miei testi tradotti in inglese!!!
traduzione di Taddeo Roccasalda
Fragments from my sunless flat. (Rossano Astremo)
Poems.
One.
I can’ go on breathing
if my head presses the feather pillow,
the infected acid pillow
laid on this unsteady bed
unable to contain me, to absorb me,
lingering in the warm corner of its painless space,
opening and spreading thousand kinds of worms, leaves and mouths,
among spasms of hours unable to explode,
among sobs of minutes turned into scentlees pulp,
on this languishing dust,
without transparent eyes to give birth
to the last drops of love.
Two.
On this burning fire that lights up timeless alleys
I stoop – and pray with all my deformed strength turned into ashes.
Every balance is banished,
every effort to blow beyond the limits is lost,
every cardboard-head is melt, with the twisted and imploded city,
faded fire of an exhausted, bleeding power
with the last shreds of light plunging into my head,
making it burn senselessly.
Three.
Together, for not getting torn, for not coming unstitched, to go on trusting
in life that shines, for not dying shut up in this dark
dirty street full of wet and trodden cardboards,
of infected syringes, with scary blood stuck on them,
with tramps hanging in space, tasting that filthy
intoxicating sense of defeat, which slips into the neck and doesn’t leave alone,
that sense of defeat, being reflected as a weightless dry beam.
Four.
Not now, please, this suffocating place makes me sick,
moments of closure waiting for an istant of respite, twisted moments
as prickly brains looking for a vision,
among open and cracked cement that cannot contain us,
among filthy and dirty pains that cannot shut us up.
I cannot step forward;
through this rational and regular wood my glass of whisky
shines destructively and my eyes
drown in the smashing lights,
in this cock-exciting and knee-crumbling evening.
Five.
What’s all this terror that’s wetting my soul?
Exploded buildings, bodies torn to pieces, exhausting religions,
military people swallowing uranium, nations licking each other’s arse,
all this chaos pisses me off, catches my breath,
bars my heart, buries all my regular throbs.
What’s all this wasting of years in shooting stomachaches?
The traffic lights are not flashing, the bookshops are rising,
the street lamps are shooting light upwards,
burning the grey sky that imprisons the stars.
giuseppe genna hai ragione!!!
di giuseppe genna (www.miserabili.com)

Che vada affanculo Dan Brown, che vada affanculo il suo soap-thriller complottista, che vada affanculo il Priorato di Sion, che vada affanculo il mercato, che vadano affanculo i cattolici americani e quelli italiani, che vada affanculo Umberto Eco che ha ridato fiato a questa melma degna di massoni deviati e vaticanisti vandeani, che vada affanculo Renato Farina (che sproloquia in tv sull'esoterismo, gli archetipi e Dan Brown), che vada affanculo Top Secret (programma complottardo su Rete4, condotto da un bagigio di nome Brachino), che vada affanculo John Grisham, che vada affanculo il Corriere che dedica una pagina intera a questo gorgo di letame, che vada affanculo l'idolatria della suspense predigerita, che vadano affanculo le traduzioni cinematografiche dei bestselleroni, che vadano affanculo il marketing, il passaparola, le letture da zie con le cofane azzurrate, la dittatura del thriller di consumo, la sapienzialità da circo Orfei, la paranoia che scuote la vita impiegatizia, la tanta cacca fatta leggendo sull'asse del water laccata, lo sfrigolio del mistero sull'autobus prima di entrare in ufficio, lo spazio narrativo nell'attesa che si liberi la parrucchiera, i Miti in edicola, la storia dell'arte a dispense, gli allegati ai quotidiani, l'idea che il Graal sia un cristallo di Boemia, tutti gli Indiana Jones, l'Omnibus da fila in posta, la fiction, Orgoglio, il reality show, il teratocapitalismo, l'esalazione del sospiro da finale di giallo, il piacere di concludere le parole crociate, il fascino della decrittatura da codici, i Merovingi, l'Oas, l'odio per il papato e l'odio del papato, la montatura della cappella di Rosslyn, Spielberg, Clancy, Koontz, l'enigma da cassiere del Pam, la cultura per masse bolse e bovine, il vanto del manager che pensa di avere letto, i neolibri da comodino, il finto pop, la trama appassionante, la scrittura piana che può essere abbordata da tutti, i dialoghi efficaci, la storia che prende e risana il budget della casa editrice, l'asta internazionale per acquisire i diritti, i tour degli autori, i Giuttarifaletti e tutti i bestselleristi americani all'amatriciana, l'hardcover con ricaduta in economica che sarà backlist in logica longseller, la disneyzzazione del sacro atto della lettura, la piacevolezza della scopata culturale, il cioccolatino con il liquore dentro, il buco con la caramella intorno, Bruno Martino comparato a Beethoven, la figa onnipresente per dare quel pizzico in più.
Cioè: vada affanculo Il Codice Da Vinci.
Il Codice Da Vinci è l'improbabile che viene accettato come norma esistenziale di massa. E' la solita complottata (capisco amici scrittori che da anni asseriscono di odiare i complottisti) sulla materia più scadente del complottismo sapienziale: i Templari, e chi erano i Templari, e custodivano il Sacro Graal, e il Graal si trova nei Pirenei, e la storia della cristianità è tutta da rivedere, e i tanti piccoli Tonini che hanno tacitato la Profezia che poteva fare crollare Roma nel corso dei secoli dei secoli, e il grano segreto, e la custodia del Sepolcro, e Cristo che scende dalla Croce e si scopa Maddalena e va a vivere in Provenza o in Gran Bretagna a Stonhange o in India o in Giappone, e le sètte che mettono in pericolo il pianeta, e il manipolo di fascisti che trama nell'ombra. Insomma, un manuale della finta cultura popolare d'élite, che già aveva sfracannato i coglioni agli intelligenti quando uscì il Pendolo di Foucault di Eco e che, mercé la giustificazione del consumo di massa, continua a stracciare gonadi da quando io ho coscienza di esistere.
Che palle.
L'ennesima variazione sulla solita trama complottarda è questa merda totale in carta non ecologica, firmata d un saccentissimo autore americano che sostiene di avere studiato ai massimi livelli non solo la storia, ma anche le opere d'arte che cita in questa colossale barzelletta in stile Peter Kolosimo - Dan Brown, la più recente variazione del grishamismo di riporto, la venefica incarnazione di quello che si fa i miliardi raccontando il Segreto con la cialtroneria di una Riza Psicoletteraria.
Tutto ruota intorno alla sapienziale fraternità del Priorato di Sion: una bufala inventata dal fascio transalpino Pierre Plantard, che costruì ad arte il fenomeno di Rennes Le Chateau, dove sarebbe stata custodita la coppa che avrebbe contenuto il sangue del Cristo dopo opportuno intervento di Giuseppe d'Arimatea. Una scarica di diarrea che schizza su e da Fulcanelli, Louis Pauwels e Jacques Bergier del Mattino dei maghi, la Blavatskij in salsa teocialtrona, Dylan Dog e Martin Mystère. Da una parte la Massoneria, autentica via sapienziale di autoconoscenza e realizzazione, viene distorta dalla deriva politica - e dall'altra parte viene stravolta dalla deriva culturale in cui la trascina immondizia come il parathriller di Dan Brown.
