riscrittura per il teatro di i trofei della città di guisnes, romanzo di antonio verri (testo in fieri)
I trofei della città di Guisnes
dal romanzo di anotnio verri
di Rossano Astremo
Lo spettacolo ha inizio con l’immagine di Stefan che pronuncia parole (l’inizio del romanzo) su uno sfondo urbano (la metropoli verriana fatta di metallo stridente, catrame eiaculante, microchip che vibrano – sulla scena l’inquieta immagine di un computer che emette vocalizzi, suoni disarmonici, tenendo a mente la passione di Verri, negli ultimi anni della sua vita, per il silenzio di John Cage). Stefan tiene al guinzaglio il suo monarca (l’immagine è la stessa di quella della soldatessa americana che ha al guinzaglio il nudo ostaggio irakeno). Il monarca è il simbolo del potere e l’intellettuale Stefan, alter ego di Verri, cerca di combattere con la sua parola il potere (concetto da sviluppare).
STEFAN: C’è un castello di cotone, una cattedrale di riso, un vascello di marinai che amano il mutamento e non altro, delle case di mercanti che hanno il soffitto giallo canarino, delle rane fulminate in una palude, altoparlanti qua e là che trasmettono le voci senza fine degli annegati, piupi e frottole per ogni dove, delle scritterosse che inneggiano a dei padri che tutti aspettano, dei tao sospesi a mezz’aria, intontiti…come è facile, o mio monarca, mio sbellicato genietto, perdersi, svuotarsi cedere alla lusinga…
C’è un castello di cotone e una cattedrale di riso, ma il mondo è così vasto, è così incredibilmente rosso e poroso, è un così gran testo, un prodigio, una così rara voliera…
Stefan si muove su un lato della scena (dopo aver legato il guinzaglio del monarca attorno un palo che puzza di ruggine), dove sarà allestito il recinto contenente le rane (il coro di voci stridule, incapaci ad emettere significati, rinchiuse nell’acerbo guscio dei suoni primordiali). Stefan apre il recinto, i suoni elettronici si interrompono, il coro compare al centro della scena, emette il suo canto, accompagnato dal rumore dei pezzi metallici suonati da un attore. Il coro rientra nel suo recinto. Stefan impaurito chiude il recinto. Cala il silenzio. Stefan ritorna ad impossessarsi del guinzaglio. Il monarca, nudo, è lì, per terra, senza espressione (interessante lavorare sull’azione corporea che coinvolge Stefan e il monarca).
STEFAN: Si muovono così, o mio monarca, ondulati e piatti come razze, soavi come studentelli, a corpo molle, senza conoscere il limite della loro voce: mio re, non c’è ancora tra loro il disperato cappone né l’oca collorosso né cavalli sgò né spiritati grifoni, solo rogna e audacia lavannina: ogni sette giorni, mio re, e per tempo immenso, forme colosse, ecco, bombi a bocca e marzeline e sussurri e sbellicata foga.
Loro, o mio monarca, vivono distratti e molli e numerosi, pure non so dirti nulla della resa del loro gonfio corpo, o se sono di loro gradimento gli intervalli carnosi, gli inverni con troppo impaccio, o l’arco rosa denso che li rende morti al mondo, collassati, effimeri, scudieri del tutto evanescenti.
…Vi ho mentito, sire mio, lo faccio spesso, sono proprio loro i primi trofei della morta città di Guisnes, molli perché aumentati di volume, in piena sofferenza, non si sa se trofei d’acqua, certamente votati all’utopia.
I suoni elettronici ricominciano a rimbombare nello spazio, Stefan ha gli occhi che fissano per terra. L’immobilità del suo corpo è presto interrotta. Sferra un calcio al volto del monarca. Il monarca è steso per terra, Stefan corre nuovamente a d aprire il recinto del coro di rane. Nuova intrusione sulla scena del coro, nuova follia fatta parola, nuovo brusio aritmico che spacca i timpani. Stefan si muove attorno a loro, li scruta, li fissa (se sarà Semeraro ad interpretare la parte di Stefan –io nella mia scrittura penso a Semeraro, perché Stefan deve essere un Adone – si può anche pensare a Stefan che gira attorno al coro con il suo monociclo – dare azione al tutto), poi li respinge, li rinchiude, si lascia tutto alle spalle, il clangore vocale/sonoro ritorna silenzio. Stefan si sposta dalla parte opposta della scena comincia a bere con voracità una bottiglia di whisky e a battere sulla sua olivettina rossa (macchina da scrivere), mentre la scena comincia a cambiare. La pesantezza scenica della città viene sostituita dalla leggerezza fiabesca di una natura che esplode di colore (il tutto verrà reso da panelli di cartone dipinti da Bardamù - anche pittori in scena, il tutto deve dare l’idea di un mondo possibile in fieri - , la scena deve cambiarsi in una breve manciata di secondi), Stefan scompare dietro la nuova scena, lasciando spazio alle sue ossessioni alcoliche/oniriche. Sulla scena il folle gnomo blu.
GNOMO BLU (il monologo dello gnomo blu è recitato nel singhiozzante fraseggio instabile dettata da una risata incontenibile): Io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra. Io stento ad afferrare questo mondo e percorro strade innervate dal disordine, mentre sibilando il vociare delle bestie, faccio ordine al fango che dentro si agita. Io mi disperdo in questo mondo e mi soffermo cinico sulle venature di tutti i colori, benedicendo con le mie mani lucide di peccato ogni minima scheggia dell’amore. Io mi rendo immobile. Ossessionato dal paradiso in terra, mi ribello con tutto il fiato che risplende nei due polmoni a questo cielo che non sopporta il mio canto e mi ritrovo schiacciato come foglia morta nel soffio di un libro dato alle fiamme. Io…io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino alle lacrime, sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra.
Si spengono le luci, nella scena il corpo dello Gnomo Blu scompare, lasciando spazio alla presenza di Jo e Gott, (Verri amava il plagio munifico, il sottoscritto ama la continua presenza di sottotesti con i quali interagire, quindi Jo e Gott sono i nostri Vladimir ed Estragon di beckettiana memoria).
JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
GOTT: Anch’io.
JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.
GOTT: Dopo, dopo.
…
…
JO: Io amo vestire di cioccolato (dopo la battuta risata sonora).
GOTT: Io amo lo sciogliersi sul mio corpo di caldo burro (lacrime di Gott a riempire lo spazio).
…
…
JO: Di questo bosco amo lo splendore dei colori che brillano (il loro dialogo si svolge a velocità sostenuta).
GOTT: Io l’assenza di auto che uccidono.
JO: Io la presenza di animali che strisciano.
GOTT: Sì, sì… animali che strisciano, serpenti dalle squame putride che eiaculano, lumache dal guscio torbido che si accoppiano, vermi di ogni specie su foglie verdi bagnate da una rugiada che esplode…sì, sì, animali che strisciano…animali che strisciano…
…
…
JO: Non sembra anche a te di stare esagerando con tutto questo entusiasmo?
GOTT: Puah! (sputa per terra). È che a volte non ci capisco più niente…
…
…
JO: Di questo bosco amo i colori che screziano la moltitudine.
GOTT: Io amo il colore dell’acqua riflessa da un cielo inchinato ad un eterno pianto.
JO: Io amo il colore del sesso della mia donna quando si apre al mio piacere.
