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speciale beat generation/ 5 - tratto da domencia (inserto del 24 ore)

di vertigine (10/05/2004 - 11:01)

Jack Kerouac, lezione di un beat

 

di Claudia Gualdana


Non di rado sono i fraintendimenti e le mode superficiali ad
accompagnare la fama di uno scrittore trasformato in oggetto di
culto. Si tratta di un errore di prospettiva che l' ignaro fabbricante
di sogni, o anticipatore di mutate realta' , si trova a dover
affrontare. Uno dei casi piu' eclatanti e' incarnato da Jack Kerouac
(1922-1969), il mentore della beat generation, che ne conio' il
termine e, con l' intramontabile On the road, pose la prima pietra di
una nuova scrittura.
Scrivere Bop, raccolta di scritti teorici di un Kerouac alle prese
con se' stesso e con la bandiera multicolore della filosofia beat, e'
una sorta di dietro le quinte e, con gli scritti degli anni 60, una
critica feroce all' opinione pubblica, che attribuiva alla mentalita'
beat la paternita' dei fenomeni piu' deplorevoli. Teppismo, abuso di
stupefacenti e comportamenti immorali trovarono, in Kerouac e
compagni, un capro espiatorio. Ma gli Stati Uniti trovarono anche una
matrice destinata a un seguito di epigoni che alla dottrina della
liberta' e dell' amore univano atteggiamenti di pessimi imitatori.
Pero' Kerouac non subisce in silenzio, ed e' interessante conoscere
le sue opinioni a proposito di politica e di religione, scoprire che
amava Bach e riteneva che Billie Holiday avesse "pietre nel cuore".
Sono pensieri nudi, i suoi, espressi senza artifici o preamboli.
Dichiarazioni a cuore aperto. Vi scopriamo la genesi della parola
beat, ispirata all' italiano beato, pieno d' amore per la vita e di
gratitudine per Dio. E apprendiamo della stesura in tre settimane di
On the road, mito decennale creato in un pugno di giorni. D' altronde,
non avrebbe potuto essere altrimenti, per il teorico della prosa
spontanea, che allaccia con l' immediatezza delle associazioni libere
le Quattro Nobili Verita' del buddhismo al flusso di coscienza e alla
composizione scevra da interventi razionali.
Perche' Scrivere Bop e' anche questo: un piccolo manuale in cui si

agita e si spiega la scrittura di Jack Kerouac, si racconta nei
comandamenti scarni di Dottrina e tecnica della prosa moderna. Il
bretone cresciuto nel Massachusetts amava scrivere poesie su un notes
da taschino. Poesie limitate dalle righe. Parole libere, parole
americane che evitano di fare i conti con la tradizione. Sono i
chorus, ispirati ai ritmi e alle sonorita' jazz e blues, riuniti in
Il libro dei blues, parabola di istantanee sull' America di una
generazione che ormai appartiene alla storia.
Jack Kerouac, "Scrivere Bop. Lezioni di scrittura creativa", Oscar
Mondadori, Milano 1996, pagg. 84, L. 9.000.
"Il libro dei blues", Mondadori, Milano 1996, pagg. 218, L. 20.000.

 

 

 

 

 

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speciale beat generation/ 4 - tratto da domenica (inserto del 24 ore)

di vertigine (10/05/2004 - 11:00)

 

Il ritorno del Beat

 

di Stefano Bucci

 

 

