacere.
GOTT: Io amo il colore della merda degli uccelli posata su questi indumenti.
…
…
JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
GOTT: Anch’io.
JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.
GOTT: Dopo, dopo.

Christian Raimo, Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, minimum fax
di Rossano Astremo
Dov’eri tu quando le stelle del mattino giovano in coro? (minimum fax) è la seconda raccolta di racconti di Christian Raimo, dopo il fortunato esordio con Latte, uscito nel 2001, Premio Tondelli e Premio Settembrini. I racconti presenti nel testo sono apparsi, in versioni spesso diverse o parziali, sulle pagine romane di Repubblica, Il Caffè illustrato, Accattone – Cronache Romane, Fernandel, Linus, Nuovi Argomenti, ‘tina, www.nazioneindiana.com.
Raimo è stato curatore, assieme al barese Nicola Lagioia, della fortunata antologia, sempre targata minimum fax, La qualità dell’aria, con venti autori under 40 che raccontano, attraverso i loro racconti l’Italia dei nostri tempi.
Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? parla di ragazzini che girano l’Italia a piedi, di suore in crisi di vocazione, di innamorati che temono di divenire assassini, di angeli poco credibili, di malati terminali ancorati alla propria debolezza, bambini prodigio sballottati da un destino ironico.
Eccone un assaggio, tratto dal racconto finale Il segno di Giona: “La prima volta che ho sofferto veramente. Ha che a fare con le nervature di questo tessuto urbano. Con le strade che invece dell’asfalto sono composte di sampietrini, e sembrano colonne vertebrali. Immagina: le vie come tracce fossili di spine dorsali di animali estinti. Ha a che fare con il terrore più acuto che sono capace di concepire. Faccio fatica a pronunciare quest’espressione – ciò che della lingua italiana mi fa più paura – il cancro alle ossa”.
La scrittura di Raimo si muove con molta forza tra le pieghe dei sentimenti e delle emozioni, delle fobie e delle ansie che sono linfa della nostra generazione.
Questi racconti sono atti di fede nell’umanità di coloro che sono costretti ad attraversare questo tempo guasto, a reagire a una catastrofe sentimentale che riguarda non solo loro stessi, ma un’intera generazione e si ostinano a cercare una forma di desiderio e d’amore senza compromessi.
Con questo secondo libro, Raimo entra di diritto nella schiera dei migliori giovani autori italiani, accanto a Flavio Santi, Mario Desiati, Umberto Casadei, Tommaso Pincio e Valeria Parrella, solo per citarne alcuni.







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