Ciao sono vertigine
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TABULA RASA 03

di vertigine (26/01/2004 - 10:34)

Non bisogna mollare mai, mai arrendersi, sempre agire, poiché letteratura è sofferenza, dolore lancinante e goduria infernale. Bisogna partire da questa concezione ritual-sadomaso per comprendere pienamente il lavoro che c'è dietro questo terzo numero di TABULA RASA. Esistono due precedenti numeri, un sito internet (www.tabularasaweb.it) non aggiornato da tempo e tre menti, la mia, quella di Mauro Marino e di Laura Brunettini, che grazie al supporto dell'editore della BESA, Livio Muci, hanno continuato a credere nel progetto della rivista letteraria, partendoi da zero. Il numero è completato. Ora si aspetta con ansia l'uscita, ma faccio alcune anticipazioni. Ci sonop inediti di Livio Romano, Umberto Casadei, ma anche delle mine vaganti Gianluca Gigliozzi e Maria Barone, nella sezione narrativa, ci sono testi folgoranti di MAssimiliano MArtines, Mariangela Gualtieri, Manuel Cassano, Giuseppe Semeraro, Alessandro Berti, nella sezione poesia, c'è un'intervista a Mario Desiati e il profilo del collettivo Wu Ming. Penso ci sia sufficiente carne sulla quale avventargi con ingordigia (parola di un vegetariano). Rossano Astremo

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un inedito di antonio l. verri in ungherese

di vertigine (20/01/2004 - 18:48)

ANTONIO L. VERRI (1949-1993) A Félholdat elhagyva... A Félholdat elhagyva nincs idõnk már lesni szavát csak kötekedve járni lomhán az ódon Malennia-utcán bánatba vásott, megviselt anyánkkal. Túl sok a béke Délen és túl sok már a Dél. Elég belõle. Ingerült macska vár rá meg két gyerek, bumlizás, árpa- s rizsföld, öt búzaszem az ágy felett s a bûvös hármas szám vagy a szerencsét hozó szent megérintése. Ez vénít, anyácskám. Veled vagyok, tudod, paraszt-szíveddel, de kutatom - mert így van jól, anyám - új létezések módjait vér-szavakkal. Te csak álmodj rõt paradicsomot vagy rõt naplementét menyasszonykorodból. BARANYI FERENC FORDÍTÁSAI STRANEZZE DI INTERNET.

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libri dell'anno secondo me

di vertigine (19/01/2004 - 11:27)

i migliori libri dell'anno appena trascorso secondo me: 1) Antonio Moresco - I Canti del Caos 2) Dante Virgili - La distruzione 3)William Burroughs - La macchina morbida 4)Mario Desiati - Neppure quando è notte 5)Wu Ming - Giap! 6)Valerio Evangelisti - Antracite 7) Aldo Nove - Fuoco su Babilonia 8)W.G.Sebald - Vertigini 9)Marco Mancassola -Il mondo senza di me 10)Antonio Franchini - Cronaca della fine Rossano Astremo

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PREMIO DAVID MARIA TUROLDO DI POESIA

di vertigine (19/01/2004 - 11:19)