GOTT: Io amo il colore della merda degli uccelli posata su questi indumenti.
…
…
JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
GOTT: Anch’io.
JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.
GOTT: Dopo, dopo.

Christian Raimo, Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, minimum fax
di Rossano Astremo
Dov’eri tu quando le stelle del mattino giovano in coro? (minimum fax) è la seconda raccolta di racconti di Christian Raimo, dopo il fortunato esordio con Latte, uscito nel 2001, Premio Tondelli e Premio Settembrini. I racconti presenti nel testo sono apparsi, in versioni spesso diverse o parziali, sulle pagine romane di Repubblica, Il Caffè illustrato, Accattone – Cronache Romane, Fernandel, Linus, Nuovi Argomenti, ‘tina, www.nazioneindiana.com.
Raimo è stato curatore, assieme al barese Nicola Lagioia, della fortunata antologia, sempre targata minimum fax, La qualità dell’aria, con venti autori under 40 che raccontano, attraverso i loro racconti l’Italia dei nostri tempi.
Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? parla di ragazzini che girano l’Italia a piedi, di suore in crisi di vocazione, di innamorati che temono di divenire assassini, di angeli poco credibili, di malati terminali ancorati alla propria debolezza, bambini prodigio sballottati da un destino ironico.
Eccone un assaggio, tratto dal racconto finale Il segno di Giona: “La prima volta che ho sofferto veramente. Ha che a fare con le nervature di questo tessuto urbano. Con le strade che invece dell’asfalto sono composte di sampietrini, e sembrano colonne vertebrali. Immagina: le vie come tracce fossili di spine dorsali di animali estinti. Ha a che fare con il terrore più acuto che sono capace di concepire. Faccio fatica a pronunciare quest’espressione – ciò che della lingua italiana mi fa più paura – il cancro alle ossa”.
La scrittura di Raimo si muove con molta forza tra le pieghe dei sentimenti e delle emozioni, delle fobie e delle ansie che sono linfa della nostra generazione.
Questi racconti sono atti di fede nell’umanità di coloro che sono costretti ad attraversare questo tempo guasto, a reagire a una catastrofe sentimentale che riguarda non solo loro stessi, ma un’intera generazione e si ostinano a cercare una forma di desiderio e d’amore senza compromessi.
Con questo secondo libro, Raimo entra di diritto nella schiera dei migliori giovani autori italiani, accanto a Flavio Santi, Mario Desiati, Umberto Casadei, Tommaso Pincio e Valeria Parrella, solo per citarne alcuni.
si lavora sul quarto numero di vertigine
Iniziano i lavori per il quarto numero di Vertigine, che uscirà a fine luglio, inizi di agosto, celebrando l'anno di attività del periodico. Il quarto numero si soffermerà sulla situazione della narrativa oggi in Italia, con un occhio di riguardo alla polemica esplosa, dopo la pubblicazione degli articoli di covacich sull'espresso e di luperini sull'unità. Si sentiranno alcuni dei protagonisti, ci sarà spazio per alcuni contributi critici e si cercherà di dare spazio ad alcuni inediti di autori che Vertigine ritiene degni di essere letti.
Rossano Astremo
ITALVILLE

Italville, nuovi narratori italiani sul paese che cambia
di Rossano Astremo
è uscito Italville, il numero venticinque della quinta serie della rivista storica Nuovi Argomenti, fondata da Alberto Carocci e Albero Moravia nel 1953.
Il titolo Italville ricalca quello di uno dei film più graffianti della scorsa stagione cinematografica, Dogville, diretto da Lars Von Trier. Nella nota introduttiva Mario Desiati e Lorenzo Pavolini, curatori del numero, spiegano le ragioni di questa scelta: “Italville è una rappresentazione dell’Italia di oggi, come Dogville dell’America degli anni trenta, forse meno asfittica. Gli scrittori hanno ancora i mezzi per raccontare il mondo che ci circonda, per rendercelo meno enigmatico, conoscerlo meglio almeno in dettaglio, un frammento, raccontare la loro verità su questa Italia”.
Come rappresentare l’Italia? La formula è fortemente in voga nella scena editoriale di questo 2004: quello dell’antologia, ossia mettere assieme un numero sufficiente di autori pronti a dire la verità, nient’altro che la verità, sulla “nostra Italia”. Ai tentativi di Fandango con Viva l’Italia! ( pura operazione commerciale), e di Meridano Zero, con gli Intemperanti (deludente la qualità dei racconti), si contrappone l’interessante lavoro di Minimum Fax con La qualità dell’aria, che raccoglie venti autori under 40, alcuni dei quali tra le migliori leve della nostra narrativa (Tommaso Pincio, Emanuele Trevi, Nicola Lagioia). Il limite del lavoro di Minimum Fax è quello di soffermarsi su autori provenienti dall’ambiente romano, errore a cui si sottrare Italville che unisce quattordici scrittori di differenti regioni italiane per dare una rappresentazione fedele e complessiva di quello che accade sul territorio. Gli autori sono Flavio Santi (Gorizia), Igino Domanin (Milano), Martino Gozzi (Torino), Marco Mantello (Genova), Davide Bregola (Sermide), Mattia Signorini (Rovigo), Marco Archetti (Fabriano), Francesco Pacifico (Magliano Sabino), Sara Ventroni (Manziana), Valeria Parrella (Napoli), Giulia Clarkson (Porto Vesme), Massimiliano Zambetta (Bari), Marco F.Minervino (Paola), Vanessa Ambrosecchio (Palermo).
In questo viaggio potenziale, che ci accompagna da Gorizia a Palermo, alcune considerazioni meritano Davide Bregola, con Fuori s’è abbassata la temperatura, e Valeria Parrella, con Napoli Infernale.
Davide Bregola, nelle sue pagine, attua una cinica e divertita critica della realtà letteraria italiana attuale e chiude il suo pezzo con queste righe: <
Alla prosa pungente di Bregola si accosta quella caustica di Valeria Parrella, la quale in Napoli Infernale attua un’accusa feroce contro la politica disfattista presente nel territorio campano e di riflesso in tutta la Nazione: <
È proprio grazie alla presenza di questa tensione sociale che il numero 25 di Nuovi Argomenti si differenzia dalle altre uscite antologiche del 2004, mantenendo il carattere distintivo di rivista letteraria e, come tale, militante, e continuando a fare, come Carocci e Moravia scrissero nel primo numero di più di 50 anni fa, “letteratura delle cose”.
senza respiro su www.re-vista.org

su www.re-vista.org ci sono estratti della mia nuova plaquette poetica SENZA RESPIRO, 32 pagine che, visto i maledetti problemi di distribuzione, potete richiedere direttamente a questo indirizzo (inserendo 2 euro e due francobolli da 45 centesimi):
rossano astremo
via madonna di pompei 279
74023
grottaglie (ta)
amorelavatichetiportoaballare
Giovanni Santese
Amore lavati che ti porto a ballare
(deliri introspettivi di un vecchio pazzo)
Luca Pensa Editore
Sin dal titolo questa raccolta di versi di Giovanni Santese, autore nato a Sternatia, a sud di Lecce, nel 1963, riecheggia la vena grottesca, cinica e amorale di Charles Bukowski (basti pensare a titoli dell’autore americano come Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio, Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande). Stefano Donno, curatore della collana alfaomega della Luca Pensa Editore, con la quale Santese ha pubblicato, nell’introduzione insiste sulla vena pulp della sua scrittura. Se si considera la stagione attuale della letteratura, la categoria del pulp oramai è passatista, fuori moda, un calderone nel quale si inserisce molto (sangue, violenza, sesso, alcol, droga), finendo, poi, col perdere le caratteristiche delle singole opere. Fatta questa premessa, ritengo che la raccolta di Santese vada letta come testimonianza di vita (infatti l’autore chiama i suoi testi più correttamente “racconti in forma di poesia”).
