piccolo dono di natale
Questo è il mio inferno
Riscrittura in versi dei Canti del caos di Antonio Moresco
di Rossano Astremo
vertigine.clarence.com
Lettore irredento,
se tu sei uno di quelli
che aspettano ancora il capolavoro
ecco qui per te uno scrittore che si è messo
in testa di scrivere un capolavoro.
Sono pronto a parlarvi del mio inferno
E non ho intenzione di risparmiare parole,
perché le parole non si pagano
in quest’epoca dove ogni briciola
delle vostre membra ha un prezzo
non scontato, ha un prezzo assoluto da pagare
e nessuno ha più la possibilità di fuggire.
Questo è il mio inferno,
il mio delirio di cento, duecento righe,
ora non sto lì a contare,
questo è il mio mestiere,
sbatto la testa, creo rette sghembe,
mi muovo al contrario, fraziono i miei capelli,
mi infilo gli spilli nell’anima
e saltello all’unisono nelle congetture
inghiottite con forza.
Questo è il mio inferno,
ho la bocca smisurata che sembra un imbuto,
ho un tremore tra le gambe che non so contenere,
ho la mia musa nel taschino da accudire,
ho la mia musa nel cantuccio che si espande,
si dilata, spalma la crema sulla schiena,
sui glutei, tra le cosce,
ho la mia musa che comincia a godere,
in questo viaggio per nulla naturale,
in questo viaggio minore, sincopato,
distorto come il suo corpo nudo che dondola,
tra tette e fica si snida,
nella luce elettrica si cancella,
lentamente, sempre più lentamente si cancella.
Questo è il mio inferno,
con puttane e clown che corrono,
donatori di semi che si sbattono,
rubano, tra i rumori di uno spento palcoscenico
vomitano, per poi rialzarsi e nuovamente rantolare,
con sacerdoti pederasti che brindano,
nascosti nell’innocenza bruciata di piccoli che subiscono,
inculati soffrono, in questa immoralità decadente scompaiono,
con la notte dalla bocca allargata, inginocchiata,
spalancata, tra auto che sfrecciano
in strade deserte, su finestrini abbassati,
impastati insanguinati, dentro tubi flosci
imbottiti, dentro pasticche per far rizzare cazzi,
dentro pezzi di carne gonfiati, sventolati,
mangiati con goduria irrazionale, scomposta,
ritmata, a tratti deflagrata, subordinata.
Questo è il mio inferno,
con tutti questi attori da commedia sdolcinata
che vanno via arrapati, battono le strade
in cerca di qualcuno ancora in giro da buttare per terra,
da stuprare, con un’immagine da trasmettere per sempre,
solo questo, per sempre, a inquadratura fissa,
progressivamente su tutte le televisioni del mondo,
su tutti i canali, inglobando a poco a poco
tutte le altre trasmissioni, tutte le altre immagini, infine,
per sempre, tutti a fissare alla fine solo quel taglio
nella bolla del video, in tutto il pianeta,
trasmessa nello spazio da tutti i ripetitori,
i satelliti, le astronavi, su tutti gli altri pianeti,
persino su quelli dove arriverà tra milioni e milioni di anni,
solo quella e nient’altro, tutto in fuga verso quest’immagine
concentrata, essenziale, tutto dentro quest’immagine
terminale, potenziale, le altre immagini, tutto, cose, persone,
tutte le loro immagini potenziali,
tutto quanto dentro, a capofitto.
Questo è il mio inferno,
questo inferno che perde anima
non collegata a corpo e si getta, si scaglia,
su TV senza colori, su PC senza dolore,
su radio a frequenze slabbrate, sfondate,
nel cuneo dell’amore non sintonizzate,
negli intestini oscuri, duri, fottuti e goduti
di questo luogo che ci fa ansimare, soffrire,
lentamente, lentamente morire.
Io non so perché la mia voce erompe
così dal mio corpo.
Me ne sto fermo, non muovo quasi la bocca,
non ho idea di cosa succeda nel frattempo
dentro il mio corpo, mentre emetto questi suoni vocali,
indistinguibili dalla respirazione,
che si ostinano tutti quanti a chiamare parole,
come nel primo grido respiratorio, nella catastrofe della nascita.
Strappo l’ossigeno al resto del nostro spazio
imprigionato nell’atmosfera,
con tutta la massa polmonare portata al collasso.
