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indice del secondo numero

di vertigine (23/10/2003 - 10:50)

in uscita i primi di novembre il secondo numero di Vertigine. IN QUESTO NUMERO: Editoriale; La riflessione _ Il Novecento e il laboratorio della sperimentazione di Rossano Astremo; Testi _ Scellerato di Cataldo Dino Meo, Salti di marionetta impacciata di Roberto Lucchi, Cosm/agonia dello Sparajurij e En Plein Air di Gianluca D'Andrea; Consigli di Lettura _ Hinterland Blues, La distruzione e Canti del Caos (seconda parte), a cura di Rossano Astremo; Disegni _ Annalisa Macagnino

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primo capitolo di LA DISTRUZIONE DI DANTE VIRIGILI

di vertigine (07/10/2003 - 16:37)

11 I Chi sono io perché sono qui Giro il capo sul cuscino apro gli occhi. Intravedo gli arabeschi grigi della trapunta sul fondo giallo del tessuto. Il sudore mi bagna il collo il petto. Deviando un poco lo sguardo colgo il riquadro del muro alla base della finestra, le persiane accostate. Tutti gli oggetti mi appaiono informi nella penombra. Una sensazione sgradevole m’investe all’improvviso dove devo essere più tardi come il passaggio di una lama sul vetro. Ma non ne ho del tutto coscienza. Giro di nuovo il capo, le pareti mandano calore. La mente in zone leggere rarefatte. Infine gli oggetti si precisano, la sedia gli scaffali dei libri. Nel sonno il sesso mi si è gonfiato Giù a terra siedo sulla poltrona nel salotto Sissignore s’inginocchia Sul soffitto è impresso un rettangolo di luce. Il sudore mi scorre lungo le costole. Ora sono completamente sveglio. Indugio un momento nell’evocazione del fatto, dalla Knaus. Ma di nuovo la sensazione penosa. Mi decido a scendere dal letto. Facevano lavorare gli schiavi conquistati in guerra. Mi avvicino alla sedia afferro i calzoni. Una sosta nella stanza da bagno, torno in camera. È ancora presto. Termino di vestirmi siedo al tavolo. Un’occhiata distratta al libro aperto. Ho letto un poco prima di dormire. Appoggio il mento sul palmo resto immobile. Il senso della colpa il gusto del rimorso, spesso in lui. Fisso il muro. Ripugnanti, vituperati anche da Nietzsche. La coscienza è una mutilazione. Guardo verso la finestra. Evitare di avvicinarsi. L’improvviso desiderio. Frequente. Intenso ora. Gridare urlare. Voglia di. Gettarsi nel vuoto. Uccidersi. Farla finita finalmente. Mi scuoto devo attendere. Un molle sudore mi bagna le palme, il cuore mi pulsa in gola. Sfioro con mano incerta il volume. Ora non posso riprendere la lettura. Volto qualche pagina scorro qua e là “…non predetemi in parola, ma soffermatevi per contto vostro su quello che vi dico. Perché il soffrire, Rodiòn Romànovic, è una gran cosa; non badate al fatto che io sono ingrassato che non mi trovo in strettezze; in cambio io so. Non ridete: nella sofferenza c’è un’idea”. Ora so di avere il diritto di uccidere. Come ho il diritto di accendere il lume o aprire la finestra nella mia camera il suo viso largo rossiccio Sono al limite delle forze ma l’angoscia si va d’un tratto placando mi pare quasi che non m’importi più di nulla penso soltanto anche uccidere è faticoso annuisco in silenzio guardandolo fissamente Dante Virgili LA DISTRUZIONE Un caso editoriale, un libro che esce dall’oblio degli anni 70 per ritornare in libreria con tutta la sua carica espressiva Il protagonista quarantenne della Distruzione crede ancora nel nazismo come igiene del mondo e cerca di vivere il suo ideale hitleriano di vita sadico e crudele sia nella sfera erotica che in quella sociale senza alcun pudore. Il romanzo, provocatorio e urtante, violento e brutale, è la cronaca fedele dei deliri di una follia devastante e viene riproposto a più di trent'anni dalla sua prima uscita in questa nuova edizione a cura di Antonio Franchini. "A me, dopo tanti manoscritti pieni di cacatine di mosca sulla carta immacolata, di lamenti di quarantenni falliti, di nevrosi di cinquantenni incompresi, di balordaggini intelligentissime e precisissime e lucidissime di trentenni frigidi o al massimo impotenti, trovarmi di fronte un testo così 'sinistro', così pieno di celiniani vomiti e veleni mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo". Alcide Paolini "Onestamente debbo premettere che ho letto i dattiloscritti del Virgili tutto d'un fiato. Per quanto ossessivo, non è un libro 'pesante': è piuttosto la costruzione, spesso abile, di un incubo. (...) Non pubblicare questo libro sarebbe, nei confronti dell'autore, un atto di ingiustizia e nei confronti della verità (ossia della realtà 'negativa' in esso asserita) un atteggiamento di non necessaria timidezza. Non è un libro che possa passare inosservato" Giovanni Giudici Questa la presentazione originale della Mondadori. A tutti, perfino a chi l'ha vissuta in proprio, sarà capitato di chiedersi almeno una volta come sia stata possibile la follia criminale nazista, di cui in genere si sono avute solo testimonianze di vittime, o spiegazioni di studiosi. Con questo libro, forse per la prima volta, Dante Virgili ci dà l'occasione quasi di rivivere, ma dall'altra parte, il senso psichico della sua riproducibilità. Con una coerenza interna allucinante e ossessiva, con una tensione ininterrotta che ci impedisce di sospendere la lettura, il protagonista de La distruzione ci inchioda alla genesi del suo incubo. Svolta efficacemente in una simultaneità di direzioni - cronaca del protagonista, sua nevrosi sessuale, psicosi reazionaria, ironia politica, citazioni - Dante Virgili ci presenta la storia di un quarantenne frustrato, ex interprete delle SS in Italia, e ora correttore di bozze presso un giornale governativo, al quale la caduta del folle sogno di grandezza hitleriano, che egli aveva assunto totalmente, ha ingigantito ancora di più il cancro distruttivo che lo possiede, complici un fisico sgradito alle donne e una società che rischia continuamente di ripetere i propri errori. Il suo sogno delirante è dunque ormai uno solo: la distruzione totale dell'uomo. L'originalità, l'intelligenza, il fascino sinistro che il libro emana, stanno nell'aver saputo riprodurre questa cellula degenerata dal di dentro fino al punto da darci il brivido allarmante delle ragioni che sembrano giustificarla, quella parte di ambigue ragioni che anche queste formazioni neoplastiche finiscono per mostrare, e le cui spore si ha l'impressione che più o meno coscientemente si annidino dappertutto. La violenza, ma anche la sorda ironia, l'inconsapevole bilinguismo e la massa sonora ossessiva, con cui è descritta questa esaltazione tumoresca, ha momenti registrati raramente dalla narrativa contemporanea; i suoi foschi lampeggiamenti costituiscono un esemplare perfetto di questa realtà negativa che occorre guardare in faccia. Anche se ciò può provocare in chi l'osserva - anzi proprio per questo - una sensazione di malessere e di ripugnanza. A CURA DI ROSSANO ASTREMO

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