Quando dicono a me, che sarei autore di thriller, quanta esaltazione e quanti brividi procura il fatto che mi occuperei di complotti, mi incazzo. Io mi occupo di complotti tanto quanto Dan Brown si occupa di ascesi. Il supermercato della spiritualità non è soltanto la new age - è la narrativa di consumo. Questa ulteriore farsa spacciata come letteratura conferma che il genere nero/spionistico/investigativo non sta correndo un grave rischio: ha già rischiato. E ha perso.
Il thriller non è più un genere: è la zuppa Campbell della letteratura. Al primo che sostiene che io scrivo thriller, regalo una copia del Codice da Vinci, pur di levarmelo dai coglioni. Sia chiaro tuttavia che all'ultima che mi accusa di scrivere gialli e quindi di non avere rischiato nulla in narrativa, il Codice da Vinci non glielo regalo, poiché per certa gente il genere thriller, genere che non esiste più, è a tutt'oggi un genere che non esiste ancora.
Non compratelo o, se ve lo hanno regalato, fate quello che fece Houellebecq con Grisham in Piattaforma: buttatelo nel cestino.
mauro marino ha il suo blog
solo per dirvi che l'amico mauro marino, operatore culturale dal grande animo e poeta sopraffino, ha aperto il suo blog, www.leparoledidentro.splinder.it. andate a dare uno sguardo.
Rossano Astremo
uscito il quarto numero di musicaos
McClure
è uscito il quarto numero di musicaos (www.musicaos.it), frutto delle mente malata di luciano pagano e stefano donno.in questo numero sono presenti alcuni testi della mia prossima plaquette, SENZA RESPIRO, che uscirà il 20 maggio e, nella sezione traduzioni, Noi di Mike McClure, poema che per la prima volta è tradotto in italiano dal sottoscritto. Buona Lettura.
Rossano Astremo
que viva stilos!
[lettera aperta di Domenico Cacopardo a Mario Ciancio Sanfilippo, direttore ed editore del quotidiano La Sicilia, in allegato al quale è pubblicato ogni martedì il settimanale di cultura e informazione libraria Stilos, diretto da Gianni Bonina, al quale mi onoro di collaborare. Se volete, potete copiare questa lettera e spedirla all’indirizzo: segreteria@lasicilia.it. Grazie.] Al dottor Mario Ciancio Sanfilippo Direttore ed editore de La Sicilia Catania L’ulteriore ridursi della foliazione di Stilos, il settimanale culturale de La Sicilia, ci induce a fare appello a lei che ne è l’editore per manifestarle lo sconcerto che la decisione provoca. Infatti Stilos, al pari di Tuttolibri de La Stampa e del domenicale del Sole-24Ore, rappresenta uno dei pochi riferimenti per coloro che amano la cultura e vogliono conoscere i suoi sviluppi, le sue tendenze, le sue novità. E Stilos è l’unico settimanale del genere nel Sud d’Italia e svolge il proprio compito avendo attenzione non al solo Sud o alla Sicilia, ma al paese e al panorama internazionale. Insomma è uno dei pochi strumenti a disposizione di chi abbia interessi più ampi della semplice cronaca politica o nera. Ora il ridursi della foliazione renderà ancora più difficile il lavoro di informazione e di documentazione, invitando i ‘clienti’ di Stilos a rivolgersi altrove, là dove l’inserto culturale non trova ridimensionamenti, ma sostegni e promozioni. Le chiediamo, perciò, di intervenire perché Stilos sia subito restituito al suo normale formato, evitando che perda funzione e peso e, come sempre accade in questi casi, lettori. Orgogliosamente La Sicilia deve continuare a sostenere il suo settimanale di cultura, come specifica e singolare espressione della permanente vivacità intellettuale di Catania e dell’isola in generale.
l'evento gran bazar/programma non definitivo/dal 20 al 23 maggio
Associazione_Presìdi del Libro
Libreria Icaro - Fondo Verri_Libero Cantiere
in collaborazione con Bigsur, CoolClub,Vertigine, Musicaos
20,21,22,23_Maggio_2004 – Ex Convento dei Teatini_Lecce
GranBazar2004–4.a edizione
[Il libro in tasca]
mostra mercato del libro tascabile e banco dell’editoria e della poesia salentina
a cura della Libreria Icaro e del Fondo Verri l.c.
Giovedì 20 maggio
ore 10, apertura de Il Libro in Tasca mostra mercato del libro tascabile
espressionismi – laboratorio di pittura con Gianluca Costantini, Fabio Inglese (Bardamù), Annalisa Macagnino
ore 18, apertura:
Ode al libro ! – concorso di scrittura
ore 19, Le Lingue del Salento
Omaggio a Nicola De Donno a cura di Giuliana Coppola
Omaggio a Cesare De Santis a cura di Rocco Aprile
ore 20, I poeti: Giuseppe Greco - Letture
Editoria e Nuova Scena Letteraria
ore 22,
performance di Giuseppe Semeraro
Venerdì 21 maggio
Dal disagio alla cura:
ore 19, Antonio Errico presenta:
Vincenzo Ampolo, Voci dell’Anima, scrittura, narrazione e pratica analitica, Besa ed.
Editoria e Nuova Scena Letteraria
ore 19.30, Gianni Capodicasa e Raffaele Polo presentano
le produzioni dell’ Accademia Salentina delle Lettere
ore 20, Anna Stomeo presenta:
Attimi – Variazioni di Andrea Lefons, Amaltea Edizioni
Le Lingue del Salento
ore 21.30, Ass. ITACA – Min. Fars Hus presenta:
mmm…Maledetti Salentini per Salvatore Toma e Piero Panesi
(e per Vittorio Bodini, Carmelo Bene e Antonio L. Verri)
con: Tommasa Aprile, Barbara Castrignanò, Andrea Lefons, Sara Della Tommasa, Donato Rescio, Fausto Griffini
direzione di Anna Stomeo
Sabato 22 maggio
Editoria e Nuova Scena Letteraria
ore 19, Marco Saura presenta Erre, almanacco di cultura preventiva ,
ore 20, Mario Desiati, Italville 14 autori raccontano l’Italia, Nuovi Argomenti - Roma
ore 21, Wu Ming 2, Guerra agli Umani, Einaudi Stile Libero
ore 22, performance a cura di Michelangelo Zizzi
con Ilaria Seclì, Laura Sergio, Simone Giorgino
Domenica 23 maggio
Omaggio a Carmelo Bene
ore 19, Carmelo Bene, I primi passi da gigante, a cura di M. Nocera, Kurumuny
Editoria e Nuova Scena Letteraria
ore 20, Tabula Rasa – Rivista di Letteratura invisibile, Besa Editrice
ore 21, Christian Raimo,
ore 22, Reading a cura di Vertigine e Musicaos
sabato 22 maggio /non splendore rock ai koreja
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immagine dello spettacolo Ecco un nuovo sodalizio fra poesia e musica. Questa volta la musica è un rock che si impenna fra eccesso e sottigliezza, fra schianti e armonie: la poesia vola con quello, con la voglia di strapparsi via dalla pagina scritta, dalla camera chiusa del pensiero e darsi semplicemente, centrando il cuore di chi ascolta. |
perfect day da guerra agli umani/wu ming 2/22 maggio a lecce
2. Perfect Day
E’ il primo giorno d’ottobre. Mattina. La gente parla di clima estivo e cappotti ancora nell’armadio. Io sono senza lavoro. Da una settimana. Niente di strano. Inserivo dati nel computer di una ditta. I dati sono finiti. Lo stipendio anche. Restano settecento euro in banca, un mese d’affitto arretrato, la bolletta del telefono e uno zaino, pronto da mesi, dietro la porta di cucina. Prima dell’estate pulivo cessi al cimitero. Non era infame come sembra. Il luogo è poco affollato e nessuno molla una sepoltura per andare a cagare. C'erano fiori freschi per la mia ragazza e certe mattine non bisognava nemmeno dare lo straccio. L’azienda leader nel settore ne ha dedotto che il personale era in forte esubero. S’imponeva il taglio di un addetto su tre. Ho salutato le due colleghe bielorusse e coi soldi dell’ultima settimana mi sono preso lo zaino. Ora sento che ci siamo. Ho appena fatto provviste.Fuori dall’ipermercato, carrelli e abbronzature mi circondano minacciosi. Gente che guadagna. Vorrei aggrapparmi a un colletto qualsiasi, e sussurrare parole indecenti all’orecchio del proprietario: – Ehi, amico, senti un po’ qua: il sottoscritto non fa un cazzo da una settimana. Non è disgustoso? Una batteria di cabine telefoniche mi richiama all’ordine. Almeno mia sorella la dovrei avvertire.Parto, Sandra. E’ deciso. Se c’è riuscito Thoreau posso farcela anch’io. La massa degli uomini conduce vite di quieta disperazione. Siamo solo attrezzi dei nostri attrezzi, assediati da eserciti di necessori. Questa civiltà si basa su non-cicli ed è votata all’estinzione. Il futuro è nelle attività silvopastorali. L’apparecchio funziona solo a scheda. Uno su cinque accetta anche monete, ma so già cosa mi aspetta. E’ fuori servizio. Mangia i soldi oppure li sputa. Ha la cornetta spalmata di resina.Decido per un biglietto. Meno inconvenienti.Arrivo a casa, appoggio la spesa, accendo una sigaretta e lo stereo. Perfect day, Lou Reed, versione noise dei Melt Banana.