TERZO CLASSIFICATO VINCITORE DEL PREMIO 'UNDER 25' Il mio Inferno (dedicato ad Antonio Moresco) Rossano Astremo Atto primo Sono pronto a parlarvi del mio Inferno E non ho intenzione di risparmiare parole, Perché le parole non si pagano In quest’epoca dove ogni briciola Delle vostre membra ha un prezzo Non scontato, assoluto da pagare E nessuno ha più la possibilità di fuggire. Questo è il mio Inferno, il mio delirio in versi, questo è il mio mestiere, sbatto la testa, creo rette sghembe, mi muovo al contrario, fraziono i miei capelli, mi infilo gli spilli nell’anima e saltello all’unisono nelle congetture inghiottite con forza. Atto secondo Questo è il mio inferno, ho la bocca smisurata che sembra un imbuto, ho un tremore alle gambe che non so contenere, ho la mia Musa nel taschino da accudire, ho la mia Musa nel cantuccio che si espande, si dilata, spalma la crema sulla schiena, sui glutei, tra le cosce, ho la mia Musa che comincia a godere, in questo viaggio per nulla naturale, in questo viaggio minore, sincopato, distorto come il suo corpo nudo che dondola, tra tette e fica si snida, nella luce elettrica si cancella. Questo è il mio inferno, con puttane e clown che corrono, donatori di semi che si sbattono, rubano, tra i rumori di uno spento palcoscenico vomitano, per poi rialzarsi e nuovamente rantolare, con sacerdoti pederasti che brindano, nascosti nell’innocenza bruciata di piccoli che subiscono, inculati soffrono, in questa immoralità decadente scompaiono, con la notte dalla bocca allargata, inginocchiata, spalancata, tra auto che sfrecciano in strade deserte, su finestrini abbassati, impastati, insanguinati, dentro tubi flosci, imbottiti, dentro pasticche per rizzare cazzi, dentro pezzi di carne gonfiati, sventolati, mangiati con voracità senza fine. Atto terzo Questo è il mio inferno, con questi attori da commedia sdolcinata che vanno via arrapati, battono le strade in cerca di qualcuno ancora in giro da buttare per terra, da stuprare, con un’immagine da trasmettere per sempre, solo questo, per sempre, a inquadratura fissa, progressivamente, su tutte le televisioni del mondo, su tutti i canali, inglobando a poco a poco tutte le altre trasmissioni, tutte le altre immagini, risucchiandole tutte, solo questa immagine, infine, per sempre, tutti a fissare, alla fine, quel taglio nella bocca del video, in tutto il pianeta. Questo è il mio inferno, pronto a perdere anima non collegata a corpo, pronto a gettarsi, a scagliarsi su TV senza colori, su PC senza dolori, su radio dalle frequenze slabbrate, sfondate, nel cuneo dell’amore non sintonizzate, con la donna che urla, la donna avvolta nella carta stagnola, con il suonatore di prepuzio, con il vecchio dalla paresi masturbatoria, con la donna caudata, amputata, nel sogno blindata, a popolare gli intestini oscuri, duri, fottuti e goduti di questo luogo che ci fa ansimare, soffrire, lentamente, lentamente morire.

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nuovamente a lavoro

di vertigine (16/01/2004 - 18:54)

stiamo lavorando al terzo numero di vertigine (uscita febbraio 2004). Il numero sarà interamente dedicato alla figura dello scrittore Antonio Verri (1949-1993), con la pubblicazione di articoli critici sul suo conto e di alcuni inediti. Lavoro volto alla sprovincializzazione di questo autore, conosciuto solo nei confini della penisola salentina, non consentendo di mettere in luce le sue grandi doti letterarie che fanno di Antonio Verri una delle massime espressioni del Postmoderno Italiano(veder numero 47-gennaio 2004- della rivista PULP). Rossano Astremo

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comparso su www.poiein.it

di vertigine (14/01/2004 - 11:17)