Il mio corpo si scuoto per l’espansione dei polmoni
e della cassa toracica e la contrazione dei muscoli
intercostali, del diaframma, tutto il mio organismo
elasticamente si espande, il mio busto si erge,
la mia testa si arrovescia per innestarsi in altri spazi più grandi,
le mie palpebre si abbassano, socchiudo gli occhi,
la pupilla sale verso l’alto, si scorge solo
il filo delle bianche lunette delle cornee.
Questo è il mio inferno,
si cala, si cala in velocità
verso l’abisso, verso il nero più assoluto,
verso il nero che spinge alla follia,
verso il nero che dona l’assoluta malattia,
con personaggi espansi, molteplici, allitteranti,
pronti a popolare questo imbuto per nulla asfaltato,
con individui che tra le fiamme esultano,
nel peso dei fuochi ardenti soffrono, decadono,
si inzuppano di unguenti per poi elidersi,
per poi consumarsi, nel battito del peccato deflagrarsi.
Stiamo convergendo da tutte le parti verso quel punto,
sui nostri lunghi arti che si stagliano nella notte,
i nostri cazzi fosforescenti, giganti,
spinti in fuori dall’osso pubico puntato in avanti,
per questa corsa crescente, come schiera di insetti
che vengono avanti in formazione,
coi loro pungiglioni innestati
nel brulicare dell’aria messa in fermentazione,
da una miriade di ali trasparenti, innervate.
Questo è il mio inferno,
discendo verticale nel punto dove tutto comincia,
dove tutto ha inizio, nello spazio e nel tempo siderale,
nello spazio tempo contorto, distorto,
tutto si sta spingendo oltre,
tutto si sta spingendo verso quel luogo
che mi lascia senza parole, senza fiatare.
Ora tutte le figure sono ferme, nell’aria ferma,
le due masse di corpi sono ormai l’una di fronte all’altra,
una donna urla, con la bocca spalancata, bloccata,
l’aria è ferma nella sua sacca polmonare d’atmosfera,
i messaggeri sono pronti a ripetere l’annuncio,
con le loro grandi bocche vermiglie,
stiamo aspettando tutti questa torsione epocale,
quest’annuncio, d’ora in poi ci sarà solo questo
tempo immobile, esploso, fino alla fine.
Il vostro tempo è finito.
È cominciato il mio.
su dave eggers
Lettura
Conoscerete la nostra velocità (Mondadori, euro 18,00) di Dave Eggers
di Rossano Astremo
Dave Eggers, l’acclamato scrittore americano, autore del toccante L’opera struggente di un formidabile genio e editore della leggendaria rivista McSweeney’s, è, con Conoscerete la nostra velocità, alla sua seconda prova come romanziere.
Questo suo secondo romanzo comincia a sorprenderci sin dalla copertina, nella quale si trova l’incipit della storia:'Tutto è accaduto dopo la morte di Jack e prima che io e mia mamma annegassimo a bordo di un traghetto in fiamme sul freddo corso color tannino del Guaviare, nella Colombia centro-orientale in compagnia di quarantadue persone che non avevamo ancora avuto il piacere di conoscere'.
Tra la morte di Jack e la sua morte, quindi, si svolge l’intera strampalata storia di Conoscerete la nostra velocità.
I protagonisti sono Will, voce narrante, e Hand, amico di vecchia data, che venuti in possesso di una grossa somma di denaro, per motivi fortuiti (grazie alla pubblicità di una lampadina che vede Will testimonial) decidono di compiere il giro del mondo in una settimana.
I due, dopo furiosi e continui battibecchi, dovuti alla loro incapacità organizzativa, cominciano il viaggio che, tra alterne vicende, aerei persi, coincidenze mai prese, problemi di lingua, ha come tra le tappe principali Dakar, Marrakech e Tellin, in Estonia. L’intreccio raggiunge i suoi momenti più esilaranti nel momento in cui i due protagonisti della storia si aggirano furtivi nelle strade di città a loro sconosciute a seminare denaro alla gente non più bisognosa, ma a quella che più andava a genio. Ecco un piccolo assaggio: 'Hand scese dalla macchina e camminò lungo il ciglio della strada fino alle donne sul terrapieno. Quando si trovò a qualche metro di distanza, smisero tutte di lavorare e gli si avvicinarono, e Hand chiese loro qualcosa. Forse le indicazioni per arrivare a Marrakech. Molto gentilmente tutte indicarono con il dito verso la direzione in cui stavamo procedendo. A quel punto Hand si produsse in un complicato rituale di ringraziamento che si concluse con l’offerta di una mazzetta di denaro che si aggirava intorno ai cinquecento dollari. Non so con che criterio scelse la donna a cui metterla in mano'.