Cara Sandra,
ormai da una settimana non telelavoro più. Lungi da me l’idea di cercare un altro impiego qls. Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole. Ma non vengo a dirti che tutto è vanità. Soltanto: il sottoscritto ha già dato. C'è un tempo per ogni cosa, e quel tempo è finito. Se uno è soddisfatto di questa vita, s’accomodi. Per quanto, l’uomo che lavora per sopravvivere non possa godere di una vera integrità. Da anni sorvolo l’abisso della disoccupazione cronica a spasso su corde sottili. Ho speso le migliori energie a mantenermi in equilibrio. Adesso basta. E' giunto il momento di dare un'occhiata di sotto. Lo zaino è lì da quest’estate, lo sai. Ho un quaderno fitto di appunti, stratagemmi copiati da diversi manuali. So già dove andare, un luogo isolato e tranquillo che per il momento non rivelerò a nessuno. Vorrei evitare che una fila di persone si presenti ogni giorno davanti al mio rifugio con l’intento di farmi rinsavire. Non sono impazzito, anzi, mai stato più lucido. Voglio solo diventare ricco: se questa è follia, la condivido con la maggior parte degli uomini. Un individuo è tanto più ricco quanti più sono gli orpelli che può trascurare. Vivrò in una grotta, mangerò bacche, castagne e farina di formiche. Mi scalderò col fuoco. Chi è il sultano di Brunei in confronto al sottoscritto? Questo mondo non ha bisogno di me, e viceversa. Pari e patta, il cerchio si chiude e il sottoscritto parte per la tangente. Mi farò vivo quando lo riterrò opportuno.
Saluta i nipoti,
Marco 'Walden', supereroe troglodita.
Rileggo il messaggio una decina di volte. Non è facile spiegare. Voglio dire: mia sorella conosce la situazione, sa dello zaino e di cosa significa. Tuttavia, non sono sicuro di essere stato chiaro.Il sottoscritto non condanna lo stile di vita comune. Sbattersi, lavorare, amare una donna, prolificare, nutrire il cervello con roba più o meno buona, nutrire il corpo con roba più o meno biologica, frequentare centri commerciali, abitare una zona dignitosa. E’ un modello non ciclico, prossimo al collasso, ma chi se ne frega del modello. Il collasso del sottoscritto è molto più imminente. Tanti auguri a chi si sente tranquillo.Grazie al cielo, non tutto il mondo è qui. Puoi cambiare aria. Diventare l’eroe della vita nei boschi. Non come alla televisione, aspiranti Robinson su un’isola deserta, fai il fenomeno due mesi e poi torni a casa. Questa vacanza da me stesso è qualcosa di più serio. Tornare a casa non rientra nei programmi.Il punto è: non ho più una donna, sono orfano e non ho nemmeno l'automobile. I lavori che dovrei desiderare mi paiono intercambiabili. Gli amici anche. Bravissime persone, per carità: è il sottoscritto che non funziona. Quando passi il giorno a sbrogliare il groviglio della tua vita, non ti restano molte energie per le relazioni. Cominciano a farti schifo tutti. C’è un livello di guardia: oltre quello, la nausea non si concentra più su un singolo aspetto, tracima e inonda il resto, senza distinzione. Un lavoro indegno sta ancora sotto il livello. Due no. Il sottoscritto ne ha sempre avuti due: fare un lavoro merdoso, cercarne uno decente. Troppo vecchio per questo, troppi titoli per quest'altro, niente esperienza di carpenteria metallica.Se avevo dei figli, era un'altra cosa. Non li trascinavo certo in una situazione simile. Le comuni fricchettone non sono il mio genere. Nemmeno gli eremiti, se è per questo. Il sottoscritto non ha bisogno di ritrovare sé stesso. E’ solo stanco di calci nel culo, altro che new age. Un etto di Buddha, due fette di Gesù. L'esistenza appronta già i suoi fardelli. Lo zaino, meglio tenerlo leggero.Per questo, quattro anni fa ho venduto l'automobile. Lavoravo fuori città. Facevo il casellante. Ogni mattina, quaranta minuti di coda per arrivare allo svincolo. La sera, stessa musica. L'esaurimento nervoso non s'è fatto aspettare.Cado in depressione ogni volta che il semaforo sgocciola auto nel gorgo di un incrocio. Il traffico metropolitano è un traffico d’armi. Guerra umanitaria: difendere il sacro diritto al risparmio di tempo. Ma pensando ai soldi, cioè ore di lavoro, spesi per acquistare un’auto e rifornirla di carburante, per pagare lavaggi e pagare posteggi, più il tempo bruciato nel portarla dal carrozziere, e i soldi della manutenzione, e le giornate trascorse a scegliere il modello adatto, mi sono chiesto dove sia finito il tempo risparmiato. Una bella bicicletta me ne regalava di più.Eppure, c'è voluto l'esaurimento per convincermi. Vendere l'auto e spostarsi in bici. Morale: lacrime, bruciore agli occhi, tosse cronica. Ho provato a tornare indietro - fermi tutti, mi sono sbagliato - ma il nuovo stipendio non me lo permetteva. Avevo cambiato lavoro: il casello dell’autostrada era troppo lontano per la bicicletta. Da allora, niente più auto. Ho pure disimparato a guidarla. Allo stesso modo, ho deciso di vivere nei boschi perché quaggiù non vado bene nemmeno come lavacessi. Allo stesso modo, non mangio carne perché non posso permettermela. Poi, certo, trovo l'allevamento intensivo una terribile crudeltà che riversa sul genere umano cascate di karma negativo, vaste e imponenti quanto il Niagara degli sciacquoni, l'Iguazù dei piatti sporchi, l'Oceano mare dei bidè. Acqua potabile per pulirsi il culo: non conosco ingiustizia più odiosa.Tuttavia, pratico l'igiene intima con discreta attenzione.Fossimo negli anni Cinquanta, mi metterei a rubare. Altri tempi. Potevi svaligiare un appartamento senza essere armato. Rapinare un gioielliere con destrezza. Svuotare un furgone portavalori con un piano perfetto e senza colpo ferire. Una cosa alla portata di tutti, bastavano fegato e cervello. Oggi la vera delinquenza è roba da professionisti. Che ci sta a dire il sottoscritto?Da lavacessi onesto a rapinatore di lavacessi non vedo un allettante cambio di prospettiva. A meno di incontrare il Cristo nella cella a fianco, fargli una bella sviolinata e convincerlo a portarmi in Paradiso. Sarebbe un modo buffo per tornare alle origini, i primi approcci del sottoscritto al mondo del lavoro. Sono laureato in Scienze Religiose. Ho scritto una brillante dissertazione su Disma, ladrone