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riscrittura per il teatro di i trofei della città di guisnes, romanzo di antonio verri (testo in fieri)

di vertigine (29/05/2004 - 11:52)

I trofei della città di Guisnes

dal romanzo di anotnio verri

 

 

di Rossano Astremo

 

 

Lo spettacolo ha inizio con l’immagine di Stefan che pronuncia parole (l’inizio del romanzo) su  uno sfondo urbano (la metropoli verriana fatta di metallo stridente, catrame eiaculante, microchip che vibrano – sulla scena l’inquieta immagine di un computer che emette vocalizzi, suoni disarmonici, tenendo a mente la passione di Verri, negli ultimi anni della sua vita, per il silenzio di John Cage). Stefan tiene al guinzaglio il suo monarca (l’immagine è la stessa di quella della soldatessa americana che ha al guinzaglio il nudo ostaggio irakeno). Il monarca è il simbolo del potere e l’intellettuale Stefan, alter ego di Verri, cerca di combattere con la sua parola il potere (concetto da sviluppare).

 

STEFAN: C’è un castello di cotone, una cattedrale di riso, un vascello di marinai che amano il mutamento e non altro, delle case di mercanti che hanno il soffitto giallo canarino, delle rane fulminate in una palude, altoparlanti qua e là che trasmettono le voci senza fine degli annegati, piupi e frottole per ogni dove, delle scritterosse che inneggiano a dei padri che tutti aspettano, dei tao sospesi a mezz’aria, intontiti…come è facile, o mio monarca, mio sbellicato genietto, perdersi, svuotarsi cedere alla lusinga…

C’è un castello di cotone e una cattedrale di riso, ma il mondo è così vasto, è così incredibilmente rosso e poroso, è un così gran testo, un prodigio, una così rara voliera…

 

Stefan si muove su un lato della scena (dopo aver legato il guinzaglio del monarca attorno un palo che puzza di ruggine), dove sarà allestito il recinto contenente le rane (il coro di voci stridule, incapaci ad emettere significati, rinchiuse nell’acerbo guscio dei suoni primordiali). Stefan apre il recinto, i suoni elettronici si interrompono, il coro compare al centro della scena, emette il suo canto, accompagnato dal rumore dei pezzi metallici suonati da un attore. Il coro rientra nel suo recinto. Stefan impaurito chiude il recinto. Cala il silenzio. Stefan ritorna ad impossessarsi del guinzaglio. Il monarca, nudo, è lì, per terra, senza espressione (interessante lavorare sull’azione corporea che coinvolge Stefan e il monarca).

 

STEFAN: Si muovono così, o mio monarca, ondulati e piatti come razze, soavi come studentelli, a corpo molle, senza conoscere il limite della loro voce: mio re, non c’è ancora tra loro il disperato cappone né l’oca collorosso né cavalli sgò né spiritati grifoni, solo rogna e audacia lavannina: ogni sette giorni, mio re, e per tempo immenso, forme colosse, ecco, bombi a bocca e marzeline e sussurri e sbellicata foga.

Loro, o mio monarca, vivono distratti e molli e numerosi, pure non so dirti nulla della resa del loro gonfio corpo, o se sono di loro gradimento gli intervalli carnosi, gli inverni con troppo impaccio, o l’arco rosa denso che li rende morti al mondo, collassati, effimeri, scudieri del tutto evanescenti.

…Vi ho mentito, sire mio, lo faccio spesso, sono proprio loro i primi trofei della morta città di Guisnes, molli perché aumentati di volume, in piena sofferenza, non si sa se trofei d’acqua, certamente votati all’utopia.

