in attesa di uscita sul 'Nuovo Quotidiano di Puglia'
Città del Libro di Campi Salentina, un momento per riflettere
di Rossano Astremo
Ci sono stati momenti, nel corso della storia, in cui il libro ha vissuto periodi di difficile diffusione. La guerra al libro è stata condotta non solo dai tribunali di Inquisizione, ma ha segnato tutta la storia del Novecento, il secolo dei libri nascosti, perseguitati, sequestrati, andando dal periodo nazista sino alla guerra in Bosnia.
Oggi, però, il libro non è da eliminare perché fonte pericolosa di saperi alternativi, ma, sempre più, ‘oggetto’ da possedere perché luogo generativo di sapere.
Questa ondata positiva del fenomeno libro è da legarsi, in maniera non secondaria, alla sequela di manifestazioni volte alla diffusione dello stesso.
Considerando il nostro Paese, basti pensare al Festival della Letteratura di Mantova, al Salone del Libro di Torino, come macrofenomeni che hanno fatto scuola, mentre, spostandoci alla nostra regione, sono da menzionare i Dialoghi di Trani, il Gran Bazar – banco dell’editoria salentina che si svolge a Lecce e, sicuramente, il più rinomato Città del Libro di Campi Salentina.
La città di Campi ospiterà, dal 27 al 30 novembre, la nona edizione di questa rassegna nazionale degli editori, dal tema ‘Europa, popoli, culture: il futuro della memoria’, con una serie di eventi degni di nota che si susseguiranno tra i tre spazi allestiti, l’Aula Magna, il Teatro Tenda e la Saletta della Cultura.
Da annoverare, tra le altre cose, il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, della Regione e della Provincia di Lecce, che sostanziano la visibilità e l’importanza dell’evento.
Tra gli autori che presenteranno i propri libri ricordiamo giovedì 27 Sveva Casati Modignani (Sei aprile 1996) e Marco Santagata ( vincitore con il maestro dei Santi Pallidi del Premio Campiello 2003), venerdì 28 Diego Cugia (L’Incosciente), sabato 29 Giuseppe Montesano ( Di questa vita menzognera) e domenica 30 Alberto Bevilacqua ( Legame di sangue).
Certamente questa è una restrizione dei molteplici eventi che si svolgeranno in questa quattro giorni, ricca come non mai di dibattiti, tavole rotonde, laboratori, anteprime, spettacoli e musica. Questo, quindi, il programma, ma una riflessione ci pare, in questa sede opportuna. È giusto sottolineare che in questa rassegna nazionale degli editori viene a mancare uno spazio, nel programma allestito, per quelle piccole case editrici che negli ultimi anni stanno dando linfa generante alla nostra letteratura e mi riferisco alla minimum fax, alla peQuod, a Meridiano Zero, a Fernandel.
Così come da annotare è l’assenza, tra gli ospiti, dell’ultima generazione di autori che sta riempiendo di contenuti esplosivi il guazzabuglio infinito di pubblicazioni. Faccio un po’ di nomi, Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa, Aldo Nove, per poi continuare con Antonio Moresco, Giuseppe Genna, il collettivo Wu Ming, Valerio Evangelisti, Mario Desiati, Marco Mancassola, Umberto Casadei, Giulio Mozzi, quasi tutti autori, tra le altre cose, con un libro di recente pubblicazione. E l’assenza della giovane generazione pugliese? Altrettanto inspiegabile, soprattutto se si considera il grande fermento che la nostra Regione sta avendo nel campo delle arti, tanto da far parlare quest’estate Goffredo Fofi sulle pagine di Panorama di Nouvelle Vague pugliese.
Ciò che è necessario, quindi, sollevare è che la Città del Libro di Campi è una manifestazione dalle grandi attrattive e potenzialità che, però, in quest’edizione, sembra possedere una sorta di scollamento rispetto alla realtà più viva e produttiva della nostra editoria.
Invitare, come in quest’edizione, il cabarettista di Zelig Flavio Oreglio e la ballerina di Maria De Filippi Jill Cooper non può certamente alimentare costruttivamente il dibattito che attorno al libro e a tutto ciò che esso implica si sta cercando di portare avanti in questo periodo.
una cosa apparsa sul 'Nuovo Quotidiano di Puglia'
Il peso imponente degli ‘scrittori migranti’
di Rossano Astremo
Che l’Italia sia un paese di immigrazione è un dato certo da almeno un paio di decenni. Questa trasformazione, che investe la struttura sociale della nostra nazione, necessariamente porta con sé una modifica genetica dell’intero patrimonio culturale e, conseguentemente, della realtà letteraria.