Non esiste una profonda riflessione formale, un’elaborazione stilistica degna di nota, ma un’accentuazione esasperata del dato realistico, delle vicende esistenziali dell’io lirico, un racconto schietto, senza peli sulla lingua, di un quarantenne che parla di dosi sparate in endovena, di astinenze alcoliche o morfiniche, di donne che aprono le cosce a pagamento, di festini della società bene tra coca e puttane.
Considerate questo testo: “Le mie lenzuola/ingiallite/la maglia/sporca di vomito/ i movimenti/rallentati/le mie visioni doppie/le dita bruciacchiate/da una sigaretta accesa/le mie riviste porno/una siringa sporca/per terra/il mio viso paonazzo/i miei occhi immobili/il mio corpo freddo/la morte/la mia/che mi guarda/in paziente attesa/farmi l’ultimo buco”.
Una scrittura, quella proposta in questo testo, che si muove per scatti improvvisi di immagini, sia nei contenuti che nella forma simili all’azione creativa dirompente di Burroughs. Il libro, poi, si costruisce attraverso una replica continua di temi che con ossessione ricorrono, generando alla fine della lettura una saturazione allucinatoria che fa riflettere. Sì, perché ciò che rimane dalla lettura di Amore lavati che ti porto a ballare è il coraggio dell’autore di mostrarsi nudo, con tutte le sue fragilità, le sue angosce, le sue turbe, senza mai nascondersi dietro facili artifici letterari.
dopo la fine del gran bazar
christian raimo
ha avuto termine il gran bazar, banco dell'editoria salentina. questo post nasce come ringraziamento agli amici con i quali abbiamo creato questo evento, mauro marino, piero rapanà, francesco fiorentino, ad alcuni poeti, luciano pagano, elio coriano, stefano donno, mario desiati e soprattutto a nuovi amici che tramite questo evento ho avuto modo di conoscere. mi riferisco a wu ming 1 e wu ming 2, oltre che straordinari scrittori anche gente dalla simpatia unica, e christian raimo, che nonostante la stanchezza ha tenuto testa agli attacchi irrazionali piovuti durnate la sua presentazione.mi scuos se ho dimenticato qualcuno (dovrei aggiungere anche una lista di gente che ha cercato in ogni modo di distruggere il clima festoso che dovrebbe aleggiare attorno ad una manifestazione letterara).
rossano astremo
il mio traduttore taddeo si è cimentato con un mio testo "oso"
I dare
(second digression about flight)
I cannot buid a wax ring with the slaver coming out
from the metal eyes of impure and holy sex
I cannot sacrifice the torture of blood-staining bones
among prayers spurting in better years’ lattices
I cannot tell one more time the frail balance
of pure and embattled tears in you tired ears
I can no longer lie before the boundless joy
that nothing but the colour of your eyes can give
I dare and dare more and more ‘cause I don’t fear
the obsessed in vanity pills on hot sauce
I dare and dare more and more among offered lager beers
and warm wines of witty intoxication in the swollen liver
I cannot wander about graves full of flowers
acting as a wise old man, expert in life
I cannot turn into poisonous ivy among grey and prickly plants
breathing air in pinky oblivion holes
I cannot play the logorrheic wandering fool
of the violent fall into thorny waste paper scrubs
I can’t believe once again you don’t hear the steps
of my timeless feet on empty ground
I dare and dare always more among people’s disbelief
exploding to the rhythm of rock and roll’s slaver
I can’t escape from TV that charms me with her lustful
whore’s breast with legs opened to pleasure
I cannot hide my long and curly hairs from the carnal sex
emitted continually by the telecommunication power
I cannot dance playing percussive and eruptive drums
while you eat pork and scratch your balls
I can’t pretend nothing happened while you fuck radio waves
whose frequency vomits for its reached orgasm
I dare and dare more and more ‘cause I fear not the shitty
crazy poisons that want to bagger me
I cannot rape continually the reading of clashing lines
while I let myself go into familiar arms
I cannot rear an eagle’s eyrie if in the end they’ll fly away
leaving me as a desperate and failed bird
I cannot hear the unceasing noise of planes
ready to head straight into my mouth to buy bad oil
I cannot bleed at the hair for the blows on the head I continually get
when I dance to a Bach’s tune in the yard
I dare and dare more and more ‘cause I can’t bear – I never will –
those bastard friends who love to screw me behind my back
I dare and dare always more shedding tears on my twisted guitar
hanging on the bones bent to so many drinks.
romanzo in corso/distruggo e poi ricomincio
27 settembre 2003, ore 13,40
Ora comincio a scrivere anche durante le pause pranzo. Non vorrei che questa nuova esperienza della scrittura si trasformasse in ossessione. Comunque, l’idea di prendere la penna durante la pausa panino è legata ad un incontro che ho avuto stamattina durante il lavoro.
A fare la spesa all’Usque è venuto mio fratello Carlo. Da molto che non lo vedevo da queste parti. Io, mentre svolgo il mio lavoro meccanico, non fisso mai il volto della gente, però, vedendo passare davanti al mio naso otto bottiglie di whisky, una certa curiosità ha preso il sopravvento e ho alzato gli occhi per fissare il monotematico acquirente. Era più stanco del solito il fratellone, mi ha detto che avevo il dovere morale di avvisarlo quando l’Usque faceva queste promozioni sul suo amato whisky. Mi ha chiesto del diario, gli ho risposto che procedeva, che cominciavo a prendere la mano, che la mia era più una sfida da scrittore e non un procedimento legato alla terapia freudiana a cui Carlo voleva sottopormi. Non ha aggiunto parole sull’argomento diario e ha concluso la sua comparsa con un invito a bere qualcosa una sere di queste.
L’ho visto abbastanza giù, con due occhiaie mostruose, con la barba incolta e molto dimagrito. L’ho visto allontanarsi con due sacchetti pieni di whisky e con passo trascinato. Ho pensato che forse le cose con Irina non andavano. Poi ho immaginato Carlo a letto con quel pezzo di femmina che è Irina e un po’ mi sono eccitato, mentre confezioni di surgelati mi irrigidivano le articolazioni delle mani.
Ieri notte, poi, dopo aver concluso la scrittura del mio diario, sono andato in stanza di Tabu e abbiamo parlato un po’. Lei, mentre mi faceva un pompino maestoso, mi ha parlato di Paola e Luce. Mi ha detto di stare attento alle mie figlie, mi ha parlato del particolare periodo della loro esistenza, soffermandosi su Paola e sul fatto che, secondo lei, non stesse mangiando adeguatamente, pronunciando la parola anoressia. Alternava a queste parole delle succhiate profonde al mio cazzo, e, dopo pochi secondi dalla pronuncia della parola anoressia, le sono venuto in bocca, distendendomi poi sul suo corpo nudo. Avrei dovuto parlare con Paola. Forse avrebbe ascoltato i consigli del padre, visto il suo rapporto conflittuale con Federica (sempre parole di Tabu). Non mi ero mai accorto del rapporto conflittuale di Paola con Federica, ma decisi che le avrei parlato, non sapendo assolutamente quali parole pronunciare.