crocefisso alla destra di Gesù e passato alla storia come ‘buono’. Eppure nessuno dei Vangeli, nemmeno quelli apocrifi, lo definisce tale. Aveva trafugato i rotoli della legge. Rubato il tesoro di una sinagoga. Rapinato la moglie del sommo sacerdote Caifa. La si smetta col buonismo: Cristo ha portato in Paradiso un malfattore. Tra l’altro, non era nemmeno pentito. Dopo una simile dimostrazione di acume intellettuale ero convinto che le porte dell’accademia mi si sarebbero dischiuse. C’era fila per entrare, ma il talento avrebbe prevalso. Per darne prova ulteriore, decisi di impegnarmi in un dottorato senza borsa di studio, durante il quale mi mantenevo con il lavoro in un call center e intanto scrivevo un’opera straordinaria, destinata al più alto riconoscimento nel premio internazionale ‘Mircea Eliade’. ‘Monoteismo e menzogna’ esplorava la propensione alla frode di Giacobbe, patriarca del popolo eletto, e di Pietro, fondatore della Chiesa cristiana. Il primo ingannò il padre Isacco, mezzo cieco, fingendosi Esaù, suo fratello maggiore, che per un piatto di lenticchie gli aveva venduto la primogenitura; il secondo negò per tre volte di conoscere il Nazareno, negli attimi concitati che seguirono al suo arresto. Cosa significano i due episodi? Perché a Geova piacciono tanto i bugiardi? Non dimentichiamo che Gesù si portò in cielo un ladro…(a questo proposito, si veda la tesi di laurea: “Santi & furfanti. L’episodio del ‘buon ladrone’ alla luce del detto taoista: “Annientate i santi, liberate i briganti e il mondo ritroverà l’ordine”).Per la prima volta dalla morte del grande studioso rumeno, la giuria del premio a lui dedicato usò la parola ‘deficiente’(halfwit) per respingere una candidatura.Il sottoscritto passò ad occuparsi full time delle richieste telefoniche dei clienti. Poi prese il lavoro da casellante, convinto di potersi dedicare alla stesura di qualche opera fondamentale. L’esaurimento nervoso glielo impedì. Arriviamo a oggiRileggo il messaggio per mia sorella un’ennesima volta. Può andare.Modifico l'annuncio sulla segreteria telefonica, anche se spegnerla sarebbe più sensato. - L’utente da lei desiderato è definitivamente assente. La invitiamo a non riprovare più. Passo in cucina, controllo provviste. Qualcosa mi sarò dimenticato, per forza.Fiammiferi. Cento scatole dovrebbero bastare.
teatro della valdoca/questa sera predica ai pesci/cantieri koreja
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una foto di mariangela gualtieri durante lo spettacolo non splendore rock
intervista a nicola lagioia, uscita oggi sul 'nuovo quotidiano di puglia'
Venti scrittori italiani raccontano il proprio tempo sulla propria pelle attraverso una manciata di racconti impietosi e corrosivi. Il libro in questione è La qualità dell’aria (minimum fax, 370 pp., 13 euro), a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo. Da firme già note (Tommaso Pincio, Antonio Pascale, Mauro Covacich, Elena Stancanelli, Emanuele Trevi) a recentissime rivelazioni nazionali (Valeria Parrella), a veri e propri esordi, questi scrittori cresciuti nell’era dei videogiochi e delle televisioni commerciali mettono da parte qualunque tentazione di letteratura-entertainment per raccontare, impietosamente e dolorosamente, i loro anni. Per ritrovare, oltre la farsa e le commedia, un sentimento di attaccamento viscerale e di repulsione, di odio e amore nei confronti del proprio mondo e dei propri fratelli. Abbiamo intervistato per i lettori del “Nuovo Quotidiano di Puglia” uno dei due curatori dell’antologia, il barese Nicola Lagioia.
Allora, Nicola, come è nata l'idea dell’antologia?
La gestazione dell'antologia è un po' quella che raccontiamo nella
prefazione. Avendo seguito molto da vicino negli ultimi tempi le vicende
della letteratura italiana, frequentando gli autori, partecipando a reading
e a presentazioni congiunte che ci hanno portato giro un po' per tutta
Italia, io e Christian Raimo ci siamo convinti che questo è un buon momento
per il paese, letterariamente parlando. Rispetto a una quindicina di anni fa
c'è molto più fermento. E allora, ci siamo detti, perché non lasciare una
traccia, una testimonianza legata ad un gruppo di scrittori non ancora
definitivamente censiti dalla critica o dal pubblico che pure nelle loro
(sacrosante) differenze si sono ritrovati in un certo momento ad
attraversare più o meno tutti la linea d'ombra fra giovinezza e maturità, ad
avere il talento e la forza per cercare di leggere il proprio tempo, e a
condividere, soprattutto, lo stesso sciagurato cielo?
Esiste nell'antologia un’ accentuata tendenza alla "denuncia sociale", dimostrata dalla presenza di alcuni racconti che rievocano gli anni ’70, periodo politicamente significativo per l’Italia. Si tratta di una pura coincidenza o è colpa dell’aria che tira nel nostro Paese?
Per uno scrittore l'inquietudine è un'inseparabile compagna di percorso e
anche il testimone-garante dello stato di salute delle proprie pagine. Il
che non vuol dire, naturalmente, che debba essere sempre rivolta verso
l'esterno. Però in questo periodo è quasi inevitabile che i tormenti, le
frustrazioni e le contraddizioni della vita privata non si mescolino al
macrabo delirio che si consuma oltre le fragilissime pareti delle nostre
case. Avevano purtroppo ragione Adorno e Horkheimer quando, subito dopo la
fine della seconda guerra mondiale, spiegavano come la società dello
spettacolo e il pensiero dominante del nuovo mondo libero fosse una forma
meno cruenta ma più sottile e forse più inquietante dei vecchi
totalitarismi: uno stato di ragione destinato prima o poi a rovesciarsi
nella barbarie. E infatti, per esempio, su cosa si regge la coprofagia degli
spettacoli di Bruno Vespa dei quali tutti quanti siamo stati nostro malgrado
spettatori negli ultimi giorni, se non sulla barbarie? Uno spettacolo,
quello di "Porta a Porta", che riesce (nella sostanza, non nell'estetica) a
scavalcare le sequenze più farneticanti del "Dottor Stranamore" di Stanley
Kubrick. Questo è il contesto che ci circonda e che abbatte continuamente lo
strato di epidermide che si frappone tra noi e il mondo esterno. Questo
dobbiamo raccontare.