Gli scrittori stranieri che scrivono nella lingua italiana hanno cominciato ad affermarsi a partire dall’inizio degli anni novanta, anche se, per il momento, viene a mancare l’equivalente italiano dello sguardo multiculturale di un Kureishi o di un Rushdie.
I primi libri degni di interesse sono il romanzo di Pap Khouma (senegalese), Io venditore di elefanti (Garzanti), quello di Salah Metani (tunisino), Immigrato (Theoria), entrambi usciti nel 1990. Ciò che emerge da questi testi è la dimensione fortemente biografica che li sostiene, ossia la messa in evidenza della scrittura come necessaria sottolineatura della propria condizione di ‘emarginati’, in una società, la nostra, che difficilmente accetta il diverso da sé. Simile tematica affrontano Volevo diventare bianca di Nassera Chorha (e/o, 1993) e Lontano da Mogadiscio di Shirin Razanali Fazel (datanews, 1994).
A più di dieci anni dall’uscita di questi testi, frutto anche dell’interessamento di piccole case editrici per questi autori che nulla hanno da invidiare, per quanto riguarda l’utilizzo dello strumento linguistico, ai nostri Baricco e Tabucchi, quello che sembra mancare è l’uscita del grande romanzo, in grado di farsi ricordare non solo per la provenienza dell’autore, ma per la presenza di un’avvincente trama.
Negli ‘scrittori migranti’ dell’ultima generazione i segni di un possibile salto di qualità ci sono, basti pensare al palestinese Masri, al congolese Ganbo, all’iracheno Tawfik e a due autori dal grande spessore, Ron Kubati e Julio Monteiro Martins, usciti allo scoperto grazie all’interessamento di una casa editrice tra le più interessanti della nostra regione, la Besa di Nardò.
La stessa casa editrice ha pubblicato nell’ultimo periodo due interessanti testi sulla letteratura migrante: Impronte. Scritture del mondo (Besa, 120 pagg, 10 euro), un’antologia di racconti e poesie di stranieri immigrati nella nostra terra. Ciò che è importante sottolineare è che i racconti vanno oltre la semplice testimonianza delle loro vite vissute da ‘sradicati’, ma si caratterizzano per una limpida padronanza del mezzo linguistico e da una maturità stilistica degna di nota.
Nelle poesie, invece, emergono le tematiche della solitudine, della nostalgia per la patria lontana e del disorientamento nel vivere in una terra, molto spesso, incapace a tollerare il diverso da sé.
L’altro testo affronta il tema quanto mai scottante della guerra: Pace in parole migranti (Besa, 112 pagg, 10 euro). Parole di pace da chi per la guerra è stato costretto a fuggire, migrante non per scelta ma per destino. Parole inusuali per guerre sempre uguali a se stesse: nella ex Yugoslavia, in Africa, in ogni luogo dopo l’11 settembre.
Sono tanti i destini di esuli dalle guerre che si intrecciano in questa antologia di parole di pace che ci giungono da culture diverse, attraverso le opere vincitrici del premio letterario Eks&Tra. Il destino di Ivan, bambino in guerra nella ex Yugoslavia, che decide di smettere di lavarsi finché non tornerà il padre, costretto a partire militare.
Il destino di Chaki, operaio in un’industria del nord-Italia, additato da tutti come “terrorista” per il solo fatto di essere musulmano e colpevole, comunque, a prescindere dalle sue colpe. Il destino di Nevrì Gogol, nome abissino del ghepardo simbolo della dignità africana ridotta in schiavitù, che dalla sua gabbia ammonisce: “Non sentirti mai umiliata, adesso che sai che la dignità la perde solo chi la toglie”.
Sono testi che fanno riflettere, non solo per la profondità dei contenuti, ma anche perché ci pongono in tutta evidenza che il panorama della letteratura italiana, oggi come non mai, non può prescindere dal considerare la forza scardinatrice della scrittura migrante.





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