Bentornata Beat generation e bentornati i suoi profeti. Lawrence
Ferlinghetti, Allen Ginsberg e Peter Orlowsky trasmigrano da San
Francisco a Firenze grazie all' apertura dell' unica filiale europea
della californiana "City Lights", libreria-casa editrice fondata
proprio da Ferlinghetti e definita "il mausoleo vivente" di un
movimento capace di inglobare poesia, pittura e musica.
In una citta' apparentemente restia a qualsiasi tipo di rinnovamento
concreto, l' avventura di "City lights" ha il sapore della sfida. Una
sfida giocata su un catalogo con ottocento titoli in varie lingue che
spaziano dal Situazionismo alla letteratura afro-americana. Una sfida
che iniziera' il primo maggio con l' inaugurazione ufficiale della
libreria ma che verra' anticipata da una serie di eventi tra il
mondano e il soft-trasgressivo. Il 12 aprile Fernanda Pivano
incontrera' Ed Sanders e Toni Kupfenberg, nei locali dello storico
Tenax e con il sottofondo dei Fugs. A seguire sono previsti reading
di Allen Ginsberg, Peter Orlowsky e dello stesso Ferlinghetti mentre
all' orizzonte si prospetta una lettura dei "beat-poeti" da parte di
Vittorio Gassmann.
La scrittura e' tutta una porcheria di Antonin Artaud apre il
catalogo di "City Lights", quasi a voler ribadire il carattere
maledetto di questa ' consorella' fiorentina nata dalla passione dei
quattro soci fondatori (Ilaria Mugnaini, Antonio Bertoli, Marco
Cassini, Marco Biondi). E maledettamente raffinato, per i temi
affrontati come per la qualita' della stampa, appare lo stesso
programma editoriale. Che prevede, tra l' altro, la pubblicazione in
copia anastatica dei dodici numeri della Revolution surrealiste di
Breton e Aragon.
"City Lights" ha scelto di non avere distribuzione, di dedicarsi
esclusivamente a libri che corrispondano al proprio mood e di vendere
soltanto in loco o su abbonamento. Con duecentotrentamila lire,

ciascun socio potra' ricevere a casa i dieci libri previsti per il
1997. Scegliendo tra le interviste a Kerouac, i Versi di Lorenzo
Chiera o il Messaggio dei beatniks di Italo Calvino. Buona fortuna,
allora, alla rediviva Beat generation di via San Niccolo' .
"City lights", via San Niccolo' 23 rosso, Firenze, per informazioni
(055)2347882

 

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speciale beat generation/ 3- tratto da domenica (inserto del 24 ore)

di vertigine (10/05/2004 - 10:58)

 

Scaffale Beat Generation

 

di Stefano Bucci

 

San Francisco, per ogni buon lettore che si rispetti, è prima di tutto la città di "City Lights". E, dunque, della libreria tempio di una Beat Generation che si raccontava attraverso un universo di libri a trecentosessanta gradi, disseminato di correnti e di forme espressive "che traevano la propria linfa vitale dalla nuda e cruda realtà quotidiana, dalle cronache della strada e dalle miserie umane".
Spoken Word, potere alla parola. Poteva essere questo il motto della "City Lights", fondata da Lawrence Ferlinghetti e Peter D.Martin nel 1953. Dove, accanto ad un incredibile modo di fare poesia, si proponeva anche un nuovo modo di vendere libri. Un modo che voleva (e che vuole ancora) dare estrema importanza proprio ai luoghi di ritrovo (come le librerie, appunto).
Qui poteva trovare asilo quella cultura che contaminava "le urla isolate, anarchiche, sovversive" di Ginsberg, Corso, Gysin, Giorno, Hughes, Kerouac, Burroughs con il jazz di Parker e di Davis. O con il sound di Coleman, della Anderson, dei Material o degli Hypophrisy, di Yoko Ono e di Patty Smith. Un modello addirittura capace di produrre altre consorelle come il "New Portorican Poets Café" di New York, come lo "Speakeasy" del folksinger Jack Hardy o come l' unica filiale europea di "City Lights" aperta prioprio da Ferlinghetti nel 1997, a Firenze. Ma se qualche dubbio resta sull' adattabilità del "teorema Ferlinghetti" ad un pubblico così restio alla lettura come quello italiano, "la "City Lights" di San Francisco sembra voler continuare a navigare con il vento in poppa. Nonostante passino gli anni e le mode.
Per la casa madre della Beat Generation, il rischio maggiore era forse quello di diventare un mausoleo, un punto obbligato dove far transitare (in pullman) vecchi beatnick arrugginiti e ingrassati.Un rischio difficile ma che la "City Lights" sembra aver superato. Basta dare un' occhiata ai tre piani dedicati ancora oggi al meglio delle piccole case editrici indipendenti specializzate in poesia, filosofia, arti visive controcultura. Con coerenza ma senza neppure disdegnare le grandi major del libro e senza neppure disdegnare i mass media. Tanto che Ferlinghetti è ormai diventato un columnist del "San Francisco Chronicke Book Review". Dove (lo scorso dieci settembre) ha pubblicato una riflessione intitolata Toward a new lirycism. Che iniziava asserendo che "la lirica pura non è morta. Tranne che in America". Dunque, nessuna paura. Il rissoso guru della City Lights non è davvero cambiato. (Stefano Bucci)