Ungaretti e Montale: il binomio ermetico che ha segnato un secolo di Rossano Astremo Pensi al Novecento poetico del nostro Paese e il pensiero corre con naturalezza verso i due mostri sacri del nostro ermetismo: Giuseppe Ungaretti ( 1888-1970) ed Eugenio Montale (1896-1981). Due classici, quindi, che hanno attraversato tutti i momenti salienti dell’evoluzione storica e sociale del secolo appena trascorso, scanditi poeticamente dalla pratica assidua e viscerale del loro fare versi. È necessario sottolineare che l’importanza di Ungaretti e Montale è pienamente compresa se si considera l’influenza che i loro due distinti stili hanno avuto sulle generazioni successive di poeti. La poesia di Ungaretti offre il più radicale esempio di rinnovamento formale sperimentato dalla lirica del Novecento. Alle novità formali, che fanno dell’Allegria (1918) un libro chiave e che vanno dalla scarnificazione del discorso a parola pura e nuda, colta nello spessore della sua evocatività, corrispondono l’esperienza della guerra e la riduzione del vissuto ai fattori essenziali e originari:’Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore / Non sono mai stato / tanto attaccato alla vita’. Veglia è un testo straziante che testimonia il dolore disperato generato dalla guerra e che si propone come documento di una tragedia insieme personale e collettiva. O ancora consideriamo Pellegrinaggio:’In agguato / queste budella / di macerie / ore e ore / ho strascicato / la mia carcassa / usata dal fango / come una suola / o come un seme / di spinalba / Ungaretti / uomo di pena / ti basta un’illusione / per farti coraggio. / Un riflettore di là / mette un mare / nella nebbia ‘. Per concludere con San Martino del Carso : ‘ Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro / Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto / Ma nel cuore / nessuna croce manca/ È il mio cuore / il paese più straziato’. Se i critici concordano sulla portata rivoluzionaria dell’Allegria ungarettiana, sia per la drammaticità esasperata dei contenuti che per l’innovazione apportata alla struttura formale, un discorso a parte merita la produzione successiva. Sin da il Sentimento del tempo (1933) altre raccolte pubblicate Il Dolore (1947), a La Terra Promessa (1950), Un Grido e Paesaggi (1952), Il Taccuino del Vecchio (1960), Il Deserto e dopo (1961) si avverte il passaggio ad un nuovo ritmo del verso. Ungaretti lentamente riscopre le virtualità discorsive e melodiche del linguaggio poetico e il fascino della tradizione. Si tratta di una regressione o di un progresso? Consideriamo questo testo tratto da La Terra Promessa: ‘Quel nonnulla di sabbia che trascorre / dalla clessidra muto e va posandosi, / e, fugaci, le impronte sul carnato, / sul carnato che muore, d’una nube…/ Poi mano che rovescia la clessidra, / il ritorno per muoversi, di sabbia, / il farsi argentea tacito di nube, / ai primi brevi lividi dell’alba…/ La mano in ombra la clessidra volse, / e, di sabbia, il nonnulla che trascorre / silente, è unica cosa che ormai s’oda / e, essendo udita, il buio non scompaia’. Emerge una dimensione metafisica di forte suggestione per gli ermetici. Ecco cosa scrive lo stesso Ungaretti su quest’ultimo testo: ‘Il tema è la durata terrena oltre la singolarità delle persone. Null’altro se non un disincarnato orologio che, solo, nel vuoto, prosegua a sgocciolare i minuti’. La mano che volta la clessidra, come la facoltà uditiva che postula un’esistenza indipendente dall’uomo, nel vuoto, saranno dunque mano e udito sovrumani, al di fuori del tempo e dello spazio. Eugenio Montale sostituisce all’ermetismo della parola pura ungarettiana quello della parola oggetto, dove il dolore dell’individuo si proietta sugli oggetti e non sul soggetto, attuando una variante formale che, come poi è accaduto per Ungaretti, sarà un punto di riferimento per le generazioni successive. Montale, con Ossi di seppia (1925), entra nel novero dei massimi poeti che hanno dato voce al disagio dell’uomo contemporaneo, configuratosi, dopo il decadentismo estetizzante, sempre più spesso come dolorosa inettitudine alla vita. Consideriamo questi due testi emblematici: ‘Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato. / Bene non seppi, fuori del prodigio / che schiude la divina Indifferenza: / era la statua nella sonnolenza / del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato’. E ancora:’Cigola la carrucola del pozzo, /l’acqua sale alla luce e vi si fonde. / Trema un ricordo nel ricolmo secchio, / nel puro cerchio un’immagine ride. / Accosto il volto a evanescenti labbri: / si deforma il passato, si fa vecchio, / appartiene ad un altro…/Ah che già stride / la ruota, ti ridona all’atro fondo, /visione, una distanza ci divide’. Spesso il male di vivere è una nitida rappresentazione della condizione di sofferenza e angoscia che travaglia il poeta, risolta attraverso l’accostamento di alcuni equivalenti oggettivi alla definizione lirico-riflessiva di quella condizione. Cigola la carrucola del pozzo descrive l’illusione di una fuga dal male di vivere e la ricaduta in esso tramite il motivo dell’illusione, presto vanificata, di poter sottrarre al tempo un frammento del proprio passato. Dagli Ossi a Le occasioni (1939) e a La bufera e altro (1956) c’è più sviluppo che frattura. La poetica degli oggetti e l’oscurità caratterizzano la poesia di Le occasioni. Diminuisce l’importanza del paesaggio, mentre la poesia diviene prevalentemente temporale e relazionale (ricerca di contatto con il proprio simile): ‘Ti libero la fronte dai ghiaccioli / che raccogliesti traversando l’alte / nebulose; hai le penne lacerate / dai cicloni, ti desti a soprassalti. / Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo / l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole / freddoloso; e l’alte ombre che scantonano / nel vicolo non sanno che sei qui’. La bufera e altro segna l’inizio di un’irruzione della realtà storica e politica nei testi montaliani; quello della Bufera è un universo totalmente sconvolto dalla guerra storica e cosmica. L’ultima poesia dello scrittore genovese, da Satura ad Altri versi, sorprese per le novità di modi e toni di poetica (non di ideologia): la degradazione al livello comico-realistico e satirico è lo scotto necessario per riaprire il discorso poetico. Le ombre proiettate nella Bufera sugli sviluppi di una società insensata trovano in Satura e nelle accolte successive piena espressione e linguaggio adeguato. È il modo montaliano di adeguarsi ai tempi e di continuare a essere testimone inflessibile del proprio tempo. Ci troviamo di fronte ai due poeti che hanno dettato un’inconscia dettatura formale e contenutistica per tutte le generazioni poetiche successive, capiscuola che hanno vissuto la loro esistenza nella e per la poesia, esempi ultimi di come l’agire poetico possa incidere nel reale.

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