verigine 02
comunicato stampa
VERTIGINE 02
E' uscito il secondo numero del periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine, a cura di Rossano Astremo. Questo numero è dedicato al tema scottante della sperimentazione, con la presenza di quattro autori che fanno della pratica sperimentale la loro cifra stilistica dominante. All'interno troviamo testi di Cataldo Dino Meo, con la silloge 'Scellerato', di Roberto Lucchi, con la silloge 'Salti di MArionetta Impacciata', del collettivo torinese Sparajurij, con 'Cosm/Agonia' e del poeta messinese Gianluca D'Andrea, con la silloge inedita 'En PLein Air'.
A ciò si aggiungono la riflessione e i consigli di lettura del curatore Astremo e i disegni della pittrice di Ugento Annalisa Macagnino.
Costo del periodico 1 euro.
Distribuzione presso la Libreria Icaro, via Liborio Romano, 23 a Lecce.
Per ogni altra informazione rossanoastremo@libero.it e vertigine.clarence.com
intervista comparsa su www.cartaigienicaweb.it
Intervista a Rossano Astremo
Allora, Rossano, prima di parlare del tuo libro, raccontaci qualcosa di te. I lettori di Cartaigienicaweb avranno voglia di conoscerti meglio...
Cominciamo dicendo che sono nato nel maggio del 1979. Sono di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma vivo da un po’ di anni a Lecce. Qui, a Lecce, ho conseguito la Laurea in Lettere Moderne, nel novembre del 2002, con una tesi, in Teoria della Letteratura, sulle tecniche narrative degli autori della Beat Generation.
Ora sopravvivo con alcune collaborazioni con quotidiani (Nuovo Quottidiano di Puglia) e riviste (TabulaRasa, rivista di letteratura invisibile).
E la tua passione per la poesia quando è nata?
Difficile rispondere a questa domanda... Ciò che posso dire è che è nata una mia coscienza poetica, ossia la mia voglia di poter esprimere poeticamente la mia concezionesul mondo, alla fine del 2001, quando assieme a due miei amici, abbiamo dato vita a un foglio di poesia autoprodotto, Ariosto 219, nel quale ‘incollavamo’, quasi dadaisticamente, nostri piccoli frammenti poetici distribuendoli gratuitamente per la città.
Quanto è durata questa esperienza per molti versi ‘underground’?
Io ho collaborato con loro sino al maggio del 2003, poi non sentendomi più rappresentato da questa esperienza militante, che molto aveva perso dello spirito energico e creativo del primo periodo, ho dato vita ad un piccolo periodico di poesia e narrativa, ‘Vertigine’(vertigine.clarence.com), che, col passare del tempo, si sta trasformando in un contenitore per scrittori che, oggi, osano sperimentare in letteratura
Quindi prima l’esperienza con Ariosto 219, ora con Vertigine, ma come sei arrivato alla pubblicazione di Corpo Poetico Irrisolto, con la casa editrice Besa?
La pubblicazione di questo testo è nata per caso. Nel maggio di quest’anno ero impegnato in un reading dove lessi testi ora finiti nel libro e notai che nei miei dieci minuti di lettura la gente rimase immobile, in una sorta di estatico silenzio.
Al termine della serata, due cari amici, Francesco Fiorentino, nella cui libreria feci la lettura, e l’operatore culturale Mauro Marino mi spinsero a credere in quelle poesie sparse contenute nella mia borsa.
Nell’introduzione Mario Desiati parla della tua raccolta usando queste parole: ‘La potenza che si sprigiona nelle pagine di Astremo è disarticolante, anche disarmante, sembra comunicare uno spossessamento dell’io, una condizione di crisi del sistema di difesa’. Ti ritrovi in queste parole?
La lettura di Desiati è un’ottima analisi sia dal punto di vista contenutistico che formale. Penso che Corpo Poetico Irrisolto sia una raccolta piena di energia verbale. La mia azione di scrittura è simile a quella dei pittori informali, la mia è una sorta di ‘action writnig’ terapeutica. Le due sezioni che costituiscono la silloge, ‘Nel delirio’ e ‘Con trasparenza’ sono frutto di due distinte jam session di scrittura. Corpo Poetico Irrisolto è nato in un periodo difficile della mia vita, il suo concepimento, la sua crescita e la sua nascita rappresentano per me un eccellente superamento di queelo che Desiati definisce ‘condizione di crisi del sistema di difesa’.