Dialogo tra Mirko Bordini e sua figlia Paola
27 settembre 2003, ore 22,33
- Come è andata oggi la giornata?
- Cioè?
- Come è andata a scuola?
- Come al solito.
- Ah…
- …
- E hai fatto i compiti?
- Come mai ti interessi dei miei compiti?
- Non mi interessano i tuoi compiti…
- Quindi?
- Quindi cosa?
- Quindi, se non ti interessano i miei compiti perché mi hai fatto quella domanda sui compiti?
- Era giusto per parlare un po’…
- …
- …
- Oggi ho studiato Marx…
- Marx…Il Capitale…interessante…
- Sì, Il Capitale… interessante…
- Hai cenato questa sera?
- Cosa c’entra Marx con la cena?
- Niente…era giusto per parlare un po’…
- …
- …
- No…non avevo appetito…
- Tabu ha preparato un ottimo stufato di verdure…
- A me non piacciono le verdure…
- Ah, cazzo, ogni tanto lo dimentico…
- Dimentichi molte cose pa’…
- Cosa?
- Niente…io vado a dormire
- Ok…buona notte.
- Buona notte.
gran bazar 2004/programma definitivo

Associazione_Pres¨¬di del Libro
Libreria Icaro - Fondo Verri
in collaborazione con Bigsur, CoolClub,Vertigine, Musicaos
20,21,22,23_Maggio_2004
Ex Convento dei Teatini_Lecce
GranBazar2004¨C4.a edizione
banco della poesia salentina
[Il libro in tasca]
mostra mercato del libro tascabile e dell¡¯editoria salentina
a cura della Libreria Icaro e del Fondo Verri l.c.
Programma:
Gioved¨¬ 20 maggio
ore 10| apertura de Il Libro in Tasca mostra mercato del libro tascabile
Espressionismi
pittura di Gianluca Costantini, Fabio Inglese (Bardam¨´), Annalisa Macagnino
_
Le Lingue del Salento
ore 19| Lingua, dialetti e pastiche linguistici
a cura di Giuliana Coppola, Rocco Aprile e Livio Romano
Silvano Palam¨¤ presenta le produzioni editoriali del circolo Ghethon¨¬a
¡° A lla ¡®mpete / cu ccarisciamu ¡®llecrie senza pisu¡ ¡°
dicitura di poesie di Giuseppe Greco
Nuova Scena Letteraria del Salento
ore 20.30| Stefano Donno presenta:
L¡¯altro Novecento. Giovane letteratura salentina dal 1992 al 2004, Luca Pensa Editore
ore 22|
Venerd¨¬ 21 maggio
ore 11| Il prof. Mario Proto terr¨¤ una conversazione sul tema:
Identit¨¤ del Salento e il declino meridiano nell¡¯era della mondializzazione
Nuova Scena Letteraria del Salento
ore 19.30| Gianni Capodicasa, Raffaele Polo, Andrea Polo e Dario Fiorentino presentano
le produzioni dell¡¯ Accademia Salentina delle Lettere
Dal disagio alla cura
ore 20.30| Antonio Errico presenta:
Vincenzo Ampolo, Voci dell¡¯Anima, scrittura, narrazione e pratica analitica, Besa Editrice
Nuova Scena Letteraria del Salento
ore 21| Anna Stomeo presenta:
Attimi ¨C Variazioni di Andrea Lefons, Amaltea Edizioni
Le Lingue del Salento
ore 22| Ass. ITACA ¨C Min. Fars Hus presenta:
mmm¡Maledetti Salentini per Salvatore Toma e Piero Panesi
(e per Vittorio Bodini, Carmelo Bene e Antonio L. Verri)
con: Tommasa Aprile, Barbara Castrignan¨°, Andrea Lefons, Sara Della Tommasa,
Donato Rescio, Fausto Griffini
direzione di Anna Stomeo
Sabato 22maggio
Ospiti:
ore 11| Giacomo Daquino parler¨¤ del suo
Seduzione, l¡¯arte di farsi amare - Mondadori
ore 11.30| dalla Terra del Rimorso
Luigi Chiriatti, presenta la riedizione di Morso d¡¯Amore, Capone editore
Ospiti:
ore 18| Gianrico Carofiglio parler¨¤ del suo
Ad occhi chiusi, Sellerio
Nuova Scena Letteraria Italiana
ore 19| Marco Saura presenta Erre, almanacco di cultura preventiva ,
ore 20| Mario Desiati, Italville 14 autori raccontano l¡¯Italia, Nuovi Argomenti - Roma
ore 21| Wu Ming 2, Guerra agli Umani, Einaudi Stile Libero
Le Lingue del Salento
ore 22| Del mulino del sangue occidentale
dissoluzione poetica in atto unico
ideata e diretta da Michelangelo Zizzi
testi e voci di Simone Giorgino, Laura Sergio, Ilaria Secl¨¬, Michelangelo Zizzi.
Domenica 23 maggio
ore 11,00| Al femminile
Il Caff¨¨ Letterario Mimose presenta:
Concerto Lirico Strumentale: Intrighi e amori nel melodramma mozartiano
Enrica Negro, soprano; Claudio Rigliano, tenore; Anna Maria Mazzotta, pianoforte.
A cura di Pompea Vergaro
Omaggio a Carmelo Bene
ore 19| Carmelo Bene, I primi passi da gigante, a cura di M. Nocera, Kurumuny
Omaggio a Vittore Fiore
ore 19.30| Massimo Melillo e Antonio Errico presentano
Nicola a Copertino di Vittore Fiore, I quaderni del bardo
Omaggio ad Antonio L. Verri
ore 20| Sergio Torsello, Alessandro Laporta, Eugenio Imbriani, Maurizio Nocera
presentano la riedizione per l¡¯Istituto Diego Carpitella de
Il Fabbricante di Armonia di Antonio L. Verri a cura di Maurizio Nocera.
Nuova Scena Letteraria Italiana
ore 20| Tabula Rasa ¨C Rivista di Letteratura invisibile, Besa Editrice
ore 21| Christian Raimo,
Al femminile
ore 21| Pompea Vergaro, Anna Stomeo e Anna Rita Merico presentano
Mimose - Carta di Donna: Andante allegro, andante allegro vivace
Le Lingue del Salento
ore 22| Reading a cura di Vertigine e Musicaos
Elio Coriano, Ariosto 219, Angelo Petrelli, Rossano Astremo, Stefano Donno, Luciano Pagano, Rosanna Gesualdo, L¡¯Officina della Parola.
al banco letterario
Le produzioni del Raggio Verde
Le produzioni di Kurumuny
Ariosto 219, scampoli di scrittura
Semi Edizioni, Fogli di poesia
Vertigine Periodico di scrittura e critica letteraria
Dilin¨° produzioni
CoolClub edizioni
Mimose carte di donna
I Libri di Antonio Massari
Le produzioni di Luciano Pagano
Le cose di Silvio Nocera
Qu¨¬ Salento
per il nuovo quotidiano di puglia

Intervista a Wu Ming 2
Gran Bazar, 22 maggio, presentazione di Guerra agli Umani di Wu Ming 2
di Rossano Astremo
Dal 20 al 23 maggio la suggestiva vetrina dell’ex Convento dei Teatini ospiterà la quarta edizione del Gran Bazar, banco letterario salentino, a cura della Libreria Icaro e del Fondo Verri, con la collaborazione di Big Sur, Coolclub, Musicaos e Vertigine.