Nel 2004 sembra che le case editrici abbiano puntato sul format antologia. Basti pensare a Intemperanti di Meridiano Zero o Viva l’Italia di Fandango.Qual è il tuo punto di vista sul proliferare di queste antologie?
Che, al di là dei risultati, mettere su un'antologia è un atto di
generosità. All'editore teoricamente non conviene (le antologie vendono di
solito meno dei libri di un singolo autore). E i curatori sono presi nel
vortice di uno sbattimento alimentato e ripagato quasi soltanto dalla
passione che ci mettono. Bisogna contattare gli autori, cercare di capire se
condividono per lo meno nelle linee generali il progetto a cui gli si chiede
di partecipare, ricevere i primi racconti, avere il coraggio di rifiutare
quelli che non sembrano all'altezza, fare l'editing, dare e ricevere
suggerimenti e critiche, litigare, riappacificarsi... insomma, mettere
insieme venti scrittori maturi e consapevoli di sé non è proprio una
passeggiata. Trovarsi al centro di un laboratorio letterario nel quale gli
esperimenti si protraggono per quasi un anno (questa la gestazione della
"Qualità dell'aria") prevede però anche dei momenti molto belli.
Tu sei un pugliese emigrato per studio e lavoro nella capitale.
Ritieni che nel l sud non ci sia nessuna possibilità di emergere scrivendo?
Uno scrittore può scrivere ovunque, e ricevere riconoscimenti
indipendentemente dal luogo in cui vive e lavora. Busi veniva da Montichiari
e ha scritto e riscritto il "Seminario..." in giro per l'Europa mentre uno
dei più grandi scrittori italiani del secondo novecento, Beppe Fenoglio,
viveva in provincia. Le case editrici, inoltre, sonno sommerse da
manoscritti talmente scadenti che un buon romanzo o una buona raccolta di
racconti di un aspirante scrittore verrebbero sicuramente notati. L'unico
vantaggio di vivere in una grande città è quello di avere più occasioni di
confronto. Di conseguenza, più occasioni di mettersi seriamente in
discussione. Io però, è vero, oltre che scrivere lavoro in una casa
editrice, e dalle nostre parti non è che ci siano tante case editrici che si
occupano di letteratura italiana. Colpa della cultura imprenditoriale. La
Puglia è piena di imprenditori che potrebbero aprire una casa editrice senza
intaccare minimamente il proprio patrimonio (una casa editrice, se si è
intelligenti e si capisce che cosa si sta facendo, può partire da un
capitale di base anche minimo). Solo che, temo, i potenziali Valentino
Bompiani del levante sono interessati ad altro. La proprietà di una casa
editrice, insomma, non ha l'appeal che può avere la presidenza di una
squadra di calcio. Non funziona più neanche come foglia di fico. Mi sbaglio?
Bene. I Divella, i Natuzzi, i Matarrese e loro epigoni mi dimostrino il
contrario.
Rossano Astremo
senza resprio /32 pp./uscita prevista 20 maggio/edizioni "vertigine"
Odori d’ospedale e torpore legnoso d’anestesia,
corpo rancido esteso e rotto, chiara erezione che tende le membrane della pelle,
parassiti usciti con foia dal cervello e dalla spina dorsale,
mani spettrali e finestre senza vetro, neon urlante nella gola,
lento silenzio che rifluisce dai secoli, odore di carne d’alba in un gabinetto.
Dipinti proiettati su schermi, nella mescolanza di colori e immagini,
spasmodica volontà di sesso, droga e potere,
occhi spaziali vacui come la luna polare del mattino,
visioni di soli annegati, carne di fotografia, genitali svuotati,
cazzi che si ripiegano e spariscono, luminosi fiocchi grigi cadenti,
rosse labbra collegate a cavi elettrici, neuroni nudi fracassati dalla carne in estasi,
momenti bruciati, questi, di un’esistenza che mi scorre lungo le arterie.
Rossano Astremo
scrittura anoressica e bulimica
È da poco uscito Ho vinto! (Martano Editrice, Lecce), testo che raccoglie le scritture nate all’interno del laboratorio del Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare, a cura di Caterina Renna e Mauro Marino.Quale il senso di un laboratorio di scrittura in un centro per la cura dei disturbi del comportamento alimentare, contesto terapeutico, ossia luogo deputato ad attuare concretamente mezzi e metodi per combattere l’Anoressia e la Bulimia?“Comunicare significa trasmettere informazioni, esprimere significa trasmettere emozioni” dice Vincenzo Cerami. Sembrerebbe una contraddizione in termini: trasmettere emozioni in chi ha sviluppato un sintomo patologico funzionale proprio a congelarle. Proporsi come obiettivo tale scongelamento è proprio della psicoterapia e del progetto di cura inteso in senso più ampio. Portare per mano la paziente nel ristretto spazio immaginativo della sua mente, spintonando la polarizzazione ideativa e le ossessioni sul cibo, sulla forma fisica e sul peso è sicuramente arduo ma potentemente efficace come supporto al percorso terapeutico.Considerate questo testo: “Sorda, muta, cieca in mezzo alla gente/la vita intorno a me pullula/eppure il silenzio.// Dentro di me solo il fruscio del vento/ il cadere della fine pioggia/ il sole velato…/ tranquillità e melanconia// voglia di parlare di me, / raccontare, spigare, far conoscere, / eppure il silenzio”.La produzione poetica, all’interno del laboratorio, è volta a cogliere gli aspetti suggestivi del far versi, a esprimere forti sentimenti, suscitare emozioni, associazioni di immagini; una spinta all’elevazione al di sopra del quotidiano, per soffermarsi su valori più profondi e più veri.Non si può rimanere indifferenti nei confronti di questi versi: “ Durante il pranzo in aereo/ qualcosa sostituì la mia vera personalità:/ il cuore cominciò a battere,/ le mani a tremare,/ la bocca voleva urlare, gli occhi volevano piangere./ Quel qualcosa non saprei come definirlo:/ un fantasma che compare e scompare?/ un demone che mi fa impazzire a più non posso?/ No, semplicemente anoressia. / (È dal 26 maggio 2002 che lotto con questa malattia…)”.Il tentativo del laboratorio è quello di attuare un gioco con le parole, entrare ed uscire da esse per allenarsi ad entrare ed uscire da sé, oggettivare un pensiero altro dall’ossessione del cibo, della forma fisica, del peso.
Rossano Astremo
Luciano Pagano/emaildelirium
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cosa leggerò questa sera al reading?
di Rossano Astremo
Lettore irredento,
se tu sei uno di quelli
che aspettano ancora il capolavoro ecco qui per te uno scrittore che si è messo
in testa di scrivere un capolavoro.
Sono pronto a parlarvi del mio inferno
E non ho intenzione di risparmiare parole,
perché le parole non si pagano
in quest´epoca dove ogni briciola
delle vostre membra ha un prezzo
non scontato, ha un prezzo assoluto da pagare
e nessuno ha più la possibilità di fuggire.
