ancora su antonio moresco
Antonio Moresco, Canti del Caos (seconda parte), Rizzoli, 2003
Dopo la lettura degli Esordi e della prima parte di Canti del Caos, non ci stupisce più la ferocia narrativa di Antonio Moresco.
La seconda parte di Canti del Caos prosegue quella lotta carnale dell’autore con la tradizione narrativa del Novecento. Differenziandosi dalle logiche postmoderne, Moresco non attua un’azione di montaggio e contaminazione tra generi eterogenei, ma una sorta di brillante rivoluzione copernicana in letteratura, volta all’oblio della struttura portante di un testo e all’abbattimento della figura – personaggio: ciò che emerge dalla sintassi di Moresco è una insieme magmatico di voci e vicende ridotte a brandelli, di corpi contorti, corrotti, sottomessi alle logiche svettanti della pornografia, con un’attenzione per il dettaglio fisico zoomato, con cazzi, fiche e culi che diventano metonimia di ciò che resta dei personaggi che tra le righe sembrano galleggiare, fluttuare, a tratti annaspare.
Ecco un assaggio del testo, tratto dal Canto dei neonati strappati dal vento: <
b.b.
LETTURA
La Macchina Morbida di William Burroughs
di Rossano Astremo
Degno di interesse è il lavoro che la casa editrice Adelphi sta portando avanti attorno l’enigmatico e atipico scrittore americano William Burroughs. Dopo la ripubblicazione di Pasto Nudo, con la buona traduzione di Franca Cavagnoli, assistiamo alla ristampa della Macchina Morbida (Adelphi, pp. 221, euro 15,00, traduzione di Katia Bagnoli), seconda tappa della tetralogia burroughsiana che comprende,inoltre, Il biglietto che è esploso e Nova Express. Tutti i testi di Burroughs uscirono in Italia, a partire dagli anni Sessanta, grazie all’interessamento di una delle case editrici che più ha osato nella storia dell’editoria italiana, la SugarCo. Dopo il fallimento di questa casa editrice, quindi, l’Adelphi ha l’indubbio merito di riportare alla luce gli scritti di Burroughs, altrimenti introvabili.
Parlare dei contenuti della Macchina Morbida è assai arduo, ma non impossibile(diciamo che parla di droga, sesso anale, scambio di corpi, di strade che si perdono all’orizzonte). In questo testo la suddivisione in capitoli ha una minima funzione tipografica, quasi volta a scandire il magma della materia disordinata che dentro vi aleggia, senza che serva a ricostruire i momenti di una visione onirica scandagliata in tutte le sue pieghe.
La pagina tende sempre più a sopravanzare il tutto, ad affermarsi isolata rispetto al contesto, a scindersi in atomi, pulviscoli e immagini. La pagina serve solo a produrre quella confusione di sensi, di valori metaforici e semantici, a dare vita ad una neutralità irrazionale della ricerca che possa valere come contraltare emotivo alla soffocante razionalità dei codici linguistici e morali della civiltà tecnologica. In questo testo la realtà appare senza corpo, la realtà diviene irrilevante anonimato. Tuttavia questa irrazionalità senza senso, circolarmente chiusa su di sé, caratterizzata da un delirio di iterazioni, rimandi, brutalmente automatica, rivela sempre un’angoscia dominante. Il senso del reale è caratterizzato da una immensa paura, da un terrore biologico e primitivo, minacciato dalla sua stessa forza, dalla violenza con cui si scatena sulla pagina, dall’afasia a cui pare condannato a causa del suo manifestarsi tramite convulsioni e balbettii linguistici ed espressivi. Burroughs cerca di rendere, quindi, l’immagine di una cospirazione ai danni dell’intera umanità, di un intrigo da giallo, di un mondo in cui vi è una guerra sistematica tra le forze della distruzione e polizia della ragione.
Burroughs è autore profetico, già negli anni Cinquanta e Sessanta si opponeva al peso lancinante del potere tecnologico che avrebbe risucchiato le menti migliori, scagliando letali virus nella loro stessa parola.
A tutto questo Burroughs si oppone generando una letteratura incomprensibile, fortemente illeggibile, una letteratura che si avvicina al silenzio, unica maniera per continuare a pensare con la propria testa e per non farsi infettare dal ‘Sistema’.
commento di cipux
sul corpo poetico irrisolto
> le ho lette le tue poesie, ne ho lette alcune poi non ce l'ho fatta più ad andare avanti né volevo esaurirle tutte in un colpo solo, le tue cartucce... dense ed ermetiche, quanti segreti che nascondi dietro a parole cesellate, immagini preziose impreziosite!
> non so quale comun senso lirico avresti voluto oltraggiare, il mio di certo non l'hai oltraggiato. perché io non ce l'ho, non sono abituata a leggere poesie, mi fanno sentire intrusa e inadeguata, come rovistare tra le lettere di una sorella maggiore che non ho, come ascoltare dietro il muro i genitori che discutono nella stanza accanto di "cose da grandi"... probabilmente non mi sono mai presa la briga di addentrarmi nell'universo altrui, no, non è vero, non lo so... comunque la poesia come la concepisco io è un territorio intimo e scosceso, e inconoscibile. quando è conoscibile non è più poesia, può essere prosa, il più delle volte merda. (quindi che senso ha fare poesia? ci penso poi)
> ma torniamo a te. dicevamo, inconoscibile... e porti all'eccesso un virtuosismo linguistico che glorifica quasi sdegnosamente le tue emozioni e le mette al riparo, fossero quasi ologrammi, ombre virtuali di qualcosa che è stato e si è reincarnato e modificato nel verbo. anche a me piace quest'esercizio (di stile?) e mi chiedo se tu riesci poi a ritrovartici nelle cose che scrivi, se riesci a fare il percorso inverso e ritornare alla fonte del tuo delirio... bello, però.
> e poi c'è che leggere le cose delle persone che (più o meno) conosco mi agita, mi emoziona e amplifica la sensazione di "spionaggio", mi dà un disagio quasi fisico, quasi vergogna. e mi turbano le tue perché corporee e direi violente, violente come fisiche e scomode, come un urlo nel cervello. bello, però, perché mentre leggevo urlava anche il mio cervello e ho visto un luogo e una situazione, una luce e un orario preciso, che magari non hanno niente a che fare con i momenti in cui tu hai messo nero su bianco le tue "liriche" (altrimenti sarei la streghetta che mi piacerebbe diventare ma...) ma è stata una "visione" reale e corporea, e visto che è nata dalle tue poesie te la regalo perché è tua... e allora ho visto una porta finestra chiara, e la vernice grattata via, e vicino alla finestra un letto basso, senza rete, disfatto. lenzuola usate e abusate e sotto le coperte qualcuno che dorme, come dormono i bambini, senza pensieri, senza sapere cosa siano i sensi di colpa. e qualcuno fuori dalle coperte, seduto e pensieroso (turbato?), e la luce del primo pomeriggio che filtra dagli scuri dopo una notte lunga e vigile e un sonno mattutino...
> che brutte sensazioni... e il turbamento del fastidio di ritrovare cose mie, "sangui bollenti" che voglio/non voglio accantonare.
> bello, però! continuo a leggere. e ti tengo informato.





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