Nei quattro giorni della manifestazione notevole importanza sarà conferita al tema Nuova scena letteraria italiana ed editoria. Ospiti di rilievo saranno sabato 22 maggio Mario Desiati che presenterà l’ultimo numero di Nuovi Argomenti, Italville, con quattordici autori provenienti da diverse regioni italiane che raccontano l’Italia. Sempre sabatto 22 maggio ci sarà la presentazione di Guerra agli Umani (Einaudi Stile Libero), scritto da Wu Ming 2, del collettivo bolognese Wu Ming (www.wumingfoundation.it). Interverranno alla presentazione Wu Ming 1 e l’autore del romanzo Wu Ming 2. Per concludere, domenica 23 maggio, sarà la volta di Christian Raimo, curatore, assieme a Nicola Lagioia, dell’antologia, edita da minimum fax, La qualità dell’aria.
Per i lettori del Nuovo Quotidiano di Puglia abbiamo intervistato l’autore di Guerra agli Umani Wu Ming 2.
Come è nata l’idea di Guerra agli Umani?
L'idea è venuta da un manuale di sopravvivenza scoperto su una bancarella di libri usati. Un volumetto che insegna l'arte dell'autosufficienza 'alle soglie del crollo della civiltà tecnologica'. Sono partito da lì per inventare un personaggio – Marco 'Walden', supereroe troglodita – che vuole mollare tutto e abitare in una grotta sui monti dell'Appennino, cibandosi di bacche e radici, non solo per 'chiamarsi fuori' dal collasso planetario, quanto soprattutto per scampare al proprio collasso personale. Marco è ormai consapevole di essere un paria, uno che non merita nulla – destino che accomuna sempre più persone, anche in Occidente – ma ha deciso che il gioco non vale la candela, che anche chi vince, in quel gioco, ha ben poco di cui essere soddisfatto. Smette di giocare, allora, convinto che si possa essere disperati ma felici, a patto di mettere una pietra sopra alla speranza e di scommettere tutto sull'autonomia, su un qui ed ora costruttivo invece di un domani che è sempre più minaccia e sempre meno promessa.
Con lo scatenarsi della vicenda, Marco capisce che il 'fuori' che cercava non esiste, che non ci si può staccare dal mondo, perché il mondo ce lo portiamo dietro ovunque e ovunque è lì per aspettarci, anche in un paesino sperduto degli Appennini, coinvolto dagli scavi mortiferi dell'Alta Velocità, ammorbato dalla presenza di un pugno di criminali dediti all'organizzazione di combattimenti clandestini tra animali, terrorizzato da alcuni sgangherati ecoterroristi. Quando Marco si troverà addosso tutto questo, non tarderà molto a capire che l'autonomia di cui sopra dev'essere di molto allargata, che anche al singolo individuo occorre 'salvarsi il culo il più collettivamente possibile.'
Il collettivo Wu Ming, sin dalla sua nascita nel 2000, ma anche in precedenza con l’esperienza di Luther Blisset e il successo straordinario del romanzo Q, è sempre stato profondamente attento al clima politico, sia nazionale che internazionale. Qual è il punto di vista di Wu Ming 2 attorno alla situazione politica, tuttora irresoluta, presente in Iraq?
Riassumendo molto direi che non si doveva andare e che non bisogna restare. Il discorso che andarsene adesso sarebbe criminale, perché invece bisogna aiutare gli irakeni a costruire la democrazia mi sa tanto di 'fardello dell'uomo bianco', di quei razzisti che sostenevano la necessità del colonialismo con l'arretratezza dei 'boveri negri' e il dono di civiltà che gli europei erano chiamati a portare in quelle terre. Non fosse per il petrolio e i soldi della ricostruzione, gli iracheni potrebber sgozzarsi tra loro com'è successo in Rwanda, senza che nessuno si senta chiamato in causa.
Ci allontaniamo dai toni tristemente seri delle vicende in Iraq. Cosa mi dici del Salento? Ci sei mai stato?
Ci sono stato una volta soltanto, ospite di amici. Qualche ora a Lecce, poi Santa Maria di Leuca e un paio di puntate a Otranto e Gallipoli. Però considera che Bologna è forse la seconda città salentina del mondo, credo ci siano più concerti e corsi di pizzica all'ombra delle due torri che non a Galatina. Talmente tanti che tra un po' i bolognesi sapranno ballare la taranta meglio del liscio e della filuzzi. Beh, poi ho un pusher di ricotta scante che mi rifornisce diverse volte all'anno, ma non posso dire altro...
su www.poiein.it
Sandro Penna e i frammenti minimi di una profonda esistenza
di Rossano Astremo
La lirica di Sandro Penna è alternativamente o contemporaneamente descrittiva, narrativa e riflessiva, ma per frammenti minimi, per illuminazioni improvvise e fulminee, scaturite spesso dal fondo della memoria o dal vagheggiamento fantastico:
Come è bello seguirti
o giovine che ondeggi
calmo nella città notturna.
Se ti fermi in un angolo, lontano
io resterò, lontano
dalla tua pace, - o ardente
solitudine mia.
Penna si è fatto interprete non delle novità del linguaggio poetico italiano del Novecento, ma del suo destino di putrefazione. Ci sono poeti di tale forza innovatrice da cambiare quasi di colpo i codici costituiti e, poi, ci sono poeti inamovibili dall’antichità, fedeli alla tradizione. Penna appartiene a questa seconda categoria, poeta di registro linguistico piccolo – borghese, dannunziano e pascoliano, inesplicabile in un secolo che ha fatto del linguaggio uno strumento non di lode, ma di concorrenza col mondo. Penna, però, non fa mai ricordare i modelli. Penna descrive direttamente dal vissuto, riducendo a pochi suoni inimitabili una tastiera letteraria fatta di combinazioni miracolose di grazia visiva, pennello impressionista, stile narrativo, canzonetta sentimentale:
Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me.
Rimane dominante in Penna l’aspetto emotivo, in bilico tra la meraviglia del vivere e il confuso dolore. Mobilissima, poi, è la variabilità, la temperatura, l’intonazione, sempre in equilibrio tra lo stupore onirico, il tono fatale, il sottinteso ironico, e il decreto di legge esistenziale da idolo col volto pieno di rughe:
Forse la giovinezza è solo questo
perenne amare i sensi e non pentirsi.