Questo è il mio inferno,
il mio delirio di cento, duecento righe,
ora non sto lì a contare,
questo è il mio mestiere,
sbatto la testa, creo rette sghembe,
mi muovo al contrario, fraziono i miei capelli, mi infilo gli spilli nell´anima
e saltello all´unisono nelle congetture
inghiottite con forza.
Questo è il mio inferno,
ho la bocca smisurata che sembra un imbuto,
ho un tremore tra le gambe che non so contenere,
ho la mia musa nel taschino da accudire,
ho la mia musa nel cantuccio che si espande,
si dilata, spalma la crema sulla schiena,
sui glutei, tra le cosce,
ho la mia musa che comincia a godere,
in questo viaggio per nulla naturale,
in questo viaggio minore, sincopato,
distorto come il suo corpo nudo che dondola,
tra tette e fica si snida,
nella luce elettrica si cancella,
lentamente, sempre più lentamente si cancella. Questo è il mio inferno,
con puttane e clown che corrono,
donatori di semi che si sbattono,
rubano, tra i rumori di uno spento palcoscenico vomitano, per poi rialzarsi e nuovamente rantolare,
con sacerdoti pederasti che brindano,
nascosti nell´innocenza bruciata di piccoli che subiscono,
inculati soffrono, in questa immoralità decadente scompaiono, con la notte dalla bocca allargata, inginocchiata,
spalancata, tra auto che sfrecciano
in strade deserte, su finestrini abbassati,
impastati insanguinati, dentro tubi flosci
imbottiti, dentro pasticche per far rizzare cazzi,
dentro pezzi di carne gonfiati, sventolati,
mangiati con goduria irrazionale, scomposta,
ritmata, a tratti deflagrata, subordinata. Questo è il mio inferno,
con tutti questi attori da commedia sdolcinata
che vanno via arrapati, battono le strade
in cerca di qualcuno ancora in giro da buttare per terra,
da stuprare, con un´immagine da trasmettere per sempre,
solo questo, per sempre, a inquadratura fissa,
progressivamente su tutte le televisioni del mondo,
su tutti i canali, inglobando a poco a poco
tutte le altre trasmissioni, tutte le altre immagini, infine,
per sempre, tutti a fissare alla fine solo quel taglio
nella bolla del video, in tutto il pianeta,
trasmessa nello spazio da tutti i ripetitori,
i satelliti, le astronavi, su tutti gli altri pianeti,
persino su quelli dove arriverà tra milioni e milioni di anni,
solo quella e nient´altro, tutto in fuga verso quest´immagine
concentrata, essenziale, tutto dentro quest´immagine
terminale, potenziale, le altre immagini, tutto, cose, persone,
tutte le loro immagini potenziali,
tutto quanto dentro, a capofitto.
Questo è il mio inferno,
questo inferno che perde anima
non collegata a corpo e si getta, si scaglia,
su TV senza colori, su PC senza dolore,
su radio a frequenze slabbrate, sfondate, nel cuneo dell´amore non sintonizzate,
negli intestini oscuri, duri, fottuti e goduti
di questo luogo che ci fa ansimare, soffrire,
lentamente, lentamente morire.
Io non so perché la mia voce erompe
così dal mio corpo.
Me ne sto fermo, non muovo quasi la bocca,
non ho idea di cosa succeda nel frattempo
dentro il mio corpo, mentre emetto questi suoni vocali,
indistinguibili dalla respirazione,
che si ostinano tutti quanti a chiamare parole,
come nel primo grido respiratorio, nella catastrofe della nascita.
Strappo l´ossigeno al resto del nostro spazio
imprigionato nell´atmosfera,
con tutta la massa polmonare portata al collasso.
Il mio corpo si scuoto per l´espansione dei polmoni
e della cassa toracica e la contrazione dei muscoli
intercostali, del diaframma, tutto il mio organismo
elasticamente si espande, il mio busto si erge,
la mia testa si arrovescia per innestarsi in altri spazi più grandi,
le mie palpebre si abbassano, socchiudo gli occhi,
la pupilla sale verso l´alto, si scorge solo
il filo delle bianche lunette delle cornee.
Questo è il mio inferno,
si cala, si cala in velocità
verso l´abisso, verso il nero più assoluto,
verso il nero che spinge alla follia,
verso il nero che dona l´assoluta malattia,
con personaggi espansi, molteplici, allitteranti,
pronti a popolare questo imbuto per nulla asfaltato,
con individui che tra le fiamme esultano,
nel peso dei fuochi ardenti soffrono, decadono,
si inzuppano di unguenti per poi elidersi,
per poi consumarsi, nel battito del peccato deflagrarsi.
Stiamo convergendo da tutte le parti verso quel punto,
sui nostri lunghi arti che si stagliano nella notte,
i nostri cazzi fosforescenti, giganti,
spinti in fuori dall´osso pubico puntato in avanti,
per questa corsa crescente, come schiera di insetti
che vengono avanti in formazione,
coi loro pungiglioni innestati
nel brulicare dell´aria messa in fermentazione,
da una miriade di ali trasparenti, innervate.
Questo è il mio inferno,
discendo verticale nel punto dove tutto comincia,
dove tutto ha inizio, nello spazio e nel tempo siderale,
nello spazio tempo contorto, distorto,
tutto si sta spingendo oltre,
tutto si sta spingendo verso quel luogo
che mi lascia senza parole, senza fiatare.
Ora tutte le figure sono ferme, nell´aria ferma,
le due masse di corpi sono ormai l´una di fronte all´altra,
una donna urla, con la bocca spalancata, bloccata,
l´aria è ferma nella sua sacca polmonare d´atmosfera,
i messaggeri sono pronti a ripetere l´annuncio,
con le loro grandi bocche vermiglie,
stiamo aspettando tutti questa torsione epocale,
quest´annuncio, d´ora in poi ci sarà solo questo
tempo immobile, esploso, fino alla fine.
Il vostro tempo è finito.
È cominciato il mio.
su vertigine 03
Per avere Vertigine a casa vostra, vi ricordo, basta inviare in una busta chiusa due euro e due francobolli da 45 centesimi al seguente indirizzo:
Rossano Astremo
via madonna di pompei n.279
74023 grottaglie (ta)
stiamo cercando di risolvere i problemi di distribuzione. si spera che nel prossimo numero ci sia una distribuzione più organica.