Oltre a questa follia itinerante di distribuire continuamente soldi, il romanzo a tratti compie una brusca virata verso toni più riflessivi, continuando un’azione cara a Eggers, quella di mescolare stilemi da commedia a quelli certamente più strazianti della tragedia (il primo romanzo comincia con la morte per cancro dei due genitori del protagonista a breve distanza l’uno dall’altro). Will e Hand sono continuamente ossessionati dall’immagine del loro caro amico, Jack, morto per un banale incidente stradale; il loro viaggio è anche motivato da una necessità profonda di dimenticare questa vicenda, da un tentativo di portare avanti la stessa voglia di vivere a tutta velocità dell’amico scomparso.
Conoscerete la nostra velocità è un moderno Sulla Strada, dove le infinite scorribande di Sal Paridise e Dean Moriarty, lungo le autostrade americane, vengono sostituite da viaggi in aereo per tutto il mondo (frutto di cambiamenti epocali) e dove la Caccia alle Streghe degli anni ’50 viene sostituita dall’aperta opposizione al neocapitalismo dell’America di Bush, dalla necessità di liberarsi di dollari guadagnati facilmente e di distribuirli in tutto il mondo a gente che ne avrebbe fatto un migliore uso. Dave Eggers tratteggia una società utopistica, dove il denaro non è più motore del Mondo, attraverso una storia di amicizia costruita con una prosa che scorre facilmente, per una lettura da consumare tutta in un fiato.
presto su www.poiein.it
Il Gruppo 63
di Rossano Astremo
Il Gruppo 63 deve la sua nascita all’interessamento della rivista Il Verri , diretta da Luciano Anceschi, che ebbe il merito di pubblicare, nel 1961, I Novissimi. Poesia per gli anni ’60, che raccoglieva i testi di cinque poeti, Alfredo Giuliani, curatore dello stesso progetto, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini e Antonio Porta. Questo primo passo portò, poi, con un convegno tenutosi a Palermo dal 3 all’8 ottobre 1963, alla costituzione del vero e proprio gruppo d’avanguardia, il Gruppo 63 appunto (dal 1967 al 1969 il gruppo di scrittori ebbe occasione di lavorare assieme nella rivista mensile Quindici, chiusa poi per dissenso tra i redattori), per poi continuare, una volta scioltosi il gruppo, individualmente la loro esperienza creativa.
A differenza di gran parte dei gruppi delle avanguardie storiche, il Gruppo 63 ebbe il limite di non porsi obiettivi omogenei e definiti. La giovane generazione di scrittori era solidale più nel rifiuto del panorama culturale presente che in una elaborazione in positivo di nuovi progetti.
Ciò che in questa sede ci interesse maggiormente è il carattere eversivo, dissacratorio dei loro versi, il loro porsi in aperta contraddizione e lotta con la tradizione poetica simbolista e ermetica che aveva dominato la prima metà del secolo. Ecco un testo di Sanguineti, tratto da Erotopaegnia: 'in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno; / ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra; ora stride, / deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto / della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine, / la forma del tetto, il colore della paglia: / senza rimedio il tempo/ si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse; / saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone? / non queste forbici veramente sperava, non questa pera, / quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache'.
O ancora Elio Pagliarani, in questo testo tratto da Inventario Privato: 'Sotto la torre, al parco, di domenica, / con pacata follia, per ore e ore/ immobile a guardarti. Avevo gli occhi/ gonfi, e il sesso, e il cuore./ Infastidita / i tuoi polsi snervati dalla mia / estasi, “lasciami” hai detto, di fuggirti/ mi hai consigliato. Sono egoista e/ lo spirito umano ha più bisogno di piombo, che di ali'.
Per concludere con Antonio Porta e un suo testo tratto da Week-End:'i piedi affondano nella terra molle/ i piedi si dimenticano dentro la terra molle/ smemorato si allontana con le stampelle di legno/ le gambe cedono a una svolta del sottobosco/ qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto/ c’è una testa appoggiata al davanzale / una lingua si sporge per sete/ stracolmo di inganni/ paese di Primavera/ ricordate'.