Penso tu sia stato sufficientemente chiaro. Sarebbe bello che tu donassi ai lettori di Cartaigienicaweb dei versi del tuo Corpo Poetico Irrisolto, nella speranza, naturalmente di risentirci...
Nella speranza che questa intervista possa spingere qualcuno a leggere il mio testo vi lascio con questi versi...
Non chiedermi di spiegarti i brividi del corpo,
in questo giorno di pioggia acida,
con la strada che si frattura al mio passaggio,
destinazione Sannicandro,
con poche riviste da vendere,
con voglia suprema di bere,
di addormentarsi in un angolo buio,
senza sole, senza luna,
con il pensiero cadenzato
di slacciare i miei piedi secchi e sordi,
tra le urla di una pizzica affogata,
odiata, per troppo tempo iniettata,
senza spessore e colore,
senza un frammento livido di sapore.
Corpo Poetico Irrisolto
(Besa Editrice 2003, euro 2,50)
fabio ciofi su 'corpo poetico irrisolto'
Fabio Ciofi
Rossano Astremo
Corpo poetico irrisolto - Ed. Besa, 2003
Se è vero, come è vero, ciò che recitano in epigrafe i versi di Franco Loi, che in fondo siamo abituati a percepire il poeta, la figura del poeta, il “corpo” del poeta in assenza, quale forza e forma del passato, un caro stravagante estinto lugubre essere errante nei meandri delle domande e delle metarisposte - meglio sarebbe dire delle domande alle domande - , allora trovarselo di fronte oggi, un poeta, imbarazza non poco saper che ce ne sono di viventi, che, è il caso di Astremo, ce ne sono di giovanissimi…
Nell’introduzione a Corpo poetico irrisolto Mario Desiati parla dell’uso intenso e intensivo che l’autore fa dell’anafora, figura retorica che “… fa del suo ripetersi centrifugo la sua vera forza…”; io credo che la forza della poesia di Astremo, la sua indubitabile “potenza” derivi proprio dall’aver costruito un linguaggio anaforico che usa la litania in senso drasticamente anticaproniano. Astremo non descrive, non circoscrive il suo dire, lo scaglia attraverso un linguaggio estremo che non ammette interiezioni, esclamazioni, pause, riflessioni.
Sorge anche l’impressione netta, stagliata, di una poesia in forma di “delirio”, non a caso la prima parte della raccolta si intitola appunto “nel delirio”, ma che fa del delirio l’ingrediente necessario per aggredire lucidamente i mali individuali e quelli collettivi:
… Meditare accanto ai tizzoni spenti
in una cupa fantasticheria senza lampada:
questo sogno ogni giorno,
questo voglio ogni attimo,
questo medito e questo spasimo.
La catastrofe è terrificante e
Istantanei i suoi effetti.
O ancora:
Nel delirio non penso,
non sento, non voglio ossesso,
perso, mangio solo per non vomitare…
Ecco, la mancanza dimensionale del poeta nella società attuale - e che si protrae ormai da tempo - , la sua difficoltà di collocazione, di riconoscimento, è un fattore determinante nell’incedere “incendiario” di Astremo, quasi a percepire, in analogia, l’esistenza di un corpo poetico irrisolto, senza corrispondenza col reale.
Sopravviene allora la necessità disperata di affidarsi al sogno, all’orfico, al dionisiaco che conduce al caos primordiale - non per niente il vino, elemento per eccellenza dionisiaco, compare sovente nella raccolta -, al sesso ambivalente di liberazione e di morte.
Una poesia già molto matura, per l’età del suo compositore. Una poesia che aspira a fare i conti con se stessa, che come ben coglie Desiati nella succitata introduzione, “… non può che essere la ricerca di un risultato recidente, decisivo, quasi finale…”
Quello che mi piace in modo particolare della poesia di Astremo, forse perché in questo la sento affine alla mia, - anche se non si dovrebbe dire - è la sua mancanza di quel generico abbandono alla speranza in forma di Provvidenza che permea oggi tanta della poesia contemporanea, di ogni generazione, e qui mi trattengo dal fare i nomi, che non è né il luogo né il caso.