oso (seconda divagazione sulla fuga)/rossano astremo
Non posso costruire un anello di cera con la bava che esce dagli occhi metallici del sesso impuro e sacro
Non posso sacrificare il tormento di ossa insanguinanti tra le preghiere che sgorgano in tralicci di anni migliori
Non posso ancora una volta raccontare alle tue stanche orecchie l’esile equilibrio di lacrime candide e merlate
Non posso più mentire di fronte la gioia immensa che solo il colore delle tue labbra sa donarmi
Oso e oso sempre di più perché non ho paura degli ossessi in confetti e pillole di vanità su salsa piccante
Oso e oso ogni attimo di più tra le offerte di birre bionde e vini caldi dell’ebbrezza brillante nel fegato rigonfio
Non posso gironzolare tra tombe piene di fiori atteggiandomi a vecchio saggio conoscitore della vita
Non posso divenire tossica edera tra le piante grigie e pungenti che prendono aria in fori rosei dell’oblio
Non posso essere un matto logorroico viandante della caduta violenta tra sterpi spinosi di cartacce
Non posso ancora una volta credere che voi non sentiate il passo dei miei piedi eterni sul vuoto pavimento
Oso e oso sempre di più tra le pagine che lottano per un mondo migliore e finiscono contorte e arrugginie
Oso e oso ogni attimo di più tra l’incredulità della gente che salta in aria al ritmo di bava rock and roll
Non posso fuggire dalla TV che mi ammalia con i suoi seni di puttana voglioso dalle gambe apeerte al piacere
Non posso nascondere i miei peli lunghi e ricci dal sesso carnale che il potere telematico sprigiona senza sosta
Non posso danzare suonand tamburi percussivi e eruttanti mentre tu mangi carne di maiale e ti gratti le palle
Non posso per nulla far finta di niente mentre ti scopi le onde radio dalla frequenza che vomita per l’orgasmo avuto
Oso e oso sempre di più perché non ho paura dei folli veleni pezzi di merda che hanno voglia di prendermi da dietro
Non posso aggredire continuamente la lettura di versi poetici non armonici mntr mi abbandono tra mani a me note
Non posso allevare una nidiata di aquile se alla fine voleranno via lasciandomi come uccello disperato e fallito
Non posso ascoltare il rumore continuo di aerei pronti a puntarmi dritto in bocca per comprare del petrolio cattivo
Non posso sanguinare dai capelli per i colpi presi continuamente in testa mentre ballo nel cortile un motivo di Bach
Oso e oso sempre di più perché non sopporto e non sopporterò mai gli stronzi amici che amano fottermi alle spalle
Oso e oso ogni attimo di più versando lacrime sulla chitarra distorta appesa sulle mie ossa curve per le tante bevute
comparso su "35"(luca pensa editore)/ago di sangue di rossano astremo
[uno]
Arturo Ferrè bevve un lungo sorso di brandy. Tossì e si rivolse al barista.
- Come mai non passa nessuno da queste parti?
Il barista non rispose e continuò a preparare il suo cocktail a base di gin, mentre la musica dei Joy Division riempiva le pareti del locale. Era il 1986 e Arturo era partito dal suo piccolo paese del sud per raggiungere Bologna e rivedere Ada Bandini, poetessa incontrata sei mesi prima sul treno che partiva da Taranto e diretto a Roma, dove lui si era recato per vedere l’unica tappa italiana degli Smiths di Morrissey. Ada era stata a Taranto in vacanza dai nonni paterni e andava a Roma a trovare alcuni amici.
- Conosci Ada Bandini? Mi ha detto che lavora qui.
Il barista continuò a non pronunciare parola, completò il cocktail, poi bevuto tutto in un sorso, e si diresse nel magazzino, con la voce di Ian Curtis che vibrava tra le pareti del locale e la gente che cominciava a riempire gli spazi attorno e a danzare nella cupa atmosfera che li circondava.
Arturo si sentì leccare l’orecchio. Era Ada, spuntata da chissà dove. Il barista non doveva essere poi tanto stronzo. Arturo l’abbracciò, Ada gli infilò la lingua nella bocca e i suoi lunghi capelli neri si adagiarono sul corpo di lui, il quale le prese il volto tra le mani e la guardò negli occhi.
- Sono qui per te. Ho fatto ottocento chilometri solo per poterti riabbracciare.
Ada gli strinse la mano e lo trascinò nel centro della sala per ballare.
- Allora non hai dimenticato quei momenti passati in treno.
- Se li avessi dimenticati ora non sarei qui.
- Toccami il culo. Ho voglia di sentire nuovamente la forza delle tue mani sul mio corpo.
Arturo non si lasciò ripetere la frase due volte e cominciò a toccarla, a stringerla con le sue mani ruvide per il duro lavoro e Ada iniziò a muoversi sempre più disinibita, mentre scorrevano le note di Boys don’t cry dei Cure.
Il barista si avvicinò ad Ada, con lei che si alzava la gonna per farsi toccare le lunghe gambe avvolte in calze sintetiche nere a rete.
- Ti vuoi decidere a lavorare?
Ada diede ad Arturo un bacio sulla fronte e gli disse di aspettare nel locale perché avrebbe finito di lavorare entro un paio di ore. Arturo si avvicinò al bancone e chiese un altro brandy. Ada gli passò accanto con un vassoio carico di birre doppio malto, con il suo profilo ben esibito, truccata e impeccabile, qualcosa simile alla perfezione che rende invisibili, ma non per Arturo, totalmente ammaliato dalla perversa indecenza dello sguardo di una diciottenne poetessa che lo aveva corteggiato su un vagone di un treno diretto per la capitale.
Lo aveva posseduto. L’operaio aveva dato il meglio di sé e, dopo quei momenti passati insieme, cominciò a essere ossessionato dall’immagine del suo corpo esile e nudo.
Il brandy scendeva giù a meraviglia e i suoi pensieri perversi annegavano nel bicchiere sempre più vuoto e i Cure continuavano a devastare il locale, con la disperazione che solo la voce di Robert Smith sa dare.
Ada sapeva come muoversi, ammiccando e sculettando, visione inquieta che sfiorava Arturo sempre più eccitato e stanco di aspettare.
Al quinto brandy della serata Arturo cominciava ad essere ubriaco da star male e alle due di notte Ada si avvicinò, lo prese per la mano portandolo via dal locale.
Arturo si voltò e fece appena in tempo a salutare il barista, al suo ennesimo cocktail a base di gin, che saltava al ritmo di Vicious di Lou Reed.
I due passeggiavano per le strade di Bologna in totale silenzio.
- Lo sai che ho scritto molti versi pensando alla nostra scopata, alla nostra folle passione consumata in quel treno?
- Vuoi dire che sono la tua musa ispiratrice? Promettimi che mi leggerai qualcosa?
- Ok, ma prima dobbiamo tornare a casa. Non è molto distante.
Ada abitava in una piccola casa, alle spalle di Piazza Maggiore. Quattro piani a piedi, con Ada che correva sulle scale e con Arturo, eccitato e voglioso, che sorrideva, fermando il suo sguardo sulle linee di carne che dividevano le cosce dal culo tondo della piccola poetessa.
- La casa è piccola, però mi arrangio. Vieni così ti faccio vedere la mia stanza.
Arturo seguì le indicazioni di Ada ed entrò nella sua stanza dalle pareti arancioni che illuminavano i tanti libri accatastati alle spalle del materasso gettato nell’angolo più buio.
- Aspettami, vado un attimo in bagno. – disse Ada.
Arturo si avvicinò a quell’ammasso di libri, ne prese uno, aprì una pagina a caso e lesse:<< Appena prendo in mano la siringa allungo spontaneamente la mano sinistra verso il laccio emostatico – lo interpreto come un segno del fatto che posso farmi nell’unica vena utilizzabile del braccio sinistro – i movimenti per legarsi il braccio sono tali per cui di solito ti leghi il laccio intorno a quello che hai allungato per prenderlo – l’ago scivola dentro facilmente lungo il bordo di un callo – tasto tutt’intorno – all’improvviso nella siringa entra un rivoletto di sangue per un attimo nitido e solido come un cordoncino rosso>>.
Chiuse il libro e si voltò perché si era accorto che Ada era uscita dal bagno e aveva messo sul giradischi The Queen is dead degli Smiths.