Una poesia, quindi, quella degli autori del Gruppo 63 che dialoga con i cambiamenti epocali che hanno avvolto l’Italia nel secondo dopoguerra (il boom economico che muta l’immaginario collettivo), ma che si muove anche su tematiche più comuni, come quella amorosa, svuotandola però dall’interno, mutandone le forme, sventrando i comuni sentori metrico stilistici. Una esperienza da cui non si può assolutamente prescindere, per avere una corretta percezione della poesia del ‘900.
riflettere su libri scomparsi
Libri fuori commercio
I trofei della città di Guisnes di Antonio Verri
di Rossano Astremo
rossanoastremo@libero.it
Ci sono testi dalla rara bellezza, pagine incantate e sublimi che il peso insolente del tempo sbiadisce e, senza possibilità di replica, consuma. Uno di questi è I trofei della città di Guisnes dello scrittore salentino Antonio Verri (1949-1993), morto a causa di un incidente stradale all’età di 44 anni.
Questo romanzo, uscito nel 1988 per i tipi della casa editrice Il Laboratorio di Parabita (Le), fa parte della tetralogia del significante di Antonio Verri, assieme alla Betissa (1987), Il naviglio innocente (1990) e il postumo Bucherer l’orologiaio (1996).
Per Antonio Verri scopo fondamentale della sua esistenza e del suo ruolo di scrittore era quello di creare un libro che riuscisse a contenere l’intero Mondo, un libro infinito, fatto di parole meravigliose, splendenti, in continuo accumulo, in continuo divenire, operando un’azione di lavoro sul linguaggio quasi scientifica, mai sconclusionata, fortemente sentita.
Il culmina della sua azione sublime operata sul linguaggio si ottiene con questo romanzo, I trofei della città di Guisnes, che può rappresentare a tutti gli effetti un metaromanzo, un romanzo che interroga le logiche del farsi e del costruirsi di un mondo possibile, con motivi che si presentano, scompaiono, si ripresentano, con valenza semantica accentuata. Un tessuto linguistico caratterizzato dall’iterazione, dai parallelismi, da regolarità ritmiche e ciclicità di significati.
Ecco un assaggio: 'E poi parole disperate per aver perso la meta, e parole incerte, sfinite, a volte piagnucolanti, che il tondo guscio respinge, mentre freneticamente cercano confini: parole che non hanno mai avuto valore o che hanno perso valore, hanno perso autorità, hanno perso peso: come si crucciano!'. Quella di Verri è una scrittura che continuamente dialoga con la sperimentazione di Joyce, Queneau, Robbe-Grillet, riattraversandola in chiave postmoderna e giungendo ad esiti di estremo lirismo e di estrema compattezza concettuale.
Un autore che ha il difetto di essere totalmente fuori commercio e che meriterebbe un’attenzione particolare da parte dell’editoria nostrana, sempre più sottomessa a logiche commerciali che sviliscono i contenuti. Si spera che questo spazio possa aiutare la scrittura di Antonio Verri a rinascere, sottraendosi dai bui luoghi della dimenticanza, per poter, poi, giungere, attraverso una sua meritata ripubblicazione, ad un pubblico quanto più vasto possibile.
un libro che fa riflettere
Lettura
Un refolo di vento di Salvatore Stefanoni
di Rossano Astremo
Il romanzo d’esordio di Salvatore Stefanoni, salentino di nascita, giornalista presso testate nazionali e traduttore dal francese, lascia sorpresi.
Piacevolmente sorpresi. Le motivazioni di questo apprezzamento vanno ricercate nella singolarità che Un refolo di vento (Besa Editrice, pp.317, euro 15) rappresenta nel mare magnum dell’editoria italiana.
Un refolo di vento è ambientato in un paese assolato, dove quattro loschi individui giungono per poter attuare il loro piano di conquista, con la complicità del sindaco, vittima senza peso e, incapace di opporre resistenza alla sete di potere che i quattro manigoldi mostrano, incaricati dall’invisibile Senatore.
Ecco l’incipit della storia:'…e poi, dopo Melicchia, Bersamele e Duchino, in quest’ordine essi giunsero nel paese assolato, arrivò finalmente il nostro Iambetta. Anche lui era un capo, un grande capo, di quello proprio coi cazzi. Alla Taverna del Sole era giunto sul far della notte e ne aveva svegliato il proprietario, un uomo allampanato e servile, con una scampanellata energica, impaziente.Il paese assolato era deserto in quell’ora e la gente aveva abbandonato le strade. Tutto, insomma, rispondeva al suo prediletto disegno, ché lui, come i suoi compari e figuri, non gradiva avere gente all’intorno'.