Nasce a Perugia nel 1906. Pubblica nel 1939 Poesie, seguono poi gli appunti (1950), Una strana gioia di vivere (1956), Poesie (1957, che raccoglie i precedenti versi), Croce e delizia (1958), Poesie (1970, che riunisce tutto il pubblicato con inediti). Sin dalle prime raccolta Penna ottiene l’attenzione della critica e specie negli ultimi anni di un pubblico abbastanza vasto. Dopo la raccolta del 1970 pubblica altri volumetti, tra cui Stranezze (1976). Muore a Roma in solitudine e povertà nel 1976.
speciale beat generation/ 5 - tratto da domencia (inserto del 24 ore)
Jack Kerouac, lezione di un beat
di Claudia Gualdana
Non di rado sono i fraintendimenti e le mode superficiali ad
accompagnare la fama di uno scrittore trasformato in oggetto di
culto. Si tratta di un errore di prospettiva che l' ignaro fabbricante
di sogni, o anticipatore di mutate realta' , si trova a dover
affrontare. Uno dei casi piu' eclatanti e' incarnato da Jack Kerouac
(1922-1969), il mentore della beat generation, che ne conio' il
termine e, con l' intramontabile On the road, pose la prima pietra di
una nuova scrittura.
Scrivere Bop, raccolta di scritti teorici di un Kerouac alle prese
con se' stesso e con la bandiera multicolore della filosofia beat, e'
una sorta di dietro le quinte e, con gli scritti degli anni 60, una
critica feroce all' opinione pubblica, che attribuiva alla mentalita'
beat la paternita' dei fenomeni piu' deplorevoli. Teppismo, abuso di
stupefacenti e comportamenti immorali trovarono, in Kerouac e
compagni, un capro espiatorio. Ma gli Stati Uniti trovarono anche una
matrice destinata a un seguito di epigoni che alla dottrina della
liberta' e dell' amore univano atteggiamenti di pessimi imitatori.
Pero' Kerouac non subisce in silenzio, ed e' interessante conoscere
le sue opinioni a proposito di politica e di religione, scoprire che
amava Bach e riteneva che Billie Holiday avesse "pietre nel cuore".
Sono pensieri nudi, i suoi, espressi senza artifici o preamboli.
Dichiarazioni a cuore aperto. Vi scopriamo la genesi della parola
beat, ispirata all' italiano beato, pieno d' amore per la vita e di
gratitudine per Dio. E apprendiamo della stesura in tre settimane di
On the road, mito decennale creato in un pugno di giorni. D' altronde,
non avrebbe potuto essere altrimenti, per il teorico della prosa
spontanea, che allaccia con l' immediatezza delle associazioni libere
le Quattro Nobili Verita' del buddhismo al flusso di coscienza e alla
composizione scevra da interventi razionali.
Perche' Scrivere Bop e' anche questo: un piccolo manuale in cui si
agita e si spiega la scrittura di Jack Kerouac, si racconta nei
comandamenti scarni di Dottrina e tecnica della prosa moderna. Il
bretone cresciuto nel Massachusetts amava scrivere poesie su un notes
da taschino. Poesie limitate dalle righe. Parole libere, parole
americane che evitano di fare i conti con la tradizione. Sono i
chorus, ispirati ai ritmi e alle sonorita' jazz e blues, riuniti in
Il libro dei blues, parabola di istantanee sull' America di una
generazione che ormai appartiene alla storia.
Jack Kerouac, "Scrivere Bop. Lezioni di scrittura creativa", Oscar
Mondadori, Milano 1996, pagg.
"Il libro dei blues", Mondadori, Milano 1996, pagg.
speciale beat generation/ 4 - tratto da domenica (inserto del 24 ore)
Il ritorno del Beat
di Stefano Bucci
Bentornata Beat generation e bentornati i suoi profeti. Lawrence
Ferlinghetti, Allen Ginsberg e Peter Orlowsky trasmigrano da San
Francisco a Firenze grazie all' apertura dell' unica filiale europea
della californiana "City Lights", libreria-casa editrice fondata
proprio da Ferlinghetti e definita "il mausoleo vivente" di un
movimento capace di inglobare poesia, pittura e musica.
In una citta' apparentemente restia a qualsiasi tipo di rinnovamento
concreto, l' avventura di "City lights" ha il sapore della sfida. Una
sfida giocata su un catalogo con ottocento titoli in varie lingue che
spaziano dal Situazionismo alla letteratura afro-americana. Una sfida
che iniziera' il primo maggio con l' inaugurazione ufficiale della
libreria ma che verra' anticipata da una serie di eventi tra il
mondano e il soft-trasgressivo. Il 12 aprile Fernanda Pivano
incontrera' Ed Sanders e Toni Kupfenberg, nei locali dello storico
Tenax e con il sottofondo dei Fugs. A seguire sono previsti reading
di Allen Ginsberg, Peter Orlowsky e dello stesso Ferlinghetti mentre
all' orizzonte si prospetta una lettura dei "beat-poeti" da parte di
Vittorio Gassmann.
La scrittura e' tutta una porcheria di Antonin Artaud apre il
catalogo di "City Lights", quasi a voler ribadire il carattere
maledetto di questa ' consorella' fiorentina nata dalla passione dei
quattro soci fondatori (Ilaria Mugnaini, Antonio Bertoli, Marco
Cassini, Marco Biondi). E maledettamente raffinato, per i temi
affrontati come per la qualita' della stampa, appare lo stesso
programma editoriale. Che prevede, tra l' altro, la pubblicazione in
copia anastatica dei dodici numeri della Revolution surrealiste di
Breton e Aragon.
"City Lights" ha scelto di non avere distribuzione, di dedicarsi
esclusivamente a libri che corrispondano al proprio mood e di vendere
soltanto in loco o su abbonamento. Con duecentotrentamila lire,
ciascun socio potra' ricevere a casa i dieci libri previsti per il
1997. Scegliendo tra le interviste a Kerouac, i Versi di Lorenzo
Chiera o il Messaggio dei beatniks di Italo Calvino. Buona fortuna,
allora, alla rediviva Beat generation di via San Niccolo' .
"City lights", via San Niccolo' 23 rosso, Firenze, per informazioni
(055)2347882
speciale beat generation/ 3- tratto da domenica (inserto del 24 ore)
Scaffale Beat Generation
di Stefano Bucci
San Francisco, per ogni buon lettore che si rispetti, è prima di tutto la città di "City Lights". E, dunque, della libreria tempio di una Beat Generation che si raccontava attraverso un universo di libri a trecentosessanta gradi, disseminato di correnti e di forme espressive "che traevano la propria linfa vitale dalla nuda e cruda realtà quotidiana, dalle cronache della strada e dalle miserie umane".
Spoken Word, potere alla parola. Poteva essere questo il motto della "City Lights", fondata da Lawrence Ferlinghetti e Peter D.Martin nel 1953. Dove, accanto ad un incredibile modo di fare poesia, si proponeva anche un nuovo modo di vendere libri. Un modo che voleva (e che vuole ancora) dare estrema importanza proprio ai luoghi di ritrovo (come le librerie, appunto).