 

 

I suoni elettronici ricominciano a rimbombare nello spazio, Stefan ha gli occhi che fissano per terra. L’immobilità del suo corpo è presto interrotta. Sferra un calcio al volto del monarca. Il monarca è steso per terra, Stefan corre nuovamente a d aprire il recinto del coro di rane. Nuova intrusione sulla scena del coro, nuova follia fatta parola, nuovo brusio aritmico che spacca i timpani. Stefan si muove attorno a loro, li scruta, li fissa (se sarà Semeraro ad interpretare la parte di Stefan –io nella mia scrittura penso a Semeraro, perché Stefan deve essere un Adone – si può anche pensare a Stefan che gira attorno al coro con il suo monociclo – dare azione al tutto), poi li respinge, li rinchiude, si lascia tutto alle spalle, il clangore vocale/sonoro ritorna silenzio. Stefan si sposta dalla parte opposta della scena comincia a bere con voracità una bottiglia di whisky e a battere sulla sua olivettina rossa (macchina da scrivere), mentre la scena comincia a cambiare. La pesantezza scenica della città viene sostituita dalla leggerezza fiabesca di una natura che esplode di colore (il tutto verrà reso da panelli di cartone dipinti da Bardamù - anche pittori in scena, il tutto deve dare l’idea di un mondo possibile in fieri - , la scena deve cambiarsi in una breve manciata di secondi), Stefan scompare dietro la nuova scena, lasciando spazio alle sue ossessioni alcoliche/oniriche. Sulla scena il folle gnomo blu.

 

GNOMO BLU (il monologo dello gnomo blu è recitato nel singhiozzante fraseggio instabile dettata da una risata incontenibile): Io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra. Io stento ad afferrare questo mondo e percorro strade innervate dal disordine, mentre sibilando il vociare delle bestie, faccio ordine al fango che dentro si agita. Io mi disperdo in questo mondo e mi soffermo cinico sulle venature di tutti i colori, benedicendo con le mie mani lucide di peccato ogni minima scheggia dell’amore. Io mi rendo immobile. Ossessionato dal paradiso in terra, mi ribello con tutto il fiato che risplende nei due polmoni a questo cielo che non sopporta il mio canto e mi ritrovo schiacciato come foglia morta nel soffio di un libro dato alle fiamme. Io…io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino alle lacrime, sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra.

 

 

Si spengono le luci, nella scena il corpo dello Gnomo Blu scompare, lasciando spazio alla presenza di Jo e Gott, (Verri amava il plagio munifico, il sottoscritto ama la continua presenza di sottotesti con i quali interagire, quindi Jo e Gott sono i nostri Vladimir ed Estragon di beckettiana memoria).

 

JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.

GOTT: Anch’io.

JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.

GOTT: Dopo, dopo.

JO: Io amo vestire di cioccolato (dopo la battuta risata sonora).

GOTT: Io amo lo sciogliersi sul mio corpo di caldo burro (lacrime di Gott a riempire lo spazio).

JO: Di questo bosco amo lo splendore dei colori che brillano (il loro dialogo si svolge a velocità sostenuta).

GOTT: Io l’assenza di auto che uccidono.

JO: Io la presenza di animali che strisciano.

GOTT: Sì, sì… animali che strisciano, serpenti dalle squame putride che eiaculano, lumache dal guscio torbido che si accoppiano, vermi di ogni specie su foglie verdi bagnate da una rugiada che esplode…sì, sì, animali che strisciano…animali che strisciano…

JO: Non sembra anche a te di stare esagerando con tutto questo entusiasmo?

GOTT: Puah! (sputa per terra). È che a volte non ci capisco più niente…

JO: Di questo bosco amo i colori che screziano la moltitudine.

GOTT: Io amo il colore dell’acqua riflessa da un cielo inchinato ad un eterno pianto.

JO: Io amo il colore del sesso della mia donna quando si apre al mio piacere.

GOTT: Io amo il colore della merda degli uccelli posata su questi indumenti.

JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.

GOTT: Anch’io.

JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.

GOTT: Dopo, dopo.