Sin da questo inizio è evidente il carattere esasperato del potere che questo quattro individui vogliono esercitare sul paese nel quale giungono.
Insediatasi nel palazzo di Diego Los Reyes, signorotto del luogo, la banda dei quattro tiene sotto controllo le vite dei cittadini con sofisticate apparecchiature di registrazione, in questo ricordando il Grande Fratello del 1984 di Orwell o la Polizia Nova presente in molti romanzi di Burroughs.
La loro azione di controllo è anche rafforzata dalla connivenza di uomini e donne del posto, reclutati per strada o nelle bettole dove i protagonisti si abbandonano a cruenti baccanali o a pranzi rabelaisiani e petroniani, seminando malvagità e morte.
Costante è il riferimento alla tematica sessuale, molto spesso in chiave ironica, a causa delle continue carenze di prestazione di Iambetta:'Dalla rampa di scale la vide scendere come sempre aveva pensato dovesse scendere, una donna, le scale: inutile dirlo, arrazzante, coi fianchi scattanti, felini e il palpitante molleggio delle zinne e la balza della gonna ondulata da un ritmico movimento dell’anca. Sì, la gonna, si disse, è importante col suo mostrenonvedi al ginocchio, e poi una donna, di gradino in gradino, fa vedere come vibra sui tacchi un corpo ammagliato da una camiciola bucata dai due punteruoli da cui è vezzeggiata la minna'.
Tra una scena di sesso e l’altra, tra un pasto e l’altro, si susseguono le vicende, in pagine di vigorosa violenza, connotate da invenzioni lessicali, con uno stile piegato alla sanguigna partecipazione dell’autore che narra le vicende di gente comune, gli intrighi del potere politico e giudiziario, le storie personali degli interpreti, i sogni e gli incubi di un mondo che ha perso la pace e dove le figure del disastro rappresentano gli stereotipi dell’Italia contemporanea.
È un testo che a tratti, visto la ricercatezza linguistica, il prorompente vigore espressionistico che sostiene l’intera struttura romanzesca, possiede una verve intellettualistica non a tutti accessibile.
Ma non si può rimanere indifferenti nei confronti del messaggio che Stefanoni lancia: i quattro loschi individui non avranno la meglio, non sarà loro consentito di attuare il totale sconvolgimento del paese assolato, attraverso la loro opera di controllo, poiché il popolo reagirà, scenderà in piazza e lotterà per l’ottenimento della perduta serenità.
La conclusione del romanzo, nelle parole di un uomo del popolo, è chiara:'Io agli assolatani dirò: non permettiamo che quei quattro villeggino; che non ci sia ancora una volta chi scriverà la storia del paese assolato chiamando quei quattro, e il nero signore che qui li ha voluti, condottieri, capi, grandi capi, capi coi cazzi'.
L’attualità del messaggio di questo romanzo, celata nelle mentite spoglie della finzione narrativa, è certamente l’elemento più affascinante di una storia tutta da godere e da leggere d’un fiato.
sul bookshifting
Il Book Shifting
di Rossano Astremo
Nell’era del dominio tecnologico dirompente la Rete diviene luogo all’interno della quale nascono le iniziative di protesta culturali più spettacolari degli ultimi mesi.
Il Tao dei blog (tao.splinder.it) ha introdotto la pratica del "book shifting", che riassume in questo modo: "La dinamica è semplice. Si scelgono due libri: uno buono e uno cattivo. Si prendono due o tre esemplari del tipo buono e si posizionano sopra la pila dei libri cattivi (è meglio che siano di dimensioni simili). E' questione di 30 secondi. Per esempio, ieri "Nexus" di Buchanan ha (eroicamente) scavalcato l'ennesimo libro di Zichichi, per posizionarsi temporaneamente in bella mostra vicino all'entrata della libreria Mondadori della mia città."