Qui poteva trovare asilo quella cultura che contaminava "le urla isolate, anarchiche, sovversive" di Ginsberg, Corso, Gysin, Giorno, Hughes, Kerouac, Burroughs con il jazz di Parker e di Davis. O con il sound di Coleman, della Anderson, dei Material o degli Hypophrisy, di Yoko Ono e di Patty Smith. Un modello addirittura capace di produrre altre consorelle come il "New Portorican Poets Café" di New York, come lo "Speakeasy" del folksinger Jack Hardy o come l' unica filiale europea di "City Lights" aperta prioprio da Ferlinghetti nel
Per la casa madre della Beat Generation, il rischio maggiore era forse quello di diventare un mausoleo, un punto obbligato dove far transitare (in pullman) vecchi beatnick arrugginiti e ingrassati.Un rischio difficile ma che la "City Lights" sembra aver superato. Basta dare un' occhiata ai tre piani dedicati ancora oggi al meglio delle piccole case editrici indipendenti specializzate in poesia, filosofia, arti visive controcultura. Con coerenza ma senza neppure disdegnare le grandi major del libro e senza neppure disdegnare i mass media. Tanto che Ferlinghetti è ormai diventato un columnist del "San Francisco Chronicke Book Review". Dove (lo scorso dieci settembre) ha pubblicato una riflessione intitolata Toward a new lirycism. Che iniziava asserendo che "la lirica pura non è morta. Tranne che in America". Dunque, nessuna paura. Il rissoso guru della City Lights non è davvero cambiato. (Stefano Bucci)
City Lights, 261 Columbus Avenue, San Francisco, CA 94133. Tel 415 362 8693 www.citylights.com.
speciale beat generation/ 2 - tratto da Domenica (inserto del 24 ore)
Ginsberg, un poeta in tribunale
di Renato Palazzi
Fra il 1969 e il 1970 si celebrò negli Stati Uniti il processo contro i "sette di Chicago", gli esponenti di una galassia di movimenti che spaziavano dagli hippie alle Pantere Nere, responsabili di avere organizzato un raduno per la "preservazione del pianeta" e contro la guerra in Vietnam degenerato in duri scontri e feroci attacchi della polizia. In linea con la cultura del tempo, il rito giudiziario si trasformò ben presto in un paradossale happening, con imputati vestiti da indiani, altri che si dichiaravano ufficialmente cittadini della "Woodstock Nation", e uno degli accusati legato e imbavagliato per ordine del giudice.
Nel dicembre del 1969 fu chiamato a deporre, quale testimone della difesa, il poeta Allen Ginsberg, la voce più forte e famosa della beat generation. Nel controinterrogatorio, il pubblico ministero cercò in ogni modo di screditarlo ridicolizzandone le pratiche religiose induiste e inducendo sospetti sui suoi rapporti con la droga e l' omosessualità, ma Ginsberg, invitato a leggere due suoi testi sotto accusa, La mela notturna e Poesia d' amore su un tema di Whitman, rovesciò puntualmente le insinuazioni, fino ad azzittire l' aula e a lasciare tutto il pubblico in piedi commosso recitando i frammenti più significativi di Urlo.
É possibile, su un materiale così anomalo, singolare intreccio di mantra, riflessioni poetiche e inquisizioni processuali raccolto allora in un libretto da un' osservatrice d' eccezione, Fernanda Pivano, provare a costruire uno spettacolo? Lo ha fatto, e con un sorprendente risultato, Frantois Kahn, attore-regista francese trapiantato in Italia, da sempre portato a solitarie performance fra teatro e letteratura. Il suo Moloch, proposto finora a pochi spettatori, nelle case, ha avuto l' altra sera un' anteprima a un convegno sui diritti umani a Monteveglio, sui colli bolognesi, e debutterà ufficialmente il primo giugno al festival di Pontedera.
É ovvio che l' insolita conferenza-rappresentazione, sviluppata in parte come narrazione degli avvenimenti, in parte conferendo una scarna struttura drammatica alle domande del procuratore e alle risposte del poeta, con Kahn assai efficace nello sdoppiarsi tra i due personaggi, costituisce un esercizio di alta acrobazia interpretativa, basata su un' ipotesi seducente e fragilissima. Per denunciare intolleranze e repressioni, ad esempio, si sarebbero certo potute affrontare situazioni ben più tragiche ed emblematiche: il processo stesso, in fondo, fu un inutile psicodramma, annullato dopo qualche giorno per vizi formali.
Eppure Moloch, proprio nella sua atipicità, apre uno straordinario squarcio d' epoca, offre un intenso sguardo su quella che Ginsberg definì la "coscienza psichedelica", consente di inquadrare una delle più inquiete intelligenze dei nostri anni da una prospettiva alquanto particolare. E soprattutto l' andamento in sé dell' interrogatorio assume un' involontaria cadenza potentemente teatrale, con quel crescendo di tensione che culmina nelle parole di Urlo, capaci - in un tale contesto - di lasciare lo spettatore di oggi emozionato e ammutolito come trentadue anni fa i frequentatori del tribunale di Chicago. (Renato Palazzi)
speciale beat generation /1-tratto da Domenica (inserto del 24 ore)
"Beat", la fabbrica di una generazione
Un' anatomia dello sfacelo scritta con l' inchiostro della paura - Il "Pasto Nudo" di Burroughs, un libro orribile e vuoto che incantò Kerouac & C.
di Luigi Sampietro
É uscito in questi giorni da Adelphi una nuova traduzione - ottima, di Franca Cavagnoli - di Pasto nudo di William S. Burroughs. Un libro che ha fatto epoca e un classico della letteratura Beat. Un viaggio nel mondo della droga, dell' omosessualità e della fantascienza, definito a suo tempo dal suo primo traduttore, Claudio Gorlier (Sugarco), come "eversivo, osceno e blasfemo". Titoli adatti, in quegli anni (Cinquanta) di noia e di nausea esistenzialista, a farne un' opera appetibile e piccante persino per i lettori dei caffè di Parigi che si assopivano al sole stringendo tra le mani qualche recente ristampa del Divino Marchese.
L' editore Jean-Jacques Pauvert perlustrava les enfers delle biblioteche e riportava in superficie libertini e pornografi del secolo dei Lumi. Ricordo una fascetta pubblicitaria dell' epoca: "Questo è il libro che ha fatto arrossire la signora De Gaulle". Buona parte dei pensieri erano ispirati alla musa dello scandalo. Che aveva un suo seguito e che talvolta conduceva al successo. Sigmund Freud impugnava il sigaro come una spada e dirigeva le operazioni degli intellettuali di punta contro la figura massiccia del Generale. Contro le regole, contro la morale, contro il Padreterno e l' ordine delle cose. Contro tutto. Anzi, contro il Sistema, come si sarebbe detto - di qua e di là dell' Atlantico - di lì a qualche anno. I lettori, ipocriti, leggevano i nuovissimi fiori del male e annuivano per timore di restare indietro con le argomentazioni all' ora dell' aperitivo.
Pasto nudo uscì nel
Pasto nudo non è un viaggio all' inferno perché non ha spessore metafisico e perché - dettato dalla paura - non genera paura. Non è un libro autobiografico perché, nonostante le apparenze, non dice niente sul suo autore; e non è un romanzo di ispirazione psicanalitica - quale è Il male oscuro di Beppe Berto, uscito il medesimo anno (1964) della prima edizione italiana - perché, semplicemente, è reticente sul dramma esistenziale - un omicidio - che lo ha indirettamente generato. É un libro che parla del nulla, inteso come minaccia, e che si esprime con metafore oscene per spaventare chi teme di non essere all' altezza di certi discorsi. O, peggio, teme di essere prude.