 

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di vertigine (29/05/2004 - 11:44)

vedi la copertina

 

Christian Raimo, Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, minimum fax

 

di Rossano Astremo

 

Dov’eri tu quando le stelle del mattino giovano in coro? (minimum fax) è la seconda raccolta di racconti di Christian Raimo, dopo il fortunato esordio con Latte, uscito nel 2001, Premio Tondelli e Premio Settembrini. I racconti presenti nel testo sono apparsi, in versioni spesso diverse o parziali, sulle pagine romane di Repubblica,  Il Caffè illustrato,  Accattone – Cronache Romane,  Fernandel, Linus, Nuovi Argomenti, ‘tina, www.nazioneindiana.com.

Raimo è stato curatore, assieme al barese Nicola Lagioia, della fortunata antologia, sempre targata minimum fax, La qualità dell’aria, con venti autori under 40 che raccontano, attraverso i loro racconti l’Italia dei nostri tempi.

Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? parla di ragazzini che girano l’Italia a piedi, di suore in crisi di vocazione, di innamorati che temono di divenire assassini, di angeli poco credibili, di malati terminali ancorati alla propria debolezza, bambini prodigio sballottati da un destino ironico.

Eccone un assaggio, tratto dal racconto finale Il segno di Giona: “La prima volta che ho sofferto veramente. Ha che a fare con le nervature di questo tessuto urbano. Con le strade che invece dell’asfalto sono composte di sampietrini, e sembrano colonne vertebrali. Immagina: le vie come tracce fossili di spine dorsali di animali estinti. Ha a che fare con il terrore più acuto che sono capace di concepire. Faccio fatica a pronunciare quest’espressione – ciò che della lingua italiana mi fa più paura – il cancro alle ossa”.

La scrittura di Raimo si muove con molta forza tra le pieghe dei sentimenti e delle emozioni, delle fobie e delle ansie che sono linfa della nostra generazione.

Questi racconti sono atti di fede nell’umanità di coloro che sono costretti ad attraversare questo tempo guasto, a reagire a una catastrofe sentimentale che riguarda non solo loro stessi, ma un’intera generazione e si ostinano a cercare una forma di desiderio e d’amore senza compromessi.

Con questo secondo libro, Raimo entra di diritto nella schiera dei migliori giovani autori italiani, accanto a Flavio Santi, Mario Desiati, Umberto Casadei, Tommaso Pincio e Valeria Parrella, solo per citarne alcuni.

 

 

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si lavora sul quarto numero di vertigine

di vertigine (28/05/2004 - 11:06)

Iniziano i lavori per il quarto numero di Vertigine, che uscirà a fine luglio, inizi di agosto, celebrando l'anno di attività del periodico. Il quarto numero si soffermerà sulla situazione della narrativa oggi in Italia, con un occhio di riguardo alla polemica esplosa, dopo la pubblicazione degli articoli di covacich sull'espresso e di luperini sull'unità. Si sentiranno alcuni dei protagonisti, ci sarà spazio per alcuni contributi critici e si cercherà di dare spazio ad alcuni inediti di autori che Vertigine ritiene degni di essere letti.

Rossano Astremo

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ITALVILLE

di vertigine (26/05/2004 - 10:36)

italville 2.jpg

Italville, nuovi narratori italiani sul paese che cambia

di Rossano Astremo

è uscito Italville, il numero venticinque della quinta serie della rivista storica Nuovi Argomenti, fondata da Alberto Carocci e Albero Moravia nel 1953.

Il titolo Italville ricalca quello di uno dei film più graffianti della scorsa stagione cinematografica, Dogville, diretto da Lars Von Trier. Nella nota introduttiva Mario Desiati e Lorenzo Pavolini, curatori del numero, spiegano le ragioni di questa scelta: “Italville è una rappresentazione dell’Italia di oggi, come Dogville dell’America degli anni trenta, forse meno asfittica. Gli scrittori hanno ancora i mezzi per raccontare il mondo che ci circonda, per rendercelo meno enigmatico, conoscerlo meglio almeno in dettaglio, un frammento, raccontare la loro verità su questa Italia”.