Ora, immaginate che bello recarsi in una libreria della nostra città, prendere l’ultimo libro fazioso di Bruno Vespa e seppellirlo sotto l’ esplosivo romanzo, appena uscito, di Valerio Evangelisti o sotto la ristampa, tanto attesa, di La macchina morbida di William Burroughs. Oppure nascondere il libro peggiore e più venduto in Italia nell’ultimo anno, quello della catenese sessuomane Melissa P., e metterci sopra, ben in vista, alcuni bei libri di autori pugliesi usciti in questo 2003, La carne di Adam di Luca Sinesi e Neppure quando è notte di Mario Desiati
Bersaglio preferito dei dislocatori di libri sono le grandi librerie, mentre sono lasciati da parte i piccoli librai. La dislocazione dei testi avviene comunque entro aree di spazio limitate, in modo che i commessi riescano a rimettere tutto a posto senza impazzire. In poco più di un mese, in nome della guerra ai non libri che rubano spazio e visibilità ai testi degni di essere letti, i book shifter sono diventati centinaia. Agiscono in tutta Italia e hanno trovato un punto di raccordo on line sul blog di Golem (), la tramissione radiofonica di Gianluca Nicoletti (su Radio Uno dal martedì al venerdì, alle 8 e 40). Qui i bookshifter, che hanno a disposizione un intero forum, si autodenunciano, dichiarando le loro azioni di scambismo letterario.
L’invito quindi è quello di recarsi nella libreria più vicina e operare la vostra azione culturale minima ma significativa, per poter attuare, con un semplice gesto, l’eliminazione dagli scaffali di libri di cattivo gusto (vedi le barzellette del popone Totti e i libri del clan di Zelig) e che insultano il buon senso di chi lo scrittore lo fa per mestiere.
in anteprima la 'cantica del lupo' di giuseppe semeraro
Cantica del lupo di Giuseppe Semeraro
di Rossano Astremo
La Cantica del lupo di Giuseppe Semeraro è un esordio che incendia.
Agendo con profondità tra le contorte vie di una poesia intima e toccante, Semeraro attua un personale viaggio di rinascita, che si sposta da una dimensione iniziale di asfissiante chiusura ad una ricerca finale di apertura mistica e di religiosità limpida.
Considerate questi versi: ' Io non so parlare, non sono uno che tiene discorsi. / Se grido qualcosa, mi capiscono, ma non è quel che ci vuole. / Non è spiacevole vivere in un corpo umano, / vorrei piuttosto accovacciarmi sottoterra, / correre per i campi, mangiare quello che si trova, / cade la pioggia, viene il freddo e se ne va, tutto è meglio che vivere in un corpo umano'.
Questi versi, che aprono la silloge, mostrano un evidente stato di insofferenza dell’autore per la propria esistenza, e l’accovacciarsi sottoterra diviene simbolo assoluto di una condizione esistenziale graffiata, scucita, non totalmente accettata.
Ma la poesia di Semeraro non è autodistruttiva, possiede le carte brillanti di una speranza che emerge in tutta la sua forza nel procedere della lettura:'geometria delle cadute / che il cuore balbetta per fretta di vivere / cara urgenza d’impugnare la voce con incoscienza / santo naufragio senza appello / giusto imbroglio che ci sveglia sempre dopo la rivoluzione / il mio urlo è una vocazione che non sta più sui fogli / imbratta l’aria di voci selvagge / dipinge il cielo di nuove tristezze'.
Il corpo di Semeraro, metonimia delirante dell’intera corpus poetico, si lascia andare in un urlo liberatorio che abbraccia il cielo,che dialoga con il cielo, distruggendo l’aurea negativa che si respirava nelle prime liriche e lasciando spazio ad un finale emozionante: ' chiedo alla terra / di tenermi in piedi come un albero / e di lasciarmi un giorno tra le pietre uno spiraglio / per non perder mai / il sentiero che le nuvole ricamano nel cielo '.
È una poesia che non lascia indifferenti quella di Semeraro, una poesia che ti coinvolge, che ti fa trattenere il fiato, una poesia che ti entra nel cuore, fortemente emotiva, ottenuta attraverso una sapiente ricerca lessicale, mai sfociante in complicazioni snervanti, e attraverso una musicalità interna che nutre sospetto verso gli orpelli metrico-stilistici della nostra tradizione poetica.