Burroughs è uno scrittore cerebrale e, paradossalmente, povero di immaginazione. E Pasto nudo è un libro di cui si può soltanto dire che è trasgressivo. Trasgrediva allora e trasgredisce oggi. Allora, perché erano anni in cui uno scrittore di grande talento come Giovanni Arpino era ancora intento a scrivere su di un tema ruspante come il delitto d' onore; e, oggi, perché il termine "trasgressivo" - desemantizzato - vuole dire tutto e nulla. É una minaccia e un complimento. Può servire per fare critica d' arte sul "Corrierone" di Milano oppure - forse tra non molto - per fare pubblicità agli abiti da cerimonia.
Per scrupolo e per contratto, il libro di Burroughs questa volta l' ho letto da cima a fondo. E tutto d' un fiato, come forse non bisognerebbe fare. Non sono sicuro di essere sempre riuscito a rimanere attento e concentrato. E può essere che qualcosa, anche qualcosa di importante, mi sia sfuggito. Ma so che è stata una faticaccia. E so anche, perché l' ho intervistata al telefono, che la traduttrice ne è uscita stremata. L' ottima Franca Cavagnoli, che è la fata turchina di una intera covata di giovani traduttori, parla di questo libro come se si trattasse di un ciocco nel quale non si riesce a capire dove scorra la linfa. Come con qualsiasi altro libro, mi ha detto, ha cercato - leggendolo ad alta voce - di sintonizzarsi con i pensieri dello scrittore e di "sentirne" la voce per poterla riprodurre. Ma, mi sembra di aver capito, è difficile interloquire con qualcuno che in realtà non c' è: con una mente in disfacimento e con una voce che si deve immaginare non essere altro che quella di un sintetizzatore. Una voce che non ha ciò di cui è fatta qualsiasi opera d' arte. La tonalità.
L' uomo che trovò il titolo a Pasto nudo è anche - per concludere - il protagonista di un volume fotografico, pubblicato da Mondadori, che si intitola appunto Jack Kerouac. L' autore è David Sandison e il libro è ricco di informazioni sulla vita e la carriera di quella combriccola di giovani - Allen Ginsberg, Gregory Corso, Neal Cassady, Lawrence Ferlinghetti, tutti ammiratori di Burroughs - che, insieme allo stesso Kerouac fecero parte della beat generation. É un libro attraente. Bella la grafica. Belli i ritratti. Belle le giacche e le pettinature, che sono tornate di moda. E quelle automobili, anni Cinquanta, che ormai si vedono circolare - ma in pessimo stato - solamente nell' isola di Cuba. Il testo, così come la prefazione di Carolyn Cassady, è a volte un pochino melenso, ma nessuno ci farà caso. Perché questo è, soprattutto, un libro da guardare.
William S. Burroughs, "Pasto nudo" Adelphi, Milano 2001, pagg.
David Sandison, "Jack Kerouac", Mondadori, Milano 2001, pagg.
romanzo in corso/ secondo paragrafo
il diaro del cassiere Mirko Bordini
di Rossano Astremo
25 settembre 2003, ore 23,20
Questa storia del diario comincia ad interessarmi. Dopo dodici ore, compreso pausa pranzo, a fissare polli, frutta e verdura, preservativi, assorbenti e carta igienica per poi infilarli in sacchetti di plastica, trascorrere un quarto d’ora appuntando i pensieri più disparati che mi passano nel cranio su queste sottili pagine grigie sembra rilassarmi. Oggi Federica fa il turno di notte, quindi niente scopata.
Mi capita da un po’ di tempo di associare il volto di mia moglie all’espressione che assume quando apre le cosce mentre io la stantuffo con ritmo sostenuto nei nostri amplessi notturni. A volte penso che sia l’unico motivo per cui ancora si vive sotto lo stesso tetto. Scopare perché non si ha neanche il tempo di farsi un’altra vita con un'altra persona. Per fortuna che c’è Tabu che vive con noi. Tabu è la donna nigeriana che abbiamo assunto diciotto anni fa, dopo la nascita di Paola. Tabu è la donna che ha cresciuto le nostre figlie, è la donna che fa le pulizie, che lava il nostro bucato, che prepara i nostri pranzi e le nostre cene, che, da tanti e tanti anni, mi succhia il cazzo quando Federica fa il turno di notte.
È necessario dire che Tabu, prima di venire a lavorare da noi, ha fatto per un po’ di anni la prostituta. Poi ha avuto la fortuna di voltare pagina, ma ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto. La marcia in più che ha rispetto a Federica è indiscutibile. Tutto è cominciato nel periodo successivo alla nascita di Luce, fine anni ’80, inizio anni ’90, quando tra me e mia moglie tutto sembrava andare a rotoli, quando, con due figlie a carico, il nostro unico intento era quello di dedicarsi al lavoro per poter far crescere le nostre figlie nel migliore dei modi. Devo dire che mi sono sempre imposto di essere un buon padre. Però è il tempo che mi manca, il tempo, anche solo per portarle un giorno a settimana al Luna Park. Ma ora che hanno 18 e 15 anni dove cazzo potrei portarle?
La mia storia con Tabu è stata naturale. La sera passavamo molto tempo assieme, lei metteva le bimbe a letto, poi mi preparava la cena, mentre io vedevo una videocassetta noleggiata da Franco l’alcolista, poi dopo cena, una sera la raggiunsi in bagno, mentre lei si lavava i denti, l’abbracciai da dietro, cominciai a sfiorarle con la lingua il collo, poi le mie mani cominciarono a scivolare sui suoi seni sodi e sul suo culo divino e in poco ci trovammo nudi, per terra, con Tabu a pecora ed io con le ginocchia poggiate per terra, le mani fissate sui suoi fianchi, che muovevo il mio cazzo in fiamme nella sua sfibrata vagina rosa. Due solitudini si sono incontrate. A volte, pensando alla mia storia con Tabu, cerco di sintetizzare il tutto considerando la nostra solitudine. Con Tabu a letto ho fatto tutto quello che a Federica non ho mai avuto il coraggio di chiedere. Tabu è un’amante esemplare. Con il passare degli anni i nostri incontri si sono diradati, considerando anche il fatto che Paola e Luce sono cresciute e che potrebbero iniziare a sospettare. E Federica in tutto questo? Non so se in questi anni ha mai nutrito dubbi. Non so se ha il tempo per pensare alle relazioni extraconiugali del tanto odiato marito. Però, a pensarci bene, come succhia il cazzo Tabu non lo succhia nessuno!
a giugno l'antologia del dissenso
TRANSFERENCE
POESIA DEL DISSENSO
Antologia di poesia italiana contemporanea
a cura di Gian Mario Lucini
Testi di
ROSSANO ASTREMO
FABIO CIOFI
GIANMARIO LUCINI
ERMINIA PASSANNANTI
La situazione politica di questi giorni, mesi, anni ha mutato il quadro della poesia, il suo statuto. La classe borghese ha il segno indelebile del capitale. La violenza è la sola legittimazione possibile della struttura dello Stato. All’interno di questa cornice, la disperata configurazione della famiglia si dibatte come una spaesata sequenza di fantasmi. La guerra è continua, imponderabile. Il trasformarsi del consenso in ignoranza è la condizione della sopravvivenza. Questa è la trascrizione delle percezioni dei rapporti di potere: di abuso e legittimità. Tutto è allegorico
(Erminia Passannanti, Aprile 2004)



















Ultimi commenti