Come rappresentare l’Italia? La formula è fortemente in voga nella scena editoriale di questo 2004: quello dell’antologia, ossia mettere assieme un numero sufficiente di autori pronti a dire la verità, nient’altro che la verità, sulla “nostra Italia”. Ai tentativi di Fandango con Viva l’Italia! ( pura operazione commerciale), e di Meridano Zero, con gli Intemperanti (deludente la qualità dei racconti), si contrappone l’interessante lavoro di Minimum Fax con La qualità dell’aria, che raccoglie venti autori under 40, alcuni dei quali tra le migliori leve della nostra narrativa (Tommaso Pincio, Emanuele Trevi, Nicola Lagioia). Il limite del lavoro di Minimum Fax è quello di soffermarsi su autori provenienti dall’ambiente romano, errore a cui si sottrare Italville che unisce quattordici scrittori di differenti regioni italiane per dare una rappresentazione fedele e complessiva di quello che accade sul territorio. Gli autori sono Flavio Santi (Gorizia), Igino Domanin (Milano), Martino Gozzi (Torino), Marco Mantello (Genova), Davide Bregola (Sermide), Mattia Signorini (Rovigo), Marco Archetti (Fabriano), Francesco Pacifico (Magliano Sabino), Sara Ventroni (Manziana), Valeria Parrella (Napoli), Giulia Clarkson (Porto Vesme), Massimiliano Zambetta (Bari), Marco F.Minervino (Paola), Vanessa Ambrosecchio (Palermo).

In questo viaggio potenziale, che ci accompagna da Gorizia a Palermo, alcune considerazioni meritano Davide Bregola, con Fuori s’è abbassata la temperatura, e Valeria Parrella, con Napoli Infernale.

Davide Bregola, nelle sue pagine, attua una cinica e divertita critica della realtà letteraria italiana attuale e chiude il suo pezzo con queste righe: <Verità segrete esposte in evidenza di Zolla. Avrò parlato per una buona mezz’ora di questo Zolla, e dopo la mia sbrodolata il noto intellettuale mi dice: Ma Emile Zola non ha mai scritto un libro del genere. Infatti, ho risposto gentilmente. Per mezz’ora le ho parlato di Elémire Zolla>>.

Alla prosa pungente di Bregola si accosta quella caustica di Valeria Parrella, la quale in Napoli Infernale attua un’accusa feroce contro la politica disfattista presente nel territorio campano e di riflesso in tutta la Nazione: <>.

È proprio grazie alla presenza di questa tensione sociale che il numero 25 di Nuovi Argomenti si differenzia dalle altre uscite antologiche del 2004, mantenendo il carattere distintivo di rivista letteraria e, come tale, militante, e continuando a fare, come Carocci e Moravia scrissero nel primo numero di più di 50 anni fa, “letteratura delle cose”.

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senza respiro su www.re-vista.org

di vertigine (26/05/2004 - 10:27)

su www.re-vista.org ci sono estratti della mia nuova plaquette poetica SENZA RESPIRO, 32 pagine che, visto i maledetti problemi di distribuzione, potete richiedere direttamente a questo indirizzo (inserendo 2 euro e due francobolli da 45 centesimi):

rossano astremo

via madonna di pompei 279

74023

grottaglie (ta)

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amorelavatichetiportoaballare

di vertigine (26/05/2004 - 10:23)

 

Giovanni Santese

Amore lavati che ti porto a ballare

(deliri introspettivi di un vecchio pazzo)

Luca Pensa Editore

 

Sin dal titolo questa raccolta di versi di Giovanni Santese, autore nato a Sternatia, a sud di Lecce, nel 1963, riecheggia la vena grottesca, cinica e amorale di Charles Bukowski (basti pensare a titoli dell’autore americano come Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio, Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande). Stefano Donno, curatore della collana alfaomega della Luca Pensa Editore, con la quale Santese ha pubblicato, nell’introduzione insiste sulla vena pulp della sua scrittura. Se si considera la stagione attuale della letteratura, la categoria del pulp oramai è passatista, fuori moda, un calderone nel quale si inserisce molto (sangue, violenza, sesso, alcol, droga), finendo, poi, col perdere le caratteristiche delle singole opere. Fatta questa premessa, ritengo che la raccolta di Santese vada letta come testimonianza di vita (infatti l’autore chiama i suoi testi più correttamente “racconti in forma di poesia”).