La Cantica del lupo è una raccolta da leggere tutto d’un fiato, una raccolta che ti entra nell’anima e che fa di Giuseppe Semeraro una delle voci nuove più autentiche della splendente nuova generazione poetica italiana.
su vertigine 02
IL PUNTO DI VISTA
Il Novecento e il laboratorio della sperimentazione
di Rossano Astremo
Questo vuole essere un breve viaggio nelle strade contorte e nebulose della scrittura sperimentale del secolo appena passato. La sperimentazione letteraria si lega indissolubilmente ad una concezione pessimistica della realtà: di fronte ad un mondo che non dà più certezze lo scrittore si pone nella posizione della scrittura dell’angoscia, della crisi, della perdita dell’identità, non utilizzando il linguaggio che trova nella tradizione, ma ponendosi il problema del linguaggio stesso. L’autore sperimentale non rappresenta l’alienazione, ma sostiene che anche il linguaggio che può raccontare l’alienazione, che può parlare dell’alienazione, è a sua volta alienato. Questo determina diversi meccanismi di messa in questione del linguaggio, di ricerca creativa volta a dar vita a nuovi codici linguistici in grado di significare, seppure nella complessità e nell’illeggibilità, a tratti, di alcuni testi.
Le logiche di sperimentazione, nel corso del Novecento, hanno seguito due binari, quello dell’Avanguardia, di gruppi di scrittori uniti da un programma teorico e stilistico inequivocabile, da non contraddire, e quello dello scrittore isolato, arroccato nella torre d’avorio della sua aristocratica condizione intellettuale.
Al primo gruppo appartengono le Avanguardie Storiche di inizio secolo ( Futurismo, Espressionismo, Dadaismo, Surrealismo). Queste esperienze nascono dalla collaborazione di scrittori e artisti ( non dimentichiamo che per l’attività dei gruppi d’avanguardia fondamentali furono anche la musica, il cinema e il teatro) che elaborano programmi e si organizzano per imporli sulla scena culturale, con interventi che mirano a creare effetti di sorpresa e turbamento.
La tensione verso il nuovo permette di rivolgere una profonda attenzione ai problemi tecnici e pratici che ogni atto estetico comporta. Dal lavoro di queste prime avanguardie nascono azioni innovative sui procedimenti costruttivi dei testi letterari (basti pensare al paroliberismo futurista e alla scrittura automatica surrealista).
Alle serate futuriste (nei quali venivano presentati i propri manifesti e programmi) e ai cabaret dadaisti si sostituiscono, nel secondo dopoguerra i convegni delle nuove avanguardie del Gruppo 63.
Il Gruppo 63, neoavangurdia italiana, deve la sua nascita all’interessamento della rivista Il Verri, la quale rivista, diretta da Luciano Anceschi, ebbe il merito di pubblicare, nel 1961, I Novissimi. Poesia per gli anni ’60, che raccoglieva i testi di cinque poeti, Alfredo Giuliani, curatore dello stesso progetto, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini e Antonio Porta. Questo primo passo portò, poi, con un convegno tenutosi a Palermo, dal 3 all’8 ottobre 1963, alla costituzione del vero e proprio gruppo d’avanguardia, il Gruppo 63 appunto (dal 1967 al 1969 il gruppo di scrittori ebbe occasione di lavorare assieme nella rivista mensile Quindici, chiusa poi per dissenso tra i redattori).
A differenza di gran parte dei gruppi delle avanguardie storiche, il Gruppo 63 ebbe il limite di non porsi obiettivi omogenei e definiti. La giovane generazione di scrittori era solidale più nel rifiuto del panorama culturale presente che in una elaborazione in positivo di nuovi progetti.
Vico parlava di cicli e ricicli storici, infatti a trent’anni di distanza dall’esperienza di Sanguineti e compagni ecco comparire la nuova esperienza del Gruppo 93. La nascita del gruppo di scrittori affonda le sue radici teoriche negli anni Ottanta, dove il dibattito sulla poesia riprende, dopo anni di stallo, utilizzando l’idea di una ricerca poetica. La nozione di ricerca, con il suo riferimento all’ipotesi e ad un percorso ragionato e consapevole, viene a contrastare le correnti di ritorno della poesia come empito sentimentale. Il dibattito fu riaperto, nel 1984, dal convegno della rivista Alfabeta su ‘Il senso della letteratura’. Proposte mirate vennero dalla ‘Tesi di Lecce’ (scritto a più mani, proposto nel 1987, in cui appaiono, oltre a scrittori già del Gruppo 63, come Giuliani, Leonetti, Sanguineti, anche Filippo Bettini, Roberto Di Marco, Romano Luperini, Mario Lunetta e i più giovani Pietro Cataldi, Tommaso Ottonieri e Umberto Lacatena).
Di lì a poco ebbe origine il Gruppo 93 (sigla imitata rovesciando il 6 del precedente 63; la cifra doveva corrispondere all’anno di chiusura del gruppo, come poi è stato), che costituiva un raccordo con gli autori della nuova generazione (in particolare i gruppi KB e Baldus, dove militavano anche Lello Voce, Biagio Cepollaro e Mariano Baino).