Lei si era distesa sul letto in tutta la sua nudità, con i suoi capezzoli rosa, turgidi e lucenti. Arturo guardò nuovamente il suo corpo nudo, come quella notte in treno. Ada aveva conficcato nel braccio sinistro una siringa, terminò la sua operazione, alzò gli occhi al cielo per un attimo, poi riportò il suo sguardo su Arturo.
- Vieni piccolo, ne ho una pronta anche per te. Ti farà stare meglio. Sei troppo nervoso, non trovi?
Arturo si avvicinò al letto, lei gli fece un laccio emostatico molto efficace, lui si strofinò con un po’ di alcol e poi si girò dall’altra parte. Era la prima volta. Lei gli infilò l’ago e tirò su una goccia di sangue, poi gli disse di allentare il laccio, lui lo allentò sbirciando in basso verso il suo braccio, cominciando a sentire la sensazione della morfina iniettata. I due appoggiarono la testa sul morbido cuscino dalla federa viola. La notte era cominciata nel migliore dei modi. Ada sbottonò i calzoni di Arturo e delicatamente gli tirò fuori il cazzo, lei gli accarezzò dolcemente la cappella, lui si spogliò con movimenti veloci e rimase nudo davanti a lei con il cazzo che pulsava. La bocca di lei si chiuse sulla cappella. Succhiò ritmicamente in su e in giù, fermandosi un istante quando era in su, per muovere la testa in tondo. Ada gli succhiò il cazzo sempre più freneticamente e Arturo sussultava, attraversato da brividi per tutto il corpo e dalla sensazione che essere venuto a Bologna non era stata un’idea poi tanto folle. Arturo cominciò a svuotarsi e Ada beveva la sua sborra che le riempiva la bocca con getti caldi. Lui lasciò ricadere i piedi sul letto, mentre suonava There is a light that never goes out.
[due]
Mi svegliai che erano già le quattro di pomeriggio.
Feci fatica a capire dove cazzo ero andato a finire. Avevo la testa che mi scoppiava, le gambe svuotate, gli occhi pesanti e una voglia suprema di vomitare, come se avessi mangiato merda netta che ora risaliva su per la bocca dello stomaco, desideroso di uscire.
Mi alzai dal letto, con il mio equilibrio instabile, con i frammenti della sera precedente che pian piano si andavano ricomponendo, come quando cerchi di mettere assieme i cocci di un vaso rotto.
Il vaso era quasi ricomposto nella sua interezza, e quindi si susseguirono nella mia mente le immagini di Ada con in mano il suo vassoio pieno di birre, di Ada che mi portava per mano nella sua casa, di Ada che preparava la sua iniezione di eroina, di Ada, con noi due strafatti, che chiudeva la sua bocca bagnata sul mio cazzo in fiamme.
Ricordavo tutto questo e sentivo brividi lungo tutta la schiena.
Lei non era in casa, la chiamai, andai in cucina e lì, sul tavolo, trovai un biglietto nel quale c’erano scritti questi versi (poesia di Manila Benedetto):
Hai mosso il tuo cazzo dentro di me,hai posato le tue labbra sulle mie,mi hai detto tesoro e troia,mi hai rubato i pensieri.Hai preso il mio sorriso
chiuso in un cofanetto d'avorio,dove giace la tua bella,folle disperazione.Tu sai quando aprirlo,
padrone e custodeed io tua schiava, smaniosain attesa del ritorno.Hai voluto il mio corpo,
sei stato soddisfatto.Hai voluto le mie parole,eccole violenti per te.Cos'altro chiede la tua anima?
Scagliati contro questa donnae prendi quel che vuoi,fottimi la mente.Altro non sono che una bambina,
affidata a te.
Quei versi mi fecero tornare il cazzo duro. Quindi la sera precedente, oltre a quel pompino che ben ricordavo, avevamo fatto l’amore.
Questo non lo ricordavo affatto. ‘ Sarà stata quella pera che mi ha steso ’, pensai. Avevo ripromesso a me stesso che non mi sarei mai bucato, con tutti quegli amici di Taranto tossici che vedevo ogni giorno di più consumarsi e vendere il culo per una botta di eroina nelle vene.
Ma quella piccola stronza di Ada mi aveva stregato. Ero totalmente sopraffatto dalla sua personalità.
Misi su il vinile dei Jesus and Mary Chain aspettando che lei rientrasse a casa.
[tre]
Lo vidi comparire nel locale verso le undici di sera.
Si avvicinò a me, mi chiese dove cazzo fossi andata a finire. Io gli risposi che ero uscita a prendere un po’ d’aria prima di andare a lavoro. Continuò a inveire contro di me, a dirmi che ero una puttana da quattro soldi, a piegarsi ai miei piedi, a dirmi che mi amava, che era pronto a mandare tutto a ‘fanculo lì, a Taranto, a venire a vivere con me.
Era completamente su di giri, gli dissi di calmarsi, gli offrii un brandy, mi sedetti accanto a lui e cercai di essere quanto più persuasiva possibile.
La cosa più giusta da fare era che lui prendesse il primo treno diretto a Taranto, non c’era futuro per noi due, io non avevo nessuna intenzione di vivere con lui, di stare con lui, gli avevo donato solo il mio corpo per una notte, non per tutta la vita.
Mi fece paura, ruppe il bicchiere contro la parete del locale, cercò di picchiarmi, venne portato fuori dai ragazzi che lavoravano con me, con i Sonic Youth che riempivano l’aria di note distorte, con le cupi atmosfere di Evol.
[quattro]
Arturo Ferrè camminava con passo spigoloso per le piccole vie di Bologna, diretto in stazione, pronto a scagliarsi alle spalle quella storia che lo stava risucchiando sino a renderlo polpa marcia e disgustosa.
Pensava all’Italsider, all’alienazione che gli generava quel lavoro sempre identico a se stesso, ciclico e ripetitivo, pensava ad Ada e alle forti emozioni che gli aveva donato, pensava alle sensazioni dell’eroina.
Ero venuto a Bologna alla ricerca dell’amore, ora tornava a casa con una voglia smodata di farsi.
Prese dalla sua borsa quel libro trovato in casa di Ada che aveva rubato e ne lesse un passo a caso: << Il punto critico dell’astinenza non è la prima fase, quando si sta malissimo, ma l’ultima quando ci si è liberati dal mezzo della droga…C’è un interludio di panico cellulare che è un vero incubo, quando la vita è sospesa tra due modi di essere…A questo punto il desiderio spasmodico di droga si concentra in una fregola assoluta e sembra avere il potere del sogno: le circostanze ti mettono la roba tra i piedi…Incontri un eroinomane di un tempo, un inserviente d’ospedale ladro, un dottore che non ci pensa due volte a farti una ricetta…>>.
Ora solo un vuoto siderale nello stomaco ritmava gli attimi che si susseguivano. Solo una voglia smodata di farsi per colmare quel vuoto che lo ammazzava. Salì sul treno diretto per Taranto, con le note dei Pixies che battevano senza sosta nella sua mente.
sabato 3 aprile ore 21 fondo verri lecce
Domani si presenta il terzo numero di Vertigine presso il Fondo Verri di Lecce, a partire dalle ore 21,00. Nel corso della serata installazione di Annalisa Macagnino, dal titolo "Tracce", e lettura di alcune parti di I Trofei della città di Guisnes di Antonio Verri.
Rossano Astremo























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