City Lights, 261 Columbus Avenue, San Francisco, CA 94133. Tel 415 362 8693 www.citylights.com.

 

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speciale beat generation/ 2 - tratto da Domenica (inserto del 24 ore)

di vertigine (10/05/2004 - 10:57)

 

Ginsberg, un poeta in tribunale

 

di Renato Palazzi

 

Fra il 1969 e il 1970 si celebrò negli Stati Uniti il processo contro i "sette di Chicago", gli esponenti di una galassia di movimenti che spaziavano dagli hippie alle Pantere Nere, responsabili di avere organizzato un raduno per la "preservazione del pianeta" e contro la guerra in Vietnam degenerato in duri scontri e feroci attacchi della polizia. In linea con la cultura del tempo, il rito giudiziario si trasformò ben presto in un paradossale happening, con imputati vestiti da indiani, altri che si dichiaravano ufficialmente cittadini della "Woodstock Nation", e uno degli accusati legato e imbavagliato per ordine del giudice.
Nel dicembre del 1969 fu chiamato a deporre, quale testimone della difesa, il poeta Allen Ginsberg, la voce più forte e famosa della beat generation. Nel controinterrogatorio, il pubblico ministero cercò in ogni modo di screditarlo ridicolizzandone le pratiche religiose induiste e inducendo sospetti sui suoi rapporti con la droga e l' omosessualità, ma Ginsberg, invitato a leggere due suoi testi sotto accusa, La mela notturna e Poesia d' amore su un tema di Whitman, rovesciò puntualmente le insinuazioni, fino ad azzittire l' aula e a lasciare tutto il pubblico in piedi commosso recitando i frammenti più significativi di Urlo.
É possibile, su un materiale così anomalo, singolare intreccio di mantra, riflessioni poetiche e inquisizioni processuali raccolto allora in un libretto da un' osservatrice d' eccezione, Fernanda Pivano, provare a costruire uno spettacolo? Lo ha fatto, e con un sorprendente risultato, Frantois Kahn, attore-regista francese trapiantato in Italia, da sempre portato a solitarie performance fra teatro e letteratura. Il suo Moloch, proposto finora a pochi spettatori, nelle case, ha avuto l' altra sera un' anteprima a un convegno sui diritti umani a Monteveglio, sui colli bolognesi, e debutterà ufficialmente il primo giugno al festival di Pontedera.
É ovvio che l' insolita conferenza-rappresentazione, sviluppata in parte come narrazione degli avvenimenti, in parte conferendo una scarna struttura drammatica alle domande del procuratore e alle risposte del poeta, con Kahn assai efficace nello sdoppiarsi tra i due personaggi, costituisce un esercizio di alta acrobazia interpretativa, basata su un' ipotesi seducente e fragilissima. Per denunciare intolleranze e repressioni, ad esempio, si sarebbero certo potute affrontare situazioni ben più tragiche ed emblematiche: il processo stesso, in fondo, fu un inutile psicodramma, annullato dopo qualche giorno per vizi formali.

Eppure Moloch, proprio nella sua atipicità, apre uno straordinario squarcio d' epoca, offre un intenso sguardo su quella che Ginsberg definì la "coscienza psichedelica", consente di inquadrare una delle più inquiete intelligenze dei nostri anni da una prospettiva alquanto particolare. E soprattutto l' andamento in sé dell' interrogatorio assume un' involontaria cadenza potentemente teatrale, con quel crescendo di tensione che culmina nelle parole di Urlo, capaci - in un tale contesto - di lasciare lo spettatore di oggi emozionato e ammutolito come trentadue anni fa i frequentatori del tribunale di Chicago. (Renato Palazzi)