Questo per quanto riguarda i gruppi d’avanguardia, con un’attenzione rivolta a quello che è avvenuto in Italia.
E i grandi scrittori solitari della sperimentazione?
Partire da James Joyce è di dovere. Il 2 febbraio 1922 viene pubblicato l’Ulisse. I protagonisti del testo appartengono al mondo moderno e sono immersi, per un’intera giornata (16 giugno 1904), nella brulicante realtà urbana di Dublino.
L’uso di tecniche narrative, come lo stream of consciousness, frantuma il linguaggio tradizionale, che si ricompone precariamente secondo meccanismi associativi, giochi di parole, assonanze e balzi fonetici.
Poi l’opera pubblicata nel 1939, il Finnegans Wake. Nelle pagine di questo testo Joyce procede a dissolvere ogni residuo aggancio alla trama e alla sequenza temporale degli eventi. Il concetto di personaggio tradizionale, conservato nell’Ulisse, si disintegra totalmente. Il personaggio è un flusso verbale che si fonde con i motivi e i paesaggi evocati dalla scrittura.
Raymond Queneau, altro folle sperimentatore, nel 1960 dà vita all’Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle), a cui aderiscono, tra gli altri, Georges Perec e il nostro Italo Calvino. L’Oulipo agisce attuando una esplorazione metodica delle potenzialità della letteratura e più generalmente della lingua. Considerare Queneau e gli altri esponenti dell’Oulipo autori d’avanguardia è errato perché nella loro azione non vi è nessun attacco programmatico alle forme esistenti, ma in loro vi è un agire creativo che utilizza e cerca di sviluppare quelle stesse forme. Vi è una prospettiva ludica e surreale negli esperimenti matematici e scientifici che Queneau e compagni applicano sul linguaggio (microcombinatoria e macrocombinatoria). Gadda, Robbe-Grillet, Borges giungono a fare una letteratura di pastiche, cioè una letteratura che essendo un intreccio di modi espressivi e conoscitivi differenti, molteplici ed eterogenei, ha forzosamente un’apparenza torrentizia, ridondante, impura. Il pastiche, nella misura in cui intreccia piani conoscitivi contrastanti, decreta la morte delle ideologie, rifiutandole quali piani di conoscenze. Il pastiche ha, per proprie virtù fisiologiche, una carica svalorizzante.
Il pastiche linguistico raggiunge esiti di estremi nichilismo letterario in William Burroughs e nella tecnica del cut-up.
Il cut-up è l’estremo esito della dissoluzione dell’io narrante, attraverso l’utilizzo di testi letterari, ritagli di giornale, saggi scientifici, tutti tagliati e incollati, mescolati casualmente, nel tentativo estremo dello scrittore più atipico della Beat Generation di svincolarsi dalla sottomissione al Potere che non dona libertà di pensiero. La letteratura di Burroughs è un estremo tentativo della non narrazione, della riduzione della pagina scritta ad una logica esasperata del silenzio. Non si ha, in questa sede, la pretesa di fare un discorso esaustivo e completo del rapporto che intercorre tra Novecento e attitudine creativa sperimentale.
Si vuole, però, sottolineare che il nuovo secolo appena cominciato, che apre le porte ad un nuovo millennio, non ha per nulla dimenticato l’azione sovvertitrice dei padri letterari che abbiamo sopra menzionato.
Nelle pagine che seguono ‘Vertigine’ ha raccolto i testi di autori dei quali sentiremo sicuramente parlare.
per ricevere vertigine 02
I modi per ricevere il secondo numero di vertigine sono :
- acquistarlo presso la Libreria Icaro, via Liborio Romano, 23 a Lecce
- per chi non è di Lecce inviare 1 euro( il costo della rivista) più due francobolli da 41 centesimi al seguente indirizzo:
Rossano Astremo
via madonna di pompei num.279
74023 Grottaglie(Ta)
- per chi vuole abbonarsi inviare 5 euro(abbonamento a 5 numeri salvo cambiamenti di costo della stessa che verrano segnalati immediatamente) più dieci francobolli da 41 centesimi sempre all'indirizzo sopra segnalato.
Questo attendendo una forma di distribuzione territoriale più consona.
Rossano Astremo






Ultimi commenti