Insomma, i versi di Astremo sono disperati perché non potrebbero essere altrimenti, ma sono anche forti, potenti, consapevoli di tale disperazione non reclinano il capo derelitti ma si ergono, orgogliosi, a dichiarare quello che tutti sappiamo ma che facciamo finta di ignorare.
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Alcune poesie
1. NEL DELIRIO
(febbraio, marzo 2003)
Navigo sempre più nell’aria,
con le mani di diamanti
che si sbriciolano al tenue odore
dei tuoi piccoli piedi di brezza e farina.
Navigo sempre più nell’aria
e perdo il sordido equilibrio
guadagnato giocando
con i peli d’avorio delle tue ascelle
di cristallo e argento.
Navigo sempre più nell’aria
e non ho la forza
di bestemmiare la mia disperazione,
mentre poggio il mio capo unto di dolore
sui tuoi seni urlati al vento.
*
Nel delirio quest’oggi,
con l’aria che si svende
sui confini irriconoscibili del non senso.
*
Con il mio scettro abbatto papaveri,
succhio la carne di acque e acidi color della sete.
In questo fuoco demoniaco di città
si demoliscono continuamente edifici e alberi
e i ragazzi piangono appesi alle ringhiere
e le ragazze tremano dipingendo per terra
vortici rossi e viola con colori di tempera,
in giornate che radono al suolo ogni speranza.
Con il mio scettro abbatto papaveri,
faccio scrittura automatica che mi solletica la prostata,
faccio scrittura automatica e ascolto musica rock
di gruppi inglesi anni sessanta
con il loro beat folle e rivoluzionario.
Colpi di cannone sembrano svegliare
la mia coscienza rattrappita da materassi
con visioni tristi e implose,
colpi di cannone scendono con violenza
nelle case blu della disperazione,
colpi di cannone violentano e stuprano
donne e bambini che muoiono senza colazione,
ma io con il mio scettro abbatto papaveri
e cantano ancora le voci
attraverso le finestre lente e rovinose
di vili prede sognanti e seppellite.
Meditare accanto ai tizzoni spenti
in una cupa fantasticheria senza lampada:
questo sogno ogni giorno,
questo voglio ogni attimo,
questo medito e questo spasimo.
La catastrofe è terrificante e
istantanei i suoi effetti.
2. CON TRASPARENZA
(aprile, maggio 2003)
Vivo la mia esistenza
rincorrendo distese di campi colorati,
alla ricerca di fiori profumati,
vivo la mia esistenza
tingendomi di rosso i capelli
per nascondermi tra papaveri
che sbattono la loro coscienza
su pavimenti bagnati di follia.
Si inchiodano i marmi di berretti,
di magliette e sandali,
in questo afoso maggio
che irretisce i nostri
atomi ricolmi di demoni e anfetamine,
i nostri porci attimi
che ci distraggono senza sosta,
come tazzine di caffè
bevute una dietro l’altra,
mentre una partita di tennis
scorre lenta sul televisore
di polvere e malattia.
Vivo la mia esistenza
piangendo i miei ventiquattro anni
che scoloriscono al vento sporco,
al vento corrotto di brusii e turbe psichiche,
al vento corrotto dell’iterazione
che si tappa la bocca.
Vivo la mia esistenza
procurandomi ematomi al cervello
per la testa battuta con demenza
sulle porte rigide del silenzio,
vivo la mia esistenza
non reggendomi al confronto
con la vostra cattiva indole
di poesie piene di vibranti medicine.
In questo maggio afoso
che irretisce i nostri atomi
sospendo ogni decisione.
*
Sento il profumo delle tue carni
che sollevano delicate
il cuore impallinato della mia natura,
annuso i tuoi capelli di paglia e fieno,
annuso le tue mani di piano e violino,
annuso i tuoi seni che mi nutrono e mi spezzano,
annuso ogni centimetro del tuo scheletro
per sentirmi carne che pulsa e non si secca,
per sentirmi terra che fiorisce e non smagrisce,
per sentirmi aria che esplode e non collassa.
Ti sono vicino, sfioro l’ombra dei tuoi tralci e stecchi,
ti sono vicino, sfioro gli sparcimenti
dei tuoi colpi a vuoto,
ti sono vicino e svengo, svengo,
vengo meno, cerchiando
il mio corpo attorno al tuo.
Sbiadisco con lentezza
dietro il vostro vociare illegittimo.
Continuo a spillare birre,
per non piangere degli amici persi,
per non piangere degli amici consumati.
Bodini su www.poiein.it
Rossano Astremo
Vittorio Bodini e la triste condizione
della dimenticanza
Per chi, come il sottoscritto, è nato e cresciuto nel sud, la progressiva dimenticanza di un sublime poeta e di uno squisito intellettuale quale Vittorio Bodini genera pur sempre perplessità e sdegno. Basta sottolineare il fatto che nelle principali antologie poetiche del Novecento (quelle curate da Mengaldo, Anceschi e Sanguineti, solo per citarne alcune) il nome di Bodini è assente, così come quasi totalmente assente è la rigogliosa tradizione poetica meridionale.
Le ragioni sono molteplici e, certamente, non da affrontare in questa sede, dove invece mi soffermerò a riflettere sulla figura dello scrittore Bodini.
Bodini è nato da genitori leccesi il 6 gennaio del 1914 a Bari, ma ancora in fasce viene portato a Lecce. A diciotto anni fonda un gruppo futurista. Nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940. Tornato a Lecce, con Oreste Macrì, cura la terza pagina di ‘Vedetta Mediterranea’, poi collabora a ‘Letteratura’, pubblicando le prime poesie, aderisce al movimento ‘Giustizia e Libertà’ e si inserisce in ‘Libera Voce’.
Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario. Nel 1950 rientra a Lecce e dopo due anni ha la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Nel 1954 fonda ‘Esperienza Poetica’ che vive due anni. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970.
Bodini ha dato vita ad eccellenti traduzioni del Don Chisciotte di Cervantes, del Teatro di F.Garcia Lorca e di I poeti surrealisti spagnoli, tutte uscite con Einaudi, è autore di numerosi scritti in prosa, via via dimenticati, ma oggi riscoperti grazie all’attento lavoro della casa editrice Besa e del docente universitario Lucio Antonio Giannone, ma soprattutto Bodini è autore di pochi, ma preziosi libri di poesia.
Da ricordare La luna dei Borboni ( 1952), Dopo la luna (1956), Metamor (1967) e Poesie(1972, postuma), raccolta di testi uscita per Mondatori e negli ultimi anni ripubblicata da Besa. Una corretta interpretazione della poetica di Bodini si può effettuare considerando la continua attrazione tematica del sud.
Proprio questa necessaria dimensione memoriale allontana Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza:«Un paese che si chiama Cocumola / è / come avere le mani sporche di farina / e un portoncino verde color limone. / Uomini con camicie silenziose fanno un nodo al fazzoletto / per ricordarsi del cuore. / Il tabacco è a secare, / e la vita cocumola fra le pentole / dove donne pennute assaggiano il brodo».
Esempio questo testo della polarizzazione bodoniana tra le maglie ispide dell’oscura significazione ermetica (i primi 4 versi) e il ritmo più agile e distensivo che si percepisce nella delineazione di un ricordo ( come dimostrano i versi successivi).
Ma il sud, l’estremo lembo di terra nel quale Bodini ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti: « Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.// Pigro / come una mezzaluna nel sole di maggio, / la tazza del caffè, le parole perdute, / vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano: / divento ulivo e ruota di un lento carro, / siepe di fichi d’India, terra amara/ dove cresce il tabacco. / Ma tu, mortale e torbida, così mia / così sola / dici che non è vero, che non è tutto. // Triste invidia di vivere, in tutta questa pianura / non c’è un ramo su cui tu voglia posarti».
Bodini è poeta dalla sensibilità estrema, supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante. I suoi versi sono tra i migliori prodotti della poesia meridionale del Novecento e si spera che la critica letteraria presto renda merito ad una voce che il peso del tempo ha seppellito senza giusta ragione.





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