 

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speciale beat generation /1-tratto da Domenica (inserto del 24 ore)

di vertigine (10/05/2004 - 10:55)

"Beat", la fabbrica di una generazione

Un' anatomia dello sfacelo scritta con l' inchiostro della paura - Il "Pasto Nudo" di Burroughs, un libro orribile e vuoto che incantò Kerouac & C.

di Luigi Sampietro


É uscito in questi giorni da Adelphi una nuova traduzione - ottima, di Franca Cavagnoli - di Pasto nudo di William S. Burroughs. Un libro che ha fatto epoca e un classico della letteratura Beat. Un viaggio nel mondo della droga, dell' omosessualità e della fantascienza, definito a suo tempo dal suo primo traduttore, Claudio Gorlier (Sugarco), come "eversivo, osceno e blasfemo". Titoli adatti, in quegli anni (Cinquanta) di noia e di nausea esistenzialista, a farne un' opera appetibile e piccante persino per i lettori dei caffè di Parigi che si assopivano al sole stringendo tra le mani qualche recente ristampa del Divino Marchese.
L' editore Jean-Jacques Pauvert perlustrava les enfers delle biblioteche e riportava in superficie libertini e pornografi del secolo dei Lumi. Ricordo una fascetta pubblicitaria dell' epoca: "Questo è il libro che ha fatto arrossire la signora De Gaulle". Buona parte dei pensieri erano ispirati alla musa dello scandalo. Che aveva un suo seguito e che talvolta conduceva al successo. Sigmund Freud impugnava il sigaro come una spada e dirigeva le operazioni degli intellettuali di punta contro la figura massiccia del Generale. Contro le regole, contro la morale, contro il Padreterno e l' ordine delle cose. Contro tutto. Anzi, contro il Sistema, come si sarebbe detto - di qua e di là dell' Atlantico - di lì a qualche anno. I lettori, ipocriti, leggevano i nuovissimi fiori del male e annuivano per timore di restare indietro con le argomentazioni all' ora dell' aperitivo.
Pasto nudo uscì nel 1959 in inglese (Naked Lunch) in Francia. In una delle collane di libri osé della Olympia Press in cui, nel 1955, era finito anche il capolavoro di un genio quale è Lolita di Vladimir Nabokov. Pasto nudo è un' anatomia dello sfacelo, scritta con l' inchiostro della paura. E poiché la paura riduce l' uomo a meno di quello che è, Pasto nudo contiene tematicamente, il peggio che si possa scegliere e pensare. Asciutto nello stile, è però gonfio nelle intenzioni. Si ingegna di aprire nuove porte alla percezione - oltre a quelle già aperte dagli Huxley e dai Michaux con i loro funghi e i loro intrugli allucinogeni - ma è solo un insieme di luoghi comuni pensati da una mente che eccede nell' esprimersi non riuscendo veramente a connettere. É un libro urlato, che mostra i denti come un cane spaventato, e che ripete, finendo per assordare, sempre lo stesso tipo di immagine oltraggiosa - penetrazioni anali, torture dentistiche, impiccagioni gratuite e rituali, eiaculazioni forzate e conflitti cosmici - con qualche escremento come segno di interpunzione. Più o meno quello che gridano e si tirano dietro gli adolescenti - i maschiacci che fanno la voce grossa - quando si buttano fuori dalle scuole, a mezzogiorno, affamati e bisognosi di sfogo.

Pasto nudo non è un viaggio all' inferno perché non ha spessore metafisico e perché - dettato dalla paura - non genera paura. Non è un libro autobiografico perché, nonostante le apparenze, non dice niente sul suo autore; e non è un romanzo di ispirazione psicanalitica - quale è Il male oscuro di Beppe Berto, uscito il medesimo anno (1964) della prima edizione italiana - perché, semplicemente, è reticente sul dramma esistenziale - un omicidio - che lo ha indirettamente generato. É un libro che parla del nulla, inteso come minaccia, e che si esprime con metafore oscene per spaventare chi teme di non essere all' altezza di certi discorsi. O, peggio, teme di essere prude.
Burroughs è uno scrittore cerebrale e, paradossalmente, povero di immaginazione. E Pasto nudo è un libro di cui si può soltanto dire che è trasgressivo. Trasgrediva allora e trasgredisce oggi. Allora, perché erano anni in cui uno scrittore di grande talento come Giovanni Arpino era ancora intento a scrivere su di un tema ruspante come il delitto d' onore; e, oggi, perché il termine "trasgressivo" - desemantizzato - vuole dire tutto e nulla. É una minaccia e un complimento. Può servire per fare critica d' arte sul "Corrierone" di Milano oppure - forse tra non molto - per fare pubblicità agli abiti da cerimonia.
Per scrupolo e per contratto, il libro di Burroughs questa volta l' ho letto da cima a fondo. E tutto d' un fiato, come forse non bisognerebbe fare. Non sono sicuro di essere sempre riuscito a rimanere attento e concentrato. E può essere che qualcosa, anche qualcosa di importante, mi sia sfuggito. Ma so che è stata una faticaccia. E so anche, perché l' ho intervistata al telefono, che la traduttrice ne è uscita stremata. L' ottima Franca Cavagnoli, che è la fata turchina di una intera covata di giovani traduttori, parla di questo libro come se si trattasse di un ciocco nel quale non si riesce a capire dove scorra la linfa. Come con qualsiasi altro libro, mi ha detto, ha cercato - leggendolo ad alta voce - di sintonizzarsi con i pensieri dello scrittore e di "sentirne" la voce per poterla riprodurre. Ma, mi sembra di aver capito, è difficile interloquire con qualcuno che in realtà non c' è: con una mente in disfacimento e con una voce che si deve immaginare non essere altro che quella di un sintetizzatore. Una voce che non ha ciò di cui è fatta qualsiasi opera d' arte. La tonalità.

Bisogna ricordare che Pasto nudo è in tutti i sensi un' opera priva di una forma organica. E che è il risultato di un atto di scomposizione e di ricomposizione di materiali appartenenti a corpi diversi. Come il mostro di Frankenstein. Pasto nudo non fu il primo libro di Burroughs ma fa parte di un medesimo, prolungato tentativo di esorcizzare i mostri di un atroce rimorso. Burroughs cominciò a scrivere dopo avere ucciso, senza volerlo e senza avvedersene, la propria moglie con un colpo di pistola in fronte. Mentre giocavano al tirassegno sotto l' effetto di droghe pesanti. Ed è questo l' evento che sta dietro a tutti gli atti susseguenti della sua vita e che segna le sue opere come una colpa impossibile da redimere: come un nodo e un blocco che, per quanto ignorato e sottaciuto, impedisce alla sua immaginazione di muoversi con l' agio che è necessario per creare opere capaci di trascendere l' ossessione stessa che le genera.
L' uomo che trovò il titolo a Pasto nudo è anche - per concludere - il protagonista di un volume fotografico, pubblicato da Mondadori, che si intitola appunto Jack Kerouac. L' autore è David Sandison e il libro è ricco di informazioni sulla vita e la carriera di quella combriccola di giovani - Allen Ginsberg, Gregory Corso, Neal Cassady, Lawrence Ferlinghetti, tutti ammiratori di Burroughs - che, insieme allo stesso Kerouac fecero parte della beat generation. É un libro attraente. Bella la grafica. Belli i ritratti. Belle le giacche e le pettinature, che sono tornate di moda. E quelle automobili, anni Cinquanta, che ormai si vedono circolare - ma in pessimo stato - solamente nell' isola di Cuba. Il testo, così come la prefazione di Carolyn Cassady, è a volte un pochino melenso, ma nessuno ci farà caso. Perché questo è, soprattutto, un libro da guardare.
William S. Burroughs, "Pasto nudo" Adelphi, Milano 2001, pagg. 270, L. 32.000, 16,53;
David Sandison, "Jack Kerouac", Mondadori, Milano 2001, pagg. 160, L. 32.000 16,53; e inoltre Jack Kerouac "I romanzi", Mondadori, Milano 2001, pagg 1.768, L. 95.000, 49,06, in libreria la prossima settimana.

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