Non esiste una profonda riflessione formale, un’elaborazione stilistica degna di nota, ma un’accentuazione esasperata del dato realistico, delle vicende esistenziali dell’io lirico, un racconto schietto, senza peli sulla lingua, di un quarantenne che parla di dosi sparate in endovena, di astinenze alcoliche o morfiniche, di donne che aprono le cosce a pagamento, di festini della società bene tra coca e puttane.

Considerate questo testo: “Le mie lenzuola/ingiallite/la maglia/sporca di vomito/ i movimenti/rallentati/le mie visioni doppie/le dita bruciacchiate/da una sigaretta accesa/le mie riviste porno/una siringa sporca/per terra/il mio viso paonazzo/i miei occhi immobili/il mio corpo freddo/la morte/la mia/che mi guarda/in paziente attesa/farmi l’ultimo buco”.

Una scrittura, quella proposta in questo testo, che si muove per scatti improvvisi di immagini, sia nei contenuti che nella forma simili all’azione creativa dirompente di Burroughs. Il libro, poi, si costruisce attraverso una replica continua di temi che con ossessione ricorrono, generando alla fine della lettura una saturazione allucinatoria che fa riflettere. Sì, perché ciò che rimane dalla lettura di Amore lavati che ti porto a ballare è il coraggio dell’autore di mostrarsi nudo, con tutte le sue fragilità, le sue angosce, le sue turbe, senza mai nascondersi dietro facili artifici letterari.

 

 Rossano Astremo

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dopo la fine del gran bazar

di vertigine (24/05/2004 - 17:58)

christian raimo

ha avuto termine il gran bazar, banco dell'editoria salentina. questo post nasce come ringraziamento agli amici con i quali abbiamo creato questo evento, mauro marino, piero rapanà, francesco fiorentino, ad alcuni poeti, luciano pagano, elio coriano, stefano donno, mario desiati e soprattutto a nuovi amici che tramite questo evento ho avuto modo di conoscere. mi riferisco a wu ming 1 e wu ming 2, oltre che straordinari scrittori anche gente dalla simpatia unica, e christian raimo, che nonostante la stanchezza ha tenuto testa agli attacchi irrazionali piovuti durnate la sua presentazione.mi scuos se ho dimenticato qualcuno (dovrei aggiungere anche una lista di gente che ha cercato in ogni modo di distruggere il clima festoso che dovrebbe aleggiare attorno ad una manifestazione letterara).

rossano astremo

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il mio traduttore taddeo si è cimentato con un mio testo "oso"

di vertigine (19/05/2004 - 10:15)

 

I dare

 

(second digression about flight)

 

I cannot buid a wax ring with the slaver coming out

from the metal eyes of impure and holy sex

I cannot sacrifice the torture of blood-staining bones

among prayers spurting in better years’ lattices

I cannot tell one more time the frail balance

of pure and embattled tears in you tired ears

I can no longer lie before the boundless joy

that nothing but the colour of your eyes can give

I dare and dare more and more ‘cause I don’t fear

the obsessed in vanity pills on hot sauce

I dare and dare more and more among offered lager beers

and warm wines of witty intoxication in the swollen liver

I cannot wander about graves full of flowers

acting as a wise old man, expert in life

I cannot turn into poisonous ivy among grey and prickly plants

breathing air in pinky oblivion holes

I cannot play the logorrheic wandering fool

of  the violent fall into thorny waste paper scrubs

I can’t believe once again you don’t hear the steps

of my timeless feet on empty ground

I dare and dare always more among people’s disbelief

exploding to the rhythm of rock and roll’s slaver

I can’t escape from TV that charms me with her lustful

whore’s breast with legs opened to pleasure

I cannot hide my long and